Manio Valerio Massimo, dittatore e augure

di F. Vallocchia, Manio Valerio Massimo, dittatore e augure, in Index, 35, 2007, 27-39.

Non placeo concordiae auctor. Optabitis, mediusfidius, propediem, ut mei similes Romana plebis patronos habeat. Quod ad me attinet, neque frustrabor ultra ciues meos neque ipse frustra dictator ero. Discordiae intestinae, bellum externum fecere ut hoc magistratu egeret res publica: pax foris parta est, domi impeditur; priuatus potius quam dictator seditioni interero (Livio, Ab Urbe condita II 31, 9-10).

Manio Valerio, dittatore nell’anno 494 a.C., dopo aver constatato di non essere riuscito ad imporsi quale concordiae auctor[1], in quanto il senato non aveva accettato le sue proposte per la liberazione dei plebei dai debiti, abdica dalla dittatura, «facendo al senato profezie» (Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane VI 43, 2)[2] sulla secessione della plebe.
Secondo la narrazione di Livio, Manio Valerio sembra così uscire dalla storia della secessione che, proprio in conseguenza della sua abdicazione dalla dittatura, la plebe attuerà in quello stesso anno. La storiografia contemporanea, fatte poche eccezioni (seppure di grande rilievo, come si vedrà), sembra voler trascurare l’importante ruolo che Manio Valerio ebbe anche per tutta la durata della secessione; ruolo che possiamo ricavare da un buon numero di fonti: un elogium epigrafico ed alcuni testi di Cicerone, di Dionigi di Alicarnasso, di Valerio Massimo e di Plutarco. Da queste si ricavano anche altre informazioni che mettono in luce la grande importanza di Manio Valerio nella storia di Roma. Per primo, egli ricoprì contemporaneamente la dittatura e l’augurato, come solo Quinto Fabio Massimo, Lucio Cornelio Silla e Gaio Giulio Cesare dopo di lui faranno[3]; e per primo egli ricevette l’onore della speciale denominazione di Maximus (Cicerone, Brutus 54; Plutarco, Vita di Pompeo, XIII 11), della quale solo molto tempo dopo sarà insignito anche Quinto Fabio.

La prima secessione della plebe nelle narrazioni di Livio e di Dionigi di Alicarnasso

Livio e Dionigi di Alicarnasso mostrano una particolare attenzione per gli avvenimenti relativi alla secessione plebea del 494 a.C.; a tale avvenimenti sono dedicati ben 46 titoli (dal 45 al 90) del libro sesto dell’opera dello storico greco contro una parte del titolo 31, l’intero titolo 32 ed una parte del titolo 33 del libro secondo dell’opera dello storico latino. Questa palese sperequazione si riflette soprattutto sulla quantità di notizie fornite dalle due narrazioni, le quali, quanto al contenuto, non fanno però emergere differenze tali per cui le si possa ritenere in contrapposizione tra loro.
Quanto alle possibili ragioni delle differenze tra le narrazioni di Livio e di Dionigi, Theodor Mommsen scrisse brevemente: «contra Livius solo opinor brevitatis studio ductus in his rebus narrandis et Valerii nomen plane suppressit et de fenore levato verbum nullum fecit»[4].
In effetti, ponendo a confronto il testo di Livio con quello di Dionigi sugli eventi collegati all’inizio ed alla fine della detta secessione, si ricava che: a) sia Livio (II 31, 11) sia Dionigi (VI 45, 1) evidenziano il nesso tra l’abdicazione di Manio Valerio dalla dittatura e l’inizio della secessione plebea; b) sia Livio (II 32, 12) sia Dionigi (VI 83, 2) evidenziano il nesso tra l’apologo di Menenio Agrippa e la fine della secessione; c) Livio (II 32, 8) mette in luce solo il ruolo svolto da Menenio Agrippa sul Monte Sacro; ma non lo fa in modo tale da escludere quanto rileva nel racconto di Dionigi (VI 69, 3), nel quale è detto che sul Monte Sacro erano stati inviati dieci présbeis[5], tra i quali Menenio Agrippa e Manio Valerio; d) Livio, pur avendo chiaramente indicato nel peso dei debiti la causa principale della secessione, evidenzia, tra le condizioni poste dai plebei per la fine della stessa, la sola istituzione del tribunato della plebe (Ab Urbe condita II 33, 1); nella sua narrazione, però, non vi sono elementi che possano escludere anche l’accoglimento di istanze relative ai debiti, come esposto da Dionigi (VI 88, 3).
Pertanto, come evidenziato da Mommsen, non vi è contrapposizione tra i testi dei due storici; le poche differenze sono dovute ad una minor quantità di notizie riferite dallo storico latino. Differenze più importanti, invece, vi sono tra Livio ed altre fonti.

Manio Valerio in CIL VI 40920 e XI 1826, Cicerone, Valerio Massimo e Plutarco

In un’iscrizione marmorea di età augustea[6], rinvenuta ad Arezzo nel 1688, è riportato l’elogium di Manio Valerio:
M/ · Valerius
Volusi · f
Maximus
dictator · augur primus · quam
ullum · magistratum · gereret
dictator · dictus · est · triumphavit
de Sabinis · et · Medullinis · plebem
de sacro · monte · deduxit · gratiam
cum · patribus · reconciliavit · fae
nore · gravi · populum · senatus · hoc
eius · rei · auctore · liberavit · sellae
curulis · locus · ipsi · posterisque
ad Murciae · spectandi · caussa · datus
est · princeps · in senatum · semel
lectus · est.

Theodor Mommsen (in CIL I, 1, 186 ss.) affermava che questa iscrizione era stata posta da Augusto all’interno del Foro fatto da lui costruire a Roma e che una copia di essa era stata collocata anche ad Arezzo, unitamente ad altri sei elogia tratti da iscrizioni presenti in quel Foro. Un parziale riscontro di queste affermazioni è costituito dal rinvenimento, nel 1934 a Roma alle pendici del Campidoglio, dalla parte dell’Altare della Patria, di una epigrafe mutila riproducente parte della iscrizione già rinvenuta ad Arezzo; G. Alföldy e L. Chioffi (in CIL VI, 8, 4839 s.) affermano che questa iscrizione sarebbe stata collocata non nel Foro di Augusto, ma nel Foro Romano per ordine di Augusto stesso (per il testo dell’epigrafe rinvenuta a Roma, vedasi CIL VI, 8, 4920)[7].
In questo elogium è posto in risalto il ruolo di conciliatore avuto da Manio Valerio in occasione della prima secessione plebea; nelle linee 8 e 9 si legge: «gratiam / cum · patribus · reconciliavit». Questo ruolo di Manio Valerio è evidenziato anche in altre fonti, pur con vari intendimenti politici.

a)        In un passo di un’opera retorica di Cicerone, il Brutus, è posta in risalto l’attività fondamentale di Manio Valerio nella fine della secessione plebea; nel sottolinearne la capacità oratoria, l’Arpinate afferma che Manio Valerio «aveva sedato le discordie»:

Videmus item paucis annis post reges exactos, cum plebes prope ripam Anionis ad tertium miliarium consedisset eumque montem, qui Sacer appellatus est, occupavisset, M. Valerium dictatorem dicendo sedavisse discordias, eique ob eam rem honores amplissumos habitos et eum primum ob eam ipsam causam Maxumum esse appellatum (Cicerone, Brutus 54).

Nel passo, Cicerone sembra supporre esservi contemporaneità tra la carica di dittatore di Manio Valerio e la sua salita al Monte Sacro; invece, tanto Livio quanto Dionigi riferiscono dell’abdicazione di Manio Valerio dalla dittatura prima della secessione. Pertanto, o Cicerone è incorso in un errore, oppure egli ha voluto semplicemente richiamare l’attenzione sul fatto che Manio Valerio era stato dittatore. Del resto, la citazione di Manio Valerio non ha finalità di ricostruzione storica, ma esclusivamente di esaltazione della retorica. Vero è, comunque, che nei testi in cui Cicerone tratta di attività compiute da dittatori, è evidente che queste attività sono svolte in una stretta contestualità con la carica rivestita[8].

b)       Valerio Massimo, sottolineando l’eloquenza di Manio Valerio come già aveva fatto Cicerone, ne mette in luce l’attività di persuasione verso la plebe; Manio Valerio fu colui che “sottomise il popolo al Senato”:

Regibus exactis plebs dissidens a patribus iuxta ripam fluminis Anienis in colle, qui sacer appellatur, armata consedit, eratque non solum deformis, sed etiam miserrimus rei publicae status, a capite eius cetera parte corporis pestifera seditione diuisa. ac ni Valeri subuenisset eloquentia, spes tanti imperii in ipso paene ortu suo corruisset: is namque populum noua et insolita libertate temere gaudentem oratione ad meliora et saniora consilia reuocatum senatui subiecit, id est urbem urbi iunxit. uerbis ergo facundis ira, consternatio, arma cesserunt (Factorum et dictorum memorabilium libri IX, VIII 9,1).

Come nell’elogium epigrafico, così nel passo di Valerio Massimo, successivo di qualche anno, si passa da uno specifico riferimento al rapporto plebs-patres ad un generale riferimento al populus. Peraltro, Valerio Massimo (IV 4,2) riporta anche la tradizione di Menenio Agrippa, riferendo altresì alcuni particolari già oggetto della narrazione di Livio; egli infatti, dopo aver affermato che il senato e la plebe avrebbero scelto Menenio Agrippa come conciliatore, narra che il suo funerale sarebbe stato garantito con il denaro raccolto «a populo».
c)       Plutarco evidenzia l’opera di convincimento posta in essere da Manio Valerio; questi fu colui che «aveva riconciliato il senato e la plebe»:

Δύο γοῦν Μαξίμους, ὅπερ ἐστὶ μεγίστους, ἀνηγόρευσεν ὁ δῆμος· Οὐαλλέριον μὲν ἐπὶ τῷ διαλλάξαι στασιάζουσαν αὐτῷ τὴν σύγκλητον (Plutarco, Vita di Pompeo, XIII 11).

Dunque: mentre in Livio è narrata la mediazione del solo Menenio Agrippa, nell’elogium epigrafico, in Cicerone, in Valerio Massimo (che ricorda, però, anche Menenio Agrippa) ed in Plutarco è indicata la sola attività di convincimento posta in essere da Manio Valerio; in una posizione intermedia tra questi due gruppi di fonti si pone la narrazione di Dionigi di Alicarnasso, nella quale trovano spazio tanto Menenio Agrippa quanto Manio Valerio, pur se al primo è riservata un’attenzione maggiore. Tutto ciò conduce a pensare che esistano due tradizioni, nelle quali il merito della fine della secessione medesima è attribuito rispettivamente a Menenio Agrippa ovvero a Manio Valerio.
Valerio Anziate e l’odierna storiografia. Mommsen aveva ragione
Le posizioni assunte dagli storici contemporanei circa queste tradizioni, sono sostanzialmente quattro. a) La grande maggioranza di essi raccoglie solo la tradizione di Menenio Agrippa; b) pochissimi riportano la sola tradizione di Manio Valerio[9]; c) alcuni riferiscono ambedue le tradizioni senza prendere posizione, oppure, più spesso, criticano la tradizione di Manio Valerio[10]; d) altri hanno una visione ipercritica di tutta la tradizione delle secessioni plebee[11].
Le accuse di non veridicità rivolte alla tradizione di Manio Valerio derivano da una più generale critica alle fonti annalistiche romane. Hirschfeld aveva sostenuto che il testo dell’elogium epigrafico di Manio Valerio non sarebbe dipeso da una antica tradizione annalistica, ma dagli Annali di Valerio Anziate[12]. Successivamente, altri studiosi affermarono, in riferimento alla prima secessione plebea, che Valerio Anziate avrebbe apportato ai dati più risalenti le «falsificazioni, di cui abbonda la pseudo-storia romana, a favore dei Valerii»[13]. Le «falsificazioni» dell’Anziate avrebbero influenzato fortemente, oltre il citato elogium, anche le opere di Dionigi, di Valerio Massimo (per di più anch’egli membro della gens Valeria) e di Plutarco[14]. Il ruolo di Manio Valerio sarebbe stato dunque “inventato” da Valerio Anziate che, così, avrebbe cercato di contrapporre questa sua ricostruzione alla tradizione antica[15], la quale attribuiva a Menenio Agrippa il merito della fine della prima secessione.
Contro le critiche alla veridicità della tradizione di Manio Valerio e, in particolare, contro le accuse di scarsa attendibilità mosse all’elogium epigrafico di questi, Mommsen affermava che il testo dell’elogium «pendere ab annalibus antiquis et optimis»[16]. Ritengo che Mommsen avesse ragione. Quattro osservazioni conducono a questa conclusione.

  • Innanzitutto, non abbiamo alcuna notizia certa sulla datazione degli Annali di Valerio Anziate; inoltre, è noto che di quest’opera sono pervenuti solo alcuni frammenti[17].
  • Non è possibile appurare se fossero già stati pubblicati gli Annali di Valerio Anziate nel 46 a.C., quando Cicerone scriveva il Brutus, opera nella quale appare il richiamo al ruolo di Manio Valerio nella conclusione della secessione plebea del 494 a.C.; inoltre, l’Arpinate in nessuno scritto menziona l’annalista Anziate[18]. È dunque molto probabile che il riferimento fatto da Cicerone a Manio Valerio nel Brutus sia dipeso da una fonte diversa dagli Annali di Valerio Anziate.
  • Non è possibile provare che il testo dell’elogium di Manio Valerio sia dipeso dagli Annali di Valerio Anziate. È quindi possibile che l’elogium sia stato ispirato da altra fonte, forse la stessa di cui si era avvalso Cicerone qualche decennio prima.
  • È possibile che lo stesso Valerio Anziate abbia tratto le informazioni riguardanti Manio Valerio da fonti più antiche[19]. Se così fosse, non avrebbe senso sostenere che il ruolo di Manio Valerio nella prima secessione plebea sia dipeso da una “invenzione” dell’Anziate; al più si potrebbe sostenere che questi abbia dato maggiore risonanza alle narrazioni che ponevano in risalto la figura di Manio Valerio[20].

È pertanto assai probabile che la tradizione di Manio Valerio sia stata fondata su narrazioni molto antiche, quanto quelle che riferivano dell’apologo di Menenio Agrippa. Gli annalisti successivi, ciascuno secondo le proprie idee ed i propri metodi, hanno basato le loro ricostruzioni su un nucleo originario che conteneva i tratti fondamentali di quelle vicende: a) il dittatore Manio Valerio e la questione dei nexi; b) la secessione della plebe; c) l’apologo di Menenio Agrippa; d) la nascita del tribunato della plebe; e) la discesa dei plebei dal Monte Sacro. Del resto, Cicerone, Dionigi e Livio attingevano le loro notizie da numerosi annalisti, dai più antichi ai più recenti; tutti e tre, per esempio, conoscevano gli scritti di Fabio Pittore, il più antico.

La questione dei nexi

Livio e Dionigi sono concordi nel riconoscere l’occasione della prima secessione plebea nella abdicazione di Manio Valerio dalla dittatura:

Namque Valerius post Vetusi consulis reditum omnium actionum in senatu primam habuit pro uictore populo, rettulitque quid de nexis fieri placeret. Quae cum reiecta relatio esset, «non placeo» inquit, «concordiae auctor. (…) priuatus potius quam dictator seditioni interero». Ita curia egressus dictatura se abdicauit. Apparuit causa plebi, suam uicem indignantem magistratu abisse; itaque uelut persoluta fide, quoniam per eum non stetisset quin praestaretur, decedentem domum cum fauore ac laudibus prosecuti sunt (Ab Urbe condita II 31, 8-11);

Εὐθὺς δὲ μετὰ τοῦτο τάδε ἐγίνετο· οἱ μὲν πένητες οὐκέτι κρύφα οὐδὲ νύκτωρ ὡς πρότερον, ἀλλ᾽ ἀναφανδὸν ἤδη συνιόντες ἐβούλευον ἀπόστασιν ἐκ τῶν πατρικίων (Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane VI 45,1).

Il dittatore Manio Valerio si dimette dalla carica perché il Senato rifiuta di approvare le sue proposte a favore dei nexi; il dittatore non riesce ad imporsi quale concordiae auctor. In conseguenza dell’abdicazione, la plebe attua la secessione.

È di tutta evidenza che sia per Livio sia per Dionigi la questione dei nexi ha un peso fondamentale sulle motivazioni che spingono la plebe alla secessione[21]; e non credo che il limitato sviluppo dell’economia monetaria nei primi decenni del V secolo a.C., possa costituire una prova della scarsa incidenza dell’indebitamento tra le cause della prima secessione plebea[22]. Peraltro il nexum, sicuramente antecedente alla legge delle XII Tavole, sarà abolito solo alla fine del IV secolo a.C.[23]

Tuttavia, se per Livio e Dionigi l’indebitamento dei plebei è una delle cause della secessione del 494 a.C., il solo Dionigi dice espressamente che la liberazione dai debiti sarà formalmente deliberata dal senato nel 493 a.C.; Livio non ne fa menzione, pur avendo chiaramente indicato il problema dei nexi tra i motivi della secessione e pur avendo scritto che il dittatore Manio Valerio si era dimesso dalla carica perché il senato non era voluto intervenire nella questione dell’usura[24].

Come in Dionigi, così nell’elogium epigrafico di Manio Valerio è richiamata la decisione del senato sulla liberazione dai debiti:

fae/nore · gravi · populum · senatus · hoc / eius · rei · auctore · liberavit.

Il Senato liberò il populus dai debiti, essendo Manio Valerio auctor della deliberazione senatoria. Orbene, circa questo aspetto, sono due i punti sui quali si confrontano l’elogium e Dionigi: a) la liberazione dai debiti ad opera del Senato; b) la persona cui attribuire il merito di questa iniziativa. Sul primo punto c’è totale concordanza; sul secondo, invece, potrebbe sembrare che vi sia contrasto; infatti, dal racconto dello storico greco parrebbe che il merito di tale liberazione debba essere attribuito a Menenio Agrippa. Questi, nella ricostruzione di Dionigi, si rivolge una volta al senato e quattro volte alla plebe secessionista[25]; al senato, per convincerlo ad inviare présbeis ai plebei con pieni poteri nelle trattative (Antichità romane VI 67,2), alla plebe, nella prima parte del suo primo discorso, per garantire espressamente la liberazione dai debiti, descrivendo nei dettagli il contenuto della deliberazione che il Senato avrebbe approvato una volta raggiunto l’accordo con i plebei secessionisti (Antichità romane VI 83,4-5). Il racconto di Dionigi, però, è complesso ed una sua attenta lettura ci permette di pervenire ad una conclusione più articolata.

Innanzitutto, è evidente che, prima ancora che avvenga la secessione, l’indebitamento è tra le principali preoccupazioni del dittatore Manio Valerio, tanto che lo stesso dittatore prevede la futura seditio cagionata dalla mancata risoluzione del problema dei nexi; e questo, come ho già avuto modo di osservare, è chiaro tanto per Livio quanto per Dionigi. Inoltre, con la secessione in corso e prima che Menenio Agrippa pronunci il suo primo discorso alla plebe, già Manio Valerio aveva assicurato che il senato era pronto ad accettare le condizioni dettate dai plebei (Antichità romane VI 71); infine, dopo l’apologo di Menenio Agrippa e l’assicurazione che tutti i présbeis saranno garanti degli accordi raggiunti, è Manio Valerio colui che ritorna a Roma per convincere il senato, contro l’accanita opposizione di Appio, ad accettare tutte le condizioni poste dalla plebe, compresa la “novità” dei tribuni (Antichità romane VI 88,2-3).

Pertanto, nella narrazione di Dionigi è evidente il doppio ruolo di Manio Valerio; questi: a) garantisce (insieme agli altri présbeis) l’accordo tra plebei e Senato; b) convince il senato ad accogliere le richieste dei plebei. Il termine auctor, con cui nell’elogium è qualificata l’attività di Manio Valerio nella liberazione dai debiti, può indicare ambedue i ruoli evidenziati.

La parola auctor, con riferimento all’attività del Senato, indica l’azione di colui che propone una deliberazione senatoria[26].

Peraltro, il termine è connesso all’istituto della mancipatio e della conseguente auctoritas da parte del mancipio dans, detto appunto auctor. Orbene, il mancipio dans-auctor, sulla base di una norma delle XII Tavole (Cicerone, Topica IV 23, usus auctoritas fundi biennium est; De officiis I 12, 37, adversus hostem aeterna auctoritas), «in caso di minacciata evizione avrebbe dovuto intervenire nella rivendica promossa dal terzo contro l’acquirente»[27]; in altri termini, in caso di trasferimento della res tramite mancipatio, l’auctoritas costituiva per il mancipio accipiens una garanzia per l’evizione[28].

Dunque, la parola auctor si addice al ruolo di Manio Valerio, come emerge dal racconto di Dionigi, tanto se interpretata secondo il significato di garante (per l’evizione), quanto se interpretata secondo il significato di proponente un senatoconsulto. La prima accezione è riconducibile al ruolo di garante[29] della non modificabilità (in peius) delle disposizioni relative alla liberazione dai debiti, che in uno dei discorsi di Menenio Agrippa è attribuito a tutti i présbeis (Antichità romane VI 84,2). La seconda accezione ha fondamento sul fatto che è Manio Valerio, sempre secondo il racconto di Dionigi, ad esporre per primo al Senato il suo parere favorevole all’approvazione di tutte le richieste avanzate dalla plebe (Antichità romane VI 88,3).

La discesa dei plebei dal Monte Sacro ed il ruolo dell’augure Manio Valerio

Manio Valerio, secondo l’elogium, oltre che dittatore fu anche augure. Livio riporta la notizia della morte di un augure Manio Valerio nel 463 a.C. (Ab Urbe condita III 7,6: mortui et alii clari uiri, M. Valerius (…) augures). I due Valerii possono essere la stessa persona, anche se un passo di Dionigi rende problematica questa identificazione, in quanto lo storico greco riproduce un discorso (494 a.C.) del dittatore Manio Valerio, nel quale questi afferma di avere più di settanta anni (Antichità romane VI 44,3); ritenendo che l’augure del 463 sia lo stesso Manio Valerio del 494, questi sarebbe dunque morto ad un’età superiore a cento anni[30]; il che peraltro non è impossibile. Comunque, anche non accettando l’identificazione tra il dittatore ed augure Manio Valerio e l’augure morto nel 463, non v’è motivo di dubitare che il dittatore Manio Valerio fosse anche augure. Altro problema è stabilire se Manio Valerio fosse già augure nel 493, quando, secondo il racconto di Dionigi, fu inviato dal senato al Monte Sacro. In più punti delle sue storie Dionigi attira l’attenzione sull’età avanzata di Manio Valerio (Antichità romane VI 39,2; 41,2; 43,4; 71,1); in considerazione di ciò, è del tutto plausibile che Manio Valerio fosse augure già precedentemente[31]. Ora, occorre capire quale relazione vi possa essere tra l’augurato e la fine della secessione plebea. L’elogium epigrafico di Manio Valerio, sul punto specifico della fine della secessione plebea, recita:

plebem / de sacro · monte · deduxit;

L’elogio che Livio fa di Menenio Agrippa, sullo stesso punto riferisce:

Huic (Menenio Agrippa) … reductori plebis Romanae in urbem (Ab Urbe condita II 33,11).

