L’avvento della letteratura cristiana

di G. B. Conte, Letteratura latina. Manuale storico dalle origini alla fine dell’Impero romano, Milano 1992, pp. 497 sgg.

I grandi mutamenti sociali

Mosaico con raffigurazione di damnatio ad bestias. III secolo d.C. Museo di El Djem, Tunisi.

Mosaico con raffigurazione di damnatio ad bestias. III secolo d.C. Museo di El Djem, Tunisi.

Il III secolo è un momento assai drammatico nella vita di Roma: la sopravvivenza stessa dell’Impero sembra in dubbio di fronte alle ricorrenti guerre civili – che comportavano decimazioni dei ceti dirigenti, impoverimenti del sistema produttivo nelle regioni attraversate dagli eserciti, indebolimenti delle difese che alle frontiere dovevano resistere contro la pressione dei barbari – e di fronte ai grossi cambiamenti interni (sociali, istituzionali, religiosi) che rimettevano in discussione i cardini stessi dell’ordinamento statale. Ma contro ogni aspettativa, e in maniera che ancora stupisce lo storico moderno, l’Impero riuscì ad attraversare questa che senz’altro è la sua più grave crisi prima del definitivo sfaldamento alla fine del V secolo: da essa uscì profondamente modificato, ma ben saldo, sostanzialmente riorganizzato nei punti nodali dell’apparato statale, e capace di affrontare ancora per due secoli tutti i pericoli esterni.

Una delle manifestazioni più evidenti di questa crisi è il sorgere di tendenze centrifughe e spinte separatiste, volte a sostituire le strutture centrali dello Stato con amministrazioni autonome, decentrate, che talvolta pretendono addirittura di assurgere esse stesse a dignità statale: è il caso del Regno di Palmira in Oriente e dell’imperium Galliarum in Occidente. Contro questo pericolo di sfaldamento le corti imperiali reagirono in modi diversi secondo i momenti e le possibilità. nei primi anni del secolo, la dinastia dei Severi promosse una rigorosa politica di accentramento, che si accompagnava a un processo di «democratizzazione» della società, soprattutto nelle province: particolare attenzione veniva prestata alle necessità dei ceti più poveri, mentre i rappresentanti del potere centrale si assumevano il compito di sorvegliare che i ricchi e i potenti non prevaricassero i diritti degli humiliores e pagassero con regolarità i tributi al fisco. In questa politica s’inserisce la Constitutio Antoniniana, promulgata da Caracalla nel 212, che concedeva la cittadinanza romana a tutti i liberi residenti nel territorio dell’Impero: un tentativo di sanare disparità che giuridicamente e di fatto costituivano il presupposto di numerose iniquità amministrative.

Con la fine della dinastia dei Severi, nel 235, si apre il periodo più confuso di questo tormentato secolo, caratterizzato da un numero grandissimo di imperatori che rimangono in carica pochi mesi o addirittura solo pochi giorni, si contrappongono l’uno all’altro, danno vita a effimere amministrazioni e ad ancor più effimeri progetti politici. In questa situazione di disordine prevalgono naturalmente gli interessi particolari, le istanze regionali, le urgenze economiche o militari delle diverse zone dell’Impero, che cercano di risolvere da sole i problemi che il potere centrale non è più in condizioni di affrontare con interventi concreti e credibili. Particolarmente sensibile è il distacco politico-amministrativo e culturale tra Occidente e Oriente, dove dalla metà del secolo compaiono rectores o correctores i quali di fatto hanno il potere su regioni assai vaste dell’Asia insidiate dall’espansionismo persiano; si creano così i presupposti di quella divisione fra pars orientis e par occidentis, e quindi fra i due imperi, che determinerà fondamentali differenze e separatezze decisive nella storia europea.

Intanto le due principali frontiere, europea e asiatica, sono sottoposte a una continua pressione, resa più grave dalla contemporaneità degli attacchi sui due fronti. Sul confine del Reno e del Danubio le popolazioni germaniche si presentano capaci di incursioni che arrivano ben dentro il territorio dell’Impero, e che vengono arrestate solo a prezzo di grossi sforzi militari e di gravi sacrifici economici; sul confine orientale il nuovo regno persiano dei Sassanidi, succeduto nel 224 a quello dei Parti, si fa protagonista di un espansionismo militare che si avvale di armi moderne ed efficaci ed è sorretto da una solida organizzazione statale, da una fiorente economia e da un’indiscussa fede nei destini imperiali della nazione. Nello stesso tempo anche altre frontiere vengono insidiate: il confine inglese (Vallo di Adriano) dagli Scozzesi e i territori africani dalle popolazioni provenienti da sud.

L’importanza che in questa situazione aveva assunto l’esercito, garante della sopravvivenza dello Stato, non fu priva di conseguenze per tutta l’organizzazione dell’Impero. Divenne sempre più normale che la scelta dell’imperatore fosse effettuata dalle truppe, anziché dal senato; contemporaneamente, il fatto che esperti ufficiali di carriera provenienti dai bassi ranghi dell’esercito si sostituissero ai giovani e meno giovani senatori nel comando delle truppe, anche se rispondeva all’inderogabile necessità di assicurare comandanti provetti e stimati dai loro soldati, spezzava però gli ultimi legami ancora esistenti fra il potere militare e gli organismi costituzionali, e creava di fatto un nuovo canale di reclutamento dei ceti dirigenti, destinato a essere ampiamente praticato per tutta la tarda antichità. Anche la composizione dell’esercito subì rilevanti cambiamenti: la necessità di leve militari sempre più numerose fece estendere il reclutamento ai cittadini di tutto l’Impero e perfino ai barbari che fossero disposti a militare sotto le insegne di Roma: di qui una mobilità sociale che vede soldati arabi arrivare fino al soglio imperiale e, in generale, militari, anche nati fuori dall’Impero, percorrere invidiabili carriere e occupare cariche di fondamentale rilevanza.

Quanto ai problemi economici, essi erano in gran parte connessi con quelli militari: le campagne si spopolavano; le città costituivano un rifugio più sicuro, per le mura che le cingevano (perfino Roma, la capitale, avvertì il bisogno di circondarsi di una nuova cinta di mura sotto Aureliano), ma erano esposte agli assedi e ai saccheggi; le vie di comunicazione erano insicure, e ne derivò una generale riduzione dei commerci; la necessità di spese per difendere lo Stato dagli eserciti nemici comportò un inasprimento fiscale che mise in crisi molte attività economiche, soprattutto nei centri urbani, e la forte inflazione provocò aumenti dei prezzi che ancora una volta colpirono soprattutto le città. A questo quadro così negativo vanno aggiunte catastrofi naturali e terremoti (che colpirono anche la città di Roma) ed epidemie, più frequenti e micidiali che in altri periodi: ne consegue un impressionante calo della popolazione, che risulta in alcuni momenti quasi dimezzata rispetto alle medie dei decenni precedenti.

Questo clima di insicurezza, esteso a tutte le aree dell’Impero (e non limitato a quelle marginali, per loro natura più esposte ai

Statua di Mitra che sacrifica il toro. Marmo, 100-200 d.C. ca. Dalla collezione Borghese. Musée du Louvre.

Statua di Mitra che sacrifica il toro. Marmo, 100-200 d.C. ca. Dalla collezione Borghese. Musée du Louvre.

pericoli esterni) ebbe riflessi non secondari anche sugli aspetti più specificamente culturali. Un corretto quadro di insieme richiederebbe una trattazione congiunta della letteratura greca e di quella latina, perché in quest’epoca è ancora ben salda l’unità culturale delle due parti dell’Impero, anche nella diversità linguistica; sono abbastanza frequenti gli spostamenti di intellettuali da Oriente a Occidente, e anche più frequente è il ricorrere di temi e problematiche simili, soprattutto negli ambienti cristiani. Non va comunque dimenticato l’intenso fervore di dottrina che agita il Mediterraneo orientale, e soprattutto l’Egitto, in un periodo in cui i testi in lingua latina sembrano invece – eccezion fatta per pochi scrittori cristiani – ripetere stancamente motivi di epoche precedenti. Sul piano della speculazione filosofica, particolare importanza assumono gli sviluppi della dottrina neoplatonica, la dottrina che informerà gli ultimi secoli del paganesimo e lascerà tracce profonde anche nel pensiero cristiano; mentre le esigenze di certezze religiose e una tensione sempre più forte verso la trascendenza si manifestano nell’adesione a culti orientali e a religioni misteriche. Gli spazi della salvezza individuale, non coperti dall’antico paganesimo, vengono occupati dal culto di Mitra, da quello di Cibele, da quello di Iside, da quello solare, dal Cristianesimo. Comune a tutte queste nuove religioni era la promessa di una salvezza futura, una prospettiva di redenzione che ripagasse gli uomini della precaria e infelice esistenza terrena.

Fra tutti questi culti il più rilevante fu senz’altro quello cristiano, che nel giro di un paio di secoli riuscì a prevalere su tutti gli altri, passando da culto minoritario a religione maggioritaria nell’ambito dell’Impero. La cultura pagana non comprese, all’epoca, le particolari capacità di proselitismo di questa religione, latrice di un messaggio da cui nessuno era pregiudizialmente escluso, e più capace di offrire risposte alle esigenze avvertite dalle grandi masse: essa parve un culto superstizioso come tanti altri, magari con una strana ostinazione in più, per cui i suoi fedeli erano disposti ad affrontare persecuzioni anche dure pur di non rendere agli dèi dell’Impero le prestazioni liturgiche consuete.

Il Cristianesimo si diffonde rapidamente in tutte le zone dell’Impero, e durante il III secolo diviene una componente decisiva nell’equilibrio delle forze. Nato prevalentemente come religione urbana dei ceti subalterni (soprattutto di quelli orientali, o tutt’al più di quelli della capitale), conta ora adepti in tutti i ceti della società, e soprattutto a Roma è riuscito a conquistare molte donne di famiglie ricche e nobili, che assicurano sostanziosi donativi e anche ascolto e prestigio perfino presso le fasce sociali più alte. Se il Cristianesimo in Oriente si afferma sempre più come corrente di pensiero, e dà vita a elaborazioni filosofiche che raggiungono livelli tra i più alti nella storia della cultura del III secolo, in Occidente un certo ritardo nelle elaborazioni teoriche si accompagna a una capacità organizzativa che impianta una struttura solida e capace di resistere alle ricorrenti persecuzioni del potere politico.

Per tutto il secolo i rapporti fra le comunità cristiane e le istituzioni furono complessi e ambigui: a periodi di tolleranza, in cui i procedimenti contro i Cristiani erano rari o del tutto assenti, se ne alternavano altri in cui i martiri erano all’ordine del giorno; inoltre, non tutte le zone e non tutte le classi erano investite allo stesso modo da queste ondate di violenza: se le vittime delle persecuzioni furono relativamente poche in Italia, e pochissime fra gli appartenenti ai ceti più alti, la situazione fu invece assai più drammatica in Africa, dove i vertici della Chiesa furono ripetutamente colpiti. Di qui anche le differenze di atteggiamento che i Cristiani mostrarono nei confronti dell’Impero e delle sue tradizioni: a volte più rigoristi e intransigenti, a volte più disponibili a una «secolarizzazione» che sarà più accentuata nella capitale, i Cristiani, fra ortodossia ed eresie, coprono un ventaglio assai vasto di posizioni, con divergenze assai notevoli, ma ben spiegabili nella tumultuosa crescita di quegli anni.

I cristiani si mostrarono anche capaci di produrre un’imponente letteratura, segnata da opere di assoluto rilievo, e d’importanza non soltanto teologica o religiosa: la produzione letteraria cristiana costituisce, a tutti gli effetti, il principale avvenimento culturale di un’età per il resto non molto ricca di significative personalità di scrittori o di importanti movimenti letterari, almeno nell’Occidente latino. Nel grande rimescolamento culturale e sociale di quegli anni, tra le migrazioni interne e le rapide ascese di alcuni ceti ai danni di altri, tra l’appannarsi degli ideali classici e l’emergere di preoccupazioni escatologiche (col preavviso di imminenti fini del mondo), la cultura cristiana diviene punto di convergenza di molte delle tradizioni disperse qua e là nell’Impero, costituendo un tratto unificante dei successivi decenni, atto a tenere ancora insieme una compagine statale turbata da tante vicende, ma tuttora sufficientemente solida per amministrare tutta l’area mediterranea ancora per più di un secolo.

 

Alle origini di una letteratura cristiana

Per molti decenni il Cristianesimo crebbe come una delle tante sette che movimentavano il panorama della componente giudaica dell’Impero romano. Nonostante gli influssi ellenizzanti introdotti da Paolo o da Luca l’evangelista, le posizioni di fondo in campo religioso e culturale del Cristianesimo restano legate, in un primo tempo, al Giudaismo. Quest’ultimo, sia in Palestina sia soprattutto ad Alessandria, dove vivevano centinaia di migliaia di Ebrei, aveva da tempo stretto rapporti con le teorie di pensiero dominanti nel bacino orientale del Mediterraneo, ma non aveva mai rischiato di perdere i propri caratteri di originalità: gli Ebrei (e quindi i Cristiani) scrivevano spesso, o addirittura prevalentemente in greco, parlavano di lógos e di pneûma, ma le loro elaborazioni discendevano sempre dal libro nazionale, l’Antico Testamento, che costituiva un punto di riferimento indiscusso, pur fra le tante diverse interpretazioni che ne venivano suggerite. All’interno di questo variegato mondo giudaico i Cristiani si segnalano presto per uno spiccato attivismo: compongono testi di notevole rilevanza, si a quelli che poi verranno uniti nel Nuovo Testamento (i quattro Vangeli canonici, gli Atti degli apostoli, le Lettere canoniche, l’Apocalisse) sia vari altri che le generazioni successive non accoglieranno con la medesima devozione (vari altri Vangeli, detti apocrifi, altre Lettere, tutta una letteratura nella quale i rapporti con l’insegnamento di Gesù sono meno evidenti). Viene inoltre creata un’organizzazione di solidarietà, caratterizzata da una particolare efficienza, che risulta assai utile agli affiliati: ne traggono beneficio la solidità del gruppo e le sue potenzialità espansive, che s’indirizzano non solo alla conversione degli altri Ebrei, ma anche di tutti quei popoli sui quali la nuova religione avesse buone probabilità di attecchire, prima quelli subalterni (che costituivano i settori di maggiore emarginazione nelle grandi metropoli dell’Impero), poi gli stessi Greci e i Romani.

In Occidente lo sviluppo è relativamente più lento: certamente il Cristianesimo arrivò in Italia già verso la metà del I secolo, a Roma, a Pozzuoli, a Pompei e probabilmente in altri centri commerciali e marittimi, ma le possibilità di espansione erano notevolmente ridotte dalla scarsa considerazione in cui venivano tenute le comunità orientali, disprezzate come diverse, temute come potenziali portatrici di disordini e calamità. Sotto Nerone, l’uccisione di molti Cristiani, pretestuosamente incolpati dell’incendio scoppiato a Roma, mostra come il potere politico e l’opinione pubblica vedessero in loro soltanto dei criminali, o dei potenziali sovvertitori, da estirpare senza riguardi. Le difficoltà derivanti da questa emarginazione quasi totale, e la lenta diffusione, legata per più di un secolo a quei gruppi che anche a Roma e in Italia parlavano greco, spiegano perché il greco sia stato per molto tempo, anche in Occidente, la lingua del Cristianesimo; per di più, in greco erano scritti quelli che si cominciavano a individuare come testi di fede: per tali motivi i primi scritti cristiani composti in Occidente sono anch’essi in lingua greca, come la lettera di Clemente Romano (Clemente fu, secondo la tradizione, il quarto vescovo di Roma) o il Pastore di Erma, un’opera di un certo interesse anche letterario, che racconta cinque visioni simboliche in un greco ricco di ebraismi e di latinismi. E a scrivere in greco si continuerà fino agli inizi del III secolo, quando l’esigenza di comunicare con gruppi più vasti, di lingua latina, aveva già da tempo fatto nascere, in parallelo, una letteratura latina cristiana.

Alle origini di questa letteratura si è soliti collocare le traduzioni dei testi sacri effettuate in Africa e in Italia. A partire già dal II secolo, comunità cristiane che non parlavano il greco – dapprima più numerose in Africa, poi sempre più presenti anche in Europa, man mano che nel corso del III secolo si riduceva in Occidente la conoscenza di quella lingua – avvertirono l’esigenza di disporre di una Bibbia in latino. Quest’antica traduzione del libro sacro viene comunemente indicata come Vetus Latina, cioè «la vecchia traduzione latina»: «vecchia» rispetto a quella di Girolamo, che diventerà poi ufficiale. In realtà, non si trattò di un’unica traduzione, diffusa presso i cristiani di tutto l’Occidente: innanzitutto, c’erano sicuramente delle differenze fra i testi africani, la Vetus Afra, e quelli italici, la Vetus Itala; in secondo luogo, anche all’interno di queste due aree geografiche le traduzioni furono ben più di una, a volte anche abbastanza discordanti tra loro. Queste prime Bibbie in latino non ci sono pervenute direttamente, perché la Vulgata di Girolamo le soppiantò tutte, ma ne abbiamo numerosi campioni, grazie alle citazioni degli scrittori cristiani fioriti prima che la Vulgata divenisse l’unico testo ufficiale.

