La ceramica “orientalizzante”

di F. Canciani, La cultura orientalizzante e le sue espressioni figurative, in Storia e civiltà dei Greci (Dir. R. Bianchi Bandinelli) – Vol, II – Origini e sviluppo della città: l’Arcaismo, Milano. 1977.

Con il termine di «Protoattico» si indica la produzione ateniese tra la fine dell’VIII e la fine del VII secolo a.C.; comunemente essa viene divisa in tre periodi: antico (710-680 a.C.), medio (680-630 a.C.) e tardo (630-600 a.C.). Data la consistenza della tradizione figurativa precedente, il passaggio all’Orientalizzante non è netto, e vari elementi di ascendenza geometrica si conservano alquanto a lungo. La personalità che sembra avventurarsi per prima oltre la tradizione è il Pittore di Analatos. Il vaso eponimo, l’hydría 313 del Museo Nazionale di Atene, la cui destinazione funeraria è sottolineata dai serpenti plastici che si snodano sull’ansa, sulla spalla, intorno all’imboccatura, conserva molti elementi di origine geometrica: cornice, riempitivi, la fila di quadrupedi sotto le anse, il chorós intorno al collo.

Pittore di Analatos. Chorós di giovani e donne (collo). Due leoni affrontati con riempitivi e moduli floreali. Pittura vascolare dall’hydría 313 in stile orientalizzante e geometrico. Inizi VII secolo a.C. Εθνικό Αρχαιολογικό Μουσείο της Ελλάδας di Atene.

Pittore di Analatos. Chorós di giovani e donne (collo). Due leoni affrontati con riempitivi e moduli floreali. Pittura vascolare dall’hydría 313 in stile orientalizzante e geometrico. Inizi VII sec. a.C. Atene, Museo Archeologico Nazionale.

La forma del vaso è però sfinata, il collo altissimo; il contorno delle figure è fluido, organico. Sulla spalla ai lati di una pianta si affrontano due leoni famelici, con grandi occhi risparmiati, fauci e artigli ben in evidenza. Sotto l’ansa verticale è un’ampia zona con motivi fitomorfi derivati dalle palmette incorniciate fenicie, resi però con una sensibilità per la sostanza vegetale estranea ai modelli. Il gusto coloristico del Pittore si manifesta nelle superfici coperte di punti, nelle corpose strisce di vernice. Ad un momento più avanzato della sua attività appartiene l’anfora CA 2985 del Louvre, anch’essa una forma tardo-geometrica, ma con un collo spropositato; ogni articolazione è annullata dalle pareti di argilla all’interno delle anse, e il vaso acquista una fluidità di contorno quasi organica. Attorno al corpo si svolge una sfilata di carri, sul collo di un chorós e una fila di sfingi sono divisi da rosette alternate a brevi trecce verticali. Le figure sono a silhouette e a contorno, le donne portano ampie vesti coperte di punti, i cavalli, delicati e nervosi, hanno una criniera a lunghe ciocche ondulate indicate a graffito. L’anfora, più matura dell’hydría per il calcolato equilibrio dei contrasti di colore, rappresenta bene il coesistere di tradizione e nuovi fermenti, caratteristico per il Protoattico Antico.

Pittore di Analatos. Anfora CA 2985 Louvre. Pittura vascolare di una loutrofora protoattica, da Atene. 690 a.C. ca. Musée du Louvre.

Pittore di Analatos. Anfora CA 2985 Louvre. Pittura vascolare di una loutrofora protoattica, da Atene. 690 a.C. ca. Musée du Louvre.

Un caso fortunato ci consente di intravvedere l’organizzazione di una bottega ateniese. Una sola bottega infatti ha prodotto su commissione per un’unica sepoltura cinque crateri e i relativi hypokratḗria – ora conservati nella Collezione
Universitaria di Magonza – affidandone la decorazione a tre pittore diversi in collaborazione tra loro: il Pittore di Analatos, il Pittore N e il Pittore di Passas. Il Pittore di Analatos, il più notevole dei tre, mostra il suo gusto coloristico nel largo uso del bianco, anticipando una voga caratteristica per il Protoattico Medio. I crateri combinano elementi diversi: il calderone con manici ad anello sormontati da un fiore di loto e il sostegno troncoconico di derivazione orientale, i serpenti plastici caratteristici per i vasi funerari greci. La decorazione pittorica è tutta improntata da un incombente simbolismo funerario: file di guerrieri, leoni famelici e uccelli in volo sul campo di battaglia, sfingi minacciose, forse le Keres, demoni della morte. Le figure, benché spigolose, sono piene di vitalità e di energia, i leoni, di magrezza spettrale, sembrano grandi cani e nulla devono all’iconografia orientale. I soli elementi forestieri sono le sfingi e le palmette incorniciate.

Pittore della Mesogaia. Hydría ad uso funerario. Pittura vascolare di stile protoattico, da Atene. 700 a.C. ca. Berlin Antikensammlung.

Pittore della Mesogaia. Hydría ad uso funerario. Pittura vascolare di stile protoattico, da Atene. 700 a.C. ca. Berlin Antikensammlung.

Tra i contemporanei del Pittore di Analatos i due più importanti sono il Pittore della Mesogaia e il Pittore dell’Avvoltoio, che ne condividono la formazione ancora geometrica e il gusto per gli ornamenti curvilinei. Il Pittore della Mesogaia dipinge con baldanza alcune hydríai, inserendo in una cornice ancora abbastanza fedelmente geometrica centauri alati, sfingi, leoni, choroí, grandi viticci che richiamano quelli dei vasi protocorinzi del gruppo di Cuma; le sue opere più tarde arrivano agli inizi del Protoattico Medio. Il Pittore dell’Avvoltoio ha un disegno preciso e una nitida distribuzione di chiari e di scuri, che sembra rifarsi alla migliore tradizione geometrica. Alla sua bottega è attribuita un’anfora nel Metropolitan Museum di New York, decorata con donne piangenti e con una sfilata di carri interrotta da un solitario cavaliere; un gusto geometrico, quasi retrospettivo, si avverte nella sua puntigliosa simmetria con cui i due leoni affrontati sulla spalla sono risolti in due doppie spirali contrapposte.