Non vi è contraddizione tra i due elogi, perché Manio Valerio condusse la plebe giù dal Monte Sacro[32], mentre Menenio Agrippa ricondusse la plebe a Roma. Orbene, l’azione di Menenio Agrippa fu di natura politica; quella di Manio Valerio ebbe implicazioni giuridico-religiose ed almeno quattro sono le argomentazioni che lo chiariscono.

a) Il rapporto tra Iuppiter e l’augur. Gli auguri sono definiti da Cicerone, egli stesso augure, quali interpretes Iovis Optumi Maximi (Cicerone, De legibus II 8,20).

b) Il rapporto tra Iuppiter e la plebe sul Mons Sacer. Dionigi racconta che i plebei bōmòn kateskeúsan sulla cima del monte su cui si erano accampati, che chiamarono di Zeús Deimatíos (Iuppiter Territor)[33] (Antichità romane VI 90,1). In questa notizia, è implicito il nesso tra la secessione ed il timore di Iuppiter, diffuso tra i plebei sul Monte Sacro.

Nell’opera di Festo, sotto la voce Sacer mons, si legge che i plebei consacrarono il mons a Iuppiter:

Sacer mons appellatur trans Anienem, paullo ultra tertium miliarum: quod eum plebes, cum secessisset a patribus, creatis tribunis plebis, qui sibi essent auxilio, discendentes Iovi consecraverunt (Festo, v. Sacer mons, 422 e 424 – ed. Lindsay).

Nel passo di Festo è chiaramente detto che oggetto della consecratio fu il mons sul quale i plebei si erano ritirati dopo la secessione. Ora, nelle fonti sono indicate, quali oggetti di consecratio, res dai termini ben individuati e, soprattutto, agevolmente individuabili[34]; il mons, invece, si divide in più parti (radices, latera, iuga, vertices)[35], tanto da renderne problematica una precisa delimitazione ai fini della consecratio, per non parlare dell’evidente problema della estensione territoriale. Tutto ciò potrebbe far pensare ad una imprecisione terminologica di Festo, che, forse, intendeva indicare con il termine mons la parte della sommità, ove nell’antichità non era raro che fossero costruiti altari agli dèi[36]. Pertanto, è possibile che la consecratio di cui parla Festo abbia avuto ad oggetto non l’intero mons, ma la sua sommità (epì tēs akrōreías), dove era stato edificato il bōmòs di cui parla Dionigi. Peraltro, in altre due fonti si trova il riferimento alla consecratio di un mons; si tratta di un frammento delle orazioni perdute di Cicerone e di un passo di Valerio Massimo. Il testo di Cicerone (Oratio pro Gaio Cornelio, 49) è relativo proprio al mons sacer: «Montem illum trans Anienem, qui hodie Mons Sacer nominatur, in quo armati consederant, aeternae memoriae causa consecrarent». Il passo di Valerio Massimo (II 2,9) è invece riferito al monte Palatino: «Lupercalium enim mos a Romulo et Remo inchoatus est tunc, cum laetitia exultantes, quod his auus Numitor rex Albanorum eo loco, ubi educati erant, urbem condere permiserat sub monte Palatino, hortatu Faustuli educatoris sui, quem Euander Arcas consecrauerat». In ambedue i casi è dubbio se gli autori usino il verbo consecrare in un senso tecnico o lato; né è chiaro se oggetto di consecratio sia il mons nel suo complesso o sue parti. Certo è che lo stesso Cicerone usa consecrare anche in una accezione lata, come si può constatare nel seguente passo: «insulam Siciliam totam esse Cereri et Liberae consecratam» (In Verrem V 106).

c) Il rapporto tra l’augur e l’inaugurazione e consacrazione dei luoghi[37]. L’augure è il solo sacerdote che possa procedere alla inauguratio dei luoghi, pur se questo potere presuppone un’apposita richiesta del magistrato. Il luogo inaugurato è definito templum e può trovarsi sia all’interno del pomerio sia fuori; in ogni caso, esso è destinato allo svolgimento di attività magistratuali e sacerdotali. Per ciò che concerne il rapporto tra inauguratio e consecratio, le fonti testimoniano l’esistenza di luoghi inaugurati e non consacrati, ma anche di luoghi consacrati e non inaugurati. Comunque, la consecratio di un luogo deve avvenire in templo, cioè in un luogo inaugurato (si vedano Cicerone, De domo sua 53, 136-137; Servio, Ad Aeneidem I 446). Ora, occorre considerare che sul mons della prima secessione sono compiute, dai plebei o per i plebei, attività che, se compiute dal populus o pro populo in Roma, avrebbero dovuto essere generalmente effettuate in templo: riunione di un’assemblea di cives per eleggere i magistrati; riunione di un’assemblea di cives per deliberare un nómos; edificazione di un’ara; consacrazione di un luogo ad una divinità. Limiterò la mia attenzione agli ultimi due punti: i plebei bōmòn kateskeúsan[38] a Iuppiter (Antichità romane VI 90,1) ed alla stessa divinità consacrano il mons della secessione (Antichità romane VI 90,1; Festo, v. Sacer mons, 422 e 424, ed. Lindsay). Orbene, come ho già detto, gli atti di consecratio dovevano avvenire in un luogo inaugurato. È noto che la consecratio di un luogo era competenza dei pontefici; non si può, però, stabilire con certezza se sul Monte Sacro fosse presente anche un pontefice. È comunque possibile che vi fosse, considerato che sappiamo pochissimo sui nomi dei componenti i collegi sacerdotali di questo periodo e che tra i présbeis inviati dal Senato sul Monte Sacro, oltre all’augure Manio Valerio, vi era probabilmente almeno un altro sacerdote, Servio Sulpicio Camerino (Antichità romane VI 69,3), di cui Livio dice che era curio maximus nel 463 a.C., anno della sua morte (Ab Urbe condita III 7,6). In ogni caso, non vedo come i plebei avrebbero potuto effettuare una consecratio senza l’intervento dei pontefici.

d) Religio e plebe. L’auctoritas dell’augure Manio Valerio permette alla plebe di lasciare il mons della secessione senza aver turbato la pax deorum o, comunque, in pace con essi. Pur in un clima indubbiamente rivoluzionario, nel racconto di Dionigi è evidente la volontà dei plebei di seguire il più possibile il modello organizzativo della civitas di appartenenza, soprattutto per ciò che concerne l’osservanza delle caerimoniae. Iuppiter è al centro tra plebei e Senato: l’augure, interprete (patrizio) della volontà di Giove, pone le condizioni giuridico-religiose necessarie perché la plebe non violi la Romana religio. Sia nell’elogium di Manio Valerio sia nei passi di Dionigi e di Festo è evidente la posizione di Iuppiter in relazione alla fine della secessione: nell’elogium i plebei sono condotti giù dal Monte Sacro dall’interprete di Iuppiter (augur … plebem de sacro monte deduxit); in Dionigi i plebei dimostrano il loro timore per Iuppiter (bōmòn kateskeúsan… Diòs Deimatíou); in Festo i plebei scendono dal Monte dopo averlo consacrato a Iuppiter (eum plebes … discendentes Iovi consecraverunt). L’incontro tra i due ordines della civitas (plebs e gentes patriciae sono indicate quali ordines civitatis dal giurista dell’età augustea Ateio Capitone in Gellio, Noctes Atticae X 20,5) nel culto di Iuppiter è molto importante per la religio, tanto da richiedere l’intervento dei feziali (Antichità romane VI 6,89,1), segno evidente della unità del sistema giuridico-religioso romano: nella narrazione di Dionigi, tra senato e plebe vengono conclusi synthḗkai, parola greca che traduce il termine latino foedus[39]. La particolare attenzione da parte dei plebei per la religio apparirà evidente anche quarantaquattro anni dopo, in occasione della seconda secessione plebea, quando la riconciliazione con i patres sarà resa possibile, anche in questo caso, grazie all’opera di un sacerdote: il pontifex maximus. Da questi sarà infatti presieduta nel 449 a.C. l’assemblea plebea che, dopo l’esperienza del decemvirato legislativo, tornerà ad eleggere i tribuni della plebe (Asconio, In Cornelianam, 77 – ed. Clark; Ab Urbe condita III 54,11)[40].

 


[1] Sui «dittatori favorevoli alla plebe e al popolo» e sul «dictator quale concordiae auctor», vedasi G. Meloni, Dictatura popularis, in Dictatures. Actes de la table ronde, Paris 27-28/02/1984, Paris 1988, 79 ss. e 84 s.; cfr. ID., Dottrina romanistica, categorie giuridico-politiche contemporanee e natura del potere del “dictator”, in AA.VV., Dittatura degli antichi e dittatura dei moderni, a cura di G. Meloni (Biblioteca di Storia antica, Collana diretta da L. Capogrossi Colognesi e L. Labruna. A cura del Gruppo di ricerca sulla diffusione del diritto romano, 16), Roma 1983, 90; 108 nt. 84-85.

[2] Dionigi di Alicarnasso scrive che Manio Valerio fece delle profezie al senato che si rifiutava di accogliere le sue proposte in merito ai debiti; Dionigi utilizza il verbo apothespízein che, appunto, indica l’attività di chi fa profezie (vedasi H.G. Liddell – R. Scott, Greek-English Lexicon, I, Oxford 1940).

[3] Vedasi V. Spinazzola, Gli augures, Roma 1895, 85 s.

[4] Mommsen, in CIL I, 1, 1893, 190.

[5] La parola greca présbeis traduce il termine latino legati. Si vedano D. Magie, De Romanorum iuris publici sacrique vocabulis solemnibus in Graecum sermonem conversis, Lipsiae 1905, 87 s.; H.J. Mason, Greek Terms for Roman Institutions, Toronto 1974, 153. In E. Boisacq, Dictionnaire étymologique de la langue grecque, Heidelberg 1950, 811, la traduzione in francese è resa con «envoyés, députés, ambassadeurs».

[6] Per il testo dell’epigrafe e per un suo commento, si vedano CIL I, 1, 189 e XI 1826, Inscriptiones Italiae, XIII, 3 (Elogia), 57 ss.

[7] Il testo dell’iscrizione rinvenuta a Roma (CIL VI, 8, 4920) inizia dalla parola populum, presente nella linea 10 dell’iscrizione aretina (CIL XI 1826): populum · sen[atus] / hoc auctore [liberavit] / sellae curuli[s locus] / ipsi posteri[sque ad] / Murciae · s[pectandi] / caussa · pu[blice datus] / est · prin[ceps in senatum] / semel l[ectus est]. Le differenze tra i due testi sono solo due: nella iscrizione di Roma non appare eius rei che invece è presente nella linea 11 dell’epigrafe aretina ed in quest’ultima non appaiono le lettere pu, integrate in publice dal CIL, che sono invece incise nella linea 6 dell’iscrizione romana.

[8] Si vedano, ad esempio, Cicerone, Pro P. Quinctio 24, 76; De domo sua 79; De officiis 2, 29; Brutus 312; Brutus 328.