Per le esigenze dei Cristiani di lingua latina, accanto alla Bibbia venivano tradotte anche altre opere che non fanno ora parte del Nuovo Testamento, ma che a quei tempi erano considerate assai autorevoli: della lettera di Clemente e del Pastore abbiamo traduzioni latine che risalgono al II secolo.

Anonimo. Cipriano e Savino vengono torturati. Affresco, 1100 ca. Abbazia di Saint-Sauvin-sur-Gartempe.

Anonimo. Cipriano e Savino vengono torturati. Affresco, 1100 ca. Abbazia di Saint-Sauvin-sur-Gartempe.

Le prime opere autonome composte direttamente in latino provengono dall’Africa e sono della seconda metà del II secolo. C’è qualche dubbio sulla precisa cronologia di alcuni discorsi che ci sono stati tramandati fra le opere di Cipriano, ma sono certamente più antichi di questo scrittore; nessuna incertezza, invece, sugli Acta martyrum Scillitanorum, del 180, con cui si apre anche nella produzione in lingua latina un genere già attestato in greco: i resoconti dei processi che si concludono con la condanna a morte dei martiri e con la loro passione. Tra la fine del II secolo e i primi anni del IV si alternarono periodi di tolleranza (in cui si verificavano tutt’al più singoli episodi di repressione) e vere e proprie persecuzioni organizzate; non mancarono alcuni che, per paura, si pentirono delle loro scelte e accettarono di cambiare religione, o almeno di fare i sacrifici formali richiesti in cambio dell’assoluzione. Ma la resistenza della maggior parte dei Cristiani e la loro determinazione nell’andare incontro alle torture e alla morte furono assai utili alla causa, perché testimoniavano la sincerità della fede e l’attendibilità della dottrina: di qui il nome di martiri, che in greco vuol dire «testimoni», dato alle vittime di queste vicende giudiziarie.

Per far meglio conoscere il coraggio dei martiri, e al tempo stesso per conservarne e venerarne il ricordo, si curavano resoconti dei loro processi e delle loro ultime ore. Le narrazioni venivano a volte redatte dagli stessi martiri, finché era loro possibile, e completate da altri fedeli per le ultime ore di vita e per la descrizione della morte. Si tratta quasi sempre di opere assai efficaci, essenziali, che devono soprattutto alla brevità dell’esposizione e dell’apparente distacco della scrittura la loro capacità di colpire ed emozionare il lettore.

Dopo quella di Scillum – la prima, come si diceva, in lingua latina – abbiamo altre descrizioni, sempre più complesse e a volte abilmente rimaneggiate per risultare più efficaci: vi emerge la contrapposizione fra i Cristiani portatori del nuovo, non violenti, sicuri della loro vita dopo la morte, e i magistrati di Roma, difensori dei vecchi ordinamenti, costretti a servirsi della forza e a essere crudeli anche al di là delle loro personali intenzioni, privi di speranze per il futuro. La produzione di questi Atti copre tutto il III secolo (Atti del martirio di San Cipriano, 258; Atti di Fruttuoso; Atti di Marcello; Atti di Massimiliano, 295). Agli Atti scritti originariamente in latino si affiancano anche traduzioni dal greco, di testi ritenuti particolarmente adatti ai fini della propaganda antipagana.

Meno legate al resoconto ufficiale sono le Passiones, opere di narrazione, sviluppate a partire da nuclei autobiografici più o meno ampi, che consentono agli autori l’inserzione di scene toccanti e di particolari edificanti. Anche qui i testi più antichi sono in greco, ma è latino il capolavoro del genere, la Passio Perpetuae et Felicitatis, sul martirio di una giovane signora piuttosto agiata e di buona famiglia, l’africana Perpetua, della sua schiava Felicita e del loro catechista Saturo, avvenuto a Cartagine nel 202.

Il testo è presentato, nella prima parte, come opera della stessa Perpetua, che racconta i tentativi del padre per farle rinnegare il Cristianesimo in cambio della libertà promessa dai giudici, o le difficoltà che il carcere comportava per una giovane madre, che aveva con sé il figlio ancora lattante, o i sogni premonitori del futuro martirio e della gioia in paradiso; seguono alcune parti composte verosimilmente da Saturo, il quale racconta alcune sue visioni; l’opera si conclude con la narrazione del martirio nei giochi dell’anfiteatro, narrazione fatta da un redattore, cui va anche attribuito il coordinamento fra le diverse parti di cui questa Passio si compone.