Pittore dell’Avvoltoio. Coppa protoattica con alto piede, dall’Attica. 715-700 a.C. ca. Musée du Louvre.

Pittore dell’Avvoltoio. Coppa protoattica con alto piede, dall’Attica. 715-700 a.C. ca. Musée du Louvre.

Nel Protoattico Medio si intrecciano tendenze diverse, e spesso è difficile scorgere relazioni tra le singole personalità: una prima fase, sino alla metà del secolo, si distingue per il largo uso del colore bianco (black and white style). Caratteristici sono soprattutto grandi vasi, anfore, crateri, che sembrano contenere a stento una decorazione straripante: animali in lotta, scene mitologiche; le formulazioni, uniche e irripetibili, rivelano il formarsi di una tradizione. Rappresentativo di questa tendenza, confusa ma vitale, è il Pittore della Scacchiera; un suo cratere nel Museo di Berlino è decorato con un daino azzannato da due leoni; le figure sono a silhouette con particolari risparmiati o graffiti; le teste dei leoni, disegnate a contorno, tradiscono la conoscenza dell’iconografia tardo-hittita in particolari come sopracciglia arcuate, il muso corrugato, ma la derivazione è generica, senza la puntigliosa esattezza e la felice sintesi decorativa dei contemporanei leoni protocorinzi.
Le due personalità di maggior rilievo sono però il Pittore di Polifemo e il Pittore della Brocca degli Arieti, che continuano in varia misura rispettivamente la tradizione dei Pittori della Mesogaia e di Analatos. L’opera più significativa del Pittore di Polifemo è la grande anfora, da cui prende il nome, impiegata ad Eleusi per l’inumazione di un bambino. Soltanto la parte anteriore del vaso è decorata, su quella posteriore sono schizzati sommari viticci. Sul corpo è rappresentato Perseo, assistito da Atena, in fuga davanti alle Gorgoni Steno ed Euriale, mentre a sinistra giace il grande corpo decapitato di Medusa. L’iconografia delle Gorgoni è ancora incerta, e le loro teste ricordano stranamente i contemporanei calderoni con protomi di animali. Sulla spalla dell’anfora si affrontano un leone e un cinghiale, mentre sul collo è rappresentato l’accecamento di Polifemo; Odisseo si distingue dai suoi compagni per il colore bianco del corpo. Sono figure smisurate, impegnate in azioni drastiche, ai limiti del possibile. Su un hypokratḗrion dello stesso Pittore, pure a Berlino, una generica sfilata di personaggi riccamente vestiti acquista invece significato mitologico grazie all’iscrizione «Menelas» dipinta accanto a uno di essi.

Pittore di Polifemo. «Anfora di Eleusi». L’accecamento di Polifemo (Dettaglio sul collo). 660 a.C. ca. Αρχαιολογικό Μουσείο Ελευσίνας.

Pittore di Polifemo. Dettaglio sul collo della cosiddetta «Anfora di Eleusi», con l’accecamento del Ciclope. 660 a.C. ca. Eleusi, Museo Archeologico.

Il Pittore della Brocca degli Arieti è di poco più giovane del collega e ne differisce per uno slancio più contenuto, un più calcolato equilibrio compositivo, un gusto attento al particolare. Sul collo di un’anfora frammentaria conservata a Berlino, Peleo affida il piccolo Achille alle cure di Chirone; il centauro ritorna dalla caccia portando in spalla, appesi a un bastone, tre cuccioli – di leone, di cinghiale, di lupo – da cui trarrà nutrimento il suo pupillo. Su un cratere, pure a Berlino, è rappresentata probabilmente l’uccisione di Egisto da parte di Oreste, e la drasticità dell’azione è accentuata da tre bizzarre figure sotto le anse, forse demoni; sotto si snoda una fila di cavalli al pascolo, con zampe esili e lunghe criniere, che ricordano analoghe figure del Pittore di Analatos. Il vaso eponimo, uno dei più maturi, è un’oinochòē a bocca circolare, una forma estranea alla tradizione attica e forse derivata dal repertorio cretese o greco-orientale, con sulla spalla la fuga di Odisseo e dei suoi compagni dalla grotta di Polifemo aggrappati agli arieti del Ciclope.
Di particolare interesse è una serie di vasi a destinazione funeraria, con fantasiose aggiunte plastiche, decorati dopo la cottura con ricca policromia. Un esempio assai elaborato è un’oinochòē del Ceramico, databile verso il 660 a.C.: sulla spalla tre figure femminili a tutto tondo sembrano reggere l’imboccatura, l’ansa è sormontata da un fiore, due serpenti si snodano sulla spalla e spuntano poi dall’interno del collo; la próthesis dipinta sul corpo documenta la continuità di tradizione e di iconografia con l’età geometrica. Anche l’ekphorà è documentata da un gruppo fittile trovato a Vari.
Nella seconda metà del VII secolo a.C. lo slancio si mitiga, le figure si fanno più compatte e precise, mentre la policromia si arricchisce con il frequente impiego del rosso. Un’opera particolarmente rappresentativa per questo momento di transizione e consolidamento è l’anfora da Cinosarge nel Museo di Atene, decorata sul collo con una coppia di lottatori, sul corpo con due personaggi su un carro tirato da cavalli alati, che sembrano congedarsi da una donna. Le figure delle due scene principali sono a contorno, con ricca policromia, mentre in un pannello sulla spalla è inserito un quadrupede a silhouette; lo sfondo è invaso da riempitivi geometrici e fitomorfi.
Alla fine del secolo prevale ormai la tecnica a figure nere, di derivazione corinzia. La personalità più notevole è il Pittore di Netos, la cui produzione giovanile era stata dapprima raggruppata sotto l’etichetta di Pittore della Chimera. Il suo gusto per le composizioni è ben rappresentato dal cratere di Vari, con il mito di Prometeo liberato da Eracle, mentre il cratere A dello stesso ritrovamento, con i grandi gruppi antitetici di fiere che dilaniano un animale ha la grandiosità delle – più tarde – sculture frontonali in poros sull’Acropoli. Sul collo dell’anfora eponima, Atene 1002, è rappresentato Eracle che uccide il centauro Nesso; sul corpo a sinistra giace Medusa decapitata, al centro le due Gorgoni inseguono Perseo, che però non compare. Il confronto con l’anfora del Pittore di Polifemo è istruttivo: le Gorgoni hanno assunto la loro fisionomia definitiva e si muovono rapide sopra il mare, indicato da una fila di delfini. Il prevalere degli interessi narrativi porta ad una drastica riduzione dei motivi di riempimento, le figure, quasi concentrate, sono di una compressa monumentalità.
A Corinto la situazione è del tutto diversa, e la cesura tra il Tardo Geometrico e il Protocorinzio Antico è netta. L’Orientalizzante appare a Corinto in modo quasi improvviso, con l’immissione di tutta una serie di elementi nuovi, probabilmente conseguenza di contatti diretti e intensi con il Vicino Oriente; la prima fase, il Protocorinzio Antico, appartiene ancora all’ultimo venticinquennio dell’VIII secolo a.C. Caratteristici sono gli arýballoi, vasetti per profumi, spesso con delicata decorazione miniaturistica. Parallelamente si svolge una produzione monotona, ma di alta qualità tecnica, di vasi con decorazione lineare sub-geometrica. Forme frequenti sono particolarmente le kylix e la kotýlē, derivata dal tipo Aetos 666, decorata dapprima con file di uccelli schematici eseguiti meccanicamente con un pennello multiplo, poi con file di «sigma». Sulla sequenza tipologica, relativamente chiara, della kotýlē, e soprattutto dell’arýballos, si basa la cronologia del Protocorinzio, e indirettamente quella di tutto l’Orientalizzante. Il Protocorinzio Antico è caratterizzato dall’arýballos globulare, che si diffonde rapidamente dopo sporadiche apparizioni nel Geometrico, e dal persistere di skýphoi del tipo Tapso; la kotýlē tende a diventare sempre più slanciata. Alla fine del periodo la parte inferiore dei vasi non è più verniciata, ma racchiusa da una schematica corolla di raggi triangolari. La decorazione comprende numerosi elementi figurativi: cervi al pascolo, uccelli, pesci, protomi di animali, motivi vegetali; su un’oinochóē conica del Metropolitan Museum è rappresentato anche un cratere con protomi di grifone sul relativo hypokratḗrion. I vasi del gruppo di Cuma, così chiamati dal luogo di ritrovamento di alcuni di essi, sono decorati con elaborati viluppi vegetali che interpretano con libertà spunti orientali; sul collo delle oinochóai si conserva ancora la decorazione a uccelli e file di sigma.

