Massimino, il ‘barbaro’ che difese l’Impero

di AA.VV., De Agostini – Storia, Civiltà e Vita ai tempi di ROMA ANTICA, Novara 2002, n. 21, pp. 81-85.

 

La dinastia severiana, nonostante le sue contraddizioni, aveva rappresentato nel complesso un periodo di stabilità politica e di ripristino di favorevoli condizioni economiche per l’Impero. Il periodo di anarchia politica che succedette ed ebbe effetti devastanti sulla compagine stessa dell’Impero, innescando un processo di regressione economica, fatto non nuovo nel mondo romano, ma acuito dalle continue invasioni barbariche. Le fonti storiche e letterarie relative a questo periodo sono confuse e frammentarie, tanto che risulta assai difficile per gli storici ricostruirne con esattezza le convulse vicende; nel complesso emerge un quadro di estrema incertezza per il futuro, di una profonda inquietudine che scuoteva la granitica certezza dell’invincibilità di Roma.

La critica storica moderna tende a ridimensionare il quadro negativo offerto dalle fonti, e soprattutto l’idea di una crisi totale e dagli effetti disastrosi: se è vero che l’incertezza politica regnava sovrana e i confini erano perennemente in tensione, tuttavia la crisi non colpì allo stesso modo tutte le parti dell’Impero. Sicuramente le più svantaggiate furono le province occidentali, dove più si faceva sentire il peso delle invasioni, mentre nelle province orientali e soprattutto in quelle africane la vita continuò a prosperare sino a tutto il IV secolo. Ma al di là di queste differenze regionali è comunque certo che i decenni centrali del III secolo misero in serio pericolo la sopravvivenza dell’Impero come organismo unitario, sia dal punto di vista politico sia da quello socio-economico.

La crisi finanziaria fu allo stesso tempo causa ed effetto dell’indebolimento politico: lo Stato sosteneva spese enormi, soprattutto per il mantenimento dell’esercito e il finanziamento di campagne militari. Le tassazioni rappresentavano una misura per far fronte alle continue spese. I contadini da una parte, le borghesie provinciali dall’altra vennero a poco a poco spogliate, attraverso requisizioni in natura e tassazioni straordinarie. Nelle province le ribellioni si moltiplicarono. Lo Stato, per esercitare la sua oppressione, doveva appoggiarsi ai soldati, favorendone in tal modo le richieste e l’indisciplina. L’esercito acquistava forza e l’amministrazione militare iniziava a immischiarsi pericolosamente nella gestione stessa dello Stato: l’Impero si trasformava in una monarchia militare.

Massimino il Trace in toga. Busto, marmo, 235-238 d.C. Roma, Musei Capitolini.

Massimino il Trace in toga. Busto, marmo, 235-238 d.C. Roma, Musei Capitolini.

Disordine interno e minacce esterne contribuirono in ugual misura a caratterizzare il cinquantennio più convulso della storia di Roma, il cui fenomeno più appariscente fu il pullulare di “usurpatori”, che con la forza delle armi si contesero la suprema carica dello Stato. Il Senato, nonostante i tentativi di difendere le sue prerogative, non riuscì ad esercitare un potere reale e a garantire una legale successione al trono. Il primo imperatore a dare avvio alla lunga sequela di effimeri regni che si susseguirono nel corso del cinquantennio fu Massimino il Trace, ufficiale di rango equestre acclamato imperatore dalle sue truppe agli inizi di marzo del 235, presso Mogontiacum. Al Senato, nonostante le fondate remore, non restò che sanzionare ufficialmente ciò che ormai era un dato di fatto. Il nuovo imperatore, esperto unicamente nell’arte bellica, iniziò la sua politica di rafforzamento del potere attraverso lauti donativi ai soldati, eliminando chiunque rappresentasse un ostacolo sul proprio cammino. Numerosi quanto inutili furono i tentativi di congiura messi in atto da generali appoggiati dal Senato, che mal si adattava a sopportare l’onta di un imperatore-soldato. La seconda mossa riguardò la difesa dell’Impero. Con rapida decisione attraversò il Reno alla guida dell’esercito radunato dal suo predecessore e conseguì un’altrettanto rapida vittoria: il colpo inferto agli Alamanni e alle tribù alleate fu così duro da costringerli alla resa senza condizioni. La risonanza della vittoria gli procurò il titolo onorifico di Germanicus Maximus, mentre il figlio Massimo venne proclamato Caesar. L’anno seguente si recò in Pannonia, dove si impegnò vittoriosamente contro i Sarmati e i Daci. In poco più di due anni Massimino riuscì a ripristinare l’ordine lungo il confine renano e danubiano, i più instabili dell’Impero. Il regime autoritario instaurato da Massimino provocò un odio feroce da parte della popolazione, fomentato ad arte dal Senato, che non attendeva altro che l’occasione favorevole per deporlo.

Mentre Massimino si preparava, dal suo quartiere generale a Sirmium, a un ultimo grandioso attacco che si poneva come obiettivo la definitiva sottomissione di tutte le popolazioni germaniche, la situazione interna precipitò. Improvvisa gli giunse la notizia che, a seguito di una rivolta in Africa, era stato acclamato imperatore insieme al figlio il proconsole d’Africa, Marco Antonio Semproniano Gordiano. Massimino e il figlio vennero proclamati nemici pubblici. La morte dei Gordiani, solo tre settimane, non segnò la fine della rivolta, ormai appoggiata dal Senato, dal popolo di Roma e dalla maggior parte delle province. Il senato designò come imperatori Pupieno e Balbino, mentre il popolo di Roma oppose loro un candidato prescelto dalla famiglia dei Gordiani, anche se appena tredicenne. Massimino si mise immediatamente in marcia verso l’Italia alla testa del suo esercito, ma rimase bloccato nell’assedio di Aquileia: la difesa della città era stata predisposta nei minimi particolari e contingenti militari erano stati inviati da ogni parte d’Italia.

La mancanza di prospettive della spedizione fu fatale a Massimino, che nel 238 fu ucciso dalla II Legio Parthica. La morte dell’usurpatore non ristabilì l’ordine, ma acuì i dissapori interni tra gli imperatori eletti dal Senato e i pretoriani, esclusi dalle lotte politiche. Nello stesso anno Pupieno e Balbino vennero trucidati, e i pretoriani acclamarono imperatore Gordiano III.

Al primo rappresentante del periodo definito «dell’anarchia militare» è rimasto ancora oggi attaccato un nomignolo che si riferisce in maniera non limpida  all’appartenenza etnica. Una tradizione storiografica a lui marcatamente ostile ha dunque lasciato un segno profondo. Lo storico più affidabile sul triennio di Massimino, Erodiano, si sofferma sulla provenienza dell’imperatore da una popolazione tracica fortemente mischiata e commista a elementi barbarici: «Per natura barbaro nel costume, come nella stirpe». Fortemente ostile a Massimino, Erodiano si limitò a gettare discredito sulle origini dell’imperatore odiato, ma non arrivò ad affermare una diretta appartenenza etnica di Massimino al mondo gotico o alano. Ciò avverrà tempo dopo, quando l’ignoto autore dell’Historia Augusta attingerà ad Erodiano e ad altre fonti vicine al Senato, e “inventerà” per Massimino un padre goto, di nome Micca, e una madre alana, Hababa: un barbaro a capo dell’Impero.

Massimino il Trace. Denario, Roma 236 d.C. Ar. 3,7 gr. D – MAXIMINVSPIVSAVGGERM, Testa laureata, drappeggiata e corazzata verso destra.

Massimino il Trace. Denario, Roma 236 d.C. Ar. 3,7 gr. Dritto: Maximinus Pius Aug(ustus) Germ(anicus); testa laureata, drappeggiata e corazzata verso destra.

