La cultura della pace e dell’ordine

Busto, cosiddetto 'Augusto Bevilacqua'. Munich, Glyptothek.

Busto, cosiddetto ‘Augusto Bevilacqua’. Munich, Glyptothek.

di G.B. Conte, Letteratura latina. Manuale storico dalle origini alla fine dell’Impero romano, Milano 1992, pp. 215-221.

Sotto il nome di «età augustea» gli storici della letteratura comprendono in genere la produzione letteraria che va dalla morte di Cesare alla morte di Augusto (o, se vogliamo due delimitazioni cronologiche più specifiche, dal 43 a.C. – morte di Cicerone – al 17 d.C., morte di Ovidio). In tutto questo periodo – dai funerali di Cesare sino all’ultimo giorno di vita – C. Giulio Cesare Ottaviano è al proscenio della politica romana, e trasmette meritatamente a tutta la stagione culturale di Roma il suo impegnativo cognomen, Augusto. Vi sono certamente alcuni problemi di imprecisione. L’appellativo Augustus, che dà nome al periodo, viene in realtà assunto da Ottaviano solo nel 27 a.C.; ma soprattutto, su un piano meno nominalistico e formale, è pur sempre vero che in tutto il primo decennio del periodo considerato (quanto meno sino al 36, con la disfatta di Sesto Pompeo a Nàuloco) il potere e il carisma del giovane Ottaviano non sono certo assoluti. Nessun Romano immerso in quell’incerta atmosfera avrebbe potuto dire con sicurezza che Ottaviano era destinato a trionfare sul grande Antonio e a concentrare nelle sue mani un potere senza precedenti. Del resto, come vedremo subito, la letteratura di questo primo periodo ha caratteri marcatamente a sé stanti. Questo tipo di periodizzazione ha però dei vantaggi molto attraenti sul piano della cronologia letteraria. Fra 44 e 43 muoiono Cesare e Cicerone, le due figure guida della politica e della cultura nell’età della tarda repubblica. La voce di Cicerone si spegne nel dicembre del 43; e a partire dal 42, secondo le notizie antiche, il giovane Virgilio lavora alle Bucoliche. Da questo momento in poi, tutte le figure dominanti della nuova poesia hanno precisi e documentati rapporti con Augusto e il suo entourage. La carriera poetica di Virgilio e Orazio ci conduce, come una strada maestra delle lettere, sino agli anni del principato e, con l’ultimo Orazio, sino alle soglie dell’era cristiana. Nel frattempo, senza nette fratture, Ovidio si afferma e tiene ininterrottamente la scena sino all’esilio e poi alla morte, che cade solo tre anni dopo quella di Augusto. Lo stesso anno di Ovidio scompare Tito Livio, che era stato il principale storico del periodo augusteo.
Una periodizzazione «dagli inizi di Virgilio alla fine di Ovidio» è evidentemente uno strumento utile per organizzare il nostro studio della poesia romana: perciò ci sembra che la definizione di «poesia augustea» possa e debba restare valida. Non si deve naturalmente farne un uso meccanico; uscendo dal campo della poesia, i conti non tornano altrettanto bene.
Il fatto è che i generi letterari hanno tempi «relativi» di sviluppo molto diversi. Gran parte dell’opera di Sallustio cade dopo la morte di Cesare, e quindi, a norma dei termini che ci siamo dati, in età «augustea»: ma l’opera storica di Sallustio è una riflessione retrospettiva, tutta orientata sulle vicende della più tarda repubblica e sull’ascesa di Cesare.
Nella riflessione sallustiana i nuovi problemi dell’età augustea non giocano alcun ruolo: perciò si usa trattare di questo storico (morto poco dopo la battaglia di Nàuloco e prima di Azio) nel contesto della letteratura di età cesariana. Altre gravi sfasature nascerebbero se ci si fermasse a considerare minutamente autori che ebbero grande importanza (ben più che il giovane Virgilio e il giovane Orazio) negli anni 40 e 30, ma di cui abbiamo solo frammenti e testimonianze indirette: ad esempio Cornelio Gallo, Vario Rufo, Asinio Pollione. Alcuni di questi autori mostrano più continuità col passato, altri sono per così dire figure di transizione: Gallo ci appare insieme un tardo poeta neoterico e un anticipatore dell’elegia augustea.
Virgilio e Orazio, come abbiamo visto, ci offrono un terreno più sicuro. Lo sviluppo della loro opera accompagna le sorti politiche di Ottaviano Augusto in modo così perspicuo da rendere accettabile la nostra periodizzazione. Fra il 39 e il 38, Orazio e Virgilio sono già assorbiti, tramite l’amicizia con Mecenate, nell’ambiente politico ottavianeo. Entrambi sono già poeti di grande ispirazione: le Bucoliche di Virgilio e gli Epodi di Orazio presuppongono solo a sprazzi l’influsso di Ottaviano. Piuttosto, entrambi questi testi risentono profondamente della crisi generale in cui è precipitata la società italica; quella crisi che è terreno di coltura per lo sviluppo del «partito di Ottaviano».
Il tema dominante delle opere composte tra la morte di Cesare e la battaglia di Azio si potrebbe definire quello della «grande paura». Fenomeni di angoscia incontrollabile attraversano non più solo Roma, da tempo instabile e squassata dalle vendette politiche, ma anche il mondo un tempo tranquillo della provincia. Anche le speranze di rinascita suonano confuse, irrazionali. Gli eserciti dei cesaricidi, di Antonio, di Ottaviano, hanno sparso sangue e desolazione in tutto il paese. La guerra civile ha raggiunto ormai eccessi disumani, andando a colpire, quasi di rimbalzo, innocue popolazioni di agricoltori che avevano vissuto a lungo al riparo da qualsiasi mutamento politico. Le cicatrici della «grande paura» vissuta negli anni 43-40 restano a lungo dolenti nella letteratura augustea, una letteratura che spesso è lodata soprattutto per il calmo e solare equilibrio e l’attenuazione dei contrasti. Contrasti e lacerazioni, invece, permangono là dove ancora si fa sentire la memoria delle guerre civili. Virgilio iscrive nelle Georgiche, pubblicate dopo il 30 in un clima di pacificazione generale, un forte memento sulle guerre civili: è il finale del primo libro, che illustra il cataclisma seguito alla morte di Cesare. È chiaro che Virgilio crede nella missione di Ottaviano, ma non vuole che si dimentichi il passato.
Negli stessi anni di pace, il poeta umbro Sesto Properzio pubblica il primo libro di un canzoniere d’amore; alla fine del libro, inattesi dopo tante elegie di corteggiamento e di schermaglia amorosa, due brevi componimenti, bruscamente, ricordano il sangue romano sparso dalle guerre civili e i sacrifici umani che hanno devastato le pacifiche città dell’Umbria. Gravi ombre pesano ancora sulla prima raccolta delle Odi di Orazio, pubblicata nel 23; e persino sull’Eneide, là dove la guerra tra Troiani e Latini viene rappresentata con i toni dolenti e addirittura assurdi di una vera e propria guerra civile.
Il ricordo della guerra civile, presente come esperienza diretta nelle Bucoliche e negli Epodi, e condizionante poi in tutta la letteratura augustea sino alla generazione ovidiana, ha una funzione complessa, non facile da sintetizzare. Poeti come Virgilio e Orazio sono da annoverare fra le tante vittime della crisi; figli di piccoli proprietari italici, hanno avuto seri problemi nella stretta delle discordie: Virgilio ha perso e poi, in circostanze eccezionali, riacquistato i suoi terreni; Orazio, giovanissimo, ha combattuto dalla parte «sbagliata» a Filippi, nel 42 a.C., ed è negli anni successivi un reduce allo sbando e senza una posizione definita. La politica ha portato in queste vite soltanto delusioni e amarezze. Questi poeti trovano nel loro coetaneo Ottaviano protezione e sostegno. Ottaviano non solo permette loro una tranquilla carriera politica: si presenta come la promessa di un ordine e di una ricostruzione nazionale, che dovrà passare attraverso la nuova guerra civile contro Antonio e si coronerà dopo la grande vittoria del 31 ad Azio.

Graham Sumner, Battaglia di Azio (31 a.C.)

Graham Sumner, Battaglia di Azio (31 a.C.).

Dopo il 31 Ottaviano non è più quello che era stato, cioè un agitatore politico, il capo di una fazione in lotta; i suoi nuovi poteri annunciano una nuova stagione politica, che da un lato guarda alla restaurazione di certe tradizioni, dall’altro – e molto più coerentemente – getta le basi del principato, dello stabile comando di un uomo solo sulla res publica. quale la funzione dei letterati in questo processo? la posizione di Virgilio e Orazio è abbastanza chiara. Essi non sono saliti all’ultimo momento sul carro del vincitore: la loro speranza in Ottaviano coincide con la speranza in qualcuno che – le Georgiche traboccano di questo sentimento – porterà la pace e metterà fine alle guerre civili. Si apre così, all’incirca dopo Azio, una fase di concordia e di ricostruzione. Non sembra che Augusto e Mecenate esercitassero un vero e proprio controllo sulla letteratura. I più grandi poeti romani erano già, oggettivamente, legati a Mecenate e al partito di Ottaviano: e i loro interessi personali, di piccoli proprietari italici, coincidevano spontaneamente con il partito del princeps. Questa gente non ha nessuno rimpianto per la res publica aristocratica di Cicerone; essi hanno sentito sulla loro pelle il bagno di sangue provocato dai «repubblicani» uccisori di Cesare. Ciò che noi chiamiamo «ideologia augustea» non è certo il meccanico prodotto di un “ministero della propaganda” che manovra direttamente le penne dei letterati; è una cooperazione politico-culturale in cui i poeti hanno spesso un ruolo attivo e individuale. La nuova ideologia produce opere di straordinario equilibrio classico, come le Odi oraziane e i capolavori di Virgilio: ma non è una formazione stabile e priva di contraddizioni. Il nuovo potere trae la sua legittimazione dalla necessità di estinguere le guerre civili: ma Ottaviano, prima che uomo di pace e fondatore del nuovo equilibrio, è stato un distruttore, un protagonista di quello scontro apocalittico. Il nuovo eroe epico, Enea, celerà nel suo animo tormentato gravi contraddizioni: è chiamato a fondare la città del futuro, ma per farlo deve farsi portatore di guerra, e affrontare i sensi di colpa. Enea, sottolinea Virgilio, non provoca la guerra, ma non può neppure evitare di farsi vendicatore; dovrà persino, e sarà la prova più dura, uccidere con furia un nemico che sembra chiedere clemenza.