Autore ignoto. Aryballos protocorinzio a forma di testa femminile con combattimento tra opliti, da Tebe. 650-630 a.C. ca. Musée du Louvre.

Aryballos protocorinzio con protome femminile e rappresentazione di un combattimento fra opliti sul corpo. 650-630 a.C. ca. da Tebe. Paris, Musée du Louvre.

Nel Protocorinzio Medio gli interessi figurativi si fanno più complessi, appaiono episodi del mito, battaglie, animali in lotta o in corsa; si sviluppa la tecnica a figure nere, con i contorni e i particolari indicati mediante linee graffite, forse ispirata al procedimento, usuale della toreutica, di rifinire le figure a bulino. Gli arýballoi sono di forma più allungata, ovoide, alti in media 6-8 cm, spesso con più fregi di puntiglioso miniaturismo. Su un arýballos dall’Heraion di Argo appaiono i primi leoni protocorinzi, che tradiscono la derivazione da modelli tardo-hittiti nel disegno delle zampe e della testa con le fauci spalancate e la lingua pendente; una delle fiere, con il corpo maculato e la testa di prospetto, è forse una pantera. Di solito gli arýballoi sono decorati sulla spalla con elaborati viluppi di palmette, fiori e boccioli di loto. Nei fregi secondari ricorre spesso il motivo del cane che insegue una lepre; reso a semplice silhouette, esso è la decorazione principale di una serie di arýballoi o kotýlai di qualità andante, che continuano sino alla fine del secolo.
Un arýballos a Berlino con il suicidio di Aiace è opera di un ceramografo – il Pittore di Aiace – che ha decorato pure altri vasi con soggetti mitologici; le figure schiacciate nei due fregi sovrapposti, con membra troppo lunghe, si muovono gesticolando con impegno, ma sembrano a disagio nello spazio troppo basso. Le scene mitologiche sono piuttosto frequenti nel Protocorinzio Medio, ma non sempre di facile esegesi: come nel Protoattico, si tratta di esperimenti caratteristici per il costituirsi di una tradizione, che non stabiliscono ancora una norma iconografica. Non mancano opere di carattere diverso: grandi vasi, oinochóai, kotýlai, decorati con poche figure campite sul fondo chiaro. Particolarmente rappresentativo per questa tendenza è il Pittore dei Cani, che dipinge alcune kotýlai con cani e leoni in corsa, figure nervose ed eleganti, rette da una mordente linea di contorno, raggiungendo effetti monumentali. Su una kotýlē da Egina del Pittore di Bellerofonte è rappresentata la lotta dell’eroe con la Chimera, un mostro che trova appena ora la sua definizione iconografica rielaborando spunti orientali.

Gruppo di Alari. Cani da caccia in corsa. Aryballos protocorinzio, da Corinto. 650-620 a.C. ca. Musée du Louvre.

Gruppo di Alari. Cani da caccia in corsa. Aryballos protocorinzio, 650-620 a.C. ca. da Corinto. Paris, Musée du Louvre.

