Fondamenti della teocrazia imperiale

di A.P. Di Cosmo in Regalia Signa. Iconografia e simbologia della potestà imperiale, in Porphyra, Anno VI, suppl. 10 nov. 2009*. *alcune parti sono state espunte.

Costantino VII viene incoronato da Cristo. Frammento d'avorio scolpito a bassorilievo, 945 d.C. ca. Pushkin Museum

Costantino VII viene incoronato da Cristo. Frammento d’avorio scolpito a bassorilievo, 945 d.C. ca. Pushkin Museum

L’autocrazia del “Despota dei Romani” si fondava su un articolatissimo, seppur raffinatissimo, sistema simbolico e su una catena di infiniti rimandi tra particolare ed universale, che si esprimeva in un protocollo aulico (leitourgía) capace di rivaleggiare e superare in eleganza – tra inchini, canti e cerimonie di trionfo – i più rinomati protocolli europei.
Queste istanze sono compendiabili nel concetto di táxis, termine che significava “ordine”, nonché “etichetta” «finalizzata alla glorificazione perpetua (…) del sovrano» (Grabar, 1971); essa «consisteva nella determinazione dei posti in ordine di importanza, secondo il grado rivestito, negli atteggiamenti da tenere di fronte al sovrano, nei gesti e nelle formule» (Ravegnani, 2000). Infrangendo l’etichetta si incorreva in un sacrilegio, poiché si violavano le divine disposizioni: ogni ruolo era tale perché fissato dalla divinità, o piuttosto dalla volontà del sovrano, che era “legge animata” (la tradizione romana voleva il princeps come legibus solutus: l’imperatore è libero formalmente dall’osservare il diritto, ma non dal rispetto della legalità) che in terra «per me regnat».
L’Impero era tutto teso a realizzare la táxis affinché potesse «il potere imperiale, esercitandosi con ordine e regolarità, riprodurre il movimento armonioso che il Creatore dà a tutto l’universo e l’impero apparire ai nostri sudditi più maestoso e perciò più gradito e ammirabile» (Costantino Porfirogenito, Libro delle cerimonie).

Nel tardo impero, il problema di trovare un fondamento alle origini del potere, per dare stabilità al seggio, venne risolto con un vecchio escamotage: l’archetipo divino della potestà regale. Commentando l’ideologia tetrarchica, Libanio (Orazioni, IV. 61,5) parla appunto di «far governare il mondo dagli dèi»: l’imperatore romano, dimentico dell’antico mos maiorum e alla maniera del faraone, si proclama dio, con definitivo superamento della qualifica di “genio dell’imperatore” (ad ogni modo, la divinità dell’imperatore era già stata teorizzata da Diocleziano ed Aureliano).
L’assimilazione delle somme cariche dello stato con Giove ed Ercole non si limita, quindi, alla mera teoria, ma si concretizza nell’uso dei cognomina Iovius ed Herculius, quale compartecipazione alle virtù della divinità. Nel fare propri i numina, gli imperatori del tardo impero sottolineavano di essere predestinati fin dalla nascita al trono (Marcone, 2002): così Giuliano narra che il genio di Giove (il suo genio) più volte l’aveva pregato di accettare la porpora e l’aveva minacciato di abbandonarlo, qualora avesse nuovamente rifiutato la nomina a imperatore, poiché egli stesso aveva ispirato i soldati (Ammiano Marcellino, Storie, XX.4, 17-18; 5, 10).
Nella cosmogonia bizantina, al contrario, «l’idea di un imperatore-dio (gli imperatori romani si ritenevano divinità solari) venne (…) sostituita, per influsso del cristianesimo, da quella più sfumata di “eletto da Dio”, una sorta di tredicesimo apostolo a capo dell’ecumene romana» (Ravegnani, 1991). Questo archetipo venne ideato dallo stesso Costantino, che, facendosi seppellire nella chiesa dei dodici apostoli, aggiunse una tredicesima arca a quelle già esistenti, assumendo le qualità di isapóstolos (“uguale agli apostoli”, titolo con cui viene venerato dalle Chiese orientali). Addirittura c’è chi lo indicava come un alter Christus, poiché la posizione centrale tra gli apostoli, distribuiti in numero di sei da una parte e dall’altra della sua tomba, lo assimilava a Cristo capo del collegio apostolico (tema poi ripreso dagli imperatori nei secoli successivi).

Aureo di Aureliano (4,70 g). Zecca di Milano, 271-272 d.C. Busto dell'imperatore rivolto a destra, laureato e corazzato (IMP.C.L.DOM.AVRELIANVS.P.F.AVG.)

