La letteratura latina alla corte di Costantino

di G. B. Conte, Letteratura latina. Manuale storico dalle origini alla fine dell’Impero romano, Milano 1992, pp. 521 sgg.

Se il III secolo aveva segnato uno dei momenti più difficili per la cultura latina, nel IV si assiste ad un’imponente ripresa, che va di pari passo con il ristabilirsi di condizioni di relativa tranquillità interna. Le riforme di Diocleziano e le scelte economiche e politiche di Costantino, il luogo periodo durante il quale la sua dinastia tenne, incontrastata, l’Impero, i successi militari su vari fronti e le abili operazioni di politica estera che consentirono di porre riparo a problemi irresolubili con mezzi militari, sono tutti elementi che garantirono una sorprendente ripresa, ed una produzione letteraria fra le più imponenti nella storia dello Stato romano.

Il dominus e i suoi attendenti. Mosaico, IV secolo d.C. ca. Villa del Casale, Piazza Armerina.

Il dominus e i suoi attendenti. Mosaico, IV secolo d.C. ca. Villa del Casale, Piazza Armerina.

Si consolida una struttura statale fortemente accentrata intorno alla figura dell’imperatore e alla sua corte, con un’amministrazione burocratica di altissimo livello che costituisce, insieme con l’esercito, il principale sostegno dello Stato. Le riforme economiche assicurano cospicue entrate per il fisco, anche se il prezzo di questi tributi è un grave peggioramento delle condizioni di vita, soprattutto per i ceti bassi e medio-bassi; reggono bene, invece, i grandi latifondi, soprattutto quelli gallici, con le loro villae, insediamenti rurali dove, insieme con i lavoratori nei campi, tendono a risiedere sempre più spesso anche i proprietari, che lasciano le città per controllare meglio i loro interessi e per sfuggire ai gravosi compiti amministrativi affidati ai personaggi più rappresentativi e benestanti di ogni centro urbano. Si allarga così il divario nella società fra il gruppo dei ricchi, grandi proprietari terrieri, e il composito insieme delle classi povere: proletariato urbano, piccoli contadini prima liberi, poi di fatto asserviti ai latifondisti attraverso l’istituto del patrocinium potentiorum, artigiani impoveriti dal decadere del ruolo delle città. Vari tentativi per evitare la fuga verso le campagne vennero messi in atto dal potere centrale per mezzo di una legislazione che tendeva a vincolare ogni cittadino al suo status e alla sua residenza, ma si trattò sempre di provvedimenti privi di efficacia, perché la mobilità fu, in questo periodo, di gran lunga superiore a quanto comunemente si ritiene e a quanto avrebbero voluto i governanti. Va detto però che questi fenomeni non furono ugualmente diffusi in tutto il territorio dell’Impero: più forte in Occidente, la fuga dalle città era molto meno sensibile in Oriente dove, in alcune zone, si verificavano addirittura fasi di intenso inurbamento connesso con un complessivo miglioramento delle condizioni economiche.

In questa società dirigistica con forti tratti feudali, i ceti senatori, da tempo privati di un potere politico e istituzionale passato nelle mani dei militari e dei grandi burocrati, erano giunti a detenere il potere economico, che li rendeva interlocutori indispensabili per la definizione degli equilibri politici. L’Impero si reggeva sul consenso dei pochi esponenti di queste categorie privilegiate e sull’indifferenza delle grandi masse, preoccupate dei problemi della sopravvivenza quotidiana e interessate, tutt’al più, a questioni religiose, che per una precisa scelta della Chiesa non potevano mettere in discussione gli assetti politici ed economici. L’aver assunto la rappresentanza anche di ampi settori popolari consentiva però alla Chiesa, e in particolare ai vertici della gerarchia ecclesiastica, di esercitare un ruolo non secondario nelle vicende dell’Impero, e non soltanto quando fossero in discussione problemi religiosi: la figura del vescovo cresce in prestigio ed in autorità, e progressivamente – soprattutto in Occidente – si assiste ad un’occupazione delle cattedre vescovili da parte di esponenti di prestigiose famiglie senatorie cristianizzate, legati ai gruppi che detengono il potere economico; anche per questo motivo l’azione dei vescovi diventa indiscutibilmente più incisiva, ma la Chiesa ne risulta profondamente trasformata nelle finalità e nei comportamenti.