L’iconografia del leone costituisce uno degli elementi più indicativi delle connessioni orientali del Protocorinzio – e in genere di tutto l’Orientalizzante. Nella prima metà del secolo si seguono modelli siriaci e tardo-hittiti, con muso massiccio, fauci spalancate, lingua pendente, naso corrugato, sopracciglia arcuate, orecchie a cuore o semicircolari, testa e punta del muso contornati, criniera sommaria e compatta, artigli indicati con linee parallele. Esemplare per la rielaborazione protocorinzia dell’iconografia del leone tardo-hittita è la protome che serve da imboccatura all’arýballos Macmillan, conservato nel British Museum. Il vasetto appartiene a una particolare classe a cavallo tra il Protocorinzio Medio e il Protocorinzio Tardo, che si distingue per un uso assai disinvolto della policromia, ed è un vero miracolo di tecnica miniaturistica; alto appena 6,8 cm, è decorato con ben quattro fregi: sulla spalla un intreccio di palmette e fiori di loto, sul corpo una battaglia e, in grandezza decrescente, una corsa di cavalli e una caccia alla lepre.
Nella seconda metà del secolo, nel Protocorinzio Tardo (650-635 a.C.) la produzione aumenta, ma il livello è spesso più modesto. Gli arýballoi sono ora di forma più slanciata, a pera (arýballoi piriformi), si diffonde una nuova forma di brocca a sacco, l’olpe. Le figure hanno maggior ricchezza di particolari anatomici, indicati con incisione, e più abbondanti ritocchi di colore. Si diffonde l’uso di larghe fasce di vernice, in cui sono graffite con un compasso file di squame disposte ad embrice ravvivate con ritocchi di colore.
Non mancano opere di qualità. Un’olpe trovata a Veio, tarda opera del Pittore dei Cani, ripropone il tema del leone che azzanna un toro con il piglio monumentale caratteristico del Maestro; le figure, graffite sul fondo di vernice, sembrano la traduzione ceramica di un’opera della toreutica.

Autore ignoto. Cosiddetta «Olpe Chigi» (Particolare), due falangi oplitiche che si affrontano, da Veio. Pittura vascolare da un olpe tardo-corinzio a figure nere e policrome. 630 a.C. ca. Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

Dettaglio dalla cosiddetta «Olpe Chigi» con raffigurazione di due falangi oplitiche che si affrontano. Pittura vascolare da un olpe tardo-corinzio a figure nere e policrome. 630 a.C. ca. da Veio.  Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

L’olpe Chigi, nel Museo di Villa Giulia a Roma, appartiene alla stessa classe policroma dell’arýballos Macmillan ed è opera dello stesso pittore. Nei due fregi maggiori sono rappresentati una battaglia di opliti, il giudizio di Paride, una sfilata di carri e cavalieri, una caccia al leone; la composizione è bilanciata, con sapiente uso di sovrapposizioni. La movimentata caccia al leone ricorda le imprese dei re assiri nelle loro riserve, ma è svolta con un piglio fabulistico estraneo ai modelli orientali. Attorno al collo verniciato si snoda una bianca ghirlanda di palmette e fiori di loto; due fregi minori sul corpo del vaso hanno scene di caccia: uno, in bianco sul fondo nero, presenta il consueto motivo dei cani che inseguono vari quadrupedi; l’altro, policromo, disteso, con un cacciatore in agguato dietro un cespuglio, ha uno straordinario senso di aria aperta.
Vengono svolte anche scene di argomento quotidiano: un’oinochóē frammentaria trovata ad Egina mostra una fila di animali condotti al sacrificio, descritti con minuzia nei particolari dell’anatomia. Tra gli ornamenti di riempimento, ora spesso molto fitti, sono frequenti le rosette a puntini, che si trasformeranno poi in cerchietti con un punto al centro. Nel Protocorinzio Tardo i leoni presentano spesso elementi dell’iconografia assira, derivati probabilmente attraverso la mediazione siro-hittita: muso più appuntito, pieghe a palmetta sotto gli occhi, folta criniera, che saranno più evidenti nel Transizionale. Le forme più comuni sono arýballoi, ólpai, oinochóai, kotýlai, decorati con file di animali; sugli arýballoi sono frequenti le composizioni antitetiche. Appaiono sporadicamente forme nuove, che si diffonderanno in seguito: l’arýballos sferico, l’alàbastron, entrambi di derivazione orientale. Le figure tendono a diventare più grandi e corpose, alla precedente vivacità di atteggiamenti subentra una certa staticità.
Nel periodo di transizione al Corinzio, il cosiddetto «Transizionale» (636-620 a.C.), questi fenomeni si accentuano, mentre l’arýballos piriforme è gradualmente soppiantato dall’alàbastron. Le figure tendono ad allungarsi, appaiono bizzarre creature mostruose, come uccelli con testa di pantera. Su arýballoi e alàbastra sono frequenti coppie araldiche di leoni, sfingi, grifoni; nei casi più felici si giunge a una formulazione monumentale dei corpi felini, rielaborando liberamente elementi desunti dall’iconografia del leone assiro. Di notevole interesse è l’attività di botteghe e di pittori, come il Pittore della Sfinge, la cui attività si estende dal Transizionale al Corinzio Antico.
Le metope fittili del tempio di Apollo a Thermos in Etolia, la cui decorazione architettonica fu affidata a una bottega corinzia, costituiscono un prezioso documento della pittura di età transizionale. Si riconoscono tra l’altro un Gorgonéion, Perseo con la testa di Medusa, Chelidone e Aedone, le figlie di Proitos, figure membrute, descritte minuziosamente e campite con sicurezza nella metopa, che occupano in tutta la superficie. Più che pitture, sono disegni colorati, vicini per tecnica e qualità ai migliori prodotti della ceramica, come i vasi del gruppo policromo.

Metopa dipinta. Terracotta. Ritratto di Filomela, figlia di Pandione, re di Atene, dal Tempio di Apollo di Thermos. VII secolo a.C. Αρχαιολογικό Μουσείο της Ελλάδας di Atene.

Filomela, figlia di Pandione, re di Atene. Metopa dipinta, terracotta, VII sec. a.C. ca. dal Tempio di Apollo di Thermos (Etolia). Atene, Museo Archeologico Nazionale.

Con l’avvento del Corinzio la produzione aumenta considerevolmente, ma le opere di alta qualità si fanno più rare. La cesura con il Transizionale non è netta e si riscontra una certa continuità nelle forme e nel repertorio iconografico. Nel Corinzio Antico (620-590 a.C.) appaiono anche forme nuove, come la pisside a pareti curve, il cratere a colonnette, mentre prosegue la tradizione del fregio orientalizzante di animali e creature fantastiche. Arýballoi e alàbastra sono spesso decorati con un’unica figura, che si dilata a coprire tutta la superficie del vaso; frequente è un personaggio alato con il corpo anguiforme, convenzionalmente chiamato «Tifone». Caratteristiche sono le rosette a macchia, divise internamente a graffito, che a volte riempiono così fittamente ogni superficie disponibile, da far quasi scomparire le figure. Scene con personaggi – cavalieri, guerrieri, comasti – sono abbastanza frequenti, mentre più rare sono le rappresentazioni mitologiche. Tra queste va ricordata quella di Eracle a banchetto nel palazzo di Eurialo a Echalia su un cratere nel Museo del Louvre, per la sua composizione pacata, l’equilibrio nell’uso delle figure nere e a contorno, la sicurezza del segno; sotto si svolge una cadenzata corsa di cavalieri. Il solo elemento di origine orientale, ormai remota è il fregio di palmette e fiori di loto sulla spalla del cratere. La tradizione del fregio orientalizzante di animali continua sino alla metà del VI secolo, ma è destinata a spegnersi per progressivo esaurimento; sulle opere di maggior impegno, quelle con scene di carattere narrativo, è sempre confinato in posizione secondaria. I vasi corinzi non hanno però una tradizione narrativa così ricca e articolata come i vasi attici, e forse questo è uno dei motivi che ne hanno determinato il declino.
Tra le creazioni più felici della ceramica protocorinzia sono alcuni vasetti plastici, in forma di uccelli, di protome di leone; per la definizione dei volumi e l’intimo rapporto di forma e decorazione sono tra le espressioni più riuscite della plastica del VII secolo.

«Cratere di Eurito». Scena comastica. Pittura vascolare da un cratere a colonnette di stile corinzio. 600 a.C. ca. Musée du Louvre.

«Cratere di Eurito». Scena comastica. Pittura vascolare da un cratere a colonnette di stile corinzio. 600 a.C. ca. Musée du Louvre.

La situazione dell’Argolide è ancora poco chiara. Continua una tradizione sub-geometrica, piuttosto trita, documentata dai ritrovamenti nel santuario di Agamennone a Micene, ma non mancano esempi di notevole impegno figurativo. Su uno scudo fittile da Tirinto, databile intorno al 700 a.C., è forse rappresentato il duello fra Achille e Pentesilea; i personaggi, esagitati e grotteschi, hanno il corpo a silhouette e la testa a contorno, le armi e le vesti sono descritte con minuzia. Su un frammento di cratere trovato ad Argo, già nel secondo venticinquennio del VII secolo, è rappresentato l’accecamento di Polifemo ad opera di Odisseo. Le figure sono a contorno, lunghe e spigolose, l’incarnato è reso con un colore giallo ocra. Per ora si tratta però di pezzi isolati, che non si inseriscono in una tradizione riconoscibile.
In ambiente euboico-cicladico la situazione è sostanzialmente simile a quella del Tardo Geometrico, mentre la documentazione per la Tessaglia è elusiva. In Eubea i ritrovamenti di Calcide ed Eretria documentano il persistere di grandi anforoni, decorati con leoni, sfingi, processioni di donne, motivi vegetali, caratteristici viluppi in forma di “8”; le figure sono dipinte a contorno e a silhouette, con vivace policromia. La produzione euboica ha comunque perso la qualità e la diffusione raggiunte nel Tardo Geometrico.

Scudo votivo in terracotta (frammento). Scontro tra Achille e Pentesilea, da Tirinto. VII secolo a.C. J. Paul Getty Museum.

Scontro tra Achille e Pentesilea. Scudo votivo fittile, VII sec. a.C. ca. da Tirinto. Malibu, J. Paul Getty Museum.

Nelle Cicladi la situazione è complessa, e permangono le difficoltà già incontrate nel Geometrico per localizzare le singole botteghe. Una serie caratteristica è costituita dai vasi del gruppo A(d) di Delo, anfore, hydríai, skýphoi, decorati con file di animali, cavalli, capre, grifoni, qualche sporadico leone, e riempitivi fittissimi e minuti; di solito il corpo del vaso è circondato da una vistosa faccia a scacchiera. Gli animali, allungati, quasi filiformi, sono di tradizione geometrica. Probabilmente uno sviluppo più tardo di questa classe è costituito dai vasi «melii», in cui si conservano molti dei caratteri motivi di riempimento.

Pithos-anfora di tipo «melio». Decorazione sul corpo centrale: Eracle e Deianira su un carro trainato da cavalli alati. Sul collo: Hermes, Artemide e due cavalli, da Aptera (Creta). Fine VII secolo a.C. Εθνικό Αρχαιολογικό Μουσείο της Ελλάδας di Atene.

Pithos-anfora di tipo «melio». Decorazione sul corpo centrale: Eracle e Deianira su un carro trainato da cavalli alati. Sul collo: Hermes, Artemide e due cavalli. Fine VII sec. a.C. da Aptera (Creta). Atene, Museo Archeologico Nazionale.

I vasi, soprattutto anforoni, del gruppo «nesiotico lineare» continuano la tradizione della ceramica «paria» di età geometrica e ne hanno condiviso le localizzazioni più svariate. Tra di essi si riscontrano alcuni dei rari casi di contatti con l’iconografia frigia: caratteristici sono gli uccelli con una rientranza a “U” tra le ali e la coda, e i quadrupedi con il corpo riempito di punti ma con la spalla risparmiata. In relazione con questo gruppo sono alcune opere relativamente isolate, ma di eccezionale qualità. Alcune anfore presentano da un lato una grande figura di animale, dall’altro due metope con cerchi concentrici. Su un’anfora a Stoccolma è un cervo al pascolo, su un’altra a Leida un leone accovacciato. Le figure, snelle e nervose, hanno una serrata articolazione, che conferisce loro carattere monumentale. Ancora più singolare è un’oinochóē, trovata ad Egina ed ora nel British Museum, con l’imboccatura e il collo in forma di protome di grifone, ancora anteriore alla metà del VII secolo. La spalla è ripartita in tre metope; quelle laterali contengono ciascuna un cavallo, quella centrale un leone che azzanna un cervo. Le figure, disegnate a contorno e con la spalla delineata, sono fragili, sinuose; il leone riprende l’iconografia siro-hittita, mentre i cavalli mostrano sulla coscia posteriore un singolare motivo a “S” che trova riscontri su bronzetti iranici.

Autore ignoto. Oinochoe con protome a testa di grifone. Sulla spalla un leone che attacca un cervo e due cavalli, da Egina. 675-650 a.C. ca. British Museum.

Autore ignoto. Oinochoe con protome a testa di grifone. Sulla spalla un leone che attacca un cervo e due cavalli, da Egina. 675-650 a.C. ca. British Museum.

Più sicura è l’attribuzione a Nasso di gran parte dei vasi del gruppo B di Delo, grazie anche al ritrovamento in quell’isola di un anforone policromo con Ares e Afrodite su un carro tirato da cavalli alati. Le forme del gruppo B(a) sono alte e slanciate, la decorazione è limitata alla parte anteriore, sulla spalla e sul collo. Frequenti sono composizioni araldiche con sfingi o animali affrontati, eseguiti con un disegno minuto e attento, che li distingue dalle figure di più vasto respiro del nesiotico lineare. Anche le connessioni con l’Oriente sono diverse, più varie: la sfinge di un’anfora porta il grembiule caratteristico delle sfingi fenicie, altre hanno un ricciolo a spirale che scende dalla sommità del capo, come le consorelle siriache. Un’oinochóē decorata con leoni e cavalli è stata trovata in una tomba nella necropoli di Cuma; purtroppo il contesto, che suggerirebbe una datazione alla fine dell’VIII secolo, è stato ricostruito ed ha dubbio valore cronologico. Il gruppo B(a) sembra comunque appartenere alla prima metà del VII secolo.
Alcune anfore del gruppo C di Delo, decorate da ambo i lati con grandi protomi di animali, si riallacciano sia al nesiotico lineare che alla tradizione nassia, e la loro posizione non è chiara. Comunque devono appartenere ormai alla seconda metà del VII secolo; la predilezione per le protomi suggerisce contatti con l’Attica.
Poco prima della metà del VII secolo a.C. si affermano i cosiddetti vasi «melii», che sembrano soppiantare quelli di Nasso e del nesiotico lineare. Si tratta di una classe di vasi, soprattutto grandi anfore funerarie, dei quali sono ancora problematiche la localizzazione e la cronologia; il fatto che molti siano stati trovati a Taso e a Neapolis – l’odierna Kavala – rende probabile la loro attribuzione a Paro, che stabilì una colonia a Taso all’inizio del VII secolo. La genesi del gruppo non è chiara; i precedenti più plausibili sono i vasi A(d) di Delo. Un’anfora relativamente antica, databile poco dopo la metà del secolo, è quella inv. 911 del Museo di Atene. Sul corpo è rappresentato Apollo con due figure femminili su un carro tirato da cavalli alati, cui muove incontro Artemide che tiene un cervo per le corna; sul collo si affrontano due guerrieri, assistiti da due figure femminili. Nello spazio libero sono disposti con cura fitti riempitivi: volute, fioroni, losanghe, linee spezzate. Le figure, disegnate a contorno, con viva policromia, si muovono con impaccio, i cavalli hanno zampe tese e lunghissime. Al gruppo va attribuito pure un piatto, trovato a Taso, sul quale è rappresentato Bellerofonte in lotta contro la Chimera, con figure fragili, legnose, e parco uso di riempitivi. Alla fine del secolo appartiene ormai l’anfora 354 di Atene, con Eracle e Deianira su un carro tirato da cavalli alati; i personaggi, pieni e corposi, ricordano le metope di Thermos, mentre i fitti riempitivi e le rosette a petali presuppongono la conoscenza di opere del Corinzio Antico.

Anfora a collo distinto di tipo «melio». Giudizio di Paride (particolare). VII secolo a.C. Museo Archeologico di Paro.

Giudizio di Paride: dettaglio su anfora a collo distinto di tipo «melio». VII secolo a.C. Paro, Museo Archeologico.

Due piatti, trovati a Delo e a Taso, decorati con eleganti coppie di leoni araldici, sono prodotti in una bottega di Taso, derivata da Paro ma aperta anche a influenze greco-orientali; particolari come il labbro inferiore arricciato a spirale, denotano la conoscenza di opere urartee. Il problema dei rapporti tra botteghe cicladiche e greco-orientali è però ancora tutto da chiarire.
Una categoria particolare è costituita dai grandi pìthoi decorati a rilievo trovati in Beozia e nelle Cicladi, probabilmente fabbricati a Tenos. Alcuni di essi sono decorati con episodi del mito troiano, desunti dai poemi ciclici: l’agguato di Achille ai buoi di Enea, il cavallo di Troia; e dall’Iliade: l’offerta del peplo ad Atena. Si tratta di opere di notevole qualità, con un gusto ingenuo e attento per la descrizione: il cavallo di Troia ha ruote alle zampe e il corpo costellato di finestrelle, nelle quali si scorgono le teste degli eroi greci. Su un altro pìthos Perseo decapita Medusa; la Gorgone, stranamente in forma di centauro, forse un’allusione a Pegaso, nato dalla sua unione con Poseidone, non ha ancora trovato la sua precisazione iconografica. A sinistra delimita la scena un albero formato da spirali sovrapposte, derivato dall’albero della vita dell’iconografia orientale.

Autore ignoto. Coppa beotica orientalizzante con gli uccelli. 560-540 a.C. ca., da Tebe. Musée du Louvre.

Autore ignoto. Coppa beotica orientalizzante con gli uccelli. 560-540 a.C. ca., da Tebe. Musée du Louvre.