Affresco dalla Casa del Citarista (I, 4, 5), da Pompei. Enea e Didone. III stile pompeiano - 10 a.C. - 45 d.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Affresco dalla Casa del Citarista (I, 4, 5), da Pompei. Enea e Didone. III stile pompeiano – 10 a.C. – 45 d.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Il ricordo delle guerre civili sarà, alla fine, cancellato dalla propaganda augustea: secondo le Res gestæ – il testamento politico in cui Augusto dà l’interpretazione ufficiale e autorizzata dei fatti – ciò che è successo porta nomi diversi e più onorevoli: un giovane ha vendicato l’assassinio del padre adottivo (a Filippi, dove nel 42 a.C. furono disfatti i cesaricidi Bruto e Cassio); il capo dell’Italia unita ha combattuto una guerra giusta contro la regina dell’Oriente, Cleopatra (è la grande battaglia navale di Azio in cui, nel 31 a.C., fu sconfitto Antonio). Nel distacco fra le Res gestæ e i poeti augustei possiamo misurare lo iato che corre fra propaganda e ideologia.
Sul piano strettamente letterario, la caratteristica più saliente della produzione augustea è la sua eccezionale, irripetibile densità di capolavori. Fermandoci alla poesia, nel giro di un ventennio sono attivi Virgilio, Orazio, Properzio, Tibullo, Ovidio. Questi autori elaborano testi che rimangono – ognuno nel suo genere – i classici della cultura romana; possiamo aggiungere Tito Livio per la storiografia (sarebbe bello se ci fosse rimasto anche Asinio Pollione). L’oratoria fa eccezione e si capisce perché: è l’unica arte che non poteva trarre alimento dalla severa «pacificazione» imposta da Augusto. Ancora più curioso è il fatto che questi capolavori sono voluti e attesi, in un certo senso persino pianificati. Anche qui, bisogna però respingere l’idea di un onnipresente “ministero della propaganda”, guidato da Mecenate. I rapporti tra letteratura e ideologia sono molto meno totalitari. Il tratto forse più vistoso di questa fioritura di capolavori è la volontà di competere con la Grecia classica. Ogni testo poetico di questo periodo si sceglie modelli illustri; non sempre, però, i modelli dichiarati sono anche direttamente imitati. Virgilio guarda ad Omero, Orazio ad Alceo, Properzio a Callimaco – ma non esattamente nel senso in cui Accio «ripropone» l’Antigone di Sofocle, o Terenzio «dichiara» i suoi modelli menandrei. Il rapporto di imitazione che caratterizza la letteratura augustea è molto più libero e complesso. In realtà, questi poeti annunciano di voler «rifare» Omero, Alceo, Callimaco; di voler produrre qui ed ora, nella mutate condizioni di storia, lingua, mentalità e cultura, qualcosa che stia sullo stesso piano del modello, un equivalente romano che sappia proporsi insieme come trasformazione del modello, e come sua continuazione, ma soprattutto che sappia assumerne la funzione di riferimento e guida. Virgilio lavora con terribile accanimento formale a ricreare in sé un nuovo stile epico nutrito di Omero; ma la sua scommessa non è solo quella di un’emulazione formale: l’intenzione è di creare un testo epico che abbia a Roma la stessa centralità culturale che Omero ha avuto per i Greci. Questo è un po’ il paradosso della poesia augustea: rispetto a Ennio e Plauto, Virgilio e Orazio sono insieme «più fedeli» e «più autonomi» nei confronti del modello greco. Per gli augustei la grande letteratura è tutta, nel suo complesso, viva e compresente: la «grandezza» patetica di Omero, la sottigliezza di Euripide, la forza di Archiloco, come pure la perfezione formale degli Alessandrini.

Frammento delle Res gestae divi Augusti, dal Monumentum Ancyranum.

Frammento delle Res gestae divi Augusti, dal Monumentum Ancyranum.

