Un Bresciano al fianco di Marco Aurelio

di G.L. Gregori, Vita e gesta del senatore bresciano, in Sulla via Flaminia: il mausoleo di Marco Nonio Macrino (a cura di D. Rossi), Roma 2012, pp. 286-301.

Iscrizione funeraria. III secolo d.C., dalla Tomba di M. Nonio Macrino, sulla Via Flaminia.

Iscrizione funeraria. Marmo, II secolo d.C., dalla Tomba di M. Nonio Macrino, sulla via Flaminia.

Tra i numerosi reperti architettonici disseminati nell’area dello scavo vi è anche la parte di sinistra di un monumentale architrave iscritto, che doveva essere in origine costituito da più blocchi tenuti insieme da grappe, delimitato lateralmente da un bel fregio vegetale e da modanature architettoniche. Il pesante blocco (cm 90 d’altezza, 258 di larghezza, 59 di spessore; lettere alte cm 9-14) conserva la parte iniziale di sei righe di testo, che hanno consentito di attribuire il mausoleo al senatore Marco Nonio Macrino e ai suoi familiari. Appartenevano invece all’estremità destra della medesima iscrizione due grossi frammenti, parzialmente combacianti tra loro.
I Marci Nonii erano una famiglia senatoria originaria di Brescia, i cui membri sedettero nel Senato di Roma per più generazioni durante il II secolo e il primo trentennio almeno del successivo, riuscendo a superare a quanto pare indenni le epurazioni che colpirono numerosi esponenti dell’ordine senatorio, in particolare sotto Commodo (il caso dei due fratelli Quintilii è solo quello più noto)[1] e i Severi. Marco Nonio Macrino è, almeno fino a oggi, l’unico rappresentante di questa illustre famiglia di cui possiamo ricostruire dettagliatamente la carriera, iniziata sotto Adriano, proseguita al tempo di Antonino Pio e conclusasi negli ultimi anni di Marco Aurelio[2]. Purtroppo né di lui, né di alcun altro membro della famiglia vi è sicura traccia nella documentazione letteraria antica, che pure menziona spesso senatori coinvolti nelle vicende del tempo[3]. Fondamentale diventa perciò il contributo di alcune iscrizioni, latine e greche.

Ricostruzione assiometrica dell'area del foro romano, a Brescia.

Ricostruzione assiometrica dell’area del foro romano, a Brescia.

Nonostante i numerosi incarichi di natura civile e militare l’abbiano portato presto e per molto tempo lontano dalla sua città, sia a Roma sia nelle province, Macrino mantenne sempre con Brescia e con la locale classe dirigente uno stretto legame. Negli anni in cui egli era governatore della Pannonia superiore (159-161 d.C.) la colonia ricambiò i suoi favori scegliendolo quale suo patrono e onorandolo pubblicamente con una statua in luogo pubblico.
È molto probabile che il senatore possedesse una casa dentro le mura di Brixia e numerose ville nel territorio. Due statue gli furono infatti dedicate, in anni differenti, da due ufficiali equestri (Lucio Ussio Picentino e Tito Giulio Giuliano) in servizio quando, negli anni 150-153 d.C., egli fu governatore della Pannonia inferiore e poi quando, negli anni 159-161 d.C., gli fu affidata l’amministrazione della Pannonia superiore; una terza fu posta dal figlio Marco Nonio Arrio Muciano Manlio Carbone, mentre il padre era console (154 d.C.). Dal momento che per nessuna di queste tre basi fu chiesta ai decuriones la necessaria autorizzazione per l’occupazione di suolo pubblico, possiamo affermare che le statue erano destinate ad ambiti privati: se le prime due dediche sono di provenienza ignota, quella promossa dal figlio fu recuperata, fuori contesto, presso la località collinare di Cellatica al margine settentrionale della pianura bresciana, dove forse Macrino aveva una sua residenza suburbana (ammesso che la base non sia stata portata qui da Brescia, distante solo pochi chilometri).

A sua volta Macrino si ricordò, nel suo testamento, di alcuni suoi concittadini, da lui definiti amici, esponenti verosimilmente della locale élite, che furono da lui onorati con statue destinate forse alle case o ai sepolcri dei medesimi[4]. Il nostro senatore compare pure in due dediche sacre, che confermano quanto egli fosse legato alla sua terra: la prima (da tempo perduta) viene dalla località di Botticino Sera, nell’area pedemontana a est di Brescia, e potrebbe far pensare a un interessamento dei Marci Nonii nello sfruttamento delle locali cave di marmo, o per lo meno all’esistenza sul posto di loro proprietà. L’altra, ben più nota, fu recuperata nell’area della grande villa romana di Toscolano Maderno, che, costruita nel I secolo d.C. sulla costa occidentale del lago di Garda, subì interventi di trasformazione sino all’inizio del V secolo, con una fase importante proprio nella prima metà del II secolo d.C. In questa seconda dedica sacra Macrino chiedeva ai Dii Conservatores il dono della salute per la moglie Arria. L’epiteto di Conservator, che per Giove compare sulle monete già in età augustea, ma che si afferma nelle iscrizioni soprattutto a partire dall’età antonina, divenne poi comune anche per altre divinità, per cui non possiamo sapere nell’intervento di chi confidasse il nostro senatore. Altre proprietà i Marci Nonii le avevano già, o le acquisiranno in seguito, nell’Alto Garda, presso Castel Toblino, e sulle sponde del lago d’Iseo, presso Predore, nell’attuale territorio di Bergamo.

Resti dei muri di fondazione e dei pavimenti con decorazione musiva nella Villa dei Nonii Arrii, a Toscolano (Bs).

Resti dei muri di fondazione e dei pavimenti con decorazione musiva nella Villa dei Nonii Arrii, a Toscolano (Bs).

Nato attorno al 111 d.C., Macrino aveva rivestito come primo incarico quello di Xvir stlitibus iudicandis, con il compito di presiedere, con i suoi colleghi, il tribunale dei centumviri che si occupava di eredità, di tutele e di altre questioni d’ambito civile. Seguirono due consecutivi tribunati militari, il primo presso la legione VII Gemina, accampata nel nord della Spagna (attuale León), il secondo, forse, presso la X Fretense, di stanza a Gerusalemme, o in alternativa presso la X Gemina, dislocata a Vindobona (odierna Wien), nella Pannonia superiore[5]. Rientrato a Roma fu questore; poi partì per l’Oriente, come assistente del proconsole d’Asia (legatus proconsulis). Di nuovo a Roma, fu nei primi anni dell’impero di Antonino Pio in successione di tempo tribuno della plebe e pretore. Deposta quest’ultima carica, gli furono affidati due degli incarichi spettanti agli ex pretori: il comando della legione XIV Gemina, di stanza a Carnuntum in Pannonia superiore, e poi l’amministrazione della confinante provincia di Pannonia inferiore, con capitale Aquincum (151-153 d.C.). Nel 154 d.C. Macrino fu nominato console suffetto, subentrando con il collega ai due consoli ordinari dell’anno, Lucio Vero, figlio adottivo dell’imperatore Antonino Pio, e T. Sestio Laterano.

L'area interessata dall'invasione di Quadi e Marcomanni nel 170 d.C.

L’area interessata dall’invasione di Quadi e Marcomanni nel 170 d.C.

Seguirono, nell’arco dei successivi venti anni, ben quattro incarichi di rango consolare. Dapprima il nostro senatore fu chiamato, in qualità di curator, a far parte della ristretta commissione preposta al controllo dell’alveo e delle rive del Tevere[6]. Quindi, negli ultimi anni di regno di Antonino Pio (159-161 d.C.), fu inviato quale legatus Augusti pro praetore a governare la Pannonia superiore, una provincia strategica per la difesa dei confini dell’impero, come dimostreranno gli eventi successivi. È allora che Macrino, a Brescia, ricevette sia la statua da parte di Tito Giulio Giuliano, sia la statua nel Foro da parte dell’intera comunità, che proprio in quegli anni lo sceglieva come patrono. I governatori delle province imperiali restavano in carica mediamente per un triennio; per ora il documento più tardo attestante la presenza di Macrino in Pannonia superiore è un diploma militare dell’8 febbraio del 161 d.C.. Un mese dopo moriva Antonino Pio, l’imperatore dei cui favori Macrino aveva certamente goduto.

Legionario dell'epoca di M. Aurelio (illustrazione di A. McBride).

Legionario dell’epoca di M. Aurelio (illustrazione di A. McBride).

Al momento non sappiamo se Macrino sia uscito di carica proprio con l’inizio dell’impero di Marco Aurelio e Lucio Vero[7]; stando alla documentazione in nostro possesso non sembrerebbe che negli anni compresi tra il 161 e il 169 d.C. gli sia stata affidata alcuna carica o missione: in particolare non è documentata una sua partecipazione né alla lunga campagna contro Vologese IV, re dei Parti, condotta in prima persona da Lucio Vero tra il 162 e il 166 d.C., né alla prima spedizione germanica, guidata di lì a poco da entrambi i principi contro le popolazioni danubiane (168-169 d.C.).
Sappiamo invece che dopo la prematura scomparsa di Lucio Vero nei primi mesi del 169 d.C., Macrino fece parte con altri amici della casa imperiale del sodalizio degli Antoniniani Veriani, un collegio sacerdotale che, originariamente istituito per il culto del divo Antonino Pio (sodales Antoniniani), estese poi le sue competenze anche al culto del divo Vero[8]. Si trattava per Macrino del secondo sacerdozio, essendo il senatore già stato cooptato, al pari di altri Marci Nonii prima e dopo di lui, nell’antichissimo e prestigioso collegio dei XVviri sacris faciundis, uno dei quattuor amplissima collegia, preposto alla consultazione dei libri Sibillini e a vigilare sui culti stranieri.
Nell’autunno dello stesso anno (169 d.C.) Macrino fu chiamato da Marco Aurelio a partecipare alla expeditio Germanica et Sarmatica contro Quadi e Marcomanni con il rango di luogotenente e consigliere (legatus et comes) del principe, insieme al genero Claudio Pompeiano, a Ponzio Leliano Larcio Sabino e Dasumio Tullo, ex governatori della Pannonia superiore, a Sosio Prisco e Giulio Vero.

Si trattò tuttavia per lui di una breve esperienza: già nel secondo semestre del 170 d.C. egli lasciava, probabilmente, il fronte sarmatico, per ricoprire il proconsolato d’Asia, essendo ormai passati sedici anni dal suo consolato suffetto[9].
È, questo del suo proconsolato, il periodo in cui a Efeso, la metropoli provinciale, Macrino venne onorato con una statua nell’agorà bassa, per iniziativa di uno dei più eminenti e ricchi notabili del luogo, il sofista Flavio Damiano, che a lui si rivolge in chiusura di dedica definendolo σωτήρ τής ἐπαρχέιας[10], vale a dire “salvatore della provincia”, titolo per nulla comune per un governatore provinciale. L’epiteto di “salvatore” veniva generalmente attribuito a divinità o all’imperatore, ma non ad altri personaggi, fossero essi governatori, magistrati o privati benemerenti, se non per motivazioni eccezionali. Il titolo di “salvatore della provincia” risulta poi ancor più raro, almeno per il II secolo d.C. Recentemente B. Puech si è limitata a constatare che l’iscrizione non fornisce dati specifici sulle circostanze del conferimento dell’epiteto, mentre Fr. Kirbihler ha ipotizzato una connessione con la crisi alimentare che colpì l’Asia al tempo della guerra partica di Lucio Vero: Macrino avrebbe “salvato” la popolazione provinciale dalla carestia, provvedendo a garantire un approvvigionamento granario di emergenza.
Ma tale compito annonario non sembra rientrasse nelle competenze di un governatore, mentre caratterizzava l’azione evergetica di molti notabili municipali (come lo stesso Damiano), elargitori di sitoniai ai propri concittadini. Il ruolo di “salvatore” dovrà piuttosto connettersi a un altro tipo di crisi ai danni della provincia. La situazione generale di quegli anni è ben riassunta nella Historia Augusta[11]: un consistente gruppo di barbari (tra i quali anche Rossolani, Bastarni, Peucini, Alani e Costoboci, definibili con il termine generico di genti “sarmatiche” o “scitiche”), già stanziati tra il fiume Nistro (Dniestr), i Carpazi orientali e l’area del delta del Danubio (la cosiddetta Scythia Minor), aveva attraversato il confine rappresentato dal basso corso del fiume, presso la costa occidentale del Ponto, facendo irruzione nella Mesia Inferiore (l’attuale Dobrogia), allora relativamente sguarnita di truppe. La documentazione epigrafica e numismatica permette di ricostruire le tappe principali del percorso dei barbari: il primo assalto si concentrò sulla città di Tropaeum Traiani, poi sembra che gli invasori si siano divisi in due gruppi: il primo, tra cui i Costoboci, attaccò Durostorum sul Danubio e piegò a sud-ovest verso l’entroterra della Mesia, arrivando a distruggere Nicopolis ad Histrum; attraversò poi la Tracia, devastò Serdica (odierna Sofia) e giunse nei pressi di Scupi (odierna Skopje), da dove si diresse a sud, entrando in Macedonia e nella Grecia continentale, sino alla Focide (Elatea), alla Beozia (Tespie) e alle porte dell’Attica[12].

Direttrici dell'invasione dei Costoboci nel 170 d.C.

Direttrici dell’invasione dei Costoboci nel 170 d.C.

L’altro gruppo, del quale facevano parte probabilmente i Bastarni, seguì invece il litorale pontico, in direzione sud-est, minacciando Kallatis e in Tracia attaccò Apollonia Pontica, che subì gravi danni, per ricomparire, poi, aldilà del Bosforo, nella provincia d’Asia. Non dovrebbe stupire una certa capacità di navigazione costiera da parte di popolazioni, quali Bastarni e Peucini, abitanti da lungo tempo presso i laghi e canali della Peuce insula, l’isola della foce del Danubio delimitata da uno dei principali bracci navigabili del fiume.
Macrino si insediò dunque in Asia nel corso di una piena crisi causata dai barbari, subentrando probabilmente a Sesto Quintilio Massimo, che insieme al fratello Sesto Quintilio Condiano era stato inviato da Marco Aurelio ad assumere un incarico straordinario di governo sull’intera Grecia sconvolta dall’incursione dei Costoboci.
Il pericolo rappresentato dai Bastarni sembrerebbe dare un significato pregnante al reclutamento straordinario che l’autorità imperiale richiese probabilmente in quell’occasione alle città d’Asia, demandandone l’onerosa responsabilità operativa alle classi dirigenti locali, sotto il controllo del governatore. Pare infatti probabile che proprio il proconsole, supremo rappresentante dell’autorità imperiale, avesse il ruolo di sollecitare e coordinare le prestazioni di contingenti o il versamento corrispondente di tributi (come è documentato a Thyatira)[13] da parte delle varie città, rispettandone i privilegi, ma esigendo al contempo l’ottemperanza degli accordi di symmachia con Roma. La “salvezza della provincia” d’Asia sarà stata assicurata da Macrino in quanto il governatore nel momento della grave crisi barbarica seppe organizzare e coordinare, con i mezzi a sua disposizione, un’efficace reazione.

Con il prestigioso proconsolato d’Asia cessavano fino a oggi le nostre conoscenze sulla vita e la carriera del bresciano Marco Nonio Macrino: dopo il 170-171 d.C. di lui si perdevano le tracce. Essendo del resto ormai sessantenne si poteva anche presumere che egli fosse morto poco dopo il suo rientro. Grazie agli importanti ritrovamenti di via Vitorchiano possiamo ora dire che la carriera di Macrino non era ancora giunta al termine. Si può tentare una ricostruzione di massima della monumentale iscrizione che doveva comparire sulla fronte del mausoleo basandoci sulla dedica bresciana riutilizzata nella basilica forense e soprattutto su quella greca trovata a Efeso: entrambe riportano infatti le varie tappe del suo lungo cursus honorum, ma la seconda è più completa, in quanto posteriore di circa un decennio all’altra.
Il testo poteva grosso modo recitare così:

