Pubblico e privato nella democrazia periclea

di D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’Età micenea all’Età romana, Roma-Bari 1989, pp. 338-342.

Per brevità, possiamo dire che il rapporto tra pubblico e privato, come visto da Pericle, si coglie, meglio che altrove, nell’Epitaffio per i caduti ateniesi del primo anno di guerra del Peloponneso, messo da Tucidide sulle sue labbra, in II 35-46. Qui il discorso pericleo è fortemente costruito sulla distinzione tra privato e pubblico, distinzione che però Pericle presenta in chiave di un equilibrio, che, va notato, è un equilibrio non statico, ma carico di tensione; e lo si intende sia dall’analisi particolare in cui si esemplificano, rispettivamente, i diritti del privato e quelli del pubblico, sia – che è anche più importante – dallo sviluppo storico che è alle spalle delle due categorie e della loro stessa combinazione. Il rapporto che ne risulta è quello di un equilibrio carico di tensione, che Pericle, cioè lo Stato democratico pericleo, si incarica di comporre. Non si possono qui discutere, per ragioni di spazio, tutti i particolari. Ma mi pare significativo che, ad esempio nel fondamentale capitolo II 37, nella definizione che Pericle dà alla parola dēmokratía, si faccia valere, da parte dell’uomo politico, innanzitutto una garanzia per l’àmbito delle divergenze private (ídia diáphora), che saranno risolte secondo un’isonomía, che assegna, con trasparente significato di «tutela dello status quo» (e per ciò anche del privilegio), a ciascuno il suo; nel pubblico però vale il diritto a partecipare, se capaci, all’esercizio della cosa pubblica: diritto dei ricchi come dei poveri, cioè degli assistiti della politica periclea delle indennità.
Non si può davvero affermare che quest’equilibrio si realizzato attraverso una totale subordinazione del privato e del privilegio al pubblico: questa compiuta omogeneità sociale e politica non è infatti l’apporto e la caratteristica della democrazia, nel grado di sviluppo che essa conosce nell’Atene classica. In più luoghi del discorso pericleo si legge invero lo sforzo di garantire il privilegio, al riparo dalla contestazione e dal conflitto sociale. E in che senso sarebbe meramente subordinato all’interesse pubblico il godimento delle ídiai kataskeuaí euprepeîs, delle «belle costruzioni private», delle case, insomma (un aspetto così significativo dal punto di vista delle condizioni economiche reali, come dello status sociale dei suoi simili), che Pericle lascia sussistere, secondo l’affermazione fatta al cap. 38? Il privato, l’economico, che già a metà del V secolo ha una sua storia e una sua forza produttrice di tensioni e di eterogeneità sociali (certamente almeno ad Atene), si presenta insomma, nella costruzione del compromesso pericleo, più bilanciato e coordinato al pubblico che non ad esso vincolato e subordinato. Non è affatto vero che Pericle rappresenti le due sfere come autentiche, e conciliabili solo se l’una è subordinata all’altra, come pure talora si afferma[1]. È anche vero però, se si vuole rendere giustizia alla storia delle forme politiche in Grecia, che, pur con tutti questi “limiti”, la democrazia periclea rappresenta, nel campo delle forme politiche come stabilmente realizzate nella storia dei Greci, una delle esperienze più avanzate di quelle condizioni: tant’è vero che nemmeno la successiva democrazia radicale dei dirigenti politici di estrazione non aristocratica rappresentò qualcosa di radicalmente nuovo sul terreno sociale (Cleone e i suoi non chiesero né una ridistribuzione delle terre né un’abolizione dei debiti, tanto per fare degli esempi).
E tuttavia va detto qualcosa di più sul problema del predominio del politico, poiché questo c’è sì, nella pólis del V secolo (come anche del IV), ma solo a livello ideologico. Infatti, l’àmbito del privato si configura come il regno dell’individuale (o familiare) e del diverso, e anche della divergenza; così come il pubblico si presenta come il regno dell’uguaglianza e dell’omologia. Due cose distinte e diverse, dunque, in prima istanza; eppure due cose che debbono essere messe in rapporto e d’accordo, fra loro, nella visione periclea. Ed è qui, solo qui, solo a questo punto che appare il famoso (ma bisognoso di corretta definizione) «predominio del politico». Infatti, il problema storico che si pone per Pericle è quello di conciliare, di raccordare, di armonizzare; ma poiché il luogo privilegiato dell’accordo, della concordia, dell’omologia è per definizione (per definizione di Pericle, in primo luogo) quello del politico, per questo il risultato complessivo (ma storico e mediato) porterà il segno del politico. Lo Stato pericleo si incaricherà quindi, in quanto realtà politica, di realizzare l’accordo e l’armonia (il consenso dunque) tra il mondo del diverso e del conflitto, che è quello del privato e dell’economia, e quello dell’accordo e dell’intesa, a cui corrisponde la sfera dei diritti politici generalizzati, la sfera del pubblico. In parole povere, e riducendo all’essenziale: le leggi, nello Stato pericleo, consentono di essere ricchi (e di arricchirsi); ma sono appunto le leggi che lo consentono.
Tuttavia, poiché siamo su un terreno di sviluppo storico, che la ricerca degli elementi sistematici non dovrebbe mai farci dimenticare, bisogna attenuare l’impressione che il valore del pubblico proprio della democrazia periclea sia storicamente qualcosa di radicalmente nuovo: lo è, in quanto a sua volta “liberato” dal sociale, cioè dalle vecchie distinzioni aristocratiche secondo connessioni familiari e rango economico, e in quanto definito in nuove istituzioni; ma è anche vecchio, perché esso è anche l’estensione e lo sviluppo ( in altro àmbito e in diversa misura e con diversa qualità) del vecchio valore ugualitario dell’isótēs, e di valori omogenei, prodotti dalle precedenti comunità aristocratiche. Direi però che questo è l’aspetto più noto dei nostri studi di storia greca. È più stimolante invece considerare l’aspetto correlato: il privato della democrazia greca è sì in gran parte il privato tradizionale, quello della proprietà e del privilegio, che Pericle lascia di fatto in vita, ma è anche (segno dei tempi nuovi, del clima culturale nuovo che alla democrazia periclea si accompagna) un privato di tipo molto individuale, quello dei nuovi bisogni, di un’educazione più ricca e di un uso libero della mente come del corpo: sì, anche del corpo, quale Pericle rivendica (diciamolo a scanso d’equivoci modernizzanti) in antitesi all’educazione militaristica spartana, che vincola il corpo al di là di quel che gli Ateniesi ammettono per sé. Questi, secondo ciò che dice Pericle, sanno goderne liberamente, e senza inutili costrizioni, e però sanno anche, al momento opportuno, combattere e morire per la propria città. Il valore politico appare qui ancora una volta come una sorta di terminale ideologico, che alle spalle si lascia però, nella realtà conosciuta e accettata, un forte spazio disponibile.
Si afferma talora che non fu formulata in Grecia una teoria democratica della democrazia[2]; e certo va riconosciuto che le condizioni politiche e culturali generali furono piuttosto favorevoli alla formazione e formulazione del punto di vista della parte avversa. Ma è chiaro che, se mai ci fu in Grecia una teoria democratica della democrazia, essa dovette essere fondata proprio sul binomio ídion-dēmósion, che qui abbiamo analizzato, e che ne rappresenta la quintessenza.
E la tradizione storiografica, attidografica, biografica, ha nettamente distinto tra la munificenza di tipo aristocratico di un Cimone e la politica assistenziale di Pericle: la munificenza di Cimone ha dell’improvvisazione e del cuore, ma si realizza in termini che ricordano quelli del rapporto clientelare (salvo le dimensioni di questa generosità, che sanno l’epoca della democrazia) e comunque nella logica del nesso beneficio-gratitudine, beneficio-prestigio; la politica assistenziale periclea si attua invece col denaro pubblico e si presenta non come beneficio-favore a livello privato, ma come remunerazione destinata al cittadino per l’esercizio di una funzione civica[3].
