La crisi del III secolo

in AA.VV., De Agostini – Storia, Civiltà e Vita ai tempi di ROMA ANTICA, Novara 2002, n. 22, 116 sgg.

Gli storici sono concordi nel ritenere che il III secolo sia stato il secolo della grande crisi del mondo antico, il momento in cui le contraddizioni, i contrasti, i precari equilibri del primo impero conflagrarono, per poi trovare una nuova, originale composizione. Cercare di spiegare i motivi e le dinamiche di questa crisi non è semplice, dal momento che investì gli strati profondi dello Stato romano e ragioni diverse si intersecarono fra di loro in un groviglio quasi inestricabile.

Certo è che un evento fondamentale dovette essere la grande siccità dell’Asia centrale: gli Unni, stanziati in quelle regioni, furono spinti a spostarsi verso Occidente e a incalzare gli Slavi, e questi si ritirarono a loro volta ancora più a Ovest, andando ad occupare territori abitati da tribù germaniche, vissute fino a quel momento lungo il confine dell’Impero. Fu per trovare nuovi spazi che queste ultime tribù iniziarono quel processo di erosione del confine renano e danubiano, noto con il nome di “invasioni barbariche”. Avvisaglie di questo fenomeno si erano già manifestate nel secolo precedente, quando Marco Aurelio e Lucio Vero avevano dovuto contenere la spinta offensiva di Quadi e Marcomanni prima (167-175) , di Germani e Sarmati poi (169-175). L’episodio era rimasto tuttavia limitato e isolato, mentre nel corso del III secolo non lo fu più.

Bassorilievo dal sarcofago di Portonaccio. Marmo, fine II secolo d.C. Dettaglio, guerriero barbaro e consorte. Museo di Palazzo Massimo alle Terme.

Bassorilievo dal sarcofago di Portonaccio. Marmo, fine II secolo d.C. Dettaglio, guerriero barbaro e consorte. Museo di Palazzo Massimo alle Terme.

I pericoli non venivano soltanto dall’area nord-orientale. I Parti, eterni nemici di Roma minacciarono nuovamente il confine orientale, inducendo prima Settimio Severo a un’azione di guerra (197-198) e, in seguito, Caracalla e Macrino a caute trattative diplomatiche, fin quando sotto Alessandro Severo vennero assoggettati dai Persiani (228 ca.).

Per Roma questo significò soltanto cambiare interlocutore: non più la Parthia degli Arsacidi, ma la Persia dei Sassanidi. È contro questi ultimi che dovette combattere Gordiano III nel 242. Dell’aiuto prestato a Roma contro i Persiani approfittò Odenato, re di Palmira, il quale estese la sua influenza sull’Egitto e si fece riconoscere il rango di dux Romanorum e corrector totius Orientis. Alla sua morte, la moglie Zenobia assunse il potere su un regno che aveva strappato all’Impero anche alcune regioni orientali dell’Asia Minore e parte del territorio compreso tra la Siria e il confine del regno persiano. Occorsero alcuni anni e un forte impegno militare perché Roma rientrasse in possesso delle aree che le erano state sottratte.

Nel frattempo anche l’Occidente vacillava. Nel 238 i proprietari terrieri delle zone di Thysdrus, nell’Africa Proconsolare, oppressi dal fisco e dalla leva, si ribellarono a Roma e armarono i loro coloni e i loro schiavi. L’esercito romano soffocò la rivolta in Africa, ma non poté impedire che dilagasse in Italia e raggiungesse addirittura Roma, prima di essere definitivamente repressa. Pochi anni dopo, nel 260, furono le province galliche a insorgere sotto la guida di Postumo, un generale indigeno che in breve tempo coinvolse nella propria causa anche la Britannia e la Spagna, fondando l’imperium Galliarum. Per tredici anni l’asse Gallie-Britannia-Spagna sfuggì a Roma, che ne rientrò in possesso nel 273 per perderlo nuovamente tempo dopo, nel 286, per effetto della sollevazione del comandante della flotta, Carausio, e dell’insurrezione dei Bagaudae.

Se in tutti questi casi Roma aveva ritenuto opportuno e possibile organizzare un’azione militare per il recupero di quei territori che tentavano di sottrarsi o venivano sottratti al suo Impero, di fronte alla secessione della Dacia transdanubiana nel 270-271 non oppose resistenza.