[M(ARCO)] NONIO M(ARCI) FIL(IO) FAB(IA TRIBU)MACRINO [CONSULI, PROCONSULI ASIAE
XVVIR(O) SACRIS F]AC(IUNDIS) SODALI VERIANO ANTONINIANO, AMICO AUGUSTOR(UM)?]
COMITI LEG(ATO) IMP(ERATORIS) ANTONINI AUG(USTI) EX[PEDITIONIS GERMANIC(AE)
ET SARMATIC(AE)? LEGATO] AUG(USTI) PR(O) PR(AETORE) P[ROVINCIARUM BAETICAE? ET HISPA]NIAE
CITERIORIS ITEM PANNONIAE SUP[ERIORIS ITEM PANNONIAE INFERIORIS, CURATO]RI A[LVEI
TIBERIS, LEG(ATO) LEG(IONIS) XIIII GEM(INAE), PRAET(ORI), TR(IBUNO) PL(EBIS), LEG]ATO
PROVINCIAE ASIAE, QUAESTOR[I, TRIBUNO MILITUM LEG(IONIS) X FRETENS(IS)? ITEM LEG(IONIS)
VII GEMINAE, XVIR(O) STLITIBUS IUDICAN]DIS PATRI OPTIMO ET FLAVI[AE —]
M(ARCUS) NONIU[S ARRIUS —].

Proposta di ricostruzione grafica dell'iscrizione del mausoleo di M. Nonio Macrino e dei suoi familiari.

Proposta di ricostruzione grafica dell’iscrizione del mausoleo di M. Nonio Macrino e dei suoi familiari.

Ipotizzando che fossero state ricordate tutte le tappe della sua quarantennale carriera, avremmo al momento meno di un terzo del campo epigrafico originario che doveva complessivamente svilupparsi per circa 23 piedi, pari a poco meno di 7m.
Veniamo in particolare a sapere per la prima volta che, dopo l’Asia, Macrino fu inviato da Marco Aurelio nella provincia di Spagna Citeriore, con l’incarico di legatus Augusti pro praetore, il quarto di rango consolare (dopo la curatela del Tevere, il governatorato della Pannonia Superiore e il proconsolato d’Asia). Stando al racconto dell’Historia Augusta, in questo caso confermato dall’Epitome de Caesaribus, non erano in realtà stati solo Marcomanni, Quadi e Iazigi da un lato, Costoboci e Bastarni dall’altro, a procurare problemi all’impero con i loro ripetuti tentativi di sconfinamento. Le cose non andavano bene neppure nelle Spagne: il biografo c’informa infatti che «cum Mauri Hispanias prope omnes vastarent, res per legatos bene gestae sunt». Questo passo è molto noto e sempre è stato citato da quegli studiosi che dagli inizi del Novecento a oggi si sono occupati delle incursioni maure nella Betica nel corso del II secolo dell’impero, insieme a quello in cui si afferma che a Settimio Severo, destinato inizialmente a ricoprire la questura nella senatoria provincia di Betica, «… Sardinia adtributa est, quod Baeticam Mauri populabantur». Se non si rese necessario un diretto intervento di Marco Aurelio, fu perché i suoi legati seppero brillantemente far fronte alla situazione[14]. Vi è oggi un sostanziale accordo nel distinguere, al tempo di Marco Aurelio, due scorrerie di Mauri in Spagna: la prima si sarebbe verificata attorno agli anni 170-173, l’altra nel 175-177. Se l’etnico subì durante l’impero una progressiva estensione di significato, in senso stretto per Mauri devono intendersi le popolazioni indigene della Mauretania Tingitana, ma gli studiosi discutono ancora se a sbarcare in Betica siano state le tribù stanziate sul massiccio dell’Atlante e del Rif o non piuttosto quelle della costa.

Marco Aurelio. Sesterzio, Roma 170 d.C. Æ 21,9 gr. D – MANTONINVSAVGTRPXXIIII, testa laureata rivolta a destra.

Marco Aurelio. Sesterzio, Roma 170 d.C. Æ 21,9 gr. Dritto: M.ANTONINVS.AVG.TR.P.XXIIII, testa laureata rivolta a destra.

A fronteggiare la prima delle due ravvicinate incursioni maure fu inviato nell’inedita veste di legatus Augusti sia della Baetica (passata per l’occasione sotto il controllo diretto dell’imperatore), sia dell’Hispania Citerior il pluridecorato generale romano, comes di Marco Aurelio e Lucio Vero nella prima campagna germanica, Gaio Aufidio Vittorino: questi di lì a poco (172-173 d.C.) venne però trasferito in Africa come proconsole: lì, grazie alla presenza della legione III Augusta e di truppe ausiliarie, avrebbe potuto, all’occorrenza, inviare rinforzi al procuratore di Tingitana e contenere sul nascere future ribellioni maure. Non era la prima volta che Roma si trovava ad affrontare i problemi creati dalle diverse popolazioni berbere e seminomadi della Tingitana (più che di tribù occorrerebbe parlare di confederazione di tribù, definite nelle nostre iscrizioni come gentes), alcune delle quali soggette a tributo, altre no, tra le quali quella dei Baquates era solo la più nota (ma vi erano anche gli Autololes, i Macennites, i Bavares, gli Zegrenses, i Baniures…). Eloquente testimonianza dell’instabilità di queste relazioni sono le cosiddette arae pacis rinvenute a Volubilis, cronologicamente distribuite tra i regni di Marco Aurelio e di Probo, nelle quali si ricorda la conclusione positiva dei colloqui intercorsi di volta in volta tra i vari procuratori imperiali che si succedevano e i principes locali. Visti sotto quest’ottica, si può pensare che i provvedimenti menzionati nella tabula Banasitana per l’anno 177 a favore di un princeps della tribù degli Zegrenses, al quale veniva conferita, unitamente ai membri della sua famiglia, la cittadinanza romana, oltre che a premiare la fedeltà a Roma di questo capo, mirassero anche a diffondere tra gli altri capi tribù il messaggio che un atteggiamento collaborazionista nei confronti di Roma sarebbe stato analogamente premiato.
Ciò che per la prima volta si era verificato sotto Marco Aurelio fu che i Mauri avessero oltrepassato il mare portando lo scompiglio nella Baetica, e non solo, in un momento in cui le Hispaniae stavano attraversando una crisi profonda, forse anche a causa delle continue leve militari, e il grosso delle legioni romane era impegnato altrove. Il momento era difatti per i rebelles (come vengono definiti i nostri Mauri in uno dei testi che li riguarda) dei più propizi: sul suolo iberico era presente la sola legio VII Gemina, il cui accampamento peraltro si trovava lontano, nel nord della Tarraconensis, e l’imperatore non avrebbe potuto inviare rinforzi consistenti a causa, prima della concentrazione di truppe sul fronte danubiano e poi del tentativo di usurpazione di Avidio Cassio[15].
Fu allora che Marco Aurelio mandò in Spagna un distaccamento militare comandato dal procuratore imperiale Giulio Giuliano, che per l’occasione ottenne anche l’incarico di praepositus vexillationis in Hispanias adversus Mauros rebelles[16]: i Romani dichiararono in quell’occasione un vero e proprio bellum, definito nelle iscrizioni Mauricum o Maurorum[17].

