Traiano: l’optimus princeps che usò il “fiscus” per aiutare i poveri

di G. Di Muro

«[Traiano] amministrò lo Stato così da essere anteposto giustamente a tutti i principi, per la singolare civiltà e fortezza d’animo. Egli estese in lungo e in largo i confini della potenza romana che, dopo Augusto, era stata difesa maggiormente piuttosto che ampliata egregiamente»[1]. E ancora Traiano nell’amministrazione fu così clemente che «che superò anche la gloria militare con civiltà e moderazione, apparendo a Roma e per le province uguale a tutti… non danneggiando nessuno dei senatori, non facendo nulla di ingiusto per accrescere il fisco, liberale verso tutti quanti…»[2].

Sono le parole utilizzate da Eutropio per descrivere la figura di Marco Ulpio Traiano, imperatore di Roma dal 98 al 117 d.C.

Busto di Traiano con la corona civilis. München Glyptothek.

Busto di Traiano con la corona civilis. München Glyptothek.

Nato a Italica in Spagna, di famiglia illustre più che nobile (il padre era stato un governatore provinciale chiamato per meriti e capacità da Vespasiano nei ranghi senatoriali) fu il primo imperatore di Roma nato fuori dell’Italia e a superare in modestia, temperanza e civiltà la gloria militare. Plinio il Giovane ed Eutropio, fonti storiche più accreditate, concordano nel ritenere che, grazie alle sue grandi qualità di soldato e amministratore pubblico, sapientemente fuse ed equilibrate, Roma raggiunse, sotto il suo principato, il periodo di massima espansione.

Come ufficiale militare seguì tutto il cursus honorum previsto dalla scala gerarchica augustea e ricoprì importanti funzioni (quaestor, praetor, legatus) maturando una considerevole esperienza soprattutto all’estero. Un particolare di non poco conto per l’epoca che gli avrebbe permesso di affrontare, a 45 anni, il difficile passaggio al ruolo di imperatore. Onorò l’incarico sin dagli inizi del mandato al punto tale da meritarsi, dopo due soli anni di governo, l’appellativo di optimus princeps. Il titolo, secondo alcune fonti storiografiche, sarebbe stato direttamente riconosciuto dal Senato, mentre per altre è da attribuire a Plinio il Giovane, scrittore e senatore romano, che lo usa a ragion veduta nel suo «Panegirico a Traiano». Un trattato sulla figura dell’imperatore che ancora oggi costituisce una delle maggiori fonti di informazioni, ricche di particolari inediti. Di Plinio il Giovane si ricordano, oltre al «Panegirico a Traiano» anche i 10 libri delle Epistole. Proprio il decimo libro contiene ben 79 lettere indirizzate dall’autore, a quel tempo governatore della Bitinia, all’imperatore Traiano. In queste 79 lettere sono stati rinvenuti ben 50 quesiti di carattere fiscale che Plinio il Giovane formula a Traiano a cui seguono altrettante risposte. Una sorta di formulario fiscale delineato dall’imperatore che doveva servire a Plinio il Giovane come «vademecum» nella gestione fiscale e amministrativa del governatorato romano.

Riassetto urbanistico della penisola, rinnovamento dell’apparato statale, centralità politico-amministrativa, economia. Sono i quattro caratteri distintivi della politica traianea, divisa tra la necessità di rafforzare l’identità dell’impero contro le spinte alla delocalizzazione e far fronte alla crisi economica e demografica della penisola.

Oltre a migliorare le vie di comunicazione per favorire e incrementare gli scambi commerciali, Traiano considera fondamentale un’altra priorità: gli interventi in campo economico e sociale. A lui si deve il rafforzamento di uno dei primi interventi di stato sociale della storia, l’institutio alimentaria. Introdotto dal suo diretto predecessore, vale a dire Nerva, questo istituto fiscal-finanziario fu regolamentato da Traiano in modo puntuale, tanto da divenire uno strumento di intervento per far fronte alla crisi economica dell’Impero.