Mosaico del dominus Giulio. Da Cartagine, IV secolo d.C. Musée du Bardo, Tunisi.

Mosaico del dominus Giulio. Da Cartagine, IV secolo d.C. Musée du Bardo, Tunisi.

Il periodo che va dal riconoscimento da parte di Costantino alla decisione di Teodosio di fare del Cristianesimo l’unica religione di Stato segna per la nuova fede il passaggio dall’età delle persecuzioni subite a quella delle persecuzioni imposte contro i pagani e quanti ancora non aderissero al Cristianesimo, o lo professassero in forme ritenute ereticali. La religione diviene instrumentum regni e, per potersene servire, gli imperatori sono ben disposti a concedere favori e privilegi; questo contribuì senz’altro alla stabilità dell’Impero, ma spesso costrinse la corte ad intervenire in dispute fra le diverse sette cristiane. La vicenda di maggiore gravità, che rischiò di compromettere la funzione del Cristianesimo come possibile elemento unificatore dello Stato, fu lo scontro tra l’arianesimo e la dottrina poi risultata vincente, quella dell’omousía. Per Ario, un prete di Alessandria vissuto nella prima metà del secolo, Cristo non poteva essere considerato uguale a Dio padre senza che si rischiasse di introdurre nel Cristianesimo elementi di politeismo; la Chiesa ufficiale; invece sosteneva l’identità sostanziale (omousía) fra Dio padre e Cristo. Di qui una lunga polemica, che vide schierati su posizioni opposte i teologi: Ario riscuoteva molto favore in Oriente, anche se non mancavano decisi oppositori, mentre quasi tutti contro di lui erano gli occidentali, che scrissero numerose opere per confutare le sue tesi. Tra un concilio e l’altro, un intervento imperiale e l’altro, la vicenda si trascinò per tutto il secolo, ed ebbe conseguenze anche nelle età successive, perché cominciò ad introdurre differenze fra la Chiesa orientale e quella occidentale, e perché vescovi ariani esuli evangelizzarono i Germani, sicché i rapporti fra questi popoli e i Romani, dopo le invasioni, furono resi più difficili anche da questa contrapposizione religiosa.

Di origini più antiche (risale al III secolo) ma assai attiva nel IV secolo è anche l’eresia manichea. I manichei (così chiamati da Mani, il loro capo, che fu crocifisso forse nel 276 in Persia) credevano nell’esistenza di due principi contrapposti, il bene e il male, in perenne lotta fra loro; questo dualismo si proponeva di spiegare l’esistenza del male nel mondo, che non può essere voluto da Dio, e deve quindi risalire ad un’autonoma origine; si finiva però col configurare una doppia divinità, e col violare quindi il principio dell’unità divina.

Ario di Alessandria. Affresco del IV secolo d.C.

Ario di Alessandria.
Affresco del IV secolo d.C.

Violenta, anche se non particolarmente pericolosa per l’unità della Chiesa, fu la disputa contro lo scisma dei donatisti, che nacque in Africa all’inizio del IV secolo e si diffuse notevolmente, in quella provincia, dopo la fine delle persecuzioni. Donato e la sua setta sostenevano una linea molto severa e intransigente, che contrapponeva la Chiesa all’Impero e richiedeva ai Cristiani una vita di completa perfezione spirituale; questo rigorismo, tipico della Chiesa d’Africa (si pensi a Tertulliano), ebbe notevole successo, e il donatismo fu per gli ortodossi un nemico da combattere almeno per tutto il IV secolo.

Di minore durata, ed estesa soltanto alla Spagna, con pochi riflessi sulla chiesa gallica, fu l’eresia di Priscilliano. Sui suoi contenuti non siamo affatto documentati – la nostra fonte principale al riguardo sono i Chronicorum libri di Sulpicio Severo, il quale riserva ampio spazio a Priscilliano e alla sua setta, non senza mostrare una certa simpatia per essa – : sembra che le tesi dei priscillianisti contenessero elementi manichei, a volte con aspetti di esagerato misticismo; quello che è certo è che la disputa teologica si trasformò in una divisione interna al clero spagnolo, con reciproche accuse di immoralità ed empietà, fino all’intervento imperiale che decretò la condanna a morte di Priscilliano, nel 385. La setta sopravvisse ancora per alcuni anni, almeno fino al concilio di Toledo del 400, che favorì il riassorbimento del priscillianismo nell’ortodossia; la sua presenza tuttavia andò rapidamente diminuendo, anche per le nette condanne da parte di molti dei principali esponenti della cultura cristiana.

