Un principe troppo giovane

in AA.VV., De Agostini – Storia, Civiltà e Vita ai tempi di ROMA ANTICA, Novara 2002, n. 22, pp. 101 sgg.

Mosaico da Villa dei Laberii, a Oudna. III secolo d.C. Scena di vita rurale. Musée du Bardo.

Mosaico da Villa dei Laberii, a Oudna. III secolo d.C. Scena di vita rurale. Musée du Bardo.

La crisi economica del III secolo d.C. non investì allo stesso modo tutte le regioni dell’Impero romano. A soffrirne maggiormente furono le province occidentali, e in particolar modo le aree di confine, più esposte ai danni causati dalle invasioni barbariche. I contadini lasciavano le proprie terre e diminuivano drasticamente le eccedenze alimentari da importare a Roma. Nonostante i ripetuti tentativi da parte del governo centrale di creare nuovi insediamenti agricoli e di incentivare il reperimento di mano d’opera anche tra i prigionieri di guerra, vastissimi territori, e non solo nelle aree di confine, vennero definitivamente abbandonati.

Le ripercussioni di questo stato di tensione si fecero sentire, con esiti ancor più gravi, nel settore dell’artigianato e del commercio. Se infatti i contadini erano facilmente rimpiazzabili, trovare un buon fabbro o un esperto scalpellino era assai più difficoltoso. In Gallia, nelle regioni renane e in quelle danubiane vennero meno le secolari tradizioni artigianali, e i commerci subirono un improvviso arresto: nessuno si arrischiava a viaggiare se non in un ambito strettamente locale. La situazione era così grave che il governo di Roma, per provvedere ai rifornimenti delle forze armate, dovette improvvisare dal nulla industrie d’armi e tessili, obbligando con la forza gli artigiani locali a collaborare. Le province orientali, e soprattutto quelle africane, meno colpite dalle invasioni barbariche, riuscirono al contrario a mantenere un alto grado di prosperità.

Nel 237, anno terzo dell’Impero di Massimino, ebbe inizio una violenta rivolta nell’Africa Proconsolare. Il procuratore di quella provincia, uomo rapace e di pochi scrupoli, avendo ben chiaro che il sistema della confische rappresentava una delle procedure più redditizie per le casse imperiali, impose un’onerosa ammenda ad alcuni giovani esponenti dell’aristocrazia africana, attraverso la quale essi sarebbero stati privati di buona parte del loro patrimonio. Questo evento innescò una violenta reazione: nei tre giorni di dilazione ottenuti dal procuratore, i capi della rivolta organizzarono un piccolo esercito di schiavi e contadini, armati di scuri e bastoni. In occasione di un’udienza ufficiale il procuratore venne assassinato e la città di Thysdrus occupata. Ultimo atto della rivolta fu l’acclamazione ad Augustus del proconsole d’Africa, Marco Antonio Semproniano Gordiano, il vero garante della giustizia in terra d’Africa.

Gordiano I Africano. Denario, Roma 238 d.C. Ar. 3,4 gr. R – ROMAEAETERNAE, assisa su scudo, verso sinistra, palladio e lancia.

Gordiano I Africano. Denario, Roma 238 d.C. Ar. 3,4 gr. R – ROMAE.AETERNAE, assisa su scudo, verso sinistra, palladio e lancia.

Gordiano aveva da poco oltrepassato gli ottant’anni, ed era al culmine della carriera politica. L’improvvisa ascesa alla porpora imperiale colse alla sprovvista l’anziano proconsole: il suo primo atto ufficiale fu l’elevazione del proprio figlio al rango di Augustus; in una lunga lettera inviata al Senato di Roma, i due imperatori esposero, con toni pacati e rassicuranti, le proprie intenzioni: la generosità e la scarsa pressione fiscale vennero opposte alla durezza di Massimino. La risposta romana fu immediata: l’uccisione del praefectus praetorio Vitaliano e l’immediato riconoscimento dei Gordiani da parte del Senato lascerebbero sospettare l’ipotesi di un complotto, o comunque che nell’Urbe alcuni esponenti dell’aristocrazia seguissero con particolare sollecitudine gli avvenimenti africani. Appena tre settimane dopo, il governatore della Numidia, Capeliano, fedelissimo di Massimino, avanzò con le sue truppe, un piccolo manipolo di veterani supportato da un contingente di barbari, verso Cartagine, sede provvisoria della nuova corte imperiale. Il giovane Gordiano morì nello scontro, mentre il padre, alla notizia della morte del figlio, si tolse la vita.

