Il materiale scrittorio

Il mondo classico non conobbe quello che è per noi il più comune materiale per scrivere, la carta. Greci e Romani si servirono di materiali molto diversi, a seconda delle necessità: per gli scritti di carattere pubblico, di cui si voleva garantire la durata nel tempo, usarono materiali resistenti, come tavole di legno, di marmo, di pietra, di bronzo, lamine di piombo o di altri materiali. La scelta fu determinata anche dal fatto che i contenuti di queste iscrizioni esigevano una collocazione in luoghi in cui fossero facilmente accessibili e visibili al maggior numero di persone, come le tavole di legno girevoli su cui erano incise le leggi di Solone, poste sotto il portico dell’agorà di Atene.
Ostrakon con il nome di Cimone di Atene, 486 o 461 a.C. Atene, Museo dell'Antica Agorà
Invece, per gli scritti di carattere privato, si ricorse a materiali meno ingombranti e costosi, ma anche meno durevoli: scorze e foglie d’albero conciate e trattate in vario modo, pelli di animali e tessuti diversi; e perfino, soprattutto in ambiente ateniese, i frammenti più o meno grandi del vasellame di terracotta (óstraka) sulla cui superficie convessa furono trascritti ad inchiostro o, più raramente graffiti, testi non molto ampi, per lo più di carattere documentario e privato (brevi messaggi, appunti, ricevute), ma qualche volta anche letterario, come il celebre frammento di Saffo della raccolta fiorentina. Bisogna poi ricordare, in questa breve rassegna, anche le tavolette di legno spalmate di cera, usate per contratti, denunce, dichiarazioni, documenti anagrafici.
Tuttavia, la varietà di materiali non basta a supplirne le evidenti carenze, che rimasero anche quando, dopo la conquista dell’Egitto da parte di Alessandro il Macedone, si diffuse in Grecia l’uso del papiro.
800px-Papyrus
L’impiego del papiro come materiale scrittorio era già noto in Egitto fino dalla più remota antichità: di questa pianta, che cresceva in abbondanza lungo il corso del Nilo, venivano usati i filamenti interni, disposti in un primo strato nel senso della lunghezza. Su di essi si disponeva poi un secondo strato, trasversale al primo, a cui aderiva grazie alla linfa collosa della pianta; il “foglio” ottenuto veniva compresso e fatto asciugare al sole. Si otteneva così il prodotto che i Greci chiamavano chártēs e che, sottoposto ad un accurato lavoro di levigatura e tagliato in strisce di diverse dimensioni (tomoí, < témnō, “io taglio”), veniva arrotolato intorno ad un bastoncino di legno duro (omphalòs) e poi usato per la scrittura. Per lo più si utilizzava solo la parte levigata del papiro, quella in cui l’andamento delle fibre era parallelo al senso della scrittura, chiamata con il termine latino recto; ma talvolta, per risparmiare, si usava anche la faccia posteriore, più scabra e chiamata verso. La penna, o kálamos, era fatta con una canna appuntita, mentre l’inchiostro era una mistura di nerofumo, pece e acqua; per le cancellature si usava una spugna inumidita. Dal I secolo in poi divenne abitudine comune tagliare il papiro in fascicoli o quinterni, rilegandoli come i nostri libri ed utilizzando per la scrittura entrambe le facciate della pagina.
Greek-Parchment
Nel II secolo a.C. le lotte tra Tolomei e Attalidi ebbero come conseguenza il divieto di esportazione del papiro; per rimediare alla mancanza di un materiale così necessario, la città di Pergamo diede impulso alla fabbricazione di un prodotto ricavato da pelli di agnello e di pecora conciate con un particolare procedimento e che fu detto, appunto, pergamena. La preparazione era lunga e costosa: per questo motivo, si preferì utilizzare la pergamena in fogli piegati e tagliati in due o in quattro, che venivano poi cuciti insieme in modo analogo ai nostri libri. Come copertina si usava una tavoletta di legno, detta caudex; di qui il nome di “codice” dato a questo tipo di manoscritto.
Sempre per motivi di economia, dato l’alto costo del materiale, si ricorreva talvolta all’accorgimento di raschiare le pagine di un codice per utilizzarlo di nuovo: si ha così il palimpsesto.

Cit. I. Biondi, Storia e antologia della letteratura greca. Vol. I – Dalle origini al V secolo a.C., Firenze 2004.

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