Mappa dell'Africa Tingitana (Mauretania).

Mappa dell’Africa Tingitana (Mauretania).

Comunemente si ritiene che, soprattutto le incursioni degli anni 170-173, avessero creato pochi problemi all’impero e che, nonostante l’Historia Augusta parli al plurale dell’intervento in Hispania di legati imperiali, di fatto i meriti di aver ristabilito, sia pure momentaneamente, la tranquillità vadano attribuiti al solo Aufidio Vittorino con il supporto tattico del cavaliere Giulio Giuliano. Oggi, grazie alla testimonianza offerta dalla monumentale iscrizione urbana di Macrino, possiamo dire che le cose probabilmente non andarono così, che i disordini dovettero protrarsi per più anni e che più di un legato fu chiamato a fronteggiare i Mauri. La scelta di inviare nel 172-173 in Citerior a sostituire Vittorino proprio Macrino, reduce dai successi militari conseguiti durante il suo proconsolato d’Asia, può spiegarsi, a mio avviso, solo con la situazione d’emergenza determinata dai Mauri nella Baetica, e più in generale nelle Hispaniae, e che non si era evidentemente ancora risolta. Il proconsolato d’Asia e d’Africa, infatti, in condizioni normali coronavano la carriera di un senatore, venendo in età antonina subito prima della prefettura urbana o di un secondo consolato.
È ragionevole pensare che anche a Macrino fosse stato affidato il governo congiunto della Baetica e della Citerior; nella dedica per Giulio Giuliano si parla del resto di un incarico svolto in Hispanias adversus Mauros rebelles: il pericolo interessava soprattutto le comunità della provincia inerme di Baetica, normalmente governata da un proconsole, ma l’unica legione presente in Hispania stazionava nel nord della Citerior, provincia affidata a un legato imperiale. Roma non sembra dunque aver sottovalutato (ma forse neppure sopravvalutato) il pericolo rappresentato dalle incursioni dei Mauri, se a farvi fronte fu inviato Marco Nonio Macrino, comes di Marco Aurelio nella campagna germanica e sarmatica (169-170 d.C.), poi proconsole e salvatore della provincia d’Asia dalle incursioni barbariche (170-171 d.C.).
La pace sancita nel 173 d.C., a seguito dei colloqui tra il procuratore della Tingitana P. Elio Crispino e Ucmetius, princeps dei Macennites e dei Baquates, farebbe pensare che solo allora la situazione in Spagna fosse, almeno provvisoriamente, tornata sotto il controllo romano, proprio grazie al nostro Macrino e ai suoi collaboratori. Il fatto di trovare operativi, contestualmente, in Spagna Macrino, come legato imperiale, e Giuliano, come praepositus vexillationis, non sembra casuale; i due si conoscevano da tempo: Giuliano, infatti, attorno al 170 d.C., era stato praepositus vexillationis adversus Castabocas rebelles in Acaia e Macedonia, mentre Macrino, governatore d’Asia, doveva fronteggiare il pericolo rappresentato dalle incursioni dei Bastarni. Prima ancora però, negli anni in cui Macrino era stato legato di Pannonia superiore (159-161 d.C.), Giuliano aveva operato in quella provincia come ufficiale equestre (si veda supra). I punti di contatto tra le carriere di Macrino e di Giuliano, nell’arco di oltre un decennio, sono a mio avviso troppi perché si possa pensare a semplici coincidenze.
Oltre che sulla carriera di Macrino l’iscrizione del suo mausoleo ci restituisce un’altra, inattesa e importante informazione. Alla quinta riga compare una donna di nome Flavia (la stessa di cui si è poi ritrovata la statua, priva di testa, che la ritrae come Pudicitia): tutto lascerebbe pensare che si tratti della moglie del senatore. Ma dalla dedica che Macrino pose sulla riva bresciana del Garda agli dèi per impetrare la salute della moglie, sapevamo che la matrona si chiamava Arria. Dunque o Macrino si era risposato con una Flavia (ricordo che infuriava allora in Italia la peste), o sua moglie non si chiamava semplicemente Arria, anche se questo gentilizio doveva essere avvertito come l’elemento più importante del suo nome e degno di essere trasmesso ai figli e ai discendenti, che infatti si chiameranno da allora in poi e per più generazioni Nonii Arrii.

Statua femminile, nella posa della dea Pudicitia. Copia romana del II secolo d.C. da originale greco del IV sec. a.C. (Thasos). Istanbul Archaeological Museum.