[9] Vd. Th. Mommsen, Storia di Roma antica, I, 2, Firenze 1960 (Römische Geschichte, Berlin 1888), 336 s., il quale dava spazio al solo Manio Valerio, affermando che questi convinse la plebe a tornare a Roma ed il senato ad accettare le richieste plebee sulla liberazione dai debiti e sulla creazione dei tribuni.

[10] Vd. E. Pais, Storia di Roma, III, Roma 1927, 21 s., il quale richiamava tanto Menenio Agrippa quanto Valerio Massimo (che lo studioso chiama Marco e non Manio) e poneva in evidenza il fatto che Dionigi «trova modo di fondere le diverse narrazioni e di assegnare una parte tanto a Manio Valerio quanto a Menenio Agrippa». Vedasi anche J.-C. Richard, Les origines de la plèbe romaine, Rome 1978, 542, il quale, pur riportando sia le fonti che tramandano la tradizione di Menenio Agrippa sia quelle che ricordano il ruolo di Manio Valerio, pone su queste ultime l’accusa di dipendere dall’opera di Valerio Anziate.

[11] Vedasi G. De Sanctis, Storia dei Romani, II, Milano-Torino-Roma 1907, 6 s.: «quali precisamente tra i moventi della lotta siano stati quelli che determinarono la secessione o le secessioni, che cosa per l’appunto si sia ottenuto per questa via dai patrizi, se la plebe si sia ritirata sull’Aventino soltanto una volta o più, quando esattamente ciò abbia avuto luogo, son quesiti a cui sarebbe pura illusione il credere che la tradizione, come a noi è pervenuta, possa dar modo di rispondere». Vedasi anche H.H. Scullard, Storia del mondo romano, I, Milano 1983 (A History of the Roman World 753-146 BC, London 1980), 108, il quale ricorda il ruolo di Menenio Agrippa, mettendo però in dubbio la veridicità stessa di tutta la tradizione relativa alla prima secessione plebea.

[12] O. Hirschfeld, Das Elogium des M. Valerius Maximus, in Philologus, 34, 1876, 85 ss.

[13] Così G. De Sanctis, v. Valerio Anziate, in Enciclopedia Italiana, XXXIV, Roma 1937, 916. Sulle falsificazioni di cui si sarebbe reso responsabile Valerio Anziate per dare lustro alla gens Valeria si vedano altresì H. Volkmann, v. Valerius Antias, in PWRE, VIII, A2, 1948, 2312 ss., e, più recentemente, F.X. Ryan, The subsequent magistracy of M’ Valerius Volusi f. Maximus, in Acta Antiqua Academiae Scientiarum Hungaricae, 38, 1998, 353 ss.

[14] G. De Sanctis, Storia dei Romani, I, cit., 41, sostiene che Dionigi, «non riuscendo a giudicare rettamente del valore delle fonti e ad avvertire quanto di menzognero era, per esempio, in Valerio Anziate, scelse a guida gli annalisti che meglio si prestavano a fornirgli gli elementi di un racconto prammatico, cioè i più mendaci e recenti, di cui appunto pel desiderio d’essere compiuto accolse assai di più di Livio le invenzioni». L’influenza dell’opera dell’Anziate in Dionigi, Livio e Plutarco è altresì evidenziata da L. Pareti, Storia di Roma e del mondo romano, I, Torino 1952, 37 s. La dottrina più recente, soprattutto i giuristi, è meno critica nei confronti della attendibilità dell’opera di Dionigi; si vedano S. Tondo, Profilo di storia costituzionale romana, Milano 1981, 10 ss.; L. Fascione, Il mondo nuovo. La costituzione romana nella ‘Storia di Roma arcaica di Dionigi di Alicarnasso, I, Napoli 1988, 7 ss.; F. Serrao, Diritto privato economia e società nella storia di Roma, I, Napoli 1999, 36 s.

[15] Sull’antichità della tradizione relativa a Menenio Agrippa e, allo stesso tempo, sulla impossibilità di stabilire con certezza l’epoca in cui essa sarebbe stata formata, vedasi la ricognizione delle opinioni espresse dalla dottrina contemporanea in J.-C. Richard, Les origines de la plèbe romaine, cit., 542 nt. 344.

[16] Th. Mommsen in CIL I, 1, 1893, 189 ss.

[17] H. Volkmann, v. Valerius Antias, cit., 2312 ss.

[18] Valerio Anziate non è mai menzionato, neppure indirettamente, da Cicerone (al riguardo, vedasi G. De Sanctis, v. Valerio Anziate, cit., 916). L. Pareti, Storia di Roma e del mondo romano, I, cit., 37, sostiene che «il fatto che vari autori lo (scilicet Valerio Anziate) dicono coevo di Sisenna, e che la sua storia si proponeva, a quanto sembra, di giungere fino alla morte di Silla, pare testimoniare che il silenzio di Cicerone su di lui non dipende dall’aver Valerio Anziate pubblicato i suoi Annali dopo il 43, in cui l’oratore morì; ma dal non averne voluto parlare».

[19] Si vd. O. Hirschfeld, Das Elogium des M. Valerius Maximus, cit., 85 ss., e H. Volkmann, v. Valerius Antias, cit., 2312 ss.

[20] Vd. L. Peppe, Studi sull’esecuzione personale, I, Milano 1981, 65 nt. 94, il quale non esclude che Valerio Anziate abbia ripreso ed ampliato una tradizione più antica.

[21] Vd. F. Serrao, Diritto privato economia e società nella storia di Roma, I, cit., 111 e 241, il quale insiste sulle motivazioni economiche della prima secessione plebea.

[22] Sulle motivazioni di natura economica della prima secessione plebea e, soprattutto, sulla monetazione e sulla natura dei debiti in età arcaica, vedasi F. De Martino, Storia economica di Roma antica, I, Firenze 1979, 13 ss.; 29 ss.; 45 ss. Per una ricognizione della dottrina sul problema dell’indebitamento in età arcaica, vedasi C. Gabrielli, Contributi alla storia economica di Roma repubblicana. Difficoltà politico-sociali, crisi finanziarie e debiti fra V e III sec. a.C., Como 2003, 11 ss.