La Beozia mantiene i contatti con le isole, come mostra anche l’importazione di numerosi pìthoi decorati a rilievo. Rispetto al Geometrico però i contatti si sono allentati e la produzione, particolarmente anforoni con animali e motivi vegetali, ha un carattere gradevole ma modesto. Non è ancora chiaro il nesso tra l’Orientalizzazione e le caratteristiche coppe con uccelli, sinora documentate appena nel VI secolo a.C.
In Laconia il Sub-geometrico si attarda sino alla metà del VII secolo a.C. con manifestazioni a volte caotiche. Successivamente appaiono timidi esperimenti di decorazione orientalizzante – leoni, tori, stambecchi –, ma una tradizione figurativa si forma appena alla fine del secolo. Tra le forme più frequenti sono coppe e skýphoi con labbro altissimo (le cosiddette «lákainai»); motivi caratteristici sono file di pavoni e ghirlande di melegrane. Alla fine del secolo si sviluppa una produzione di anforoni decorati a rilievo di grande qualità ma di breve durata; il repertorio comprende scene di battaglia e di caccia, nelle quali è ripreso in modo originale il tema orientale del signore degli animali.
A Creta l’Orientalizzante comincia piuttosto presto, prima ancora della fine dell’VIII secolo a.C., e del resto motivi di derivazione orientale non erano mancati neppure nel breve periodo geometrico; ora però l’isola presenta una maggiore uniformità culturale. Continua la produzione di pìthoi cinerari, che diventano slanciati e sono decorati con cerchi bianchi concentrici sul fondo di vernice, mentre gli arýballoi di derivazione cipriota si diffondono sempre più. L’inizio dell’Orientalizzante coincide con una rinnovata diffusione di elementi naturalistici e curvilinei: trecce multiple, palmette, fiori di loto – gli esempi più tardi mostrano contatti con le Cicladi –, uno strano motivo che combina ibridamente in un’unica forma un’ape e un fiore di loto. Caratteristici per la zona di Cnosso sono grandi pìthoi con decorazione policroma, blu e rosso sul bianco dell’ingubbiatura. Singolare è un’hydría trovata a Kavousi, nella parte orientale dell’isola, decorata da un lato con un carro in corsa, dall’altro con donne piangenti, a figure nere, con particolari e contorni graffiti. Le donne ricordano quelle del cinturone di bronzo da Fortetsa, mentre il carro trova confronti su vasi cicladici della prima metà del secolo e sul rilievo in calcare di Chanià.
Alla metà del secolo appartiene l’unica personalità di rilievo, il pittore che ha decorato un alàbastron da Fortetsa con tre sfingi mostrando sicura assimilazione della tecnica e stile protocorinzi, e pure un’oinochóē, coppe e arýballoi di schietta tradizione cretese.
Nel corso del VII secolo, ben documentato anche nella ricca necropoli di Arkades nella Pediada, si sperimentano le tecniche più diverse con risultati bizzarri e spesso felici, senza però sviluppare una precisa tradizione figurativa. Tra le opere più riuscite sono l’oinochóē di Arkades con sul collo una coppia a contorno (Teseo e Arianna?) e sulla spalla una fila di animali risparmiati nel fondo scuro, e un piatto da Praisos decorato da un lato con un cavaliere, dall’altro con un eroe in lotta con un pesce e con una gigantesca figura femminile (Peleo e Tetide?), databili rispettivamente poco prima e poco dopo la metà del VII secolo a.C. La figure, snelle, mobili, con membra lunghe e profili aguzzi, richiamano quelle della contemporanea toreutica cretese. Alcuni vasi di Arkades, derivati da modelli orientali, rivelano l’assimilazione di ideologie e pratiche di culto: un askós con protome di leone collegato a una patera, conservato a Heidelberg, ricorda oggetti rituali siriaci in pietra e avorio; un leone sdraiato con una patera tra le zampe anteriori è l’immediata traduzione ceramica di figure orientali in faïence; particolari come il muso corrugato, le sopracciglia arcuate, le orecchie semicircolari sono desunti dall’iconografia siro-hittita.

Autore ignoto. Pìthos orientalizzante, da Arkades (Creta), 675 a.C. ca. Musée du Louvre.

Pìthos orientalizzante. 675 a.C. ca. da Arkades (Creta). Paris, Musée du Louvre.

Un’arýballos della metà del secolo, conservato a Berlino, esemplifica la situazione di Creta con la molteplicità delle sue connessioni: la forma e la decorazione sono di origine cipriota, la protome plastica femminile sotto l’imboccatura si adegua con riserva al canone dedalico, l’uso di decorare in questo modo il collo di un vaso è di origine fenicia.
Creta ha pure una ricca produzione di pìthoi a rilievo. La forma più frequente è una sorta di anforone con due anse verticali, troppo diverso dai pìthoi minoici per pensare a una connessione diretta. La decorazione figurata è ottenuta mediante stampi e cilindretti; i primi esempi, che appaiono verso il 700 a.C., portano figure di guerrieri e di centauri. Nel VII secolo sono frequenti figure di cavalli, leoni, sfingi, singole o affrontate, e poi cavalieri, coppie di personaggi, pótniai thērṓn, di solito inquadrati in metope sul collo e sulla spalla del vaso; il resto del pìthos è decorato con spirali e motivi fitomorfi. Le fasce divisorie e le cornici portano rosette, spirali correnti, piccoli fregi con scene di caccia, carri e cavalli in corsa. Alla fine del secolo appartiene un gruppo di pìthoi, trovati a Festo, la cui decorazione figurata è limitata a un solo, grande animale che campeggia sul collo, mentre sul corpo sono distribuiti ampi ornati curvilinei. Gli esempi più recenti dei pìthoi a rilievo scendono ormai ai primi anni del VI secolo a.C.
Vista nel suo complesso, la ceramica cretese, alquanto discontinua, rielabora spunti orientali senza formare una tradizione figurativa coerente e non sembra aver svolto nella trasmissione di iconografie orientali al mondo greco il ruolo determinante che le è stato più volte attribuito. Miglior fortuna avrà la toreutica.
Le regioni greco-orientali – le grandi isole, la costa dell’Asia Minore – formano una sostanziale unità culturale, che trova espressione nel cosiddetto «stile della capra selvatica». All’interno dell’apparente uniformità si intravvedono varie diversificazioni, ma non è ancora possibile localizzare con sicurezza le varie botteghe. Per le città greche dell’Asia Minore l’inizio del VII secolo è un momento piuttosto difficile, che vede le rovinose scorrerie dei Cimmeri e poi la nascente espansione del regno di Lidia. Nonostante la loro posizione geografica i centri greco-orientali elaborano con un certo ritardo un proprio stile orientalizzante, ed anche gli elementi figurati sono dapprima alquanto rari. In tutta la regione si mantiene a lungo la tradizione geometrica e continua la voga delle caratteristiche coppe a uccelli, decorate in modo sempre più sommario: dopo la metà del VII secolo a.C. la parte inferiore della vasca, non più coperta di vernice, è racchiusa da una corona di raggi a contorno. Molte coppe sono di produzione sicuramente rodia, ma non mancano imitazioni locali.

