Una «civiltà capace di ‘grandezza’»

da D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Roma-Bari 1989, pp. 296 sgg.

Il VI secolo rappresenta il periodo di massima fioritura della Magna Grecia: al che corrispondono spinte espansionistiche, volte a modificare le delimitazioni areali originarie. Se la nozione di Megálē Hellás ha avuto realmente corso in epoca arcaica, il periodo a cui questa denominazione più si attaglia è certamente quello in cui le città achee si impegnarono a costituire un’area unitaria e a cancellare ogni traccia di intrusione. “Magna Grecia” è nozione che fa pensare a una comparazione con la Grecia propria. Tuttavia questa non è l’unica spiegazione possibile, e forse neanche la più probabile: l’espressione può stare a significare il dilatarsi verso Occidente della Grecità in quanto tale e, solo secondariamente, un’area coloniale specifica. La “grandezza” è al tempo stesso culturale e politica, secondo una concezione arcaica che certamente non conosce ancora l’opposizione di valutazioni materialistiche e spiritualistiche. Se ebbe davvero corso prima di Pitagora, l’espressione tuttavia non poté non avere una rinnovata diffusione proprio in epoca pitagorica, quando alla fama delle città dell’Italia meridionale, e in particolare di Crotone e di Metaponto, tanto contribuì la presenza, la dottrina, l’opera, l’influenza culturale e politica del Maestro e dei suoi discepoli; molto improbabile invece che l’espressione sia nata alla fine del V secolo, quando le città achee conoscono un’ultima fase di riorganizzazione, ma si avviano già al declino. Quando comparirà nei testi (Timeo?, Polibio), la definizione sarà solo un’espressione di nostalgia di una perduta e forse anche mitizzata grandezza. Megálē Hellás diventa dunque, presso gli autori del II e del I secolo a.C., una denominazione che evoca il passato, e che al passato appartiene; è la celebrazione nostalgica di una grandezza che è stata e che or non è più. Così si conclude la storia di una regione che all’origine (nel VI-V secolo a.C.) era stata un “oggetto del desiderio”, e che alla fine (nel II secolo a.C.), soprattutto a seguito dell’invasione dell’Italia da parte di Annibale, e per le connesse distruzioni e rovine, era quasi completamente deleta, pur avendo ospitato una civiltà capace di grandezza, dal punto di vista culturale, materiale e anche politico (1).

Resti del tempio di Hera Lacinia, con l'unica colonna superstite. Capo Colonna, presso Crotone.

Resti del tempio di Hera Lacinia, con l’unica colonna superstite. Capo Colonna, presso Crotone.

La guerra combattuta e vinta dagli Achei contro Siri, e quella combattuta e perduta dai Crotoniati contro i Locresi, con la battaglia della Sagra (575 e 550 circa, rispettivamente?), hanno ancora l’aspetto di comuni conflitti territoriali; lo scontro tra Crotone e Sibari, che culmina nella presa e distruzione di Sibari e nell’acquisizione del territorio, si arricchisce, rispetto a quei più arcaici conflitti, di un motivo ideologico. A Sibari l’aristocrazia è oppressa dalla tirannide di Telys; 500 suoi rappresentanti chiedono e ottengono asilo a Crotone; ma Telys ne chiede a sua volta l’estradizione: da parte di Crotone, concederla significa acquiescenza, negarla significa la guerra. E Pitagora, che è ormai da anni il gran consigliere dell’aristocrazia crotoniate, che ha promosso il riarmo morale e materiale della città (impartisce lezioni a uomini, donne, giovani; ha formato un’associazione di trecento giovani eletti), spinge e convince alla guerra. La tirannide di Telys rappresenta uno dei non frequenti casi di tirannidi arcaiche di Magna Grecia. La struttura del territorio sibaritico, il rapporto particolare con gli indigeni, il forte coinvolgimento (quasi di tipo siceliota) dell’elemento locale nelle strutture sociali della città, i problemi sociali e militari che ne derivano, dànno sufficientemente conto della peculiarità del processo politico a Sibari. Altrettanto motivata ideologicamente è la reazione di Pitagora e del suo gruppo, un gruppo evidentemente aristocratico (il che però non equivale ad un’assoluta uniformità di vedute con l’aristocrazia proprietaria, reale, di Crotone). Quella pitagorica è un’aristocrazia ideologica, che mira a un regime di proprietà comunitaria (koinà tà tōn phílōn: «sono in comune i beni degli amici»), che in sopraggiunta risente molto del modello spartano.