Statua femminile, nella posa della dea Pudicitia. Copia romana del II secolo d.C. da originale greco del IV sec. a.C. (Thasos). Istanbul Archaeological Museum.

Se è alquanto improbabile che una matrona della metà del II secolo d.C. avesse un’onomastica ridotta al solo gentilizio, è anche logico che nell’iscrizione del mausoleo di famiglia essa comparisse con il suo nome completo. Secondo quanto mi suggerisce F. Chausson, è possibile che la moglie di Macrino fosse in realtà una Flavia Arria: in tal caso ella poteva essere imparentata da un lato con la famiglia senatoria degli Arrii Antonini, cui apparteneva lo stesso imperatore Antonino Pio da parte della madre Arria Fadilla (e questo potrebbe spiegare la particolare importanza attribuita al gentilizio Arrius, -a anche nell’onomastica dei discendenti), dall’altro con la famiglia senatoria dei Flavii Apri, i cui membri si trovarono a ricoprire ripetutamente il consolato negli stessi anni dei Nonii. Troverebbe così finalmente una spiegazione plausibile anche l’onomastica dell’ultimo rampollo dei Nonii, M. Nonio Arrio Paolino Apro, che fece a quanto pare carriera sotto Severo Alessandro: egli potrebbe infatti aver ereditato il cognome Paolino dagli Arrii Antonini e il cognome Apro dai Flavii Apri, l’uno e l’altro proprio per il tramite della nostra Flavia Arria. Dalla nuova iscrizione apprendiamo, infine, che il sepolcro romano fu dedicato al padre e alla madre (ma probabilmente anche ad altri, vista l’ampiezza della lacuna alla r. 5, difficilmente colmabile con la sola onomastica della donna) dal figlio, del cui nome purtroppo resta solo l’inizio, forse quello stesso Marco Nonio Arrio Muciano Manlio Carbone che a Brescia aveva dedicato al padre, quando egli era console, una statua (si veda supra) e della cui carriera non conosciamo alcun dettaglio, ma siamo ancora lontani dal conoscere con certezza tutti i discendenti di Macrino con i loro precisi reciproci legami di parentela. Colpisce indubbiamente il fatto che il figlio volle che il suo nome comparisse all’ultima riga centrato e con lettere ben più alte di quelle del padre e della madre. Egli potrebbe aver agito di propria iniziativa, ma anche ottemperando alle volontà testamentarie dell’ottimo padre (come lo definisce nel testo), portando a compimento un’opera iniziata qualche tempo prima, vivo ancora Macrino, come vari indizi stilistici indurrebbero a supporre.
Alcuni dettagli paleografici, l’incisione di alcune lettere a cavallo tra due blocchi contigui e la difformità nel modulo di alcuni caratteri farebbero ipotizzare che il testo sia stato inciso dopo che l’architrave era già stato posto in opera e che l’iscrizione sia stata realizzata da mani diverse, come risulta particolarmente evidente alla r. 5, in corrispondenza dell’inizio dell’onomastica femminile. Va detto, anche, che nel suo complesso l’iscrizione sembra, non senza qualche forzatura, ispirarsi ai prodotti della prima età imperiale e che il ductus delle lettere ha ben poco a che vedere con quello che caratterizza i testi ufficiali d’età antonina.

Guerrieri quadi e marcomannici (I-II secolo d.C.). Illustrazione di G. Embleton.

Guerrieri quadi e marcomannici (I-II secolo d.C.). Illustrazione di G. Embleton.

Non sappiamo quando il nostro morì: forse, vista la sua grande esperienza in campo militare, se fosse stato ancora vivo, nonostante l’età, Marco Aurelio e Commodo l’avrebbero chiamato a partecipare anche all’expeditio Germanica secunda, di cui la nuova iscrizione non fa menzione. Si può dunque ipotizzare che Macrino fosse morto prima del 178 d.C., pur non potendo a priori escludere che egli al ritorno dalla Spagna si fosse ritirato a vita privata. Egli dovette comunque morire prima di Marco Aurelio (17 marzo 180 d.C.); in caso contrario alla r. 2 del nostro testo l’imperatore sarebbe stato ricordato come divus. La scelta del luogo, tra il V e il VI miglio dell’antica via Flaminia, mi pare infine significativa. Chi aveva adeguate risorse finanziarie cercava di realizzare i propri sepolcri non troppo lontano dalla città, perché essi, con le loro epigrafi esposte in facciata, fossero più facilmente notati. Perché Macrino avrebbe dovuto scegliere una località del suburbio, sia pure lungo una via consolare di grande traffico? L’unica spiegazione che al momento mi viene in mente è che non lontano dal mausoleo vi fosse un’altra delle residenze di Macrino, finora documentate solo nel territorio bresciano[18]. Quest’ipotesi mi pare suggestiva perché nel territorio dell’odierna Tor di Quinto (il toponimo è parlante), tra le antiche vie Flaminia e Cassia, sono stati effettivamente trovati resti di grandi ville romane. Non troppo lontano da qui poi, al V miglio della via Clodia, nell’odierna località dell’Acqua Traversa (presso il sito dell’attuale Villa Manzoni, al civico 473 della via Cassia), vi era per esempio la fastosa villa di Lucio Vero[19].