Il quadro così tracciato autorizza alcune considerazioni. È evidente che Roma, nel III secolo d.C., si trovò a dover contrastare

Claudio II Gotico. Antoniniano, Milano 270 d.C. Ar. 2,92 gr. D – DIVOCLAVDIO, testa radiata, verso destra.

Claudio II Gotico. Antoniniano, Milano 270 d.C. Ar. 2,92 gr. D – DIVOCLAVDIO, testa radiata, verso destra.

nemici esterni che premevano su più fronti. Per poter far questo, doveva puntare sul suo esercito, ampliandolo numericamente, modificandolo nella struttura e nel reclutamento, trasformandone le tattiche e la dislocazione. Laddove queste misure si rivelarono insufficienti, si ricorse ai mercenari, unità etniche composte o da prigionieri barbari o da volontari, comunque non inquadrati nell’esercito romano. Costoro offrivano il duplice vantaggio di integrare le file dell’esercito e di familiarizzare i Romani con armature e tattiche loro estranee (si pensi ai cataphractarii e ai clibanarii, formazioni di cavalleria pesante d’assalto, arruolate da Alessandro Severo). È evidente che la maggiore importanza assunta dall’esercito mutò la posizione di questo nell’ambito dello Stato, garantendogli un posto migliore nella scala sociale. Molti imperatori vennero acclamati dalle truppe, non sempre con la legittimazione del Senato. Così fu per Settimio Severo, Macrino, Elagabalo, Alessandro Severo, Massimino, Gordiano III, Treboniano Gallo, Emiliano, Valeriano, Claudio il Gotico, Aureliano, Caro, Diocleziano, Di questi Elagabalo, Alessandro Severo, Gordiano III, Treboniano Gallo, Claudio il Gotico e Aureliano non ebbero la ratifica del Senato. Lo scenario dell’investitura imperiale mutava così rispetto ai primi due secoli dell’Impero, creando un’ulteriore incrinatura in un sistema collaudato, e s’interrompeva il criterio di successione dinastica. Ma non è tutto. Il bisogno di mantenere un esercito permanente e che andava continuamente incoraggiato con premi e donativi costringeva lo Stato a destinare a questo una porzione sempre più grande delle proprie entrate, e d’altra parte a cercare di aumentare tali entrate. Questo non era possibile se non con un forte inasprimento fiscale, che inizialmente andò a gravare solo sulle province (con l’esclusione di quei territori che avevano ricevuto lo ius Italicum, vale a dire un speciale esenzione che equiparava il suolo provinciale al suolo italico, sino ad allora non soggetto a tributo), in particolare su quelle più ricche, dove avevano estese proprietà molti senatori. In questa prospettiva è dunque possibile leggere la rivolta scoppiata nel 238 in Africa Proconsolare e sempre in questa prospettiva si può interpretare l’insurrezione dei Bagaudae nel 286, in Gallia, anch’essa già ricordata, sebbene in questo caso a ribellarsi fossero soprattutto i contadini. Ma l’esigenza di più cospicue entrate a un certo momento non risparmiò neppure l’Italia, accelerando quel processo di provincializzazione che sarebbe culminato nella riforma amministrativa di Diocleziano, a definitivo suggello del mutato ruolo della nostra penisola.

Eques Cataphractarius romano del III secolo d.C. Illustrazione di A. Ezov.

Eques Cataphractarius romano del III secolo d.C. Illustrazione di A. Ezov.

In questo senso si erano manifestate alcune avvisaglie già sotto Adriano, quando l’imperatore aveva suddiviso l’Italia in quattro distretti giurisdizionali, affidati a quattro consulares (cioè ex consoli); il processo era poi proseguito sotto Marco Aurelio con la creazione di quattro iuridices, con competenze analoghe ai predecessori; si era quindi arrivati con Caracalla da una parte all’istituzione del corrector Italiae, una sorta di amministratore o addirittura di governatore dell’Italia peninsulare; dall’altra all’istituzione dell’annona militaris, una nuova imposta in natura al pagamento della quale contribuivano non solo i provinciali, ma ora anche gli Italici (gli abitanti della Lucania, ad esempio, partecipavano attraverso l’invio di caro porcina, cioè carne di maiale, di cui la regione era particolarmente ricca). L’ultimo atto, prima di Diocleziano, venne siglato da Massimino il Trace che, sia pur per un periodo limitato, arrivò tuttavia all’idea di suddividere l’Italia in regioni (dieci in tutto) a capo di ciascuna delle quali pose dei vigintiviri da lui nominati a scopo di difesa, nel cruciale anno 238. L’inasprimento della fiscalità si era manifestata sotto forme diverse. Alle tasse regolari costituite dai già gravosi tributum capitis e tributum soli, tasse che colpivano rispettivamente la persona e il suolo, si erano aggiunte da una parte nuove forme di tassazione, come l’annona militaris, dall’altra le già esistenti forme di tassazione irregolare – come la vicesima hereditatum (cioè una tassa di successione del 20%) e la vicesima libertatis (tassa sulle manumissiones del 20%) – erano state estese a coloro che con la Constitutio Antoniniana erano entrati a far parte della cittadinanza romana. Sembra inoltre che fossero state raddoppiate, se diamo ascolto a quanto racconta lo storico Dione Cassio. Come se questo non fosse sufficiente, alle esazioni in denaro cominciarono poi ad affiancarsi sempre più pesantemente le esazioni in natura.

