La fine del mondo antico

di A. Roncaglia, La crisi del mondo classico, in Storia della Letteratura italiana (dir. E. Cecchi – N. Sapegno), Vol. I – Le origini e il Duecento, Torino 1970.

[…] La coesione di una società è la forma in cui un individuo si riconosce condizionato da un vincolo storico e pragmatico con una collettività di altri individui; e la coscienza diffusa di una “norma” – che sola permette l’identificazione di una “lingua” come unità e la sua descrizione sul piano della grammatica sincronica – non è altro che socialità. Il latino è la forma linguistica della socialità nella più grande formazione politica del mondo antico: esso si è costituito in lingua con il costituirsi della società romana, e per la forza di Roma e il prestigio della sua civiltà si è poi imposto, con un processo secolare, su tutto il territorio del vasto impero (eccettuate le regioni orientali, dove un’altra civiltà di non minore prestigio – quella greca – riuscì a mantenere la propria tradizione linguistica). Va da sé che l’unità del latino imperiale non poteva essere perfetta. Non solo fuori dall’Italia, ma anche in Italia fuori dal Lazio, la lingua di Roma aveva incontrato parlate diverse, alle quali si era sovrapposta e che aveva a poco a poco soppiantato nell’uso. È logico che i diversi popoli romanizzati abbiano conservato qualcosa delle loro peculiari tradizioni linguistiche, soprattutto delle loro diverse abitudini di pronuncia; com’è logico che nella stessa Roma, tra l’uso della plebe e quello dei patrizi, e nell’ambito del medesimo patriziato tra il parlar familiare della vita quotidiana e il linguaggio solenne del foro e della letteratura, vi fossero (come del resto attestano passi notissimi di scrittori classici) sfumature e differenze sensibili. Ma finché dura salda l’organizzazione unitaria dell’Impero, anche per quel che riguarda la lingua, le forze di coesione – in primissimo luogo la letteratura con i suoi modelli e la scuola con la sua disciplina grammaticale – prevalgono sulle forze di disgregazione. Con la crisi dell’Impero, scoppia anche la crisi del latino.
Quali dunque le ragioni della crisi che portò al disfacimento della struttura imperiale? Non pretenderemo certo di rispondere qui, con una formula, a questo che è tra i più grossi problemi offerti dalla storia alla nostra meditazione. Ricorderemo bensì che una vecchia nozione storica adduceva in prima linea un fatto senza dubbio grandioso, ma insomma esterno: le invasioni barbariche. Al Romanticismo tedesco riusciva istintivo vagheggiare le vergini energie dei barbari invasori, compiacendosi (in fondo dietro suggestione classica, sulle orme di Tacito) di contrapporle alla corruzione dell’Impero decadente; così come alla nostra retorica nazionale riesce istintivo l’atteggiamento opposto: l’identificazione sentimentale con la romanità minacciata. Ma simili trasposizioni del nazionalismo moderno sul piano della storia antica, seppure psicologicamente comprensibili, sono però oggettivamente anacronistiche e sostanzialmente fallaci. Più pertinente è senza dubbio un altro punto di vista, sociale prima che etnico: quello per cui si cerca di guardare al disfacimento della struttura imperiale con gli occhi di quelle masse dell’Italia e soprattutto delle province che costituivano la maggioranza della popolazione e assicuravano con il loro lavoro nelle campagne e con le loro prestazioni nell’esercito la vita e la difesa dell’Impero. È abbastanza logico che proprio il loro atteggiamento risulti, per la dissoluzione dell’Impero, decisivo.

"Processus consularis". Pannello parietale in opus sectile. Opera romana, prima metà del IV secolo. Dalla Basilica di Giunio Basso sull'Esquilino, Roma.

Processus consularis“. Pannello parietale in opus sectile. Opera romana, prima metà del IV secolo. Dalla Basilica di Giunio Basso sull’Esquilino, Roma.