È problema in fondo secondario se il ruolo del redattore vada oltre la semplice cucitura dei testi di Perpetua e Saturo, e l’aggiunta della parte conclusiva: anche se, come qualcuno ha pensato, Perpetua e Saturo non hanno lasciato niente, e dobbiamo tutto alla penna e alla fantasia di quest’unico autore, che per qualcuno potrebbe anche essere Tertulliano (ma non c’è nessun valido motivo per quest’attribuzione), la Passio Perpetuae non perde nulla dei suoi caratteri di umanità e immediatezza. La descrizione della vita nel carcere, impensabile, in quelle forme, per uno scrittore classico, è un’innovazione introdotta dal Cristianesimo in letteratura, e il personaggio del fratello di Perpetua, un bambino morto a sette anni per un cancro alla faccia, poteva acquistare la rilevanza che ha qui soltanto in una letteratura che fa assurgere a dignità letteraria anche scene di vita quotidiana, ma non rinuncia, sul piano della forma espressiva, a quella fucina d’invenzioni che è la scuola di retorica con le sue controversie e declamazioni.

Altro dato di rilievo della Passio Perpetuae è che i personaggi additati all’ammirazione dei fedeli non fanno parte della gerarchia ecclesiastica di Cartagine: testimonianza, questa, di un momento in cui la proposizione di modelli esemplari non passava ancora necessariamente attraverso la mediazione dell’autorità ecclesiastica, che ben presto gestirà in proprio la propaganda dei martiri.

L’efficacia della Passio Perpetuae, evidente a qualunque lettore moderno, che non può non rimanere affascinato dalla semplicità e dal candore delle descrizioni – e poco importa se sia genuino, o, come è più probabile, derivi da un raffinato esercizio retorico – viene confermata dal suo successo presso i Cristiani: su di essa furono modellate altre successive Passiones africane composte da gruppi ereticali e se ne fece addirittura una traduzione greca. È questo un evento molto raro, per quei tempi, in cui il mondo latino cristiano era considerato debitore di quello greco per elaborazioni di pensiero e opere letterarie: la Passio Perpetuae è senz’altro uno dei primissimi e dei pochissimi testi latini che gli orientali ritenessero opportuno conoscere. In epoca più tarda il genere delle Passiones subì un’evoluzione che lo accostò progressivamente ad altri componimenti narrativi, soprattutto il romanzo; nasce così la Passio epica, prevalentemente greca. In essa il martire assume il ruolo dell’eroe vincitore, che, pur morendo, in realtà sconfigge il proprio carnefice, attraverso una serie di vicende fantasiose, di colpi di scena, di veri e propri miracoli. Ma la produzione di questi testi fiorisce dopo Costantino, quando il martirio non è più una realtà o una minaccia incombente, e per questo i fedeli si compiacciono in rappresentazioni appesantite ed inverosimili di fatti mai avvenuti: tali narrazioni, intinte di trionfalismo, venivano incontro alle esigenze proprie di un pubblico che aveva fino ad allora trovato una letteratura di intrattenimento nel romanzo greco, con cui le Passiones condividono il gusto per l’intreccio e l’attenzione all’elemento fantastico.

Martirio di Perpetua, Felicita, Revocato, Saturnino e Secundolo. Miniatura dal Menologion di Basilio II. Costantinopoli, 985 ca. Biblioteca Vaticana.

Martirio di Perpetua, Felicita, Revocato, Saturnino e Secundolo. Miniatura dal Menologion di Basilio II. Costantinopoli, 985 ca. Biblioteca Vaticana.

[…]

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2 commenti su “L’avvento della letteratura cristiana

  1. Diemme ha detto:

    L’ha ribloggato su Scelti per voie ha commentato:
    Amo questo blog, che però non riesco a seguire come vorrei, essendo generalmente gli articoli lunghi ed impegnativi. Questo però mi ha colpito più degli altri, perché mi ha provocato un dejà vu: credo che meditare su quello che riportato in questo articolo ci possa anche illuminare sull’attuale situazione nostrana…

  2. […] di G. B. Conte, Letteratura latina. Manuale storico dalle origini alla fine dell'Impero romano, Milano 1992, pp. 497 sgg. I grandi mutamenti sociali Il III secolo è un momento assai drammatico nell…  […]

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