Ma a questo motivo di crisi economica occorre aggiungerne almeno altri due. Al primo posto va ricordato che la certezza di disporre di forza-lavoro in modo illimitato crollò miseramente nel corso del III secolo: ne furono causa la necessità di un sempre maggiore arruolamento, la ipermortalità durante le innumerevoli guerre e ribellioni, e le epidemie. La peste, che si diffuse alla fine del regno di Marco Aurelio e che fu causa della morte dello stesso imperatore, non rimase purtroppo un fenomeno isolato: un nuovo contagio, sotto l’imperatore Probo, decimò una popolazione già decurtata dalle continue guerre.

In secondo luogo non si può trascurare che anche l’industria e il commercio subirono un forte contraccolpo a causa delle guerre, le quali provocarono da una parte un impoverimento generale, e quindi una diminuzione della richiesta, dall’altra una contrazione dei commerci per le condizioni di grande insicurezza.

Statuetta di Giove Dolicheno, Granito, III secolo d.C. Bad Deutsch-Altenburg, Museum Carnuntinum.

Statuetta di Iuppiter Dolichenus. Terracotta, III secolo d.C. Bad Deutsch-Altenburg, Museum Carnuntinum.

Era fatale che tutto questo avesse forti ripercussioni anche sul piano religioso. In una cultura, come quella romana, in cui la pax deorum, cioè il rapporto armonioso tra uomo e dèi, era rispecchiata dalla felicitas imperii, cioè dalle sorti fortunate dell’Impero, era implicito che l’insuccesso, la sconfitta, il disordine scuotessero fin dalle fondamenta la fede religiosa. Di fronte a tale incrinarsi del sereno rapporto con gli dèi le reazioni furono di tipo diverso: o di fuga verso religioni consolatorie, misteriche, soteriologiche (in questa chiave si può leggere la diffusione di alcuni culti di provenienza orientale come il mitraismo e lo stesso cristianesimo), o di condanna verso quello che veniva additato come il culto che avrebbe provocato l’ira degli dèi, cioè il monoteismo cristiano (di qui le persecuzioni dei cristiani, come quella di Massimino il Trace, di Decio, di Valeriano, in ultimo di Diocleziano) o di tentativi sincretistici (come quello costituito dal culto di Iuppiter Dolichenus o dalla politica religiosa di Filippo l’Arabo).

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3 commenti su “La crisi del III secolo

  1. vincenzo nuzzo ha detto:

    Complimenti vivissimi per questo articolo e tutti quelli che hai scritto ultimamente su questo tema. Ti seguo molto da vicino anche perchè ciò che scrivi è molto prossimo alle ricerche che sto facendo, entro il mio dottorato in filosofia, sui rapporti tra pensiero moderno (specie Edith Stein) e pensiero antico (specie Proclo e neoplatonismo). I chiarimenti che offri su questo cruciale periodo della storia sono per me di enorme importanza. Grazie! Sarei lieto di ospitare qualche tu articolo sul mio blo cieloeterra. Da tempo mi piacerebbe che diventasse una specie di luogo di incontro di idee (più che un luogo monocorde), insomma una specie di rivista. Che ne pensi?. Saluti, Vincenzo Nuzzo

    • Francesco C.90 ha detto:

      Ti ringrazio per l’apprezzamento 🙂 come noterai, ultimamente, fra le altre cose, mi sto interessando molto degli eventi convulsi di questo periodo storico.. e visto che l’hai citato, mi offri il destro per cercare qualche appunto su Probo 😉
      Approvo la proposta che mi hai rivolto, anche perché è in sintonia con lo spirito del mio blog.
      A presto.
      Buona settimana, Francesco.

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