Alla morte dei due Gordiani, avvenuta nel febbraio o nel marzo del 238, il Senato di Roma, preoccupato del vuoto di potere e soprattutto delle possibili reazioni delle legioni, presso le quali oramai da mesi serpeggiava un senso di generale malcontento, assunse in maniera insospettata e con gran decisione la direzione del governo.

Pupieno. Sesterzio, Roma 238 d.C. Æ, 19,2 gr. D – IMPCAESMCLODPVPIENVSAVG, Testa drappeggiata, corazzata verso destra.

Pupieno. Sesterzio, Roma 238 d.C. Æ, 19,2 gr. D – IMP.CAES.M.CLOD.PVPIENVS.AVG, Testa drappeggiata, corazzata verso destra.

I senatori, riuniti nel tempio di Giove Capitolino, dopo una concitata assemblea nominarono imperatori Pupieno Massimo e Calvino Balbino, attribuendo loro i medesimi poteri e la stessa titolatura. I due personaggi risultavano profondamente differenti per indole e attitudine: Balbino era di nobili natali, era uno stimato oratore e un magistrato che con liberalità e rettitudine aveva governato numerose province dell’Impero. Pupieno Massimo, al contrario, di condizione sociale più bassa, era un rude militare che si era guadagnato rispetto e onori sui campi di battaglia, in particolar modo nelle campagne contro Sarmati e Germani: di lui il popolo apprezzava il modo semplice di vivere che non mutò nemmeno dopo aver assunto la toga senatoriale. Due uomini diversi ma complementari, nei quali il Senato aveva riconosciuto l’importanza di coniugare la mitezza nella giurisdizione civile a una maggiore decisione del potere militare.

Nel momento in cui il Senato conferiva sul Campidoglio la porpora imperiale ai due nuovi personaggi, una sedizione popolare turbava la cerimonia costringendo il Senato ad associare a Pupieno e a Balbino il tredicenne Gordiano, nipote dei due Gordiani che si erano opposti a Massimino. Alla notizia della rivolta, Massimino, che non si era mai degnato di visitare Roma, si mise alla testa del suo esercito e marciò alla volta della capitale. Rimase tuttavia invischiato nell’assedio di Aquileia, dove trovò la morte per mano dei soldati della Legio II Parthica. La morte del comune nemico, tuttavia, non sortì effetti benefici, ma peggiorò la situazione politica, aumentando i contrasti tra i due imperatori eletti dal Senato e seminando il malcontento tra le truppe pretoriane, che si vedevano escluse dal gioco politico. Pupieno e Balbino furono assassinati e i pretoriani acclamarono imperatore Gordiano III.

L’ascesa al trono di Gordiano III venne salutata come l’inizio di una nuova era di pace, giustizia e stabilità, soprattutto dalle classi

Balbino. Antoniniano, Roma 238 d.C. Ar. 5,3 gr. R – CONCORDIAAVGG, stretta di mano.

Balbino. Antoniniano, Roma 238 d.C. Ar. 5,3 gr. R – CONCORDIA.AVGG, stretta di mano.

agiate, sia italiche sia provinciali, per le quali l’eliminazione di Massimino il Trace rappresentava la migliore garanzia di un ritorno alla normalità.

