La Matrona di Efeso

di F. Piazzi – A. Giordano Ramponi, Multa per aequora. Letteratura, antologia e autori della lingua latina, vol. 3 – L’alto e il basso impero, Bologna 2004.
testo latino ediz. Michael Heseltine, London William Heinemann, 1913.

Il genere della fabula

Un’ipotesi sulla nascita del romanzo fa derivare questo dalla novella, di cui sarebbe un ampliamento. In effetti la novella, sebbene sia un genere antico presente anche in Erodoto, come il romanzo fiorì soprattutto in età ellenistica caratterizzandosi per la tematica erotica. Un punto debole della teoria starebbe nel fatto che la novella ha carattere «realistico», mentre il romanzo greco – ma non quello latino – ha un carattere prevalentemente «fantastico». Tuttavia, di fronte al naufragio della quasi totalità della produzione romanzesca, non possiamo certo escludere che esistessero romanzi realistici (e novelle di fiction). Un breve romanzo come lo pseudo-lucianeo Lucio e l’asino attesta l’esistenza di una narrativa autonoma, che forse rappresenta l’anello di congiunzione con la novellistica.
Un discorso a parte meritano le «favole milesie» (Milesiaká), racconti di argomento erotico e ambientazione ionica – richiamata dal toponimo («favole di Mileto») – in stile vivace e celebri per la loro lascivia, destinati ad essere uno dei modelli delle novelle dei romanzi di Petronio e di Apuleio. Allo storico di età sillana Lucio Cornelio Sisenna si deve una raccolta di Fabulæ Milesiæ, cosiddette perché rientravano materiali di Aristide di Mileto, un retore vissuto tra il II e il I secolo a.C. La perdita quasi totale della traduzione di Sisenna lascia nel buio l’origine delle milesiæ, tuttavia è certo che ebbero carattere erotico e licenzioso e rappresentarono un genere «di consumo». Pare infatti che i Romani se le portassero nel loro bagaglio personale durante la campagna di Crasso e che i Parti, dopo la vittoria, si prendessero gioco di essi perché «neppure in guerra riuscivano ad astenersi da certe letture» (Plut., Vita di Crasso 32). In particolare nel romanzo di Achille Tazio la cornice introduttiva, l’uso dell’io narrante e la figura della bella vedova hanno fatto pensare a una derivazione dalla milesia, da cui proverrebbe anche la famosa “matrona di Efeso” del Satyricon di Petronio. A questo genere di narrazione Apuleio riconduce la sostanza del proprio romanzo (sermone isto Milesio varias fabulas conseram, I 1). Affini alle milesie per la tecnica esplicitamente sessuale sono i componimenti del genere «priapeo», dei quali restano un’ottantina di epigrammi raccolti sotto il titolo di Priapea. Priapo, un dio dalla smodata sessualità legato al folklore e associato allo scherzo, gioca un ruolo decisivo nelle avventure del Satyricon.

Petr., Satyr. 111-112

La novella nota con il titolo di “La matrona di Efeso” è narrata da Eumolpo sulla nave nell’intento di placare gli animi dei marinai. Essa è il più lungo inserto del romanzo. Esempio di levitas femminile narrato con insuperabile finezza e humor, fu imitato e parafrasato moltissime volte anche per il contenuto congeniale all’antifemminismo d’ogni tempo. L’introduzione di Eumolpo chiarisce la funzionalità dell’exemplum: «Frattanto Eumolpo […] cominciò a scagliarsi contro la leggerezza delle donne, dicendone di tutti i colori: con quanta facilità si innamorano alla follia, quanto fanno presto a dimenticarsi anche dei figli e che, insomma, non esiste donna tanto pudica che non si lasci traviare fino a perdere la testa da un’avventura extraconiugale. Né intendeva ricorrere alle tragedie antiche o ad esempi di fama secolare, ma ad un episodio accaduto ai tempi suoi, che ora si sarebbe accinto a raccontare…» (110, 7, trad. it. di Aragosti). La prospettiva antifemminista, e in definitiva moralistica, è solo di Eumolpo o è anche dell’autore? La risposta è difficile per la distanza che il dandy Petronio suole frapporre tra se stesso e la materia narrativa. Il racconto improntato a una leggerezza calviniana, costellato di citazioni virgiliane e ammiccamenti al lettore che sembrano soddisfare il gusto della parodia per la parodia, non pare obbedire a un intento moralistico, bensì di puro intrattenimento. Semmai il «messaggio» sembrerebbe essere quello vitalistico e «bachtiniano» della negatività della morte, del trionfo della fisicità e degli istinti «bassi» legati al sesso e all’alimentazione. Su questo duplice terreno si misura la vittoria del soldato (victorque miles utrumque persuasit) e l’efficacia della suasoria dell’ancella (110,12). Non si può tuttavia non riflettere sulla diversa interpretazione di Fedeli, che vede in questa novella anche i segni della «morale sostanzialmente aristocratica e passatista» dell’autore. Lo proverebbe la «tecnica dell’inversione» consistente nel dipingere a tinte forti situazioni paradigmatiche dei guasti della società: «e anche quando l’immagine paradossale viene casualmente a coincidere con una legittima aspirazione (si pensi solo al rapporto paritetico uomo-donna, apparentemente proclamato nella novella della matrona di Efeso), si capisce che tutto ciò si verifica quasi per esorcizzare un paventato pericolo» (P. Fedeli).

[111] «Matrona quædam Ephesi tam notæ erat pudicitiæ, ut vicinarum quoque gentium feminas ad spectaculum sui evocaret. [2] Hæc ergo cum virum extulisset, non contenta vulgari more funus passis prosequi crinibus aut nudatum pectus in conspectu frequentiæ plangere, in conditorium etiam prosecuta est defunctum, positumque in hