Da fautore a vittima del regime

Senofonte, Elleniche II 3, 15; 3, 23-56; 4, 1*.

[15] In un primo tempo Crizia[1] condivideva le idee di Teramene e gli era amico; ma quando, più tardi, il primo si mostrò sempre più incline ad uccidere molte persone, poiché non dimenticava l’esilio subito durante la democrazia, Teramene gli si oppose, in quanto riteneva irragionevole l’uccisione di un uomo per la sola colpa di essere stato onorato dal popolo (dēmos), senza che avesse commesso alcuna ingiustizia nei confronti dei gentiluomini (kaloí kaì agathoí): «Poiché sia io – diceva – che tu abbiamo detto e fatto molto per riuscire graditi alla città». […] [23] I Trenta, a questo punto, ritenendolo un ostacolo alle loro azioni, incominciarono a tramare alle sue spalle; si incontravano in privato con i buleuti e lo accusavano di voler sovvertire il regime (politeía). Diedero istruzioni a un gruppo di giovani, che sembravano loro particolarmente audaci, di trovarsi sul posto con un pugnale sotto l’ascella, e convocarono il Consiglio (boulḗ)[2]. [24] Quando anche Teramene fu presente, Crizia si alzò e tenne il seguente discorso:

Collina della Pnice, Atene. Dettaglio - La tribuna (bema).

Collina della Pnice, Atene. Dettaglio – La tribuna (bema).

«Membri del Consiglio, se qualcuno di voi è convinto che le nostre esecuzioni hanno superato il dovuto, consideri che questo è normale ovunque avvengano mutamenti costituzionali; è inevitabile che qui gli avversari dell’oligarchia siano molto più che numerosi perché la nostra città è la più popolosa della Grecia e poiché il popolo è vissuto più a lungo in libertà (eleuthería). [25] Noi, dunque, ben sapendo come la democrazia sia per gente come noi e come voi un regime odioso (chalepḕn politeía), e convinti anche che il popolo mai sarà amichevole nei confronti degli Spartani, nostri salvatori, mentre i migliori (béltistoi) continueranno ad essere leali; per questi motivi, per l’intesa con gli Spartani, abbiamo imposto l’attuale costituzione. [26] E per quanto è in nostro potere, ci sbarazzeremo di chiunque scopriremo che si opponga all’oligarchia; ma soprattutto ci sembra legittimo, se è uno di noi a violare l’ordinamento costituito, fargli pagare il fio. [27] Ebbene, constatiamo che il qui presente Teramene stia cercando di rovinare con tutti i mezzi possibili noi e voi. Vi renderete conto che questa è la verità, se ci fate attenzione, che nessuno più di questo Teramene critica (pségōn) la situazione presente o fa opposizione (enantioúmenos) tutte le volte che vogliamo liberarci di qualche demagogo. Se fin dall’inizio avesse manifestato questo atteggiamento, sarebbe stato un nemico, tuttavia non potrebbe essere legittimamente considerato disonesto. [28] Invece, dopo essere stato il promotore dell’intesa e dell’amicizia con gli Spartani, nonché dell’abbattimento della democrazia, e avervi in modo particolare indotto a punire quelli che inizialmente erano portati in giudizio davanti a voi, ora, poiché sia voi che noi siamo divenuti nemici palesi del popolo, non approva più ciò che accade, per mettersi di nuovo al sicuro, facendo ricadere solo su di noi la responsabilità di quanto accaduto. [29] Sicché conviene che sia punito non solo come nemico, ma anche come traditore vostro e nostro. Il tradimento è infatti ben più pericoloso dell’ostilità, perché è più difficile guardarsi da ciò che è nascosto che da ciò che è evidente, e ben più odioso, poiché con i nemici gli uomini concludono trattati e tornano ad essere amici, mentre con un traditore, se lo scoprono, nessuno stringerebbe mai accordi, né gli concederebbe fiducia per il futuro. [30] E perché sappiate che costui non fa nulla di nuovo, ma che per natura è un traditore (phýsei prodótēs estín), vi ricorderò le sue azioni passate[3]. Costui, inizialmente stimato dal popolo grazie al padre Agnone[4], divenne il più determinato a trasformare la democrazia nel regime dei Quattrocento e ne divenne uno dei primi esponenti (eprōteuen en ekeínois). Quando però si rese conto che si stava realizzando una certa opposizione all’oligarchia, fu il primo a diventare capo del popolo (ēgemōn tōi dēmōi) contro di essa. Di qui gli deriva il soprannome di “Coturno”[5]: [31] e difatti il coturno sembra adattarsi † a entrambi i piedi. Ma, Teramene, l’uomo degno di vivere (áxion zēn) non deve mostrarsi capace di guidare i compagni soltanto nelle situazioni critiche, per ritirarsi subito indietro se sorge qualche difficoltà, ma, come su una nave, deve faticare finché non si alza il vento favorevole; altrimenti, come potrebbero arrivare a destinazione, invertendo la rotta ad ogni ostacolo? [32] I rivolgimenti costituzionali (metabolaì politeiōn) comportano sempre delle vittime, ma tu, per i tuoi voltafaccia[6], sei corresponsabile dell’uccisione di moltissimi uomini tra gli oligarchici per mano del popolo, come pure di un numero altissimo tra quelli della democrazia da parte dei migliori. Egli è colui che, incaricato dagli strateghi di recuperare i naufraghi nella battaglia navale nelle acque di Lesbo[7], non solo non li recuperò, ma accusò gli strateghi, mandandoli alla morte per salvarsi la vita. [33] Colui che si mostra in ogni circostanza preoccupato del proprio vantaggio personale, senza preoccuparsi minimamente della propria dignità e degli amici, perché dovremmo risparmiarlo? Come non prendere delle precauzioni, conoscendo i suoi voltafaccia, per impedirgli di comportarsi allo stesso modo con noi? Pertanto noi lo sottoponiamo al vostro giudizio, perché cospira contro di noi e tradisce sia noi che voi. Quanto al fatto che agiamo fondatamente, ponete attenzione anche a quanto segue. [34] Quella degli Spartani risulta essere la costituzione più bella (kallístē politeía)[8]: là, se un eforo, anziché rispettare le decisioni della maggioranza, si desse a criticare il governo e facesse ostruzionismo, non presumete che gli efori stessi e la città intera lo riterrebbero degno della massima pena? Voi dunque, se siete saggi, avrete dei riguardi non per costui, ma per voi stessi, perché la sua salvezza potrebbe incoraggiare i vostri oppositori, mentre da morto toglierebbe loro ogni speranza, dentro e fuori la città».