Alle spalle del giovanissimo imperatore era un folta schiera di senatori e di personalità del governo, tra i quali emergeva l’energico prefetto del pretorio Timesiteo: a suggellare l’intesa politica e i comuni intenti, Gordiano ne prese in moglie la figlia, Furia Sabina Tranquillina. Ma la tanto sospirata pace ebbe brevissima durata; all’orizzonte si profilavano oscure e minacciose nubi: sul fronte danubiano facevano la loro riapparsa Daci, Carpi e Goti, mentre a Oriente i Persiani, guidati da Ardaxšīr I e Šāpūr I, premevano lungo la linea di confine, mettendo in serie crisi la stabilità dell’Impero.

Nel 242 d.C. Gordiano III, consigliato da Timesiteo, apprestò un esercito per avviare una campagna militare sul fronte orientale: a Roma venne solennemente aperto il tempio di Giano, dio della guerra, a indicare l’inizio delle ostilità. L’anno seguente fu recuperata la Siria e, oltrepassato l’Eufrate, riconquistata la città di Carre e liberata la Mesopotamia dai Persiani. Lo stesso anno moriva Timesiteo, e la carica di prefetto passò a un suo stretto collaboratore,  Marco Giulio Filippo, originario della provincia d’Arabia. La campagna militare non subì battute d’arresto, ma proseguì secondo i piani prestabiliti: la tappa successiva doveva essere la conquista di Ctesifonte, ma l’esercito romano venne sbaragliato nella battaglia di Mesiche, località identificata con il sito di Anbar, presso l’attuale Falluja, dove trovò la morte lo stesso Gordiano III. Secondo altre fonti – meno credibili – egli sarebbe stato ucciso da Filippo, che, acclamato imperatore dall’esercito, si preoccupò di stipulare un frettoloso trattato di pace con i Persiani.

Sarcofago di Acilia. Particolare, statua in rilievo del giovane Gordiano III. Marmo, 235 d.C. ca. Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme.

Sarcofago di Acilia. Particolare, statua in rilievo del giovane Gordiano III. Marmo, 235 d.C. ca. Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme.

Principes pueri, imperatori bambini: verso la fine del IV secolo l’ascesa al trono di ragazzi veniva guardata da più parti con paura e perplessità, per l’insicurezza politica e l’instabilità che, in assenza di tutori o colleghi di età adulta, poteva ripercuotersi sull’Impero. I dinasti fanciulli non furono tuttavia una caratteristica del tardo-impero. Già Alessandro Severo era salito al potere poco più che bambino, ma si trovava sotto il saldo controllo della madre e della nonna; l’ascesa al potere era stata determinata dall’abile tentativo di stabilire un senso di continuità con la dinastia severiana: dietro di lui e insieme a lui si muovevano insomma intelligenti menti politiche, una famiglia, alleanze complesse.

Gordiano III, indubbiamente princeps puer, fu scelto per la nobiltà del nome e per le memorie che suscitavano i primi due Gordiani, zio e nonno dell’imperatore bambino e protagonisti della rivolta africana che aveva aperto la via alla “rivoluzione” senatoria contro Massimino il Trace. La nobiltà della famiglia evocava infatti il passato più glorioso di Roma: Gordiano I era soprannominato l’Africano, un appellativo che richiamava volutamente la grandiosissima figura di Scipione. I Gordiani aveva evidentemente saputo coltivare con abilità questa preziosa eredità di autorevolezza e di nobiltà.

Il giovane Gordiano fu dunque, per il Senato, una figura ideale per rappresentare simbolicamente tutte le glorie di Roma. Non sappiamo con certezza quanti anni avesse esattamente questo imperatore “fantoccio” quando fu condotto in Senato, rivestito della porpora imperiale e proclamato Caesar: le fonti oscillano tra undici, tredici e sedici anni.

Se guardiamo a queste età attraverso il filtro della società attuale, esse ci sembrano tutte assurdamente giovanili: non esistono paesi dove un sedicenne abbia diritto al voto e non vi è in sostanza una grande differenza tra un undicenne e un sedicenne dal punto di vista dei diritti e delle responsabilità che possono essergli attribuite. Si è però osservato che al giorno d’oggi il tempo dell’infanzia e della minorità si è notevolmente allungato non solo rispetto all’età romana, ma anche a epoche più recenti: Carlo V fu imperatore a quindici anni e non è certo passato alla storia come un princeps puer. Nella società antica le possibilità di un adolescente di “contare” nella vita pubblica erano in realtà assai più numerose, nonostante le fasce d’età fossero rigidamente regolate.