Aureo di Aureliano (4,70 g). Zecca di Milano, 271-272 d.C. Busto dell’imperatore rivolto a destra, laureato e corazzato (IMP.C.L.DOM.AVRELIANVS.P.F.AVG.)

«L’imperatore non è solo il supremo comandante dell’esercito, il sommo giudice e l’unico legislatore, egli è anche il protettore della Chiesa e della vera fede, e in quanto tale non è solo il signore e capo, ma anche l’immagine vivente dell’impero cristiano affidatogli da Dio. Egli è in diretto rapporto con Dio, viene considerato come fuori dalla sfera del terreno e dell’umano ed è oggetto di un particolare culto politico religioso» (Ostrogorsky, 1968). Tale era la sua natura da essere chiamato «di divina sorte». Sull’elezione divina concordavano anche i principi degli apostoli. Pietro (Prima lettera, 2: 13-17) dice: «siate soggetti per amore al basileús, come a Colui che eccelle su tutti»; Paolo (Epistola ai Romani, 13: 1) scongiura: «ogni anima sia sottomessa alle potestà superiori (…), quelle che ci sono, sono state ordinate da Dio». Già il libro dei Proverbi afferma che è Dio a consegnare i regni della terra ai re: la vocazione divina diventa quindi inequivocabile. La derivazione teocratica della potestà regale ut supra rappresentata e quale si evince dagli studi di Pertusi ha radici antichissime ed epistemicamente venne giustificata dallo stesso Platone in più opere, trova echi in Plotino, con essa concordavano gli stoici ed era avvallata pure da Cicerone: il sovrano era descritto come re e filosofo (interessantissimo in questo senso è l’encomio di Niceforo Gregora per Andronico II, visto come un “novello Platone”), eminente tra gli uomini aurei e piena espressione degli áristoi; egli si distingueva per il noûs regale e per la possibilità di contemplare più pienamente la divinità, poiché era più capace di rifletterne il sommo fulgore e fungeva da intermediario. La concezione ellenistica si innestò sull’immaginario giudaico del potere, a determinare l’ideologia cristiana che vuole il sovrano creato a immagine e somiglianza di Dio, dotato di poteri ritenuti diretta emanazione del Lógos-Sophía e pertanto tali da renderlo giusto e ornato di una conoscenza umana e divina. Era questo il background concettuale della dottrina della “imitazione di Dio”: «l’Impero terrestre, infatti, doveva imitare nelle forme quello celeste (…) e chi in terra deteneva l’autorità era tenuto a sua volta ad imitare Dio. Imitare per essere imitato dai sudditi e portarli così verso la perfezione». La dottrina dell’imitatio Dei trovò il suo fondamentale teorico in Eusebio di Cesarea: costui riteneva che la potestà imperiale emanasse direttamente dal Lógos «fonte di ogni virtù», che ha creato il sovrano come «animale regale» per ricevere la carica imperiale, comunicandogli perciò virtù innate tra le quali spiccava l’eusébeia, che è più importante dello stesso ius imperii. Eusebio non fa altro che enfatizzare nel basileús la virtù principale del mitico progenitore di Roma, Enea; quella stessa virtù che valse l’epiteto di pius all’imperatore Antonino.

Gruppo scultoreo dei Tetrarchi. Porfido, IV secolo d.C. Venezia, Cattedrale di San Marco

Gruppo scultoreo dei Tetrarchi. Porfido, IV secolo d.C. Venezia, Cattedrale di San Marco

Ma non solo: il basileús è plasmato ad immagine, eikōn, di Dio, con il suo regno ripete l’ordine del mondo supero ed è epifania della realtà celeste. Al basileús Dio dona una conoscenza speciale, gli rivela le cose sacre e quelle occulte. Eusebio definisce Costantino addirittura «vescovo universale», garante della futura religione di stato, rielaborando la figura del pontifex maximus (Piras); non sbaglia il Palazzolo a definirlo «il primo sovrano assoluto della romanità».
In virtù di questa speciale partecipazione al mistero divino, nel suo epistolario Leone III potrà scrivere a Gregorio II: «io sono sacerdote e re», innalzandosi al rango di ministro di Dio, simile ad una sorta di vescovo per coloro che non hanno accesso al naós; ancora più esplicativa è l’espressione con cui si autodefinisce Giustiniano: archipresbýteros. Come sottolinea Pertusi, questo particolare ministero è pienamente giustificato, poiché far trionfare la fede cristiana è uno degli scopi dell’impero e obbligo dell’imperatore, cristallizzato sotto forma di legge, era difendere i dogmi di Dio. «L’Impero diventava il rappresentante dell’idea universale del Cristianesimo, e si attribuiva il compito di sostenerne il riconoscimento e la diffusione, di convertire ed abbattere i pagani e gli eretici, di allargare il più possibile il terreno sul quale doveva spargersi il buon seme, di attuare l’unità religiosa. (…) Là dove si estende il diritto romano deve giungere la regola della Chiesa universale» (De Francisci, 1948).