[23] Per una precisa ricostruzione storico-giuridica nel nexum, vedasi F. Serrao, Diritto privato economia e società nella storia di Roma, I, cit., 230 ss. L’abolizione del nexum avviene tra il 326 ed il 313 a.C. con una legge Poetelia, o Poetelia Papiria.

[24] Riferendosi alla spiegazione data da Mommsen circa la differenza tra la narrazione di Livio e quella di Dionigi (per la quale vedasi supra, nel testo), L. Peppe, Studi sull’esecuzione personale, I, cit., 64, sostiene che «una tesi siffatta, a parte la sua indimostrabilità, è banale e in fondo gratuita». Tuttavia, lo stesso Peppe pretende di dimostrare che le omissioni di Livio sarebbero prove della inesistenza del problema dell’indebitamento nel V secolo a.C.

[25] Per pronunciare il famoso apologo (Antichità romane VI 83,3-5 e VI 84-86); per chiedere a Giunio Bruto di manifestare quale garanzia voglia la plebe (Antichità romane VI 6,87,3); per chiedere che una parte dei présbeis torni a Roma per presentare al senato le richieste plebee (Antichità romane VI 88,1-2); per consigliare ai plebei di inviare in città degli uomini per ricevere dal senato assicurazioni (Antichità romane VI 88,4).

[26] Vd. per esempio, Gaio, Istituzioni I 73: divus Hadrianus … auctor fuit senatusconsulti faciundi.

[27] M. Marrone, Istituzioni di diritto romano, Palermo 1994, 317 nt. 51.

[28] Nelle fonti giuridiche di età successiva alle XII Tavole, il termine auctor è impiegato anche nel significato più generale di dante causa; si veda il Vocabularium Iurisprudentiae Romanae, I, v. Auctor, 513 s. Su auctoritas ed auctor si vedano anche L. Amirante, Sul concetto unitario dell’auctoritas, in Studi in onore di S. Solazzi, Napoli 1948, 375 ss., e, soprattutto per ciò che concerne l’età arcaica, F. Serrao, Diritto privato economia e società nella storia di Roma, I, cit., 309 s.

[29] In H.G. Liddell – R. Scott, Greek-English Lexicon, I, cit., la parola anádochos, con specifico riferimento a Antichità romane VI 84, è tradotta con il termine inglese “surety”, che in italiano significa anche “garante”.

[30] Così G.J. Szemler, The Priests of the Roman Republic, Bruxelles 1972, 52 s., per le opinioni espresse in dottrina sulla identificazione tra i due Valerii. Szemler, seguendo Mommsen, propende a credere che l’augure morto nel 463 sia lo stesso Manio Valerio della prima secessione plebea.

[31] Secondo J. Rüpke – A. Glock, Fasti sacerdotum: die Mitglieder der Priesterschaften und das sakrale Funktionspersonal römischer, griechischer, orientalischer und judisch-christlicher Kulte in der Stadt Rom von 300 v. Chr. bis 499 n. Chr., II, Stuttgart 2005, 1351, Manio Valerio sarebbe già augure dal 495 a.C.

[32] Sul significato di deducere, vd. la voce Deduco, in Lexicon totius Latinitatis, II, 600, ed in Thesaurus linguae Latinae, V,1, 272 e 277.

[33] R. Bartoccini, v. Iuppiter, in Dizionario epigrafico di antichità romane, II, 2, rist. Roma 1961, 245, cita solo un’epigrafe che indica Territor come attributo di Iuppiter: sancto Iovi territori sacrum (CIL XIV 3559).

[34] Per una elencazione delle res consacratae indicate nelle fonti, si vd v. Consecro, Thesaurus linguae Latinae, IV, 379 ss. Si vedano anche E. Pottier, v. Consecratio, in Daremberg-Saglio, Dictionnaire des antiquités grecques et romaines, I, 2, rist. Graz 1969, 1448 ss.; G. Wissowa, v. Consecratio, in PWRE, IV, Stuttgart 1900, 896 ss.; E. De Ruggiero, v. Aedes, in Dizionario epigrafico di antichità romane, I, rist. Roma 1961; G. Luzzatto, v. Consecratio, in NNDI, IV, Torino 1959, 110; C. Frateantonio, v. Consecratio, in Der Neue Pauly, 3, Stuttgart-Weimar 1997, 128.

[35] Vd. la voce Mons nel Thesaurus linguae Latinae, VIII, 1431.

[36] Vd., infatti, F. Lenormant, v. Montes divini, in Daremberg-Saglio, Dictionnaire des antiquités grecques et romaines, III, 2, rist. Graz 1963, 1995.

[37] Sulla inauguratio dei luoghi e sul rapporto con la consecratio, si veda P. Catalano, Contributi allo studio del diritto augurale, I, Torino 1960, 248 ss.

[38] Il verbo kataskeúazein indica un’attività di edificazione. Il termine bōmós traduce il latino ara; vedasi E. Saglio, v. Ara, in Daremberg-Saglio, Dictionnaire des antiquités grecques et romaines, I, 1, rist. Graz 1969, 347.

[39] Vd. H.J. Mason, Greek Terms for Roman Institutions, cit., 90. Sul foedus tra Senato e plebei nel 493 a.C. e sulla «unicità virtualmente universale del sistema giuridico-religioso elaborato dai feziali», vd. P. Catalano, Linee del sistema sovrannazionale romano, I, Torino 1965, 199 s.

[40] Vedasi C.M.A. Rinolfi, Livio 1.20.5-7: pontefici, sacra, ius sacrum, in Diritto @ Storia, 4, 2005, 15 ss.

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