[…]

La continuità con il passato è […] assai forte nel mondo della scuola, che prosegue lungo le linee di crescita quantitativa e qualitativa già notate nel secolo precedente. Per la scuola passano i figli dei senatori e i futuri burocrati, nella scuola si pongono le basi dei futuri assetti ideologici dello Stato: di qui una grande attenzione verso di essa da parte dei Cristiani, ma anche del potere, con una copiosa legislazione in proposito […]. Quanto ai programmi di insegnamento e alla produzione dei manuali, la tendenza è verso la creazione di grosse raccolte e repertori enciclopedici, che mettano insieme tutta la cultura classica per tramandarla ai posteri. […]

Manoscritto illustrato con Costantino al Concilio di Nicea che ordina il rogo dei libri della dottrina ariana. Pergamena, 825 ca. MS CLXV, Biblioteca Capitolare di Vercelli.

Manoscritto illustrato con Costantino al Concilio di Nicea che ordina il rogo dei libri della dottrina ariana. Pergamena, 825 ca. MS CLXV, Biblioteca Capitolare di Vercelli. Il testo riportato: «Sinodus Niceni u[bi] [f]ui[t] numerus/s[an]c[t]o[rum] part[um] CCCXVIII et omnes/subscripserunt. /Constantinus imp./Haeretici Arriani damnati».

[…] In campo grammaticale, di gran lunga più importante è l’opera enciclopedica di Nonio Marcello, un africano di età costantiniana, il quale scrisse un trattato dal titolo De compendiosa doctrina, in venti libri di lunghezza assai diseguale (si va da una pagina sola dell’ultimo libro alle oltre trecento del quarto). L’opera, dedicata al figlio, si lascia facilmente dividere in due parti: la prima, comprendente i libri I-XII, quella senza paragone più interessante per noi, è di contenuto più propriamente linguistico e grammaticale, mentre la seconda (libri XIII-XX), assai più breve (occupa appena un ventesimo del totale del De compendiosa doctrina), è dedicata a singoli argomenti di carattere per lo più antiquario (le navi, gli utensili domestici, l’abbigliamento, l’alimentazione, ecc.) e il suo interesse è legato alla descrizione di usi e costumi romani.

Nonio ha nella storia della letteratura latina un’importanza del tutto particolare, di carattere, per così dire, riflesso. La prima parte del De compendiosa doctrina è infatti organizzata secondo una successione di lemmi, dei quali Nonio spiega il significato o l’uso o particolari attenzioni, ecc., illustrando ogni volta la sua spiegazione con citazioni da autori antichi, molti dei quali non ci sono giunti per tradizione diretta. Le tragedie di Livio Andronico, Nevio, Ennio, soprattutto quelle di  Pacuvio e di Accio; le commedie palliate di Turpilio e le togate di Titinio e Afranio; le atellane di Pomponio e Novio; i mimi di Laberio; le satire di Lucilio e quelle (le Menippeae) di Varrone; le opere storiche di Quadrigario e di Sisenna, il De vita populi Romani di Varrone, le Historiae di Sallustio: di questa produzione tutto, o almeno una parte notevole, sarebbe per noi perduto senza le citazioni di Nonio.

È dunque una fortuna per noi che gl’interessi di Nonio vadano prevalentemente in direzione degli autori di età repubblicana, anche molto antica (e questa predilezione, che ha fatto vedere in Nonio uno degli ultimi esponenti della corrente degli arcaisti, è confermata anche dalle citazioni degli altri autori, quelli che ci sono arrivati anche per tradizione diretta: oltre ai nomi scontati di Virgilio e Cicerone, quelli che ricorrono più frequentemente nel De compendiosa doctrina sono Plauto, Terenzio e Lucrezio).