Busto di Pitagora. Copia romana di originale greco. Musei Capitolini, Palazzo Novo.

Busto di Pitagora. Copia romana di originale greco. Musei Capitolini, Palazzo Novo.

Sibari viene assediata, e distrutta dopo un assedio di settanta giorni. La città, con una popolazione (o addirittura con un esercito) di 300.000 unità, è vinta dalla più piccola, ma moralmente e materialmente più sana, Crotone. Il grande successo e incremento territoriale ottenuto con la vittoria si ripercuote negativamente su Pitagora e i suoi: alla tesi degli estremisti (di tendenza oligarchica o di tendenza popolare) della necessità di distribuire le terre strappate ai Sibariti, si contrappone la tesi pitagorica di una gestione comunitaria della terra (teoria della “terra indivisa”). Apparentemente Pitagora ha dalla sua la città: ma il sostegno non dev’essere né convinto né, soprattutto, efficace, se la sede di Pitagora e dei suoi (il synḗdrion) viene data alle fiamme, e Pitagora è costretto a peregrinazioni, forse, in varie città dell’Italia, e alla fuga a Metaponto, dove morrà (subito, secondo Dicearco, o dopo un soggiorno di vent’anni, secondo un’altra tradizione, che forse vuole esaltare il ruolo di Metaponto nel primo periodo pitagorico). Formalmente, il motivo dei disordini anti-pitagorici va ricercato nel sospetto che Pitagora e i suoi 300 affiliati mirassero ad instaurare un regime tirannico (che ormai in questo periodo, in Grecia, equivale a un aspro conflitto con l’aristocrazia): segno dei tempi, e degli umori che li percorrono (2).
La tirannide sembra comunque una forma politica (o, a rigore, anti-politica) particolarmente adatta a determinati sviluppi territoriali; il principio opposto è quello dell’autonomia della pólis, il che equivale ad accettare il frazionamento territoriale, quel policentrismo che è caratteristico della mentalità cittadina dei Greci. Non c’è perciò da meravigliarsi che Tucidide (I 17) attribuisca, da un lato, ai tiranni greci una politica di breve respiro, volta ad assicurare il potere a sé e alla propria famiglia, e a costruire una posizione di forza della propria città solo nei confronti dei vicini (períoikoi), ma che affermi anche come a questa regola si sottraggano i tiranni di Sicilia, che epì pleîston echṓrēsan dynámeōs, cioè «si spinsero al massimo della potenza».
Valorizzando l’affermazione tucididea, proprio quanto al rapporto fra i due termini in questione (tirannide e dominio territoriale),

Statere d’argento (8,1 gr.) da Sibari. 550-510 a.C. ca. Legenda – VM in exergo. Toro stante verso sinistra, con testa rivolta a destra.

Statere d’argento (8,1 gr.) da Sibari. 550-510 a.C. ca. Legenda – VM in exergo. Toro stante verso sinistra, con testa rivolta a destra.