Una matura consapevolezza letteraria: il sistema dei generi

Già con Lucrezio la consapevole volontà artistica aveva voluto manifestarsi nella costruzione di un poema di architettura complessa: l’organizzazione della materia secondo la logica dell’argomentazione rigorosa s’accompagnava con l’esigenza «alessandrina» del libro come unità artistica, segnata da corrispondenze e alternanze. La poesia augustea porterà questo processo a piena maturazione. L’attenzione per la struttura diventerà uno dei suoi tratti caratteristici, come uno strumento di significazione aggiunto con cui i poeti moderni mostrano di assumersi piena responsabilità verso la forma letteraria adottata.
I poeti greci di età ellenistica (per esempio, Callimaco e Teocrito) avevano davanti agli occhi un sistema letterario ampiamente articolato e chiaramente definito, ordinato per differenziazioni interne. Per loro, poeti docti, i generi letterari erano punti di riferimento precisi, modellizzazioni possibili del senso e della forma. Così, proprio operando per contaminazione, travalicando i confini fra i diversi generi e le diverse codificazioni letterarie, gli alessandrini guadagnavano a se stessi possibilità di espressione.
I poeti neoterici, pur riattualizzando il principio alessandrino della poikilía e quindi praticando la libera contaminazione delle forme, si erano dedicati all’esercizio continuato di singoli modi compositivi più che a una varietà di esperimenti diversi. C’era, però, per loro una differenza importante: lavoravano come gli alessandrini, ma non possedevano quel presupposto di riferimenti costanti (rispetto a cui tentare libere intersezioni) che per gli alessandrini era rappresentato dal corpus dei diversi generi antichi: l’epos eroico di Omero, la poesia didascalica di Esiodo, le varie forme meliche e liriche. Per loro, era ancor tutto da costruire un sistema letterario canonico come quello che nella cultura greca aveva storicamente «depositato» una pluralità di singole codificazioni letterarie, pure e ben riconoscibili l’una dall’altra. I generi, in quanto forme diversificate di discorso letterario, erano un obiettivo ancora da raggiungere.
Sulla via dei neoterici, ma con un’ambizione maggiore e una maggiore consapevolezza, i poeti della generazione di Cornelio Gallo e di Virgilio si impegneranno in una progettualità più vasta. Toccherà a loro di definire, all’interno delle possibilità della letteratura, i tratti «forti» pertinenti al genere prescelto, sia dal punto di vista dell’espressione (struttura metrica e compositiva, livelli e registri linguistici, stile) sia dal punto di vista dei contenuti (selezione e combinazione di temi e immagini, costruzione di singole particolari «forme di mondo», rappresentazione di valori e scelte di vita). In un certo senso, allora, i poeti latini di età augustea lavorano in direzione sostanzialmente inversa rispetto ai modelli alessandrini, da cui pure parte la loro poetica. In tutti i dipartimenti poetici di derivazione o di ispirazione alessandrina, partendo da una realtà letteraria mistiforme, senza rinnegare la ricchezza espressiva derivante della poikilía, operano per selezione, restringendo il campo tematico e delimitando i linguaggi, cercando dominanti intorno alle quali costruire forme organiche di discorso letterario, cioè costruendo generi. Così, Virgilio lavora su un’edizione di Teocrito che comprendeva Idilli di varia natura: bucolici, mimici, encomiastici o genericamente narrativi (che fossero autentici o spuri, non è problema valido per Virgilio). Non c’è dubbio però che le Egloghe costruiscono un mondo pastorale coerente, restringono le possibilità della Musa siracusana, intesa come poesia esametrica di livello medio-basso: ogni eccezione (penso alla quarta egloga) sarà anzi presentata come tale: paulo maiora canamus («cantiamo qualcosa che sia di livello un po’ più elevato»). La poesia bucolica si costruisce insomma come un genere dotato di senso e forma autonomi, in cui ogni elemento rispecchia organicamente il mondo pastorale e il suo immaginario: dai personaggi al paesaggio, dalle azioni dei protagonisti ai loro desideri, ogni cosa entra nel testo delle Egloghe solo se accetta di essere «parlata» nel linguaggio del mondo dei pastori.

Mosaico da Sousse (Tunisia), Virgilio con in mano l'Eneide, tra le Muse Clioe e Melpomene. III secolo d.C. Tunisi, Museo del Bardo.

Mosaico da Sousse (Tunisia), Virgilio con in mano l’Eneide, tra le Muse Clioe e Melpomene. III secolo d.C. Tunisi, Museo del Bardo.