L’istituto finanziario prevedeva un prestito ipotecario (obligatio praedorium) concesso direttamente dal patrimonio personale dell’imperatore (il fiscus). Grazie alle istituzioni alimentari, che potremo definire istituzioni statali di carattere assistenziale, la versione arcaica delle Ipab (Istituti pubblici di assistenza e beneficenza), gli agricoltori ricevevano in prestito capitali fornendo, a loro volta, una specifica garanzia ipotecaria e a un basso tasso di interesse che, all’epoca, era, secondo alcune fonti storiche, nell’ordine del 2,5% e, secondo altre, del 5%. Le rendite erano devolute direttamente all’assistenza dei fanciulli orfani e indigenti assicurando loro il giusto sostentamento. L’obiettivo dell’imperatore non era soltanto di aiutare gli orfani e i bisognosi, che attraverso questa forma di sostentamento avrebbero potuto studiare e pensare eventualmente a un futuro impiego nei ranghi dell’amministrazione imperiale, ma anche la ripresa dell’economia romana, stretta come era tra la crisi economica e la contrazione demografica.

Apposite tavole (tabula alimentaria) riportavano in dettaglio le disposizioni dell’imperatore per l’istituzione del prestito ipotecario. In particolare, ricorda Monica Miari, direttrice dell’area archeologica di Veleia, «la somma del prestito, distribuita in relazione alle terre possedute, le obbligazioni contratte da ogni singolo proprietario, il nome dell’intermediario incaricato della dichiarazione (descriptio), la stima delle proprietà date in pegno (aestimatio) e la somma corrisposta dall’amministrazione per conto dell’Imperatore». Tra l’altro, di ogni terreno, che veniva offerto come garanzia del prestito, era riportato il nome (tecnicamente vocabulum) con indicate le eventuali pertinenze annesse, tra cui le fattorie, gli ovili e le fornaci, e, non ultimo, la localizzazione toponomastica. Di queste tavole, realizzate in bronzo, sono state rinvenute tracce, con le relative iscrizioni, negli scavi archeologici della città romana di Veleia e a Macchia di Circello nei pressi di Benevento.

Di indole pragmatica, Traiano era consapevole dell’importanza e della centralità degli scambi commerciali per favorire il rilancio economico della Penisola. Ed è per questo motivo che si adoperò per far approvare dal Senato, con cui era in ottimi rapporti di confronto e collaborazione (a differenza di Nerone n.d.r.), una serie di provvedimenti che avrebbero contribuito ad accelerare il rinnovamento delle infrastrutture. Dalla estensione e manutenzione della rete viaria imperiale alla realizzazione di porti, strade e acquedotti. Tra le opere di maggiore rilievo, soltanto per citarne alcune, si ricordano quelle per favorire l’attracco delle navi nei porti di Ostia, Civitavecchia e Ancona, la costruzione di ponti e acquedotti come l’Aqua Traiana, realizzato nel 109 dall’ingegnere Sesto Giulio Frontino, curator aquarum, famoso sovrintendente delle acque sin dai tempi di Nerva, che dal lago di Bracciano approvvigionava le località del Gianicolo e Trastevere. Tra le altre opere di rilievo commissionate da Traiano vi è anche l’acquedotto sul Tago presso Alcantara e quello sul Danubio a Drobetae, il riordino delle cloache romane, la costruzione di un canale per far defluire le acque delle piene del Tevere. Di lui Eutropio scrive ancora «tutti credono che a causa di queste cose sia stato considerato in tutta la terra simile a un dio e che abbia meritato ogni tipo di venerazione sia da vivo che da morto»[3].

 


[1] Eutr., Brev. Hist. Rom. VIII 2, 2: «Rem publicam ita administravit, ut omnibus principibus merito praeferatur, inusitatae civilitatis et fortitudinis. Romani imperii, quod post Augustum defensum magis fuerat quam nobiliter ampliatum, fines longe lateque diffudit».

[2] Eutr., op.cit. VIII 4, 1: «Gloriam tamen militarem civilitate et moderatione superavit, Romae et per provincias aequalem se omnibus exhibens … nullum senatorum laedens, nihil iniustum ad augendum fiscum agens, liberalis in cunctos…».

[3] Eutr., op.cit. VIII 4, 2: «Ob haec per orbem terrarum deo proximus nihil non venerationis meruit et vivus et mortuus».

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