potremmo dire che proprio le tirannidi di Sicilia si rivelano come la formula di governo più adatta alle prospettive di un incremento territoriale di alcune città in epoca post-arcaica (o tardo-arcaica). Così, Cleandro governa tirannicamente Gela per sette anni (circa 505-498) e poi per altri sette gli succede il fratello Ippocrate (498-491), che cerca di costituire, a danno dei Greci e dei Siculi, un dominio territoriale […]. La sua politica, con sensibili varianti, è proseguita da Gelone, capo della cavalleria, della stirpe dei Dinomenidi (un aristocratico, dunque, con esperienza e potere militare) (3). Che nelle tirannidi siceliote di V secolo i progetti espansionistici, le prospettive di ordine territoriale e militare prevalgano su eventuali scelte sociali anti-aristocratiche, è evidente dagli sviluppi successivi, e dal rapporto tutto positivo di Gelone con i proprietari terrieri. Quando il modello espansionistico viene assunto anche dall’agrigentino Terone, in un’area molto vicina a quella del dominio cartaginese, si capisce la reazione di Cartagine. Questa volta (non certo in risposta ai fragili tentativi di Pentatlo e dello spartano Dorieo, che circa il 510 tentò invano di affermarsi ad Erice, contro “Fenici” e Segestani) l’attivismo cartaginese in Sicilia appare già in larga misura come una risposta all’atteggiamento ormai veramente nuovo dei Greci verso il territorio (4). La nuova politica trovava espressione anche in alleanze che, senza fondare una diversa unità statale, tuttavia costituivano nuove forme di coesione territoriale, che rappresentavano di per sé un coagulo di potenza e una possibile minaccia per tutti gli altri occupanti la Sicilia. Così, Terone diede in moglie a Gelone la figlia Damarete (che dopo la morte di Gelone sarebbe divenuta la moglie di Polizalo), mentre sposava la figlia di Polizalo, il più giovane fratello di Gelone.

Statua del cosiddetto «Koùros della Reggio», da Reggio Calabria. Fine VI - inizi V secolo a.C. Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria

Statua del cosiddetto «Koùros della Reggio», da Reggio Calabria. Fine VI – inizi V secolo a.C. Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria

Come giustamente osserva Beloch, «il movimento unitario dei Greci di Sicilia» (pur da intendere entro i limiti indicati) «non poteva lasciare indifferente Cartagine». Quando perciò Terillo, tiranno di Imera, cacciato da Terone, si rivolse appunto ai Punici, questi intervennero con un esercito di cittadini cartaginesi, di sudditi libici e di mercenari al comando di Amilcare, trovando come alleato Anassila di Reggio, genero di Terillo, e la stessa città di Selinunte. Va dunque tenuta in conto la sollecitazione che proviene da parte greca. Da Panormo, da dove era sbarcato, l’esercito punico mosse all’assedio di Imera, controllata ormai da Terone; l’intervento di Gelone sotto le mura della città significò lo scontro, e produsse l’annientamento dei Cartaginesi, avvenuto, secondo una tradizione siceliota raccontata già da Erodoto (VII 166), nello stesso giorno della battaglia di Salamina (estate 480); probabilmente già prima dello scontro, alcuni cavalieri siracusani avevano ucciso lo stesso comandante nemico, Amilcare, mentre stava compiendo un sacrificio (5).