Autore ignoto. La «Potnia Thērṓn» (Particolare). Pittura vascolare da un’anfora in stile orientalizzante, da Tebe. VII secolo a.C. ca. Εθνικό Αρχαιολογικό Μουσείο της Ελλάδας di Atene.

Raffigurazione della Potnia Thērṓn. Particolare da un’anfora in stile orientalizzante, VII sec. a.C. ca., da Tebe. Atene, Museo Archeologico Nazionale.

Una delle prime figurazioni di un certo impegno – una divinità maschile con il polos sul capo e le braccia alzate nel gesto dell’epifania – è un’anfora di Exochi a Rodi, ed è significativo che il vaso riprenda alquanto fedelmente modelli nassi. Al primo venticinquennio del secolo appartengono vari esperimenti figurativi – un centauro e altre figure su una situla da Camiro, una figura femminile armata, forse Atena, su uno scudo fittile di Samo – ma si tratta di tentativi impacciati, ancora di gusto sub-geometrico, anche se sullo scudo è impiegata l’incisione. Un repertorio orientalizzante si forma timidamente appena nel secondo venticinquennio del VII secolo: sfingi, animali, ornati curvilinei, motivi vegetali. Le figure sono campite con eleganza su uno sfondo disseminato di riempitivi: fiori, stelle, croci, suscitando quasi l’impressione di un tessuto decorato; forse s’ispirano veramente a stoffe, per noi irrimediabilmente perdute. Elementi come le superfici riempite di punti o un particolare tipo di svastica trovano confronti immediati nell’arte della Frigia.
Il caratteristico «stile della capra selvatica» si forma però appena verso la metà del VII secolo a.C. per continuare poi, con le sue manifestazioni più attardate, sino alla metà del secolo successivo. Si tratta di una produzione piacevole, di un discreto livello qualitativo, che raggiunge anche una certa circolazione nel mondo greco. Le figure sono di solito a silhouette, con la testa a contorno e i particolari dell’anatomia indicati con linee risparmiate. Le forme più diffuse sono l’oinochóē con bocca trilobata, l’oinochóē con bocca rotonda, il déinos, vari tipi di piatto con e senza piede. Il repertorio iconografico è piuttosto limitato: leoni, tori, sfingi, grifoni, cani, uccelli e soprattutto le caratteristiche capre selvatiche in corsa o al pascolo, derivate dall’iconografia assira o siriaca. In un momento più avanzato la parte inferiore delle oinochóai è racchiusa da una ghirlanda di fiori e boccioli di loto o da una corona di alti raggi triangolari. Al centro della spalla compaiono spesso gruppi antitetici ai lati di un elemento vegetale, talvolta anche animali in lotta; l’iconografia del leone, inizialmente di tipo siro-hittita, assimila gradualmente elementi assirizzanti. Sulle opere più antiche i fregi sono divisi da semplici ornamenti; in seguito i fregi, divisi da semplici strisce di vernice, aumentano spesso in altezza e gli animali tendono ad allungarsi.

Autore ignoto. Combattimento tra Menelao ed Ettore per il corpo di Euforbo. Pittura vascolare da un piatto rodio in stile orientalizzante, da Camiro (Rodi). 600 a.C. British Museum.

Combattimento tra Menelao ed Ettore per il corpo di Euforbo. Pittura vascolare da un piatto rodio in stile orientalizzante, 600 a.C.  ca. da Camiro. London, British Museum.

Alla fine del VII secolo appaiono vari elementi derivati dalla tradizione del Corinzio Antico: figure nere, incisione, rosette a macchia, spesso impiegati promiscuamente alla tradizionale tecnica delle figure a risparmio. Scene di carattere narrativo sono rare; l’esempio più notevole è un piatto a British Museum con un episodio omerico, il duello di Ettore e Menelao sul corpo di Euforbo. I due contendenti, armati come opliti, disegnati a contorno con vivace policromia, si affrontano simmetricamente su uno sfondo fitto di riempitivi. Le «fruttiere», specie di grandi piatti su piede, sono decorate spesso con protomi umane e di animali, motivi geometrici e fitomorfi.
Alcune botteghe locali sono riconoscibili per certe caratteristiche peculiari. Chio si distingue per i calici biansati, spesso dalle pareti sottilissime, e per un accentuato gusto per la policromia che, agli inizi del VI secolo, si manifesta in complesse decorazioni in bianco, giallo, rosso applicati sul fondo di vernice. La fabbrica, dalla caratteristica ingubbiatura bianca, è di ottima qualità tecnica. Nel VI secolo la produzione chiota acquista notevole indipendenza, affrontando composizione anche di notevole impegno narrativo, come la caccia al Cinghiale Calidonio su un cratere trovato a Neapolis, ora nel Museo di Kavala.
Le botteghe della Ionia e dell’Eolide sembrano caratterizzate da un disegno più impacciato, a volte angoloso, una policromia più viva, riempitivi più fitti e disordinati. Particolarità iconografiche rivelano contatti con le culture dell’Anatolia: il leone di un’oinochóē di Smirne ricorda quelli degli scudi di bronzo urartei per la conformazione generale e anche per il particolare del labbro inferiore arricciato a spirale.
A Rodi verso il 700 a.C. comincia la produzione di pìthoi decorati a rilievo, per continuare poi sin quasi alla fine del VI secolo. I pìthoi attribuibili al VII secolo sono decorati con motivi frequenti nel repertorio greco-orientale tardo-geometrico e orientalizzante: spirali correnti, a volte contrapposte o combinate in composizioni a tappeto, rombi con ai vertici meandri contrapposti, viticci, disposti in una fitta successione di fregi che coprono la metà superiore del vaso. La decorazione figurata sembra iniziare piuttosto tardi, verso la fine del VII secolo a.C., e non presenta la varietà di soggetti che si è osservata a Creta e a Tenos: i motivi più frequenti sono sfingi, grifoni, carri in corsa.

Autore ignoto. Oinochoe nello «stile della capra selvatica». Ingubbio bianco con capre pascenti in cinque fasce, e oche, grifoni, sfingi e cervi sulla spalla. 640-630 a.C. ca. Musée du Louvre.

Oinochoe in «stile della capra selvatica». Ingubbio bianco con capre pascenti in cinque fasce, e oche, grifoni, sfingi e cervi sulla spalla. 640-630 a.C. ca. Paris, Musée du Louvre.

 

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