[35] Quello, detto questo, si sedette; si alzò allora Teramene[9], che prese la parola: «Per prima cosa, concittadini, mi riferirò a quanto egli ha detto su di me in ultima istanza. Dice infatti che, accusandoli, io abbia mandato a morte gli strateghi. Ma di certo non ho incominciato io a sollevare la questione contro di loro, bensì essi dichiararono che io non raccolsi le vittime dello scontro presso Lesbo, malgrado gli ordini che mi avevano impartito. E io, dicendo in mia difesa che a causa della tempesta era impossibile navigare né, tantomeno, recuperare i naufraghi, diedi alla città la sensazione di dire cose plausibili, mentre essi sembravano accusarsi da sé. Sostenendo a parole che era possibile salvare gli uomini, dopo averli abbandonati alla morte, si allontanarono con le navi. [36] Non mi meraviglia che Crizia sia male informato: quando infatti accaddero queste cose, egli non era presente, ma in Tessaglia insieme a Prometeo instaurò la democrazia e armò i penesti[10] contro i loro padroni; [37] speriamo che nulla di ciò che ha fatto laggiù capiti qui! Su di un punto, tuttavia, sono d’accordo con lui, ed è che, se qualcuno vuole porre fine al vostro potere e rafforzare coloro che ordiscono contro di voi, è giusto che costui riceva la massima pena; chi sia colui che sta comportandosi in questo modo, penso che possiate giudicarlo nel modo migliore se riflettete sull’operato passato e presente di ciascuno di noi. [38] Finché si trattò di insediarvi nella boulḗ, di designare le magistrature e di citare in giudizio quanti erano, secondo l’opinione comune, dei sicofanti[11], tutti concordavamo; ma quando costoro incominciarono ad arrestare persone stimate e rispettabili (kaloí kaì agathoí), anch’io cominciai a dissociarmi dal loro modo di pensare. [39] Infatti, con la morte di Leonte di Salamina[12], uomo di fama e capacità reali e riconosciute e che non aveva mai compiuto neppure un’azione ingiusta, sapevo che le persone simili a lui avevano paura e che, impaurite, avrebbero avversato questo regime. Riconobbi altresì che, dopo l’arresto di Nicerato, figlio di Nicia[13], persona facoltosa e che, come suo padre, non aveva mai fatto alcunché per ingraziarsi il popolo, gli uomini come lui sarebbero stati mal disposti nei nostri confronti. [40] Così anche dopo aver condannato a morte Antifonte, che in guerra aveva allestito due ottime triremi, sapevo che anche quanti erano stati devoti alla città, ci avrebbero tutti guardati con sospetto. Mi opposi anche quando dissero che ognuno di noi doveva arrestare un meteco: era infatti evidente che, giustiziati costoro, anche tutti i meteci sarebbero diventati ostili al regime. [41] E mi opposi anche quando disarmarono il popolo, non ritenendo che si dovesse indebolire la città; vedevo che neppure gli Spartani avevano voluto salvarci per questo, perché, ridotti in pochi, non potessimo essere loro di nessuna utilità: infatti, se fosse stato questo il loro progetto, sarebbero stati in grado di non lasciare in vita nessuno, prostrandoci con la fame ancora per qualche tempo. [42] E neppure ero d’accordo di stipendiare le guardie, dal momento che era possibile avvalersi del servizio degli stessi cittadini, finché avevamo facilmente il controllo di quanti governavamo. Poiché vedevo in città molti insofferenti a questo governo, molti costretti all’esilio, ancora una volta, non mi sembrava opportuno esiliare Trasibulo, Anito[14], Alcibiade; sapevo bene, infatti, che in questo modo l’opposizione sarebbe stata forte[15], se si davano alla massa (tò plḗthos) capi efficienti e a chi aspirava al potere un gran numero di sostenitori. [43] Ma colui che esprimeva queste opinioni apertamente dovrebbe essere considerato a buon diritto persona responsabile o traditore? No, Crizia, non è impedendo ai nemici di diventare più numerosi né mostrando come procurarsi più sostenitori a rendere forti gli oppositori, ma è proprio confiscando ingiustamente i beni e uccidendo chi non ha commesso alcuna colpa, che si aumenta il numero degli avversari e che si tradisce, oltre agli amici, se stessi per ignobile avidità. [44] Se non c’è altro modo per dimostrarvi che dico la verità, riflettete su questo: credete che Trasibulo, Anito e tutti gli altri esuli preferirebbero che si realizzasse qui ciò di cui io sto parlando o ciò che stanno compiendo costoro? Secondo me, infatti, ritengono che qui ormai abbiano sostenitori ovunque; ma se ci fosse favorevole la parte più considerevole della città, troverebbero difficile anche solo mettere il piede sul nostro territorio. [45] Quanto all’affermazione secondo cui io sarei sempre pronto a cambiar opinione, considerate anche quanto segue. Com’è noto, il popolo stesso votò la costituzione dei Quattrocento[16], consapevole che gli Spartani si sarebbero fidati di qualsiasi forma di governo, esclusa la democrazia. [46] Poiché quelli non recedevano in nulla, e fu chiaro che Aristotele, Melanzio e Aristarco con gli altri strateghi costruivano un forte sul promontorio[17] per fare entrare il nemico e ridurre così la città in loro potere e dei loro sostenitori, se io, che ero al corrente del piano, l’ho impedito, significa che ho tradito gli amici? [47] Mi dà poi del “Coturno”[18] perché cerco di adattarmi agli uni e agli altri. Ma chi non va bene né a una parte né all’altra, come bisogna chiamarlo, per gli dèi? Tu, infatti, sotto la democrazia tu eri considerato il peggior nemico del popolo, mentre sotto il regime oligarchico sei diventato il peggior nemico degli aristocratici. [48] Quanto a me[19], Crizia, mi sono sempre opposto a quanti ritengono che non vi possa essere una buona democrazia finché non siano resi partecipi del potere gli schiavi e i morti di fame che venderebbero la pólis per una dracma; ma sono sempre stato anche nemico di chi pensa che non ci possa essere una buona oligarchia finché non sia ridotta la città a subire la tirannide di pochi[20]. Governare la pólis insieme a coloro che sono in grado di difenderla con i cavalli e con gli scudi: ecco il programma[21] che ho sempre considerato migliore e che non intendo modificare[22]. [49] E se tu, Crizia, puoi citare qualche caso in cui, con i democratici o con gli tirannici, io abbia intrigato per togliere la cittadinanza alle persone perbene e rispettabili, parla: se mi si troverà colpevole d’averlo fatto ora o in passato, ammetterò di meritare una giusta morte fra i più atroci tormenti!».

Ricostruzione planimetrica del Bouleutḗrion di Atene. V secolo a.C.

Ricostruzione planimetrica del Bouleutḗrion di Atene. V secolo a.C.