Gli eventi che seguirono danno la misura della gradualità che Gelone, pur interessato a un’espansione territoriale, impose al processo, secondo un caratteristico limite storico dell’espansionismo territoriale greco; ai Cartaginesi (sembra anche in virtù dei buoni uffici di Damarete) fu concessa la pace, contro il pagamento di 2.000 talenti; Anassila di Reggio e Selinunte dovettero obbligarsi a seguire Gelone in guerra. Se Diodoro (XI 26, 4 sgg.) afferma che la ragione della fretta di concludere fu il desiderio di Gelone di intervenire in Grecia contro i Persiani, deluso dall’avvenuta vittoria di Salamina, si tratta di un abbellimento che fa torto alla comprensione dei limiti dell’impulso imperialistico greco, persino in coloro che fra i Greci lo rappresentano.
A Gelone, morto (478) un paio d’anni dopo il trionfo di Imera, non poteva succedere il figlio impubere; gli successe il fratello Ierone, che, nonostante il titolo attribuitogli da Pindaro e l’uso linguistico di Diodoro, non poté portare il titolo di basileús, che del resto non risulta essere stato assunto da alcuno dei Dinomenidi. Con Ierone si accentuano comunque gli aspetti personali del potere; intorno a lui si costituisce una vera corte, a cui partecipano i più grandi poeti greci come Simonide, Pindaro, Bacchilide, Eschilo, Senofane ed Epicarmo. La spinta espansionistica che era stata di Gelone viene ripresa da Ierone: anche in questo caso con la caratteristica gradualità ed eterogeneità delle soluzioni, a seconda dei territori in questione e della loro distanza da Siracusa. In rapporto ai diversi territori vale un diverso modulo di espansione e di dominio. Come già Gelone, Ierone osteggia le città calcidesi: assoggetta Catania, ne trasferisce i vecchi abitanti a Leontini, mentre ne sostituisce la popolazione con nuovi cittadini (in parte siracusani, in parte mercenari peloponnesiaci), ridenominandola “Etna”; ma, dopo la morte di Ierone (467/66), gli antichi abitanti tornarono a Catania (circa il 461), mentre gli Etnei dovettero migrare, all’interno, a Inessa (od. S. Maria di Licodia?), che veniva ribattezzata Etna. È chiaro l’intento di Ierone di concentrare l’elemento calcidese (i Catanesi come del resto anche i Nassi) a Leontini, più vicina a Siracusa e perciò più facilmente controllabile (oltre che, probabilmente, destinata a diventare il grande serbatoio alimentare di Siracusa stessa), mentre in Catania egli creava una sua roccaforte, concepita d’altra parte come regno del figlio Dinomene, in principio sotto la tutela dei cognati di Ierone, Cromio e Aristonoo.