Secondo Demetrio Comateno, l’imperatore non era vincolato nemmeno dalle leggi ecclesiastiche e aveva i poteri di ratifica dei concili: «egli è il nostro Cristo» e di conseguenza conservava i poteri di pontefice. Per Teodoro Belsamone, il basileús erigeva metropoli, nominava vescovi (emblematico il caso di nomina del vescovo Sipontino Lorenzo da parte di Zenone) e ridisegnava i confini delle diocesi. La sua giurisdizione non si estendeva ai soli corpi ma comprendeva anche la cura animarum; egli «riconduce all’ovile di Dio le pecorelle smarrite e quelle che nell’ovile di Dio non erano mai entrate» (Cohn, 1909). Tutto ciò si inserisce pienamente nella tradizione romana, ove i poteri regali comprendevano anche quelli sacerdotali. Secondo Servio (Ad Æneidem, III. 268) «fu consuetudine dei nostri antenati che il re fosse pontefice e sacerdote» e non a caso Augusto assunse per sé il titolo di pontifex maximus, carica rivestita dagli imperatori fino alla rinuncia di Graziano; Aristotele (Politica, III. 9) stesso affermava che i re sono tali perché essi hanno ricevuto l’incarico del culto comune. Per Psello «l’ascesa al trono è definita come tò tēs basileías mystḗrion (iniziazione all’Impero). Quasi contenesse un qualcosa di magico», configurandosi come il supremo dei misteri da disvelare; è facile giocare con le assonanze dei termini greci tethronismenos («colui che sta sul trono») e tetelesmenos («l’iniziato»). Egli è imperatore a guisa di ragione, perché come uno specchio riflette la divinità imitando «la sua benignità per quanto può comprendere la mente umana» e «imitarlo significa attuare tutte le virtù proprie di Dio (…), bontà, saggezza, potenza, giustizia, (…) al fine di giungere alla perfezione morale»; inoltre «il basileús deve esercitare la benevolenza, l’atteggiamento che un padre ha verso i figli e che consiste essenzialmente nel saper perdonare». Questa concezione è ben compendiabile nell’iscrizione di un cofanetto eburneo: «la tua anima o autocrate, è una teca di doni sublimi ed una nave di ricchezze divine».

Le virtù imperiali trovavano piena esplicazione nell’epiteto felix. La Giustizia e la Misericordia venivano raffigurante presso il

Croce gemmata con ovale riportante il volto di Cristo (catino absidale di S. Apollinare in Classe, Ravenna, secolo VI). Come il Cristo viene raffigurato al centro della croce, alla stessa maniera gli imperatori si fanno ritrarre al centro della croce su un clipeo, assimilandosi al Signore e garantendo i principi di natura mistica che giustificavano il proprio potere.

Croce gemmata con ovale riportante il volto di Cristo (catino absidale di S. Apollinare in Classe, Ravenna, secolo VI). Come il Cristo viene
raffigurato al centro della croce, alla stessa maniera gli imperatori si fanno ritrarre al centro della croce su un clipeo, assimilandosi al Signore e
garantendo i principi di natura mistica che giustificavano il proprio potere.