Si capisce come, nonostante lo si sia a ragione accusato di disordine, di confusioni, di fare citazioni errate nella forma e nella sostanza, Nonio sia stato sempre oggetto di attenti studi (i quali si sono intensificati nei tempi più recenti). Gli studiosi cercano di approfondire la conoscenza della preziosa biblioteca che Nonio doveva avere a disposizione, e di ricostruire i criteri con i quali il grammatico ordinava i suoi lemmi (essi non sono infatti disposti in ordine alfabetico, con la parziale eccezione dei libri II-IV, dove l’ordine, secondo l’uso romano, è rispettato solo per la prima lettera della parola: e anche in questo caso si pensa che l’ordine alfabetico non sia dovuto a Nonio, ma a grammatici successivi). Si è persino riusciti a individuare corrispondenze fra l’ordine progressivo nel quale le citazioni di una data opera compaiono nel testo di Nonio e quello nel quale i passi citati si trovavano all’interno dell’opera per noi perduta. In conclusione, di autori (come, per esempio, Lucilio) che, se non avessimo le citazioni di Nonio, sarebbero poco più che semplici nomi per il lettore moderno, grazie al De compendiosa doctrina e agli studi compiuti su di esso, abbiamo ora molti frammenti e addirittura, per alcuni libri, la possibilità di una verosimile ricostruzione complessiva: insomma, ogni studioso di frammenti di età latina arcaica dev’essere anche, nello stesso tempo, uno studioso di Nonio Marcello.

[…]

Pagina dal Codex Tornaesianus con l’incipit del De compendiosa doctrina, IV di Nonio Marcello. Pergamena, IX secolo. MS Lat. 84 Bibliothèque de Genève.

Pagina dal Codex Tornaesianus con l’incipit del De compendiosa doctrina, IV di Nonio Marcello. Pergamena, IX secolo. MS Lat. 84 Bibliothèque de Genève.

L’impero di Costantino segna per il Cristianesimo una fase di cambiamenti profondi, che vanno anche al di là del riconoscimento ufficiale contenuto nell’editto di Milano del 313, con cui si sanciva la liceità della nuova religione. Il progressivo estendersi del Cristianesimo nei ceti abbienti e potenti, l’attenzione dell’imperatore per le dispute teologiche, il rapido passaggio dei Cristiani da un atteggiamento difensivo (anche se vivace e a volte violento, come quello di parte della precedente apologetica) a una posizione di potere e addirittura di monopolio ideologico, comportarono di necessità rivolgimenti profondi, che lasciarono traccia nel dogma non meno che nell’organizzazione, nella composizione sociale del clero non meno che nella produzione letteraria. Un’idea della rapidità con cui intervennero questi cambiamenti si può avere confrontando le posizioni [di scrittori] che vissero a pochi anni di distanza l’uno dall’altro.

Arnobio nacque in Africa, a Sicca Veneria, intorno alla metà del III secolo; fu maestro di scuola in quella città, e si convertì al Cristianesimo piuttosto tardi, negli ultimi anni del secolo. Morì in età assai avanzata, intorno al 327.

[La sua opera principale è l’Adversus nationes, in sette libri]: fu scritta dopo le persecuzioni di Diocleziano, ricordate nella stessa opera, ma prima dell’editto di Milano, e dunque probabilmente fra il 305 e il 310. I primi due libri espongono la dottrina cristiana e respingono le accuse di chi imputava ad essa le recenti disgrazie dell’Impero; i libri dal III al V trattano le dottrine teologiche del politeismo, che vengono confutate negli ultimi due libri.

L’apologetica di Arnobio risente molto della violenza che caratterizza i primi scrittori cristiani della terra d’Africa: non è un caso che per la propria opera Arnobio abbia scelto un titolo che richiama molto da vicino quello del primo scritto di Tertulliano, l’Ad nationes. Ma Arnobio è anche un neofita, convertito solo in età adulta, se non addirittura alle soglie della vecchiaia, e anche per questo avverte più forte l’esigenza di polemizzare contro le cose in cui aveva creduto da giovane. La conversione recente si mostra però anche in alcune posizioni teologicamente assai discutibili, in grosse confusioni che vanno ben al di là di qualunque eresia, in una disinformazione che spesso sconfina nella vera e propria ignoranza. Su questi due binari, quello dell’aggressività antipagana e quello delle inesattezze dottrinali, si muove tutta l’opera, alternando pagine di elegante retorica (si ricordi che Arnobio insegnava nelle scuole) e bizzarre costruzioni fantastiche, che mescolano temi del Cristianesimo e teorie di quelle sette filosofiche e religiose che Arnobio voleva combattere.