Gordiano III. Dupondio, Viminacium, 240 d.C. Æ, 7,5 gr. R – PMSCOLVIM, Moesia stante verso sinistra, gli stendardi della Legio VII Claudia e della Legio IIII Flavia, toro e leone.

Gordiano III. Dupondio, Viminacium, 240 d.C. Æ, 7,5 gr. R – PMSCOLVIM, Moesia stante verso sinistra, gli stendardi della Legio VII Claudia e della Legio IIII Flavia, toro e leone.

Non fu tuttavia solo l’età a mancare, quanto soprattutto una copertura familiare: mancando una guida autorevole, o una dinastia ben strutturata, le redini del comando venivano di fatto a trovarsi nelle mani di quelli che oggi definiremmo i “poteri forti”. Non è un caso che la storia del regno di Gordiano III sia segnata soprattutto dalle vicende di una delle più importanti cariche dell’Impero, la prefettura del pretorio.

Il momento di volta del regno di Gordiano è rappresentato dal matrimonio nel 241 con Furia Sabina Tranquillina, la figlia di Timesiteo, il praefectus praetorio al quale si deve una svolta autoritaria e “decisionista” giustificata dagli eventi. È bene ricordare tuttavia che il giovane imperatore prese parte in prima persona alla grande spedizione orientale.

Gli ultimi mesi di Gordiano III in Oriente sono assai confusi. Dopo la morte, per malattia, di Timesiteo, le ostilità furono proseguite anche da Marco Giulio Filippo, nuovo prefetto del pretorio e futuro imperatore. Egli avrebbe ucciso Gordiano III dopo averlo isolato e privato di qualsiasi potere; una tradizione alternativa ci informa che l’imperatore cadde in battaglia.

La prima versione sulla fine di Gordiano risale ovviamente a una tradizione estremamente ostile nei confronti di Filippo l’Arabo. I particolari sulla fine del giovane imperatore sono inquietanti: dopo essersi reso conto del favore che Filippo andava raccogliendo presso un esercito scontento delle vicende belliche, Gordiano avrebbe cercato di venire a patti con il nuovo prefetto del pretorio. Egli avrebbe prima chiesto a Filippo una spartizione equa del potere. Al suo rifiuto, chiese di poter ribaltare i ruoli ed essere lui il prefetto di Filippo, ma gli fu negato. Poi pregò di essere tenuto come generale presso Filippo, e su questa proposta si dice che Filippo abbia tentennato, ma poi deciso altrimenti: l’imperatore fu quindi allontanato come un postulante, spogliato e ucciso.

Busto di Gordiano III. Marmo, 242-244 d.C. da Gabii. Musée du Louvre.

Busto di Gordiano III. Marmo, 242-244 d.C. da Gabii. Musée du Louvre.

Sembra tuttavia più attendibile la versione che vuole Gordiano III morto in battaglia: la fine iniqua e poco dignitosa sarebbe una leggenda costruita a posteriori per screditare Filippo. Un dato certo è invece lo sfruttamento da parte di Filippo l’Arabo della memoria di Gordiano III. Responsabile o meno della sua morte, Filippo fu molto attento a onorarne in modo consono la memoria. Le statue furono lasciate al loro posto, il suo nome non venne cancellato dai monumenti e dai documenti imperiali. Non solo dunque non vi fu damnatio memoriae, la cancellazione di ogni ricordo della sua persona, ma Gordiano ricevette addirittura la massima onorificenza degli imperatori defunti, l’apoteosi.

I soldati lo celebrarono innalzando un cenotafio sul luogo della morte. Ci è tramandato il testo dell’iscrizione, quasi certamente inventato di sana pianta, ma non per questo meno arguto. Vi sarebbe infatti stato scritto «al divo Gordiano, vincitore dei Persiani, dei Goti, dei Sarmati, ma non dei Filippi».

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