[50] Non appena concluse il discorso dicendo queste parole, il Consiglio si mostrò chiaramente favorevole; Crizia, rendendosi conto che, se avesse permesso la votazione sulla questione al Consiglio, quello sarebbe stato assolto, e ritenendo ciò intollerabile, alzatosi e avvicinatosi ai Trenta, scambio qualche parola con loro, quindi uscì e ordinò a quelli armati di pugnale di mettersi bene in vista di fronte al Consiglio, vicino ai cancelli[23]. [51] Quando rientrò chiese di nuovo la parola: «Membri del Consiglio, ritengo sia compito di un capo degno del suo nome, quando vede gli amici sbagliare, non permetterlo. Anch’io farò proprio così! Ora, quelli che stanno là[24] affermano che non ci lasceranno fare se intendiamo prosciogliere un uomo che cerca palesemente di abbattere l’oligarchia. In base alle nuove leggi, nessuno di coloro che appartengono ai Tremila può essere condannato a morte senza il vostro voto, mentre, per quelli che sono esclusi, i Trenta hanno pieni poteri di farli giustiziare. Io – disse – con approvazione unanime, cancello il qui presente Teramene dalla lista. Costui – concluse – noi lo condanniamo a morte!»[25]. [52] A queste parole, Teramene balzò sull’altare di Estia e così parlò: «E io, concittadini, vi supplico con le cose più legittime in assoluto: che Crizia non abbia facoltà di cancellare né me, né chi voglia di voi, ma che in base a quelle leggi che costoro scrissero in merito alle persone della lista, proprio in base a queste leggi sia emessa la sentenza per me e per voi. [53] So bene – disse –, per gli dèi, che questo altare non mi servirà a nulla, eppure voglio dimostrarvi che costoro non solo stanno commettendo la massima violazione della giustizia umana, ma anche la peggiore empietà contro gli dèi! Mi meraviglio che voi – proseguì – cittadini rispettabili e stimati, non difendiate voi stessi, in quanto sapete che il mio nome non è affatto più facile da cancellare di quello di ciascuno di voi!» [54] Immediatamente l’araldo dei Trenta ordinò agli Undici[26] di arrestare Teramene. Entrati costoro con i loro agenti guidati da Satiro[27], un individuo assai violento e crudele, Crizia sentenziò: «Vi consegno Teramene, giudicato in conformità della legge. Catturatelo e conducetelo nel luogo prescritto; quindi agite secondo la procedura». [55] A queste parole, Satiro, con l’aiuto degli agenti, strappò Teramene dall’altare, tra le sue grida che invocavano a testimoni gli dèi e gli uomini. Il Consiglio non si mosse, intimidito dalla vista dei tizi, in tutto simili a Satiro, a ridosso della cancellata e dal cospicuo numero di guardie presenti nell’aula (bouleutḗrion), che si sapevano armati di pugnale. [56] Teramene fu trascinato attraverso l’agorà mentre, protestando a gran voce, attirava l’attenzione sulla sorte che subiva. Di lui, si cita anche questa frase: non appena Satiro lo minacciò che, se non avesse taciuto, avrebbe passato dei guai, Teramene chiese: «E se starò zitto, non ne avrò?». Per morire fu costretto a bere la cicuta e si racconta che gettasse per terra l’ultima goccia, come nel gioco del còttabo, accompagnando il gesto con queste parole: «Alla salute del mio bel Crizia!»[28]. So bene che una battuta del genere non meriti neppure di essere menzionata, ma trovo ammirevole in quell’uomo che, neppure nell’imminenza della morte, abbia perso il senso dell’ironia e dell’umorismo.

[4.1] Così morì Teramene […].

[3.15] τῷ μὲν οὖν πρώτῳ χρόνῳ ὁ Κριτίας τῷ Θηραμένει ὁμογνώμων τε καὶ φίλος ἦν· ἐπεὶ δὲ αὐτὸς μὲν προπετὴς ἦν ἐπὶ τὸ πολλοὺς ἀποκτείνειν, ἅτε καὶ φυγὼν ὑπὸ τοῦ δήμου, ὁ δὲ Θηραμένης ἀντέκοπτε, λέγων ὅτι οὐκ εἰκὸς εἴη θανατοῦν, εἴ τις ἐτιμᾶτο ὑπὸ τοῦ δήμου, τοὺς δὲ καλοὺς κἀγαθοὺς μηδὲν κακὸν εἰργάζετο, «ἐπεὶ καὶ ἐγώ, ἔφη, καὶ σὺ πολλὰ δὴ τοῦ ἀρέσκειν ἕνεκα τῇ πόλει καὶ εἴπομεν καὶ ἐπράξαμεν» […] [23] οἱ δ᾽ ἐμποδὼν νομίζοντες αὐτὸν εἶναι τῶι ποιεῖν ὅ τι βούλοιντο, ἐπιβουλεύουσιν αὐτῶι, καὶ ἰδίαι πρὸς τοὺς βουλευτὰς ἄλλος πρὸς ἄλλον διέβαλλον ὡς λυμαινόμενον τὴν πολιτείαν. καὶ παραγγείλαντες νεανίσκοις οἳ ἐδόκουν αὐτοῖς θρασύτατοι εἶναι ξιφίδια ὑπὸ μάλης ἔχοντας παραγενέσθαι, συνέλεξαν τὴν βουλήν. [24] ἐπεὶ δὲ ὁ Θηραμένης παρῆν, ἀναστὰς ὁ Κριτίας ἔλεξεν ὧδε.