Il suo obiettivo principale era quello di mostrare l’errore delle dottrine neoplatoniche. Ma Arnobio doveva essere passato lui stesso attraverso queste esperienze, ed era rimasto condizionato dalle culture misteriche; grazie al suo mestiere, conosceva meglio i classici pagani che la Bibbia, da lui poco usata per quanto riguarda il Nuovo Testamento e addirittura criticata come favola giudaica per il Vecchio Testamento. Per Arnobio l’anima umana non era creata da Dio, ma da una specie di demiurgo, ad esso inferiore e perciò capace solo di creazioni imperfette, che fanno l’anima mortale, mentre l’immortalità è riservata soltanto ai buoni, per un successivo speciale intervento divino. Anche sul Cristo la posizione di Arnobio è assai strana: certamente inferiore al Padre, avrebbe soltanto una funzione di insegnamento. Ma quanto è insicuro sulla teologia cristiana tanto Arnobio è ben informato sul paganesimo, che critica con una carica ironica a volte gustosa, sempre letterariamente felice, e con un realismo da satira o da commedia che ricorda i migliori scrittori dell’età classica.

Il Concilio di Nicea I. Affresco bizantino del IX secolo. Myra (od. Demre, Turchia), Chiesa di San Nicola.

Il Concilio di Nicea I. Affresco bizantino del IX secolo. Myra (od. Demre, Turchia), Chiesa di San Nicola.

Con il suo tormentato e irrisolto percorso dal paganesimo al Cristianesimo, Arnobio ci rappresenta l’itinerario di molti uomini di cultura fra il III e il IV secolo, tra dubbi e persecuzioni, adesioni emotive ed ansie di ritorsione. Se è vero – come sembra – che l’Adversus nationes fu scritto da Arnobio per dimostrare la solidità dottrinaria della propria fede ad un vescovo che la metteva in dubbio, la lettura dei sette libri conferma che le preoccupazioni del buon vescovo non erano infondate: ma la circostanza occasionale di composizione che fu alla base dell’Adversus nationes ci ha consentito di disporre di un efficace ritratto delle complicate intersezioni tra vecchia e nuova fede, tra filosofia, misteri e teosofia.

Lucio Celio Firmiano Lattanzio nacque intorno alla metà del III secolo in Africa, fu allievo di Arnobio e divenne anch’egli maestro di retorica. Insegnò retorica latina in Bitinia, a Nicomedia, dove si trovava all’epoca delle persecuzioni di Diocleziano, che lo costrinsero a lasciare l’insegnamento: a Nicomedia, infatti, Lattanzio si era convertito al Cristianesimo. Nel 317 fu scelto da Costantino come precettore per il figlio, Crispo, e si recò in Gallia per assolvere questo compito. Morì dopo il 324.

Sono completamente perduti gli scritti del periodo pagano, cioè un Symposium, un Hodoeporicum, con la descrizione in versi del viaggio dall’Africa alla Bitinia, ed un trattato grammaticale. Del periodo successivo sono perdute anche le Lettere, in otto libri, e ci rimangono invece sei opere. De opificio Dei, scritto fra il 303 e il 305, sulla perfetta armonia della natura e sull’immortalità dell’anima, che Lattanzio difende con convinzione. Divinae institutiones, in sette libri, dedicate a Costantino, che furono iniziate nel 304 e completate nel 314, ma con aggiunte degli anni fra il 322 e il 324: i primi due libri sono contro il paganesimo, il III contro la filosofia, il IV sul Cristo, il V e il VI sulla teologia cristiana, il VII sul giudizio universale e il destino delle anime. Del 314 è un’Epitome che riassume e rielabora le Divinae institutiones. Dello stesso anno è il De ira Dei, sulla necessità che Dio si adiri contro i malvagi per dimostrare il suo amore verso i buoni. De mortibus persecutorum, del 315, con aggiunte del 320, che ricorda le drammatiche morti di quanti hanno perseguitato i Cristiani. Il carme De ave phoenice è, infine, un’elegia sulla fenice, simbolo di Cristo, la cui attribuzione a Lattanzio resta incerta.

Incipit del I libro delle Divinae institutitones di Lattanzio. Manoscritto rinascimentale fiorentino. MS 1369, detto Tenaglia Lactantius, 1420-1430 ca. Schøyen Collection.

Incipit del I libro delle Divinae institutitones di Lattanzio. Manoscritto rinascimentale fiorentino. MS 1369, detto Tenaglia Lactantius, 1420-1430 ca. Schøyen Collection.