Il passaggio poi alla sfera della psicologia, al capitolo delle forme mentali, è consentito l’esame della tradizione riguardante il rapporto che sussiste tra momento intellettuale e momento affettivo, emozionale, nella comunicazione di Pericle con il dēmos. L’aspetto intellettuale nell’eloquenza pubblica di Pericle emerge, come dato specifico e distinto, sia da quel che egli dice (come risulta dai discorsi attribuitigli da Tucidide e dalla caratterizzazione, in Thuc. II 65, del personaggio) sia da come egli lo dice, cioè dalla gestualità che, almeno secondo la tradizione attidografica e biografica, lo accompagna ( e che si addice appunto al senso generale della caratterizzazione tucididea). Egli che, rispetto al dēmos, si colloca come in un atteggiamento antagonistico (una sorta di antagonistica altalena), piega il popolo al timore, quando questo si esalta parà kairón («inopportunamente», «contro l’opportunità delle circostanze»). Esaltarsi parà kairón e temere alógōs: stati d’animo, e sentimenti, che sono l’opposto della razionalità del comportamento adeguato alle circostanze (per ciò che è nell’agire pratico) e della valutazione razionale (per ciò che è della sfera intellettuale). Pericle agisce invece nella sfera razionale: il suo rapporto con il dēmos è tutto mediato da un filtro intellettuale. Eppure il sentimento qui è solo distinto, non assente: perché è poi sulla sfera dei sentimenti, degli affetti, degli stati d’animo che Pericle agisce, determinando un’acconcia altalena attraverso la distinta leva della persuasione razionale. Intelletto e sentimento, dunque, compresenti e distinti, ma bilanciati fra loro. Culturalmente, il dato nuovo, quello che avanza, appare essere quello intellettuale, che dà il tono all’insieme (senza però che gli Ateniesi ne risultino trasformati in uomini di fredda razionalità). A questo assetto complessivo della forma mentale periclea corrisponde del resto una gestualità oratoria composta, che taglia fuori le frange estreme del ridere e del piangere, del gélōs e del páthos, del gridare e dello sbracciarsi, cioè la gestualità incomposta e passionale (nel segno appunto della promiscuità) che sarà invece quella del demagogo Cleone (e non a caso, in quel IV secolo a.C. che per molti aspetti è l’epoca della ricomposizione a livello ideologico, la gestualità periclea tornerà ad essere quella propria dell’oratore Focione)[4].

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Note:

[1] Così in D. Lanza – M. Vegetti – G. Caiani – F. Sircana, L’ideologia della città, Napoli 1977, p. 87.

[2] M.I. Finley, La democrazia degli antichi e dei moderni (trad. it.), Roma-Bari 1972, p. 28.

[3] P. Veyne, Le pain et le cirque. Sociologie historique d’un pluralisme politique, Paris 1976, in part. pp. 189 sg.

[4] D. Musti, Pubblico e privato nella democrazia periclea, QUCC  20 (1985), pp. 7-17.

Busto di Pericle con elmo corinzio. Marmo, copia romana da originale greco. Museo Chiaramonti (Musei Vaticani)

Busto di Pericle con elmo corinzio. Marmo, copia romana da originale greco. Roma, Musei Vaticani

Bibliografia:

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2 commenti su “Pubblico e privato nella democrazia periclea

  1. […] 8.Pubblico e privato nella democrazia periclea […]

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  2. […] (nonostante i rinnegamenti occasionali e strumentali), ma assai meno capace di Pericle di tenere quella linea divisoria tra pubblico e privato, tra la realtà politica e la sua persona, a cui lo zio e tutore aveva ispirato la sua propria […]

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