Tetradracma d’argento (17, 32 gr.) da Siracusa. Periodo della tirannide di Ierone, 485-466 a.C. ca. Testa di Aretusa verso destra, con legenda ΣYRA-KOΣI-O-N, attorniata da delfini.

Tetradracma d’argento (17, 32 gr.) da Siracusa. Periodo della tirannide di Ierone, 485-466 a.C. ca. Testa di Aretusa verso destra, con legenda ΣYRA-KOΣI-O-N, attorniata da delfini.

Negli anni di Ierone, Messana è ancora strettamente collegata a Reggio; ma, al di là dello Stretto e delle due città sorelle, non manca occasione a Ierone di far sentire la sua voce, appunto in difesa dei Locresi contro Anassila di Reggio (fu forse questo l’intervento che risparmiò ai Locresi l’assolvimento del voto di prostituzione delle sue fanciulle, pronunciato di fronte alla minaccia incombente da Reggio) e in difesa dei Sibariti (rifugiatisi probabilmente a Lao e Scidro), contro Crotone, nel 476 a.C. (6) Ma, via via che si allontana dall’area etnea, la politica espansionistica di Ierone si presenta in definitiva come intervento occasionale, impegno militare circoscritto, manifestazione di presenza e ricerca di posizione egemonica, non annessione territoriale. Nel 474, intervenendo in favore di Cuma, egli sconfisse duramente la flotta etrusca in una battaglia che ebbe conseguenze storiche decisive per Greci ed Etruschi di Campania. Nulla più che un episodio fu l’installazione a Pitecussa (Ischia) di un presidio siracusano, presto rimosso a causa degli incessanti fenomeni tellurici; a Pitecussa sopraggiunse il dominio di Neapolis; meno dimostrabile la tesi che la Neapolis (città nuova), fondata sul sito dell’antica Partenope (ora divenuta Palaípolis, città vecchia), debba la sua fondazione all’impulso del tiranno siracusano.
Il fenomeno storico della tirannide di Sicilia non si caratterizza solo per le spinte (pur di limitato respiro) all’espansione territoriale e per i trasferimenti di popolazione, ma anche per l’insediamento in Sicilia di mercenari di varia origine, che costituiscono una caratteristica della tirannide dei Dinomenidi, e un problema dopo l’abbattimento e la cacciata dell’ultimo di essi, Trasibulo (nel 465 a.C.). Gelone aveva insediato a Siracusa più di 10.000 mercenari; alla fine della tirannide ne restavano più di 7.000 (Diodoro, XI 72). Sotto Ierone, Siracusa appariva come una caserma, come osserva Beloch in base alla descrizione di Pindaro, Pitica II 1 («Siracusa, santuario del bellicoso Ares, divina sede di uomini e cavalli che gioiscono del ferro»): mercenari in città, una flotta da guerra nell’arsenale; per di più, con Ierone si instaura a Siracusa un regime poliziesco. La tirannide perde in popolarità anche per effetto dei contrasti nella famiglia dei tiranni, riprova dell’accentuarsi dei caratteri personalistici del regime. Si susseguono: il conflitto tra Ierone e Polizalo, che, cacciato da Gela, si rifugia presso Terone di Agrigento, il rientro di Polizalo, quand’era ancora vivo Terone, e, dopo la morte di quest’ultimo (472), la guerra scoppiata tra il figlio e successore di Terone, Trasideo (inviso al popolo di Agrigento come a quello di Imera) e Ierone, che conseguì su di lui una vittoria a costo di forti perdite. Le due città del dominio di Trasideo (Agrigento e Imera) si liberarono del tiranno, esiliandolo (7). Dopo la morte di Ierone, nuove discordie minarono la tirannide siracusana: a Trasibulo, succeduto al fratello, si opponeva un partito di seguaci del figlio ormai adulto di Gelone. Siracusa insorse contro il tiranno che, dopo soli undici mesi di governo, battuto per mare e per terra dagli insorti, dovette lasciare la città, per trasferirsi a Locri (in buoni rapporti con Siracusa tradizionalmente e, in particolare, nel periodo dei Dinomenidi) (8).

Note:

[1] Sull’idea di Megálē Hellás cfr. D. Musti, L’idea di Μεγάλη Ἑλλάς, in «RFIC» 114, 1986, pp. 286-319 (= Strabone e la Magna Grecia. Città e popoli dell’Italia antica, Padova 1988, pp. 61-94). Vd. ora D. Musti, Magna Grecia. Il quadro storico, Roma-Bari 2005, pp. 122 sgg.
[2] Per l’atteggiamento dei Pitagorici sul problema della proprietà, D. Musti, Strabone e la Magna Grecia cit., pp. 47 sgg. Sul dominio di Sibari, Strabone, VI C. 263 (forse da Timeo).
[3] Erodoto, VII 154-156: Ippocrate punta su Callipoli, Nasso, Zancle, Leontini, Siracusa e il territorio dei barbari, e muore combattendo contro la sicula Iblea; Gelone contiene la sua politica di espansione territoriale essenzialmente in àmbito greco (Casmene, Siracusa, Camarina, Megara Iblea e i misteriosi Eubeesi di Sicilia, che sembrano rinviare a una città di nome Eubea – cfr. Strabone, VI C. 272 e X C. 449, però senza aggiunta di dati specifici –, se non si tratta semplicemente dei Calcidesi di Sicilia).
[4] È il nuovo atteggiamento verso il territorio, nei tiranni sicelioti degli inizi del V secolo. Lo stesso Falaride, nel secolo precedente, pur espandendo il dominio di Agrigento sulla costa e in direzione dell’interno, in area sicana, e pur puntando verso Imera, non riesce a impadronirsi di quest’ultima, anzi, ove si tenga conto anche dei più spinti avamposti che gli possono attribuire, ne resta di fatto distante decine di chilometri. Quanto poi alla politica cartaginese di interventi armati, non va dimenticato come la stessa grande spedizione del 480, comandata dall’Amilcare scomparso a Imera (forse suicida, forse ucciso dai cavalieri del siracusano Gelone), fosse provocata da conflitti interni al mondo greco: da un lato, sono Terone di Agrigento e il genero Gelone di Siracusa, dall’altro Terillo di Imera e Anassila di Reggio, che reagivano alla politica territoriale di Agrigento e di Siracusa. Su Dorieo, Erodoto, V 43-48; Diodoro, IV 23; Pausania, III 16.
[5] Erodoto, VII 165-167; Diodoro, XI 1 e 20-25; Polieno, I 27, 2-28. La battaglia fu combattuta, secondo Erodoto (166) nello stesso giorno di Salamina, per Diodoro (24) già in quello delle Termopili. La tradizione, in particolare diodorea, enfatizza i meriti di Gelone rispetto a quelli dello stesso Terone. Per il giudizio citato di Beloch, cfr. GG2 II 1, p. 71.
[6] Pindaro, Pitica II 35, con i relativi scoli (intervento a favore di Locri); Diodoro, XI 48 (intenzione di Ierone di intervenire con un esercito a difesa dei Sibariti – forse, all’epoca, quelli delle sottocolonie tirreniche di Scidro e Lao – contro Crotone); 49 (sui fatti di Catania e Nasso).
[7] Sul rischio di conflitto tra Trasideo (figlio di Terone e governatore di Imera) e Ierone, determinato dall’appello degli Imeresi a Ierone stesso, e sulla cinica decisione del tiranno siracusano di denunciare presso Terone gli Imeresi, al fine di ristabilire con il tiranno agrigentino i buoni rapporti di un tempo, che erano stati turbati dalla fuga ad Agrigento del fratello di Ierone, Polizalo, cfr. Diodoro, XI 48, 3-8; Timeo, FGrHist 566 F 93. Dopo la morte di Terone (472), lo scontro tra Ierone e Trasideo torna a farsi inevitabile: ne segue una battaglia in cui Ierone ha la meglio sulle imponenti forze (20.000 uomini) dell’avversario. Le popolazioni di Agrigento e Imera nel 471 si ribellano a Trasideo, che va in esilio (Diodoro, XI 53; 68, 1; 76, 4; Pindaro, Olimpica XII); Agrigento torna a libertà repubblicana, dapprima di stampo oligarchico: cfr. Diogene Laerzio, VIII 66.
[8] Diodoro, XI 67 sg.; Aristotele, Politica V 1312b.

Bibliografia:
AA.VV., Tra Orfeo e Pitagora. Origini e incontri di culture nell’antichità (Napoli, Seminari 1996-1998), a cura di M. Tortorelli Ghidini, A. Storchi Marino, A. Visconti.
BRUNO SUNSERI G., Aristocrazia e democrazia nella politica di Gelone, in ‘Philías Chárin’, Misc. di st. class. in on. di A. Brelich, Roma 1980, pp. 393 sgg.
DE SENSI SESTITO G., I Dinomenidi nel basso e nel medio Tirreno fra Imera e Cuma, in «MEFR» 93, 1981, pp. 617 sgg.
DE SENSI SESTITO G., Gli oligarchici sibariti, Telys e la vittoria crotoniate sul Traente, in «Misc. di studi stor.» 3, 1983, pp. 37 sgg.
FONTANA M.J., Ierone e il ‘táphos’ di Minosse. Uno squarcio di attività politica siceliota, in «Kokalos» 39, 1979, pp. 201 sgg.
GIANGIULIO M., Locri, Sparta, Crotone e le tradizioni leggendarie intorno alla battaglia della Sagra, in «MEFR» 95, 1983, pp. 473 sgg.
TSITKIN Y.B., The Battle of Alalia, in «Oikumene» 4, 1983, pp. 209 sgg.
VALLET G., Notes sur la «maison» des Deinoménides, ‘Philías Chárin’, Misc. di st. class. in on. di A. Brelich, Roma 1980, pp. 2139 sgg.
ZANCANI MONTUORO P., La fine di Sibari, in «RAL» 35, 1980, pp. 149 sgg.

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