Ὦ ἄνδρες βουλευταί, εἰ μέν τις ὑμῶν νομίζει πλείους τοῦ καιροῦ ἀποθνήισκειν, ἐννοησάτω ὅτι ὅπου πολιτεῖαι μεθίστανται πανταχοῦ ταῦτα γίγνεται· πλείστους δὲ ἀνάγκη ἐνθάδε πολεμίους εἶναι τοῖς εἰς ὀλιγαρχίαν μεθιστᾶσι διά τε τὸ πολυανθρωποτάτην τῶν Ἑλληνίδων τὴν πόλιν εἶναι καὶ διὰ τὸ πλεῖστον χρόνον ἐν ἐλευθερίαι τὸν δῆμον τεθράφθαι. [25] ἡμεῖς δὲ γνόντες μὲν τοῖς οἵοις ἡμῖν τε καὶ ὑμῖν χαλεπὴν πολιτείαν εἶναι δημοκρατίαν, γνόντες δὲ ὅτι Λακεδαιμονίοις τοῖς περισώσασιν ἡμᾶς ὁ μὲν δῆμος οὔποτ᾽ ἂν φίλος γένοιτο, οἱ δὲ βέλτιστοι ἀεὶ ἂν πιστοὶ διατελοῖεν, διὰ ταῦτα σὺν τῆι Λακεδαιμονίων γνώμηι τήνδε τὴν πολιτείαν καθίσταμεν. [26] καὶ ἐάν τινα αἰσθανώμεθα ἐναντίον τῆι ὀλιγαρχίαι, ὅσον δυνάμεθα ἐκποδὼν ποιούμεθα· πολὺ δὲ μάλιστα δοκεῖ ἡμῖν δίκαιον εἶναι, εἴ τις ἡμῶν αὐτῶν λυμαίνεται ταύτηι τῆι καταστάσει, δίκην αὐτὸν διδόναι. [27] νῦν οὖν αἰσθανόμεθα Θηραμένην τουτονὶ οἷς δύναται ἀπολλύντα ἡμᾶς τε καὶ ὑμᾶς. ὡς δὲ ταῦτα ἀληθῆ, ἂν κατανοῆτε, εὑρήσετε οὔτε ψέγοντα οὐδένα μᾶλλον Θηραμένους τουτουὶ τὰ παρόντα οὔτε ἐναντιούμενον, ὅταν τινὰ ἐκποδὼν βουλώμεθα ποιήσασθαι τῶν δημαγωγῶν. εἰ μὲν τοίνυν ἐξ ἀρχῆς ταῦτα ἐγίγνωσκε, πολέμιος μὲν ἦν, οὐ μέντοι πονηρός γ᾽ ἂν δικαίως ἐνομίζετο· [28] νῦν δὲ αὐτὸς μὲν ἄρξας τῆς πρὸς Λακεδαιμονίους πίστεως καὶ φιλίας, αὐτὸς δὲ τῆς τοῦ δήμου καταλύσεως, μάλιστα δὲ ἐξορμήσας ὑμᾶς τοῖς πρώτοις ὑπαγομένοις εἰς ὑμᾶς δίκην ἐπιτιθέναι, νῦν ἐπεὶ καὶ ὑμεῖς καὶ ἡμεῖς φανερῶς ἐχθροὶ τῶι δήμωι γεγενήμεθα, οὐκέτ᾽ αὐτῶι τὰ γιγνόμενα ἀρέσκει, ὅπως αὐτὸς μὲν αὖ ἐν τῶι ἀσφαλεῖ καταστῆι, ἡμεῖς δὲ δίκην δῶμεν τῶν πεπραγμένων. [29] ὥστε οὐ μόνον ὡς ἐχθρῶι αὐτῶι προσήκει ἀλλὰ καὶ ὡς προδότηι ὑμῶν τε καὶ ἡμῶν διδόναι τὴν δίκην. καίτοι τοσούτωι μὲν δεινότερον προδοσία πολέμου, ὅσωι χαλεπώτερον φυλάξασθαι τὸ ἀφανὲς τοῦ φανεροῦ, τοσούτωι δ᾽ ἔχθιον, ὅσωι πολεμίοις μὲν ἄνθρωποι καὶ σπένδονται καὶ αὖθις πιστοὶ γίγνονται, ὃν δ᾽ ἂν προδιδόντα λαμβάνωσι, τούτωι οὔτε ἐσπείσατο πώποτε οὐδεὶς οὔτ᾽ ἐπίστευσε τοῦ λοιποῦ. [30] ἵνα δὲ εἰδῆτε ὅτι οὐ καινὰ ταῦτα οὗτος ποιεῖ, ἀλλὰ φύσει προδότης ἐστίν, ἀναμνήσω ὑμᾶς τὰ τούτωι πεπραγμένα. οὗτος γὰρ ἐξ ἀρχῆς μὲν τιμώμενος ὑπὸ τοῦ δήμου κατὰ τὸν πατέρα Ἅγνωνα, προπετέστατος ἐγένετο τὴν δημοκρατίαν μεταστῆσαι εἰς τοὺς τετρακοσίους, καὶ ἐπρώτευεν ἐν ἐκείνοις. ἐπεὶ δ᾽ ἤισθετο ἀντίπαλόν τι τῆι ὀλιγαρχίαι συνιστάμενον, πρῶτος αὖ ἡγεμὼν τῶι δήμωι ἐπ᾽ ἐκείνους ἐγένετο· [31] ὅθεν δήπου καὶ κόθορνος ἐπικαλεῖται. [καὶ γὰρ ὁ κόθορνος ἁρμόττειν μὲν τοῖς ποσὶν ἀμφοτέροις δοκεῖ, ἀποβλέπει δὲ ἀπ᾽ ἀμφοτέρων.] δεῖ δέ, ὦ Θηράμενες, ἄνδρα τὸν ἄξιον ζῆν οὐ προάγειν μὲν δεινὸν εἶναι εἰς πράγματα τοὺς συνόντας, ἂν δέ τι ἀντικόπτηι, εὐθὺς μεταβάλλεσθαι, ἀλλ᾽ ὥσπερ ἐν νηὶ διαπονεῖσθαι, ἕως ἂν εἰς οὖρον καταστῶσιν· εἰ δὲ μή, πῶς ἂν ἀφίκοιντό ποτε ἔνθα δεῖ, εἰ ἐπειδάν τι ἀντικόψηι, εὐθὺς εἰς τἀναντία πλέοιεν; [32] καὶ εἰσὶ μὲν δήπου πᾶσαι μεταβολαὶ πολιτειῶν θανατηφόροι, σὺ δὲ διὰ τὸ εὐμετάβολος εἶναι πλείστοις μὲν μεταίτιος εἶ ἐξ ὀλιγαρχίας ὑπὸ τοῦ δήμου ἀπολωλέναι, πλείστοις δ᾽ ἐκ δημοκρατίας ὑπὸ τῶν βελτιόνων. οὗτος δέ τοί ἐστιν ὃς καὶ ταχθεὶς ἀνελέσθαι ὑπὸ τῶν στρατηγῶν τοὺς καταδύντας Ἀθηναίων ἐν τῆι περὶ Λέσβον ναυμαχίαι αὐτὸς οὐκ ἀνελόμενος ὅμως τῶν στρατηγῶν κατηγορῶν ἀπέκτεινεν αὐτούς, ἵνα αὐτὸς περισωθείη. [2.3.33] ὅστις γε μὴν φανερός ἐστι τοῦ μὲν πλεονεκτεῖν ἀεὶ ἐπιμελόμενος, τοῦ δὲ καλοῦ καὶ τῶν φίλων μηδὲν ἐντρεπόμενος, πῶς τούτου χρή ποτε φείσασθαι; πῶς δὲ οὐ φυλάξασθαι, εἰδότας αὐτοῦ τὰς μεταβολάς, ὡς μὴ καὶ ἡμᾶς ταὐτὸ δυνασθῆι ποιῆσαι; ἡμεῖς οὖν τοῦτον ὑπάγομεν καὶ ὡς ἐπιβουλεύοντα καὶ ὡς προδιδόντα ἡμᾶς τε καὶ ὑμᾶς. ὡς δ᾽ εἰκότα ποιοῦμεν, καὶ τάδ᾽ ἐννοήσατε. [34] καλλίστη μὲν γὰρ δήπου δοκεῖ πολιτεία εἶναι ἡ Λακεδαιμονίων· εἰ δὲ ἐκείνηι ἐπιχειρήσειέ τις τῶν ἐφόρων ἀντί τοῦ τοῖς πλείοσι πείθεσθαι ψέγειν τε τὴν ἀρχὴν καὶ ἐναντιοῦσθαι τοῖς πραττομένοις, οὐκ ἂν οἴεσθε αὐτὸν καὶ ὑπ᾽ αὐτῶν τῶν ἐφόρων καὶ ὑπὸ τῆς ἄλλης ἁπάσης πόλεως τῆς μεγίστης τιμωρίας ἀξιωθῆναι; καὶ ὑμεῖς οὖν, ἐὰν σωφρονῆτε, οὐ τούτου ἀλλ᾽ ὑμῶν αὐτῶν φείσεσθαι, ὡς οὗτος σωθεὶς μὲν πολλοὺς ἂν μέγα φρονεῖν ποιήσειε τῶν ἐναντία γιγνωσκόντων ὑμῖν, ἀπολόμενος δὲ πάντων καὶ τῶν ἐν τῆι πόλει καὶ τῶν ἔξω ὑποτέμοι ἂν τὰς ἐλπίδας.