A questi dati la tradizione aggiunge altri particolari che accentuano e colorano ulteriormente l’aspetto “barbaro” di Massimino: alto più di due metri, era di enorme potenza fisica, e poteva, ad esempio, indossare un braccialetto della moglie come anello. A queste proporzioni si sposava ovviamente una vigoria e una forza bruta senza pari: poteva trainare un carro a forza di braccia, abbattere un cavallo con un pugno, frantumare massi a mani nude e via dicendo. Dopo l’ascesa all’Impero, Massimino avrebbe cercato di cancellare ogni traccia delle sue origini, uccidendo compagni di gioventù e chiunque fosse al corrente del suo passato. La sua attività come imperatore sarebbe inoltre stata contraddistinta da guerre inutili se non dannose per l’Impero e da crudeli rappresaglie contro il Senato. La rivolta dei Gordiani in Africa sarebbe stata dunque la prima scintilla di un malcontento generale.

Il profilo di Massimino imperatore ci giunge profondamente falsato da una tradizione ostile. Sulla sua giovinezza, invece, dobbiamo constatare una certa simpatia anche nelle fonti più malevole: nessuno nega che fosse un ottimo soldato. Da adolescente fu notato da Settimio Severo che incoraggiò la sua carriera militare. Questa andò avanti brillantemente e Massimino, sempre fedele ai Severi, conobbe un periodo di isolamento solo sotto Elagabalo. L’apice della sua carriera militare coincise con il regno di Alessandro Severo, quando gli venne affidato il comando delle reclute dell’esercito di stanza sul Reno. La stima dell’imperatore per il soldato di origine trace traspare dalle parole che Alessandro avrebbe pronunciato nel conferirgli il nuovo incarico: «Non ti ho affidato, Massimino carissimo, il comando di veterani, perché ho temuto che tu non potessi ormai più correggere i loro vizi… hai nelle mani delle reclute: fa’ loro apprendere la vita militare secondo il modello dei tuoi costumi, del tuo valore, del tuo impegno, perché tu abbia a procurarmi molti Massimini, così necessari per il bene dello Stato». Col tempo, l’inesperienza militare dell’imperatore fece ancora più risaltare i meriti e le virtù belliche di Massimino: quando l’esercito esasperato decise di liberarsi di Alessandro non vi furono esitazioni per la scelta del successore. Il triennio del suo regno fu tuttavia in seguito sottoposto a una critica feroce, certamente solo in parte condivisibile. Il suo stesso concetto di disciplina arrivò ad alienargli le simpatie dell’esercito, cui Massimino doveva tutto: un imperatore più accorto avrebbe prestato maggior attenzione agli umori dei suoi principali sostenitori.

Chi fu dunque veramente Massimino il Trace? Qualche elemento di conoscenza può provenire da un’analisi spassionata della sua attività di imperatore. Certamente fu in primo luogo un soldato e, da soldato, riteneva necessario risolvere definitivamente il problema dei confini occidentali. Condusse dunque una guerra ad oltranza contro i Germani: era in sostanza il progetto di Marco Aurelio, abbandonato da Commodo. La sua decisione di non recarsi neanche a Roma, che tanto offese e spaventò l’aristocrazia senatoria, altro non fu che la decisione, certo ingenua dal punto di vista diplomatico, di rimanere sul luogo dell’azione. La sua attività ricorda da vicino quella di una serie gloriosa di imperatore che più tardi caratterizzarono la seconda metà del III secolo: gli imperatori-soldati provenienti dall’area balcanico-illirica e che furono protagonisti della più eroica e disperata difesa dell’Impero. Questo “barbaro” fu, dunque, uno strenuo difensore della romanità.

Fonti:

D. Magie (ed.), The ‘Scriptores Historiae Augustae’ with an English translation, vol. II, Cambridge-London 1993[6], pp. 314-364.

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