trono dell’imperatore come espressione delle sue virtù o nell’atto di consigliare Cristo mentre incorona gli Augusti. Il rapporto dell’imperatore romano-orientale con la divinità è definito in termini di homoíōsis Theoû («emulazione di Dio») o, meglio, di Christomímēsis («imitazione di Cristo»): ne è esempio la monetazione di Costantino VII, ove il volto dell’imperatore compare in un ovale posto sull’incontro delle braccia della croce, alla stessa maniera in cui nel catino absidale di S. Apollinare in Classe al centro della croce è effigiato il volto di Cristo. Tale iconografia è ripresa da Niceforo II e da Giovanni I Zimisce. Si riteneva infatti che il basileús ricevesse il regno per benevolenza divina e venisse scelto direttamente da Cristo. Tale concezione, stabilita con forza di legge nel Codex, era avvallata da un’abbondante iconografia dove i vari basileîs sono incoronati da Cristo, dalla Vergine o ancora, in più rari casi, dai santi. Eusebio attribuiva a Costantino quest’espressione: «Dio stesso ha ricercato e giudicato adatto ai suoi fini il mio servigio (…) in modo che il genere umano recuperasse il rispetto per l’augustissima legge, (…) perché la beata fede potesse accrescersi sotto la guida diretta di Dio».
Marciano, all’apertura del concilio di Calcedonia del 451, ribadì la propria elezione divina: «divino iudicio ad imperium sumus electi». Nella novella di Leone I De bonis vacantibus (468) agli imperatori «totius mundi regimen commisit suprema provvisio»: vi si cristallizzava il presupposto teologico della regalità proclamato dallo stesso Leone I in occasione delle sua creazione («l’onnipotente Iddio e la vostra scelta, o prodi commilitoni, mi hanno eletto imperatore dell’Impero romano»), cui i soldati, consci della sacra elezione, risponderanno: «Colui che ti ha scelto ti proteggerà, Dio difenderà il suo eletto». La medesima concezione si ritrova nel discorso pronunciato da Anastasio I al momento dell’incoronazione: «l’elezione del gloriosissimo Senato e degli illustrissimi dignitari, il consenso dei potenti eserciti e del devoto popolo, previa la clemenza della S. Trinità, hanno scelto me per reggere l’Impero dei Romani, sebbene non volessi ed esitassi»: infatti «è chiaro che la potenza umana dipende dal cenno della gloria suprema».
Insomma, il potere imperiale poggiava sul previo consenso della Trinità; un’idea penetrata nell’inconscio collettivo tanto che il popolo rivolgeva all’imperatore queste acclamazioni: «Dio ti ha dato, Dio ti conserverà!».
Il canto apelatico, rivolto all’imperatore nell’anniversario della sua incoronazione, ricordava che Cristo stesso iniziasse all’impero, ed intonava: «Dio ti ha confermato sovrano assoluto; e sceso dal cielo, il Grande Duce degli eserciti, davanti al tuo volto ha aperto le porte dell’impero; (…) te infatti desiderava avere come pio imperatore, sovrano, pastore, (…) autocrate». Questa concezione della regalità attraversò immutata i secoli.

I vari basileîs coltivavano la religione col fervore della ragion di Stato, col fine di perdurare sul trono e di non inimicarsi l’Onnipotente. Giustiniano passava molte ore nelle cappelle di palazzo e conversava di tematiche teologiche fino a tarda ora, dormendo pochissimo; era anche un apostolo ardente poiché inviava molti monaci nelle regioni non cristiane al fine di convertire quei popoli. Egli è noto anche come autore di componimenti religiosi, il più celebre dei quali è un’orazione inserita nel canone della Divina liturgia di S. Giovanni Crisostomo, che intona:

Figlio unico e Verbo di Dio, pur essendo
immortale, per la nostra salvezza volesti prendere
carne dalla santa Madre di Dio e sempre Vergine Maria;
senza mutarti ti sei fatto uomo e fosti crocifisso, o
Cristo Dio, calpestando la morte con la morte; tu,
che sei una delle Persone della Trinità, glorificato
insieme col Padre e lo Spirito Santo salvaci.

Autore di opere teologiche fu Leone VI il Saggio: il suo inno «Venite, o popoli, adoriamo la Trinità in tre persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo» si recita nell’ufficiatura dei vespri di Pentecoste. Quest’ufficio detto “della genuflessione” è da collegare al mosaico nel nartece di S. Sofia, dove Leone VI si prostra innanzi a Cristo Panbasileús per ottenere la sapienza necessaria a governare l’impero (Gavrilovic, 1977). Lo stesso basileús compose una preghiera sapienziale allo Spirito Santo finalizzata al buon governo: «O mente, o sapienza, o Spirito Santo, natura unica, regno indivisibile concedi la forza della mente in proporzione alla mole delle cose e governa con noi coloro dei quali ci hai affidato la cura, affinché il popolo tuo da noi guidato, eviti le avversità che quaggiù accadono e giunga alla felicità celeste che tutti noi auspichiamo di ottenere dalla tua grazia e bontà, per poter lassù colmare di lodi in eterno la tua eccelsa divinità» (Leone V, Orationes, XIII).

Follis di Costantino il Grande. Bronzo, 5, 10 gr. Zecca di Lione, 309-310 d.C. Verso: il dio Sole, con il volto rivolto a sinistra, la destra alzata e il globo nella sinistra. Legenda: SOLI.INVIC-TO.COMITI.