È ovvio che per questa impostazione facciamo riferimento soprattutto all’opera storiografica del Rostovtzeff. Senza voler entrare qui in valutazioni, considerazioni e discussioni particolari, di competenza degli specialisti di storia antica, ci sembra che le tesi fondamentali del grande storico russo – riprese, corrette e integrate da molti studiosi successivi, anche italiani – offrano spunti particolarmente suggestivi per chi voglia approfondire il significato della discontinuità culturale e linguistica fra il mondo romano e il mondo romanzo. Se sotto altri rispetti quelle tesi possono risultare parziali, sotto questo esse toccano un punto centrale. S’intende che la ricostruzione dello svolgimento storico è assai complessa; ma possiamo riassumere in breve le linee e il significato essenziale per il problema che a noi qui interessa.
Il trapasso dalla Repubblica al Principato rappresentò, per la classe magnatizia fino allora dominante, la perdita dell’incontrollata iniziativa politica e degli inerenti vantaggi economici (si pensi al disordinato governo repubblicano delle province). Questa trasformazione, che, di fatto, rappresenta una vittoria dell’alleanza tra ceti medi e proletariato, segnò per il mondo classico l’inizio di una vasta crisi d’assorbimento sociale, cui andò congiunta – e congiunta molto intimamente, se i politici della Roma imperiale poterono vedere nelle associazioni cristiane un movimento proletario – la crisi spirituale d’assorbimento della nuova religione. Ma la classe colta romana era psicologicamente troppo chiusa in se stessa, nell’intellettualismo raffinato della propria cultura come nell’inerte attaccamento ai propri privilegi, e numericamente troppo esigua rispetto alla vastità dell’Impero, per riuscire a superare una tale crisi: a realizzare l’assorbimento delle classi inferiori e il loro innalzamento al proprio grado di civiltas in tempo utile, prima di restare travolta dalle conseguenze della tensione prodottasi.
Il ceto intellettualmente evoluto, che s’identificava in pratica con le classi possidenti, perduta ormai la supremazia politica, sempre più si era venuto stremando sotto i colpi inferti nelle interne lotte sociali, e sempre meno era in grado di esercitare una funzione attiva ed efficace. Si pensi alle proscrizioni, ricordando quel che dell’ultima sillana dirà poi Agostino: «Fece morire più senatori di quanti i Goti non abbiano potuto anche soltanto spogliare». Si pensi alle ondate di terrorismo e confische ricorrenti nella politica di quegli imperatori – da Caracalla a Massimino – che si appoggiavano alle plebi e ne ricercavano demagogicamente il favore. A ciò si aggiunga la dispersione: finché l’élite si era mantenuta compatta nelle città, la sua cultura poteva conservare coesione e capacità di sviluppo; ma con il crescere delle difficoltà, molti ricchi preferirono ritirarsi a vivere nelle loro villæ di campagna: l’economia si ruralizzò e le città decaddero: decaddero cioè i centri stessi di quell’organica vita intellettuale che aveva elaborato e che poteva conservare la civiltà classica.
Dall’altro lato, le masse rurali che costituivano la base della produzione economica e della difesa militare, compresse dalla struttura della società imperiale, finirono con l’assistere passivamente o addirittura collaborarono attivamente alla sua dissoluzione, lasciando libero gioco alle forze barbariche, e talora affiancandosi a esse contro i ceti urbani. Si pensi a certi episodi d’insurrezione violenta da parte dei contadini-soldati: ai quali, e non ai barbari, si dovette la distruzione di città come Lione nel 193 e Autun nel 269. Un processo di avvicinamento tra questi contadini-soldati delle province e i barbari, che premevano ai loro confini e s’infiltravano sul loro territorio, era determinato dalle condizione oggettive degli uni e degli altri. Sottoposte al peso crescente degli arruolamenti e dei tributi, le campagne tendevano a spopolarsi, e per compenso tendeva a farsi più massiccia l’incorporazione di barbari, sia come soldati che come coloni. Alla fine del IV secolo, il grosso dell’esercito romano era formato da mercenari stranieri; prima di entrare in Italia e portare le armi contro Roma, lo stesso Alarico era già ufficiale romano, magister militum. Se la minaccia esterna assume così il profilo di ribellione interna, a sua volta la ribellione interna assume talora aspetti di defezione. Non mancarono, infatti, casi, sia pure casi-limite, di coloni romani che, per sottrarsi alla pressione fiscale divenuta intollerabile, giunsero a far con i barbari causa comune. Episodi di tal genere si verificarono prima del disastro di Adrianopoli, nel 378, e ancora, in forma più