[35] Ὁ μὲν ταῦτ᾽ εἰπὼν ἐκαθέζετο· Θηραμένης δὲ ἀναστὰς ἔλεξεν· Ἀλλὰ πρῶτον μὲν μνησθήσομαι, ὦ ἄνδρες, ὃ τελευταῖον κατ᾽ ἐμοῦ εἶπε. φησὶ γάρ με τοὺς στρατηγοὺς ἀποκτεῖναι κατηγοροῦντα. ἐγὼ δὲ οὐκ ἦρχον δήπου τοῦ κατ᾽ ἐκείνων λόγου, ἀλλ᾽ ἐκεῖνοι ἔφασαν προσταχθέν μοι ὑφ᾽ ἑαυτῶν οὐκ ἀνελέσθαι τοὺς δυστυχοῦντας ἐν τῆι περὶ Λέσβον ναυμαχίαι. ἐγὼ δὲ ἀπολογούμενος ὡς διὰ τὸν χειμῶνα οὐδὲ πλεῖν, μὴ ὅτι ἀναιρεῖσθαι τοὺς ἄνδρας δυνατὸν ἦν, ἔδοξα τῆι πόλει εἰκότα λέγειν, ἐκεῖνοι δ᾽ ἑαυτῶν κατηγορεῖν ἐφαίνοντο. φάσκοντες γὰρ οἷόν τε εἶναι σῶσαι τοὺς ἄνδρας, προέμενοι ἀπολέσθαι αὐτοῦς ἀποπλέοντες ὤιχοντο. [36] οὐ μέντοι θαυμάζω γε τὸ Κριτίαν <παρανενομηκέναι<· ὅτε γὰρ ταῦτα ἦν, οὐ παρὼν ἐτύγχανεν, ἀλλ᾽ ἐν Θετταλίαι μετὰ Προμηθέως δημοκρατίαν κατεσκεύαζε καὶ τοὺς πενέστας ὥπλιζεν ἐπὶ τοὺς δεσπότας. [37] ὧν μὲν οὖν οὗτος ἐκεῖ ἔπραττε μηδὲν ἐνθάδε γένοιτο· τάδε γε μέντοι ὁμολογῶ ἐγὼ τούτωι, εἴ τις ὑμᾶς μὲν τῆς ἀρχῆς βούλεται παῦσαι, τοὺς δ᾽ ἐπιβουλεύοντας ὑμῖν ἰσχυροὺς ποιεῖ, δίκαιον εἶναι τῆς μεγίστης αὐτὸν τιμωρίας τυγχάνειν· ὅστις μέντοι ὁ ταῦτα πράττων ἐστὶν οἶμαι ἂν ὑμᾶς κάλλιστα κρίνειν, τά τε πεπραγμένα καὶ ἃ νῦν πράττει ἕκαστος ἡμῶν εἰ κατανοήσετε. [38] οὐκοῦν μέχρι μὲν τοῦ ὑμᾶς τε καταστῆναι εἰς τὴν βουλείαν καὶ ἀρχὰς ἀποδειχθῆναι καὶ τοὺς ὁμολογουμένως συκοφάντας ὑπάγεσθαι πάντες ταὐτὰ ἐγιγνώσκομεν· ἐπεὶ δέ γε οὗτοι ἤρξαντο ἄνδρας καλούς τε κἀγαθοὺς συλλαμβάνειν, ἐκ τούτου κἀγὼ ἠρξάμην τἀναντία τούτοις γιγνώσκειν. [39] ἤιδειν γὰρ ὅτι ἀποθνήισκοντος μὲν Λέοντος τοῦ Σαλαμινίου, ἀνδρὸς καὶ ὄντος καὶ δοκοῦντος ἱκανοῦ εἶναι, ἀδικοῦντος δ᾽ οὐδὲ ἕν, οἱ ὅμοιοι τούτωι φοβήσοιντο, φοβούμενοι δὲ ἐναντίοι τῆιδε τῆι πολιτείαι ἔσοιντο· ἐγίγνωσκον δὲ ὅτι συλλαμβανομένου Νικηράτου τοῦ Νικίου, καὶ πλουσίου καὶ οὐδὲν πώποτε δημοτικὸν οὔτε αὐτοῦ οὔτε τοῦ πατρὸς πράξαντος, οἱ τούτωι ὅμοιοι δυσμενεῖς ἡμῖν γενήσοιντο. [40] ἀλλὰ μὴν καὶ Ἀντιφῶντος ὑφ᾽ ἡμῶν ἀπολλυμένου, ὃς ἐν τῶι πολέμωι δύο τριήρεις εὖ πλεούσας παρείχετο, ἠπιστάμην ὅτι καὶ οἱ πρόθυμοι τῆι πόλει γεγενημένοι πάντες ὑπόπτως ἡμῖν ἕξοιεν. [41] ἀντεῖπον δὲ καὶ ὅτε τῶν μετοίκων ἕνα ἕκαστον λαβεῖν ἔφασαν χρῆναι· εὔδηλον γὰρ ἦν ὅτι τούτων ἀπολομένων καὶ οἱ μέτοικοι ἅπαντες πολέμιοι τῆι πολιτείαι ἔσοιντο. ἀντεῖπον δὲ καὶ ὅτε τὰ ὅπλα τοῦ πλήθους παρηιροῦντο, οὐ νομίζων χρῆναι ἀσθενῆ τὴν πόλιν ποιεῖν· οὐδὲ γὰρ τοὺς Λακεδαιμονίους ἑώρων τούτου ἕνεκα βουλομένους περισῶσαι ἡμᾶς, ὅπως ὀλίγοι γενόμενοι μηδὲν δυναίμεθ᾽ αὐτοὺς ὠφελεῖν· ἐξῆν γὰρ αὐτοῖς, εἰ τούτου γε δέοιντο, καὶ μηδένα λιπεῖν ὀλίγον ἔτι χρόνον τῶι λιμῶι πιέσαντας. [42] οὐδέ γε τὸ φρουροὺς μισθοῦσθαι συνήρεσκέ μοι, ἐξὸν αὐτῶν τῶν πολιτῶν τοσούτους προσλαμβάνειν, ἕως ῥαιδίως ἐμέλλομεν οἱ ἄρχοντες τῶν ἀρχομένων κρατήσειν. ἐπεί γε μὴν πολλοὺς ἑώρων ἐν τῆι πόλει τῆι ἀρχῆι τῆιδε δυσμενεῖς, πολλοὺς δὲ φυγάδας γιγνομένους, οὐκ αὖ ἐδόκει μοι οὔτε Θρασύβουλον οὔτε Ἄνυτον οὔτε Ἀλκιβιάδην φυγαδεύειν· ἤιδειν γὰρ ὅτι οὕτω γε τὸ ἀντίπαλον ἰσχυρὸν ἔσοιτο, εἰ τῶι μὲν πλήθει ἡγεμόνες ἱκανοὶ προσγενήσοιντο, [43] τοῖς δ᾽ ἡγεῖσθαι βουλομένοις σύμμαχοι πολλοὶ φανήσοιντο. ὁ ταῦτα οὖν νουθετῶν ἐν τῶι φανερῶι πότερα εὐμενὴς ἂν δικαίως ἢ προδότης νομίζοιτο; οὐχ οἱ ἐχθρούς, ὦ Κριτία, κωλύοντες πολλοὺς ποιεῖσθαι, οὐδ᾽ οἱ συμμάχους πλείστους διδάσκοντες κτᾶσθαι, οὗτοι τοὺς πολεμίους ἰσχυροὺς ποιοῦσιν, ἀλλὰ πολὺ μᾶλλον οἱ ἀδίκως τε χρήματα ἀφαιρούμενοι καὶ τοὺς οὐδὲν ἀδικοῦντας ἀποκτείνοντες, οὗτοί εἰσιν οἱ καὶ πολλοὺς τοὺς ἐναντίους ποιοῦντες καὶ προδιδόντες οὐ μόνον τοὺς φίλους ἀλλὰ καὶ ἑαυτοὺς δι᾽ αἰσχροκέρδειαν. [44] εἰ δὲ μὴ ἄλλως γνωστὸν ὅτι ἀληθῆ λέγω, ὧδε ἐπισκέψασθε. πότερον οἴεσθε Θρασύβουλον καὶ Ἄνυτον καὶ τοὺς ἄλλους φυγάδας ἃ ἐγὼ λέγω μᾶλλον ἂν ἐνθάδε βούλεσθαι γίγνεσθαι ἢ ἃ οὗτοι πράττουσιν; ἐγὼ μὲν γὰρ οἶμαι νῦν μὲν αὐτοὺς νομίζειν συμμάχων πάντα μεστὰ εἶναι· εἰ δὲ τὸ κράτιστον τῆς πόλεως προσφιλῶς ἡμῖν εἶχε, χαλεπὸν ἂν ἡγεῖσθαι εἶναι καὶ τὸ ἐπιβαίνειν ποι τῆς χώρας. [45] ἃ δ᾽ αὖ εἶπεν ὡς ἐγώ εἰμι οἷος ἀεί ποτε μεταβάλλεσθαι, κατανοήσατε καὶ ταῦτα. τὴν μὲν γὰρ ἐπὶ τῶν τετρακοσίων πολιτείαν καὶ αὐτὸς δήπου ὁ δῆμος ἐψηφίσατο, διδασκόμενος ὡς οἱ Λακεδαιμόνιοι πάσηι πολιτείαι μᾶλλον ἂν ἢ δημοκρατίαι πιστεύσειαν. [46] ἐπεὶ δέ γε ἐκεῖνοι μὲν οὐδὲν ἀνίεσαν, οἱ δὲ ἀμφὶ Ἀριστοτέλην καὶ Μελάνθιον καὶ Ἀρίσταρχον στρατηγοῦντες φανεροὶ ἐγένοντο ἐπὶ τῶι χώματι ἔρυμα τειχίζοντες, εἰς ὃ ἐβούλοντο τοὺς πολεμίους δεξάμενοι ὑφ᾽ αὑτοῖς καὶ τοῖς ἑταίροις τὴν πόλιν ποιήσασθαι, εἰ ταῦτ᾽ αἰσθόμενος ἐγὼ διεκώλυσα, τοῦτ᾽ ἐστὶ προδότην εἶναι τῶν φίλων; [47] ἀποκαλεῖ δὲ κόθορνόν με, ὡς ἀμφοτέροις πειρώμενον ἁπμόττειν. ὅστις δὲ μηδετέροις ἀρέσκει, τοῦτον ὢ πρὸς τῶν θεῶν τί ποτε καὶ καλέσαι χρή; σὺ γὰρ δὴ ἐν μὲν τῆι δημοκρατίαι πάντως μισοδημότατος ἐνομίζου, ἐν δὲ τῆι ἀριστοκρατίαι πάντων μισοχρηστότατος γεγένησαι. [48] ἐγὼ δ᾽, ὦ Κριτία, ἐκείνοις μὲν ἀεί ποτε πολεμῶ τοῖς οὐ πρόσθεν οἰομένοις καλὴν ἂν δημοκρατίαν εἶναι, πρὶν [ἂν] καὶ οἱ δοῦλοι καὶ οἱ δι᾽ ἀπορίαν δραχμῆς ἂν ἀποδόμενοι τὴν πόλιν <δραχμῆσ< μετέχοιεν, καὶ τοῖσδέ γ᾽ αὖ ἀεὶ ἐναντίος εἰμὶ οἳ οὐκ οἴονται καλὴν ἂν ἐγγενέσθαι ὀλιγαρχίαν, πρὶν [ἂν] εἰς τὸ ὑπ᾽ ὀλίγων τυραννεῖσθαι τὴν πόλιν καταστήσειαν. τὸ μέντοι σὺν τοῖς δυναμένοις καὶ μεθ᾽ ἵππων καὶ μετ᾽ ἀσπίδων ὠφελεῖν διὰ τούτων τὴν πολιτείαν πρόσθεν ἄριστον ἡγούμην εἶναι καὶ νῦν οὐ μεταβάλλομαι. [49] εἰ δ᾽ ἔχεις εἰπεῖν, ὦ Κριτία, ὅπου ἐγὼ σὺν τοῖς δημοτικοῖς ἢ τυραννικοῖς τοὺς καλούς τε κἀγαθοὺς ἀποστερεῖν πολιτείας ἐπεχείρησα, λέγε· ἐὰν γὰρ ἐλεγχθῶ ἢ νῦν ταῦτα πράττων ἢ πρότερον πώποτε πεποιηκώς, ὁμολογῶ τὰ πάντων ἔσχατα παθὼν ἂν δικαίως ἀποθνήισκειν.

[50] Ὡς δ᾽ εἰπὼν ταῦτα ἐπαύσατο, καὶ ἡ βουλὴ δήλη ἐγένετο εὐμενῶς ἐπιθορυβήσασα, γνοὺς ὁ Κριτίας ὅτι εἰ ἐπιτρέψοι τῆι βουλῆι διαψηφίζεσθαι περὶ αὐτοῦ, ἀναφεύξοιτο, καὶ τοῦτο οὐ βιωτὸν ἡγησάμενος, προσελθὼν καὶ διαλεχθείς τι τοῖς τριάκοντα ἐξῆλθε, καὶ ἐπιστῆναι ἐκέλευσε τοὺς τὰ ἐγχειρίδια ἔχοντας φανερῶς τῆι βουλῆι ἐπὶ τοῖς δρυφάκτοις. [51] πάλιν δὲ εἰσελθὼν εἶπεν· Ἐγώ, ὦ βουλή, νομίζω προστάτου ἔργον εἶναι οἵου δεῖ, ὃς ἂν ὁρῶν τοὺς φίλους ἐξαπατωμένους μὴ ἐπιτρέπηι. καὶ ἐγὼ οὖν τοῦτο ποιήσω. καὶ γὰρ οἵδε οἱ ἐφεστηκότες οὔ φασιν ἡμῖν ἐπιτρέψειν, εἰ ἀνήσομεν ἄνδρα τὸν φανερῶς τὴν ὀλιγαρχίαν λυμαινόμενον. ἔστι δὲ ἐν τοῖς καινοῖς νόμοις τῶν μὲν ἐν τοῖς τρισχιλίοις ὄντων μηδένα ἀποθνήισκειν ἄνευ τῆς ὑμετέρας ψήφου, τῶν δ᾽ ἔξω τοῦ καταλόγου κυρίους εἶναι τοὺς τριάκοντα θανατοῦν. ἐγὼ οὖν, ἔφη, Θηραμένην τουτονὶ ἐξαλείφω ἐκ τοῦ καταλόγου, συνδοκοῦν ἅπασιν ἡμῖν. καὶ τοῦτον, ἔφη, ἡμεῖς θανατοῦμεν. [52] ἀκούσας ταῦτα ὁ Θηραμένης ἀνεπήδησεν ἐπὶ τὴν ἑστίαν καὶ εἶπεν· Ἐγὼ δ᾽, ἔφη, ὦ ἄνδρες, ἱκετεύω τὰ πάντων ἐννομώτατα, μὴ ἐπὶ Κριτίαι εἶναι ἐξαλείφειν μήτε ἐμὲ μήτε ὑμῶν ὃν ἂν βούληται, ἀλλ᾽ ὅνπερ νόμον οὗτοι ἔγραψαν περὶ τῶν ἐν τῶι καταλόγωι, κατὰ τοῦτον καὶ ὑμῖν καὶ ἐμοὶ τὴν κρίσιν εἶναι. [53] καὶ τοῦτο μέν, ἔφη, μὰ τοὺς θεοὺς οὐκ ἀγνοῶ, ὅτι οὐδέν μοι ἀρκέσει ὅδε ὁ βωμός, ἀλλὰ βούλομαι καὶ τοῦτο ἐπιδεῖξαι, ὅτι οὗτοι οὐ μόνον εἰσὶ περὶ ἀνθρώπους ἀδικώτατοι, ἀλλὰ καὶ περὶ θεοὺς ἀσεβέστατοι. ὑμῶν μέντοι, ἔφη, ὦ ἄνδρες καλοὶ κἀγαθοί, θαυμάζω, εἰ μὴ βοηθήσετε ὑμῖν αὐτοῖς, καὶ ταῦτα γιγνώσκοντες ὅτι οὐδὲν τὸ ἐμὸν ὄνομα εὐεξαλειπτότερον ἢ τὸ ὑμῶν ἑκάστου. [54] ἐκ δὲ τούτου ἐκέλευσε μὲν ὁ τῶν τριάκοντα κῆρυξ τοὺς ἕνδεκα ἐπὶ τὸν Θηραμένην· ἐκεῖνοι δὲ εἰσελθόντες σὺν τοῖς ὑπηρέταις, ἡγουμένου αὐτῶν Σατύρου τοῦ θρασυτάτου τε καὶ ἀναιδεστάτου, εἶπε μὲν ὁ Κριτίας· Παραδίδομεν ὑμῖν, ἔφη, Θηραμένην τουτονὶ κατακεκριμένον κατὰ τὸν νόμον· [55] ὑμεῖς δὲ λαβόντες καὶ ἀπαγαγόντες οἱ ἕνδεκα οὗ δεῖ τὰ ἐκ τούτων πράττετε. ὡς δὲ ταῦτα εἶπεν, εἷλκε μὲν ἀπὸ τοῦ βωμοῦ ὁ Σάτυρος, εἷλκον δὲ οἱ ὑπηρέται. ὁ δὲ Θηραμένης ὥσπερ εἰκὸς καὶ θεοὺς ἐπεκαλεῖτο καὶ ἀνθρώπους καθορᾶν τὰ γιγνόμενα. ἡ δὲ βουλὴ ἡσυχίαν εἶχεν, ὁρῶσα καὶ τοὺς ἐπὶ τοῖς δρυφάκτοις ὁμοίους Σατύρωι καὶ τὸ ἔμπροσθεν τοῦ βουλευτηρίου πλῆρες τῶν φρουρῶν, καὶ οὐκ ἀγνοοῦντες ὅτι ἐγχειρίδια ἔχοντες παρῆσαν. [56] οἱ δ᾽ ἀπήγαγον τὸν ἄνδρα διὰ τῆς ἀγορᾶς μάλα μεγάληι τῆι φωνῆι δηλοῦντα οἷα ἔπασχε. λέγεται δ᾽ ἓν ῥῆμα καὶ τοῦτο αὐτοῦ. ὡς εἶπεν ὁ Σάτυρος ὅτι οἰμώξοιτο, εἰ μὴ σιωπήσειεν, ἐπήρετο· Ἂν δὲ σιωπῶ, οὐκ ἄρ᾽, ἔφη, οἰμώξομαι; καὶ ἐπεί γε ἀποθνήισκειν ἀναγκαζόμενος τὸ κώνειον ἔπιε, τὸ λειπόμενον ἔφασαν ἀποκοτταβίσαντα εἰπεῖν αὐτόν· Κριτίαι τοῦτ᾽ ἔστω τῶι καλῶι. καὶ τοῦτο μὲν οὐκ ἀγνοῶ, ὅτι ταῦτα ἀποφθέγματα οὐκ ἀξιόλογα, ἐκεῖνο δὲ κρίνω τοῦ ἀνδρὸς ἀγαστόν, τὸ τοῦ θανάτου παρεστηκότος μήτε τὸ φρόνιμον μήτε τὸ παιγνιῶδες ἀπολιπεῖν ἐκ τῆς ψυχῆς.
[4.1] Θηραμένης μὲν δὴ οὕτως ἀπέθανεν[…].

Pamfaio. Simposiasta che gioca al kóttabos. Pittura vascolare da un tondo di kylix attica a figure rosse. 510 a.C. ca. Musée du Louvre

Pamfaio. Simposiasta che gioca al kóttabos. Pittura vascolare da un tondo di kylix attica a figure rosse. 510 a.C. ca. Musée du Louvre

*Testo greco da Xenophontis Opera Omnia, ed. E.C. Marchant, Oxford 1900.
Note e traduzione, in parte di G. Daverio Rocchi, in parte mie e di mia elaborazione.


[1] Fu il più rappresentativo dei Trenta, di famiglia aristocratica. Implicato nella mutilazione delle Erme (cfr. Senofonte, Elleniche I 4, 14), era stato in seguito prosciolto. Dopo l’abbattimento del governo dei Quattrocento, nel quale ebbe un ruolo di scarso rilievo, con la restaurazione della democrazia andò in esilio, ritirandosi in Tessaglia, dove, secondo la testimonianza di Senofonte, collaborò con i penesti (Elleniche II 3, 36) contro i loro padroni. È ricordato anche come allievo di Socrate e scrittore. Compose poemi elegiaci e tragedie di cui rimangono alcuni frammenti.

[2] La boulḗ, in regime democratico, espletava alcune funzioni giurisdizionali. Qui, peraltro, si tratta di un istituto che sopravvisse svuotato di ogni reale carattere democratico. Per la sua composizione cfr. Senofonte, Elleniche II 3, 11.

[3] Paragrafi 30-31: la stessa accusa di trasformismo politico sarà poi da Teramene rivolta a Crizia (paragrafo 36).

[4] Ricoprì più di una strategia e nel 437 fu inviato a fondare la colonia di Anfipoli (Tucidide, IV 102); nel 413 fu tra i dieci magistrati eletti dopo il disastro in Sicilia (Lisia, Contro Eratostene XII 65), la cui attività, si può dire, preparò la rivoluzione dei Quattrocento.

[5] Il coturno è il calzare portato dagli attori nelle rappresentazioni tragiche per comparire più grandi sulla scena. Poteva essere infilato indifferentemente su entrambi i piedi.

[6] La carriera di Teramene presenta mutamenti e ambiguità tipici di molti personaggi dell’epoca. È soprattutto in ambiente oligarchico che sorge l’immagine del traditore, del “coturno”, della banderuola; all’interno di quel gruppo, egli non ha avuto rispetto delle regole della solidarietà (questa è la posizione di Crizia nei suoi confronti).

[7] Cfr. Senofonte, Elleniche I 7, 4.

[8] Crizia effettivamente aveva descritto sia in versi sia in prosa la costituzione spartana e secondo una tradizione storiografica “laconizzò” in maniera eccellente. L’ammirazione di Crizia si inserisce nella idealizzazione della costituzione di Sparta, che verso la fine del V secolo accompagnò lo stesso ripensamento sulla costituzione ateniese del passato. A Sparta c’è un’assoluta compattezza di comportamento all’interno del governo: quel che è approvato dalla maggioranza degli efori, è eseguito anche dalla minoranza (una regola che, ad Atene, Teramene finirà con il violare, ricorrendo a strumenti che nella democrazia erano consentiti, cioè il “criticare” e l’“opporsi”).

[9] Teramene che aveva contribuito all’instaurazione del nuovo regime, ne divenne presto una delle vittime più illustri. La sua autodifesa è tanto appassionata quanto inutile ad evitargli il destino che lo attende.

[10] I penesti, verso la metà del V secolo, durante i rivolgimenti politici e sociali connessi con l’abbattimento del potere delle grandi aristocrazie terriere, erano stati affrancati dai loro proprietari, senza peraltro ottenere una completa parificazione politica con i cittadini. Di conseguenza, le lotte che opposero le classi agiate urbane, i cavalieri, alle aristocrazie, non comportarono un’integrazione dei penesti nella comunità politica. Nelle tensioni che precedettero il conflitto si deve collocare, in base a testimonianze desumibili da altre fonti, un’insurrezione di penesti, che fu strumentalizzata dagli Aleuadi di Larissa per opporre questi ceti ai cavalieri. Gli Aleuadi avevano spesso ospitato filosofi ateniesi; i frammenti delle opere letterarie di Crizia rivelano una perfetta conoscenza della vita lussuosa dei nobili tessali, che lascerebbe presupporre un’esperienza diretta.

[11] In mancanza di una pubblica accusa istituzionale, in Atene ognuno era tenuto a denunciare al popolo chi minacciasse la sicurezza della comunità o fosse colpevole di cospirazione. Furono chiamati sicofanti coloro che ne fecero una professione, sicché tale libertà finì con il costituire l’abuso, la degenerazione del diritto. Il profilo che ne tracciano gli autori contemporanei è quello di uomini poveri, senza educazione, relativamente giovani, cittadini ateniesi, individui che calunniano gli innocenti, accusano soprattutto i ricchi, al solo scopo di ricavarne il guadagno delle ammende o delle confische. Allo stesso modo i sicofanti erano accusati di volere la guerra a tutti i costi per riempire le casse pubbliche, spogliando e vessando gli alleati. In realtà, con il regime dei Trenta, la sicofantia non scomparve, ma fu strumentalizzata, per fini personali, dagli esponenti del nuovo governo.

[12] Forse da identificare con uno degli strateghi del 407/6 (cfr. Senofonte, Elleniche I 5, 16). I motivi della sua esecuzione restano sconosciuti, ma il provvedimento ebbe vasta eco in Atene.

[13] Figlio di Nicia, lo stratego della spedizione di Sicilia con Alcibiade e Lamaco, ed esponente della democrazia moderata nella seconda metà del V secolo.

[14] Anito, ricco cittadino, eletto stratego nel 409/8, è uno dei capi della restaurazione democratica del 403/2.

[15] Secondo Aristotele (Costituzione degli Ateniesi 35, 4) e Isocrate (Areopagitico VII, 67), i cittadini furono millecinquecento. I Trenta, d’accordo con Lisandro, redigeranno perfino una lista di sospetti, destinati a morte.

[16] Teramene giustifica la propria posizione politica alla luce degli eventi del 411. Senza dubbio, egli doveva essere tra i promotori del “coup d’État” dei Quattrocento, ma fu il popolo a volerlo per imbonirsi gli Spartani.

[17] Si riferisce ai lavoro di fortificazione di Eetioneia, la punta settentrionale del Pireo (cfr. Tucidide, VIII 90, 4).

[18] Cfr. n. 5.

[19] Teramene ribatte a Crizia la propria coerenza politica, che, almeno sul piano teorico, sta nel senso dell’istaurazione e del rispetto della pátrios politeía.

[20] In sostanza, come osserva D. Musti (Storia greca, Milano 2010, p. 473), nella sua apologia, Teramene definisce in termini negativi la propria posizione come contraria agli estremismi, nei confronti dei quali si pone al centro.

[21] Intende instaurare un oplitismo costituzionalmente definito.

[22] Sono esposti qui i principi di una democrazia moderata, destinati ad incontrare successo nella rielaborazione ideologica e nel pensiero politico del IV secolo. Quanto questo discorso contenga delle reali parole pronunciate da Teramene è difficile dire, ma, ideologicamente, concorda con il programma politico che Aristotele (Costituzione degli Ateniesi 33) attribuisce al nostro. Quale sostenitore di siffatto programma politico, Teramene appare da questi discorsi in una luce positiva, in contrasto con le valutazioni negative o ambigue di Senofonte, Elleniche I 6, 35; 7, 31; II 2, 16 (cfr. Diodoro, XIV 3, 5-6).

[23] Il bouleutḗrion di Atene, sede della boulḗ, era una sala quadrata con quattro colonne agli angoli e cinque colonne in antis sulla facciata. Lo spazio tra le colonne era chiuso da barriere metalliche sigillate alle colonne e provviste di pannelli mobili attraverso i quali si accedeva alla sala. I congiurati non si trovavano all’interno dell’aula, ma presso le barriere, a scopo intimidatorio (paragrafo 55). Le barriere, prima ancora di proteggere, avevano lo scopo di delimitare lo spazio politico destinato ai buleuti, che era anche spazio sacrale, dove si trovavano gli altari delle divinità protettrici.

[24] Cioè i giovani armati di pugnale.

[25] La descrizione delle azioni di Crizia, che va da un punto all’altro dell’edificio, crea un certo senso di suspense, e quindi termina in questa sentenza finale. Si tratta naturalmente di una procedura irregolare, che contribuisce a connotare Crizia “tirannicamente”.

[26] Importanza particolare vennero a rivestire gli Undici, nel passato sorveglianti delle prigioni ed esecutori delle sentenze capitali (cfr. Senofonte, Elleniche I 7, 10), ora uno degli strumenti essenziali del potere.

[27] Satiro acquistò una triste fama di carnefice; al suo comando c’erano i cosiddetti mastigophóroi, cioè agenti armati di sferza, le guardie dei Trenta.

[28] La fine di Teramene ha molti tratti in comune con quella di Socrate, e gli procurò l’ammirazione dello storico.

Annunci

Un commento su “Da fautore a vittima del regime

  1. […] per i fatti di Samo, gli oligarchi di Atene (fra cui spiccano l’oratore Antifonte, Frinico e Teramene) cercano di ammansire gli uomini della flotta, sforzandosi di mostrare che, una volta passati […]

    Mi piace

σχόλια/adnotationes dei lettori

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...