Non diversamente, rispetto alla varietà multiforme della poesia elegiaca ellenistica, l’elegia romana, per opera di Gallo, di Properzio e di Tibullo, è certamente individuata da un progetto unitario che seleziona e trattiene solo quei tratti che, messi in relazione sistematica, consentono di dare coerente rappresentazione a un rapporto amoroso tormentato e ineguale. I poeti augustei dell’elegia cercano di fissare alcune dominanti in base alle quali selezionano i ricchi materiali della tradizione ellenistica subordinandoli a un progetto organico. Così gli élegi diventano soprattutto poesia d’amore, e allora il poeta può fare della sua passione la ragione esclusiva della propria esistenza e della propria poesia. Tratti forti della codificazione letteraria saranno il servitium amoris – la sottomissione del poeta ai capricci di una domina raffinata e frivola, oculata dispensatrice di favori e infedeltà – e la scelta di una vita degradante con cui il poeta-amante rifiuta ogni riconoscimento o successo sociale (carriera onorata o acquisizione di ricchezze). Di qui una poesia che oscilla fra sofferenze e gioie, esultanze e querimonie; una «forma di mondo» totalizzante, assoluta, che propone una sua ideologia autarchica contrapposta ai valori ufficiali della civitas. Insomma, la costruzione del codice elegiaco è il risultato di un processo di selezione. La tradizione letteraria viene decantata come attraversando un filtro e lascia passare – del suo ricco tesoro di miti, simboli, parole marcate – solo quegli elementi che possono essere orientati verso nuove funzioni e verso un nuovo senso.
Insomma, nel giro di un quarantennio circa, diversi scrittori riuscirono nell’impresa straordinaria di realizzare un corpus di opere paragonabile a quello della letteratura greca. Furono mossi da un comune impegno di pianificazione culturale; ma ognuno di loro aveva le sue personali preferenze letterarie: di qui il bisogno frequente che sentivano di pronunciare dichiarazioni di poetica, di mettere in discorso le proprie scelte, di fare recusationes polemiche. Li accomunava fin dall’inizio l’orgoglio del compito che si erano dati, orgoglio che andò crescendo ma mano che nuove realizzazioni poetiche venivano compiute (Properzio non trattenne il suo entusiasmo per il grande poema epico che Virgilio stava componendo e annunziò l’Eneide in un verso famoso: «sta nascendo qualcosa di più grande dell’Iliade»). La letteratura mirava ormai consapevolmente a organizzarsi in un sistema articolato di generi, possedeva un’ampia varietà differenziata di linguaggi, era matura per coprire tutte le diverse esigenze di rappresentazione ed espressione. Il possesso di mature categorie formali si accompagnava all’ambizione necessaria a servirsene. Per i poeti, con una nuova più forte coscienza dei compiti affidati alla letteratura, nasce fors’anche un nuovo stato culturale: non più solo abili «facitori» di versi, non più solo artisti, ma vates, cantori ispirati destinati a trovare un ascolto emozionato e diffuso. Già Lucrezio aveva anticipato l’ideale di un poeta impegnato, «maestro di verità», detentore di grandi segreti da comunicare solennemente; e certo nella sua poesia dovette trovare un importante precedente l’ideale augusteo di poeta «utile», quel modello di poeta appunto cui tocca tradizionalmente il titolo di vates. Sia Virgilio sia Orazio rappresenteranno un momento di valorizzazione del «poeta-vate», segno della funzione nuova che la cultura augustea voleva assegnare all’attività e all’impegno poetico (anche l’ultimo Properzio rientrerà, ambiguamente, in questa tendenza). L’idea che vates fosse un’antica parola, una più antica parola per designare il poeta inteso come ispiratore e voce della sua comunità, doveva radicarsi negli interessi antiquari tardo-repubblicani. Sembrano varroniane le due etimologie proposte per questa parola: a versibus viendis («dall’intrecciare versi»), e l’altra, a vi mentis («dal vigore della mente»). È probabilmente questa seconda interpretazione quella che fu più fruttuosa per l’immaginario lucreziano, se è vero che può essere ritrovata nella sua ardente dichiarazione di poetica (De rerum natura I, 924 sgg.: «…amorem/Musarum, quo nunc instinctus mente vigenti/avia Pieridum peragro loca…», «l’amore per le Muse, pungolato dal quale, ora, con vivida mente, percorro i luoghi solitari delle Pieridi…»). Ma valorizzare la connotazione di primitivismo poetico, implicito nella reverenziale etichetta di vates, significa anche e soprattutto modificare l’immagine alessandrina del fare poesia per far posto a un ideale di poeta ispirato dalle cose e fortemente impegnato nella sua società. In questo la poesia augustea opera addirittura un rovesciamento della concezione neoterica, senza peraltro rinunciare alle raffinate conquiste dello stile, anzi perfezionandole.
[…]

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