Follis di Costantino il Grande. Bronzo, 5, 10 gr. Zecca di Lione, 309-310 d.C. Verso: il dio Sole, con il volto rivolto a sinistra, la destra alzata e il globo nella sinistra. Legenda: SOLI.INVIC-TO.COMITI.

Ma se per divino consenso si acquista il trono, per volontà divina lo si perde, come sanzione per la mancanza di pietas dell’imperatore. Illuminante a riguardo è il passo attribuito alla mano di Costantino in una sua epistola al governatore d’Africa, in cui lo sollecita a risolvere i problemi dell’eresia donatista: «potrebbe avvenire che Dio agisca contro di me, alla cui cura egli ha affidato per decreto celeste la direzione di tutti gli affari umani, disponendo in modo diverso da come ha fatto finora».
Così, alla fine dell’Impero, sarà la sentenza divina a scandire la capitolazione della basileía. Ne Il pianto di Costantinopoli, un componimento poetico sul genere delle lamentazioni, l’anonimo autore del XVI secolo si duole dalla caduta della città imperiale e ne dà una giustificazione di natura teologica: «apprendi la storia (…) dei Romei senza testa: (…) tutti erano malvagi, (…) l’uno l’altro sgozzava sovente, (…) senza il volere di Dio acquistavano il trono, (…) senza timore di Dio aborriti da tutti, nemici dei cristiani di ogni monastero per questo ebbero lo sdegno del Signore e perdettero il regno per la loro trascuratezza».
Dio punisce gli errori del suo eletto detronizzandolo come «nel caso di un imperatore pio» quale era Maurizio «che verrà sostituito dal sanguinario Niceforo Foca». I santi padri, sulla scia della Lettera ai Romani di S. Paolo, sottolineano che è lecito resistergli nel caso in cui questi ordini empietà; in tale maniera il basileús perdeva non solo il consenso divino ma rischiava la rivolta popolare. Ogni imperatore infatti sapeva di sedere su un seggio sempre vacillante e di poter essere sottoposto se non alla morte, alla tonsura, alla castrazione, all’accecamento o, comunque, alla mutilazione: l’invalidità constava infatti la perdita del trono. L’uccisione del basileús era pur sempre un atto sacrilego: se neanche lo stesso Davide levò la mano contro Saul, non era lecito dare la morte all’unto del Signore. Il rito di incoronazione prevedeva che l’imperatore scegliesse il marmo del proprio sepolcro (in previsione di eventuali accidenti) e baciasse tre volte, in segno di umiltà, l’akakía, un sacchetto purpureo contenente terra di tombe.
Inoltre, l’imperatore basava il proprio potere e la possibilità della sua conservazione sulla corte, il che implicava accettare e diventare prigioniero dell’oppressivo ciclo annuale delle cerimonie; infatti non l’imperatore regnante ma la corte aveva l’ultima parola. Lo status di porfirogenito (erede legittimo, poiché nato mentre il padre era regnante) era il massimo di legittimazione possibile.

Il principe nasceva nella Porphyra, una stanza coperta di marmi di porfido nel palazzo di Dafné, ove tutta la corte era presente e lo accoglieva (era questa la prima cerimonia che inglobava il futuro basileús nel complesso meccanismo di etichetta ove la corte regnava sovrana); seguiva un rito che ricordava la visita dei re magi, durante il quale l’imperatrice riceveva i doni e le felicitazioni delle nobildonne della corte, che si inchinavano davanti alla culla in atto di adorazione ed omaggio.
Il potere del basileús era spesso esposto all’influenza predominante di forze che agivano dietro il trono, in parecchi casi gli eunuchi di corte, depositari di una smisurata potenza che aumentava naturalmente in maniera inversamente proporzionale alle capacità del sovrano stesso. Michele III pagò a caro prezzo il comportamento indecoroso e il mancato rispetto dell’etichetta di corte e dei suoi ritmi; per converso, la corte aveva il potere di favorire l’ascesa al trono, come nel caso dell’incoronazione di Giustino I: gli eunuchi facenti parte dei doméstikoi non vollero consegnare le insegne imperiali, barricandosi in un palazzo finché non fosse stato eletto legittimamente un imperatore. A porre Giustino II sul trono fu il potentissimo eunuco Calinico, che diceva di aver ricevuto da Giustiniano, come testamento, l’ordine di fargli succedere il nipote Giustino.

Annunci

3 commenti su “Fondamenti della teocrazia imperiale

  1. londarmonica ha detto:

    Sempre molto interessante! Grazie della condivisione

    Mi piace

σχόλια/adnotationes dei lettori

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...