Il mausoleo di Macrino non fu tuttavia costruito, come avvenne in altri casi, all’interno della proprietà, ma con un affaccio diretto sulla via Flaminia, anche a costo di obliterare con il suo recinto sepolcri precedenti.
[…]

Note:

1 – HA, Vita Commodi Antonini 4, 9: «Domus praeterea Quintiliorum omnis extincta».
2 – PIR2, N 140. I testi che lo ricordano sono almeno una decina; essi provengono per lo più da Brescia (I. It., X, V, 112, 124, 129, 130, 131, 150; AE 1997, 721 = 1999, 728) e dal suo territorio (I. It., X, V, 763 – Botticino Sera; 1026 – Toscolano Maderno), ma anche dalla lontana Efeso (I. Eph., VII 1, 3029). Macrino compare inoltre nei seguenti diplomi militari: Eck, Pangerl 2009 (come legatus Augusti pro praetore di Pannonia inferiore nel 152 d.C.) e AE 1994, 1393; 1999, 1351; 2001, 1640; 2002, 1726; 2004, 1904, 1905 (diplomi che menzionano il suo successivo incarico di legatus Augusti pro praetore di Pannonia superiore, ricoperto nel triennio 159-161 d.C.).
3 – Troppo generico e probabilmente corrotto per quanto riguarda il cognome è il riferimento che troviamo in HA, Vita Clodi Albini 2, 3 a un «Nonius Murcus» (!) che, al pari di Settimio Severo, avrebbe parlato male di Commodo ai soldati aspirando all’impero. Pochi anni prima dell’assassinio di Commodo, M. Nonius Arrius Mucianus (figlio o nipote di Macrino) dichiarò la sua fedeltà al principe, dedicandogli a Brescia ben due statue e rivolgendosi a lui come fortissimo principi: l’occasione fu forse suggerita dall’eliminazione del prefetto del pretorio, già favorito di Commodo, M. Aurelius Cleander: I. It., X, V, 101-102 (a. 189 d.C.).
4 – M. Caecilius Privatus, M. Licinius C. Lucretius Censorinus e Sex. Valerius Primus: I. It., X, V, 112, 124, 150. Sappiamo che il secondo di questi personaggi era fratello del cavaliere romano M. Licinius C. Lucretius Postuminus, mentre il terzo era figlio di un magistrato locale e di una donna che aveva ricevuto l’eccezionale onore di un funerale pubblico. Sulla consuetudine di onorare gli amici dedicando statue nelle loro case si veda la documentazione bresciana raccolta da Gregori 2001.
5 – La questione è ora affrontata in Gregori 2011, cui si rinvia: fino a oggi si riteneva invece, sulla base della dedica ricevuta da Macrino a Efeso, che il secondo tribunato di Macrino fosse stato esercitato presso la legione XVI Flavia Firma di stanza in Commagene: l’ipotesi, formulata da Egger 1906, p. 62, ha goduto di incontrastata fortuna, ma non si è tenuto conto del fatto che potrebbe esserci stato un fraintendimento del lapicida che trasferì su pietra il testo della minuta. Come tribuno della X Fretense o della X Gemina è possibile che Macrino abbia partecipato negli anni 132-135 d.C. alla guerra giudaica di Adriano, che vide per l’appunto impegnate, sia pure con un numero diverso di contingenti, entrambe le legioni: cfr. Migliorati 2003, pp. 303-316; Eck 2007.
6 – Cfr. Le Gall 2005, pp. 163-164. Tra gli eventi funesti che colpirono Roma sotto Antonino Pio si ricordava anche un’inondazione del Tevere, ma non sappiamo in quale anno preciso del suo principato essa abbia avuto luogo: HA, Vita Antonini Pii 9, 3.
7 – Non sappiamo ancora chi sia subentrato a Macrino nel governo della Pannonia superiore e a partire da quando; dopo Macrino è attestato C. Iulius Commodus Orfitianus, cos. suff. nel 157 d.C., ma non sono noti gli anni dell’arrivo di questi in Pannonia: Thomasson 2009, p. 39.
8 – Furono colleghi di Macrino Marco Ponzio Leliano Larcio Sabino, Quinto Pompeo Sosio Prisco, Lucio Venuleio Aproniano Ottavio Prisco, Tito Pomponio Proculo Vitrasio Pollione, Quinto Pompeo Senecione Sosio Prisco, alcuni dei quali espressamente menzionati nelle fonti come amici e comites. Rüpke, Glock 2005, pp. 342-354 ipotizzano una cooptazione di Macrino già tra i sodales Antoniniani (dopo la morte di Antonino Pio), prima quindi che questi mutassero la loro denominazione in quella di Antoniniani Veriani; cfr. già Pflaum 1966, pp. 456-464. Secondo SHA, Vita M. Antonini philosophi 7, 11 («sodales ex amicissimis Aurelianos creavere») i sodales Antoniniani sarebbero stati scelti da Marco Aurelio e Lucio Vero tra gli amici più cari del defunto imperatore. La dedica di Efeso, oltre alla cooptazione di Macrino tra i sodales Antoniniani Veriani, ricorda in effetti che egli fece parte del gruppo ristretto degli amici della casa imperiale: «Ἀντωνεινιανὸν Οὐηριανὸν ἐκ τῶν συνκατηξιωμ[έ]νων φιλτάτων ἱερέα».
9 – Di solito in età antonina tra consolato e proconsolato d’Asia e Africa è attestato un intervallo di 14/15 anni; Sestio Laterano, console nello stesso anno di Macrino, fu per esempio inviato come proconsole in Africa nel 168/169 d.C. (Alföldy 1977, p. 112); egli era stato tuttavia console ordinario e non suffetto, come Macrino, e d’altra parte la nomina di Macrino potrebbe essere stata rinviata a causa dell’emergenza bellica determinata dalle incursioni barbariche al di qua del Danubio; cfr. Alföldy 1977, pp. 110-124, 217. Sul predecessore di Macrino in Asia: Thomasson 2009, p. 86.