Benché sia allievo di Arnobio, Lattanzio, soprattutto nelle sue prime e maggiori opere, è un pensatore sistematico, assai equilibrato, lontano dagli eccessi del maestro sia per l’argomentazione sia per lo stile: tradizionalmente paragonato a Cicerone, Lattanzio procede con periodi ampi e ben articolati, non ama le battute ad effetto, si affida ad un ragionamento coinvolgente e abbastanza pacato. Se il De opificio Dei risente ancora di un’impostazione filosofica che rinvia alle scuole di pensiero classiche, e soprattutto allo stoicismo, e mostra solo qua e là tratti più definitivi di Cristianesimo, le Divinae institutiones ambiscono invece ad essere un libro fondamentale di sistemazione della dottrina cristiana, così come le molte institutiones composte nella tarda antichità su vari argomenti, e soprattutto sul diritto. Altro problema è se Lattanzio sia riuscito o meno a delineare il quadro organico che si era proposto, e se l’acume della sua riflessione sia paragonabile a quello dei grandi pensatori cristiani greci o, tra i latini, di un Agostino. Non c’è dubbio che Lattanzio sia un attento filologo, uno studioso pieno di scrupolo, assai più che un filosofo originale o un creatore di teorie; ma si deve, in più, cogliere l’importanza dell’operazione da lui compiuta nel trasportare l’apologetica dal piano della disputa passionale a quello dell’analisi razionale. Lattanzio studia il politeismo cercandone le radici nella divinizzazione di grandi uomini defunti, esplorando una linea di continuità del sapere antico a quello moderno; tende quindi a ridurre le contrapposizioni ad un criterio di evoluzione, dall’errore alla verità, dalla filosofia alla fede.

Lattanzio rompe così con la tradizione apologetica di Tertulliano, ancora tanto presente in Arnobio, e, in coerenza col programma costantiniano, tende a presentare un Cristianesimo egemone perché capace di arricchirsi del meglio della cultura antica. Il Cristianesimo diventa quasi il frutto naturale della sapientia classica: non deve perciò incutere paura, e può senza troppi problemi divenire la nuova religione di Roma. La conferma degli antichi valori, riproposti senza eccessive modificazioni alla luce della nuova fede, un’ispirazione «liberale» profondamente coerente con il pacato classicismo dello stile, una prospettiva di salvezza che passa attraverso una fine del mondo non più catastrofica, ma descritta con i colori dell’età dell’oro, sono un chiaro segnale di quanto sia cambiato il mondo occidentale nei dieci anni che vanno dalle persecuzioni di Diocleziano all’editto di Costantino.

Anche le due opere dal titolo più severo e vendicativo, il De ira Dei e il De mortibus persecutorum, non contraddicono questo quadro. Il primo testo conferma l’equilibrio del mondo, attraverso la punizione divina per i malfattori, e finisce in realtà con l’essere consolatorio più che minaccioso; il secondo, quello apparentemente più lontano dalle posizioni di Lattanzio, tanto che si è spesso dubitato della sua autenticità, si inserisce altrettanto bene nel programma costantiniano, ma da un altro punto di vista e secondo le linee di un altro genere letterario, quello storiografico. Gli imperatori si dividono in due categorie: quelli che hanno tollerato o aiutato il Cristianesimo e quelli che l’hanno perseguitato. Questi ultimi sono gli imperatori malvagi, che hanno fatto male allo Stato e hanno giustamente subito la punizione divina, mentre i primi sono gli imperatori buoni, e fra tutti il migliore è Costantino. Sono così poste le condizioni per il sorgere di una storiografia religiosa in lingua latina, e nello stesso tempo si fornisce un contributo alla creazione del mito di Costantino, simbolo del rapporto fra potere e Chiesa.

È interessante osservare che i due temi conduttori del De mortibus (trionfalismo della Chiesa ed esaltazione di Costantino) sono presenti, con assai più ampio respiro, nell’opera del contemporaneo di lingua greca Eusebio di Cesarea; in quegli stessi anni, con la sua Historia Ecclesiastica, egli apriva al genere storiografico una prospettiva nuova, nella quale la Chiesa e le sue vicende si facevano centro di interesse per la narrazione.

[…]

Mosaico della volta. Prima metà del VI secolo. Battistero degli Ariani, Ravenna.

Mosaico della volta. Prima metà del VI secolo. Battistero degli Ariani, Ravenna.

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