compatta, nel 406, quando i contadini della Pannonia si unirono ai barbari invasori per muovere insieme contro la Gallia. Che le esazioni imperiali fossero più intollerabili delle spogliazioni barbariche è confermato esplicitamente da Salviano di Marsiglia; ed è famosa la testimonianza di Orosio: esser la situazione tale «ut inveniantur iam…quidam Romani, qui malint inter barbaros pauperem libertatem, quam inter Romanos tributariam sollicitudinem sustinere» («da trovarsi ormai certi Romani che preferiscono povera libertà tra i barbari, piuttosto che sopportare tra i Romani il peso angoscioso dei tributi», Historiarum adversus paganos libri VII 7, 41); altrettanto famoso il caso, narrato da Prisco, di un Romano transfuga tra gli Unni per sdegno contro le ingiustizie della società imperiale.
Bastò comunque l’ostilità psicologica delle masse alla struttura imperiale, pur non avendo esse, come non potevano avere, un programma positivo di rivoluzione; bastò la loro mancata e impossibile solidarietà con quella struttura, imperniata sulla vitalità dei centri urbani, per renderne inevitabile lo sfaldamento, la dissoluzione. Tra la passività dei più, che non erano in grado di comprendere e di temere se non quanto li toccava direttamente, e l’impotenza dei pochi ancora in grado di avvertire, sia pure confusamente, la portata della crisi, e di provare, sia pure con parecchie illusioni, un senso d’angoscia per la sorte dei valori universali in essa coinvolti e travolti, qualche cosa effettivamente finisce, qualche cosa muore. E – ripetendo l’espressione usata dal grande classicista Ulrich von Wilamowitz, quando ammoniva che la «civiltà può morire, perché essa è già morta una volta» – si potrà anche dire che muore «la civiltà», pur di precisare che la civiltà di cui si parla rappresenta il grado di raffinamento intellettuale raggiunto da un ceto ristretto, ormai distaccato dalle masse strumentali che ne avevano permesso lo sviluppo senza poterne assimilare i risultati; e pur d’aggiungere che quella «morte» comporta un parziale riassorbimento della condizione privilegiata di pochi nella condizione depressa dei molti, non la distruzione totale del patrimonio accumulato da secoli. Di quel patrimonio, sia pur impoverito e disperso, qualcosa è rimasto: da un lato le basi elementari, dall’altro il nucleo essenziale consegnato ai monumenti della passata fioritura letteraria e artistica, giuridica e architettonica; e da quelle a questo potranno rifarsi, per riconquistarne lentamente i valori e ristabilire il circolo vitale della cultura, le generazioni successive.
In sintesi: con il disgregarsi politico-economico della società imperiale, si sgretola e si esaurisce l’élite che sulle sue impalcature si reggeva, prima che abbiam potuto elevarsi al suo livello le masse che di tali impalcature sopportavano il maggior peso. La dinamica della trasmissione culturale non è riuscita a seguire la dinamica della realtà economico-sociale, mentre sarebbe stato necessario prevenirla. Di qui la frattura, dovuta dunque a un intimo travaglio della società romana prima ancora che all’urto dei barbari. Tra questi e le masse dell’Impero si determina anzi un incontro: quella che il Toynbee chiama la saldatura tra «proletariato interno» e «proletariato esterno», e il risultato di questa saldatura – che in qualche modo compensa quella frattura – non sarà in generale la barbarizzazione delle masse, ma piuttosto la romanizzazione dei barbari. Da questa base partirà ormai il movimento di recupero, attraverso il quale (sono parole del Rostovtzeff) «la civiltà moderna dovette costruirsi con penosa fatica, come qualcosa di nuovo sulle rovine dell’antica, anziché esserne continuazione diretta». Il «medio evo» – che in tal senso si può far cominciare, accettando l’opinione di Lot, con la fine del III secolo d.C. – non rappresenta dunque una semplice involuzione del mondo classico, ma l’evoluzione di nuove forze sociali che ha per premessa la frattura con il mondo classico.

Bibliografia:

Calmette J., L’effondrement d’un empire et la naissance d’une Europe, Paris 1941.
Dawson G., The Making of Europe, New York 1934.
Jones A.H.M., The later Roman Empire 284-602. A social, economic and administrative Survey, Oxford 1964.
Latouche R., Les origines de l’économie occidentale, Paris 1956.
Lot F., La fin du monde antique et le début du moyen âge, Paris 1937.
Mazzarino S., La fine del mondo antico, Milano 1959.
Rostovtzeff M., Social and Economic History of the Roman Empire, Oxford 1926.
Sestan E., Stato e nazione nell’alto medioevo: ricerche sulle origini nazionali in Francia, Italia, Germania, Napoli 1952.

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