10 – Così secondo l’integrazione accolta nelle I. Eph., VII 1, 3029, a suo tempo proposta da H. Dessau (ILS 8830) e perfezionata da Wilhelm 1928. Sul sofista Flavio Damiano si veda di recente Puech 2002, pp. 190-200; Barresi 2007, pp. 137-151.
11 – Vita Marci Antonini philosophi 22, 1: «Gentes omnes ab Illyrici limite usque in Galliam conspiraverunt, ut Marcomanni, Varistae, Hermunduri et Quadi, Suevi, Sarmatae, Lacringes et Burei † hi aliique cum Victualis, Sosibes, Sicobotes, Roxolani, Basternae, Halani, Peucini, Costoboci».
12 – Grande scalpore suscitò in quel frangente la distruzione del celebre santuario di Eleusi, una eco della quale si ritrova, con toni drammatici, in Elio Aristide, or. 22 (il cosiddetto threnos Eleusinios): proprio i riferimenti contenuti nella subscriptio consentono di dire che nel giugno del 171 d.C. Macrino si trovava in Asia come proconsole.
13 – Da Thyatira in Lidia proviene il decreto onorario per un tal Laibianos, figlio di Kallistratos, il quale aveva anticipato in favore della città il pagamento del pesante tributo bastarnico richiesto dal fisco imperiale: TAM, V 2, 982, rr. 13-15, con le osservazioni tuttora condivisibili di von Premerstein 1912, p. 166; cfr. anche Magie 1950, pp. 1517 nota 48, 1535 nota 13.
14 – Sul problema delle incursione maure nelle Spagne al tempo di Marco Aurelio si veda ora Gregori 2009-2010 pp. 56-65 con la nutrita bibliografia precedente; si veda in particolare Thouvenot 1939; Blázquez 1978, pp. 483-488; Alföldy 1985; Arce 1987, pp. 38-46; Corell i Vicent 1988; Asorey Garcia 1995; Rahmoune 2001; Gozalbes Cravioto 2002; Bernard 2009; Morillo 2009.
15 – Sulla legione VII Gemina si veda ora Palao 2006. Dubita dell’intervento della legione e pensa invece a quello di truppe ausiliarie, Le Roux 1982, pp. 376-377; infatti da un censimento condotto sulle testimonianze epigrafiche attestanti la presenza della legio VII Gemina nelle province spagnole dalla metà alla fine del II secolo d.C. (Le Roux 1982, pp. 210-216), risultano essere assai poche le attestazioni della legione al di fuori dai confini della Citeriore dove era di stanza e in particolare nella confinante provincia inerme della Betica. Segnalo in particolare l’epitaffio del legionario Ti. Claudius Festus, caduto all’età di 24 anni, e quindi ancora in servizio, e sepolto a Italica (Eph. Ep., VIII 2, n. 92 = CILA, II 2, n. 407; Le Roux 1982, p. 211 n. 142).
16 – CIL VI 41271. Sul personaggio e la sua lunga carriera, culminata con la prefettura del pretorio al tempo di Commodo in sostituzione del defenestrato Cleandro (189-190 d.C.): PIR2, I 615; Howe 1942, p. 67 n. 10; Pflaum 1960, pp. 178-181.
17 – Di bellum Maurorum si fa menzione nella dedica di Singilia Barba in onore di Vallio Massimiano, che nel 177 d.C. restituì nuovamente le province spagnole all’antica pace: CIL II/5, 783 = ILS 1354a. Sarebbe invece caduto, secondo Alföldy 1985, p. 106, in occasione delle operazioni militari del 171 d.C. il primipilo (della legio VII Gemina?) L. Cornelius Potitus, qui […] in bello Maurico periit (CIL II/14, 131, da Liria, nell’Hispania Citerior), dal momento che nel 175-177 la reazione romana non sarebbe stata affidata all’unica legione di stanza nella Tarraconense, quanto piuttosto alle truppe ausiliarie comandate dal procuratore Vallio Massimiano (cfr. Corelli Vicent 1988, pp. 498-504); sulla controversa datazione di questo testo si veda anche Castillo 1991, pp. 86-87 (scettica sulla datazione proposta da G. Alföldy); Seguí Marco, García-Gelabert Pérez 1998, pp. 1378-1380. È possibile che avesse partecipato a questa stessa spedizione il centurione P. Aelius Romanus, lodato nel suo epitaffio come debellator hostium provinciae Hispaniae (CIL VIII 2786 = ILS 2659, da Lambaesis), anche se la VII Gemina non compare nella lista delle legioni nelle quali egli aveva prestato servizio come centurione (III Augusta, VII Claudia, XX Valeria Victrix, I Italica); Gebbia 2004b, pp. 1631-1632 pensa invece che Elio Romano avesse militato in Spagna agli ordini di Vallio Massimiano nel 177 d.C.
18 – Com’è noto, iscrizioni di cavalieri e senatori rinvenute lungo strade di lunga percorrenza non comportano necessariamente che presso il luogo di ritrovamento vi fosse anche una proprietà del personaggio; tuttavia per iscrizioni rinvenute lontano da Roma, luogo di sepoltura e luogo di soggiorno possono effettivamente coincidere; in ogni caso l’abbinamento di fonti epigrafiche e dati archeologici va fatto con prudenza: Chioffi 1999.
19 – HA, Vita Veri 8, 8: «Villam praterea extruxit in via Clodia famosissimam, in qua per multos dies et ipse ingenti luxuria debacchatus est cum libertis suis et amicis paribus, quorum praesentia nulla inerat reverentia». Cfr. Mastrodonato 1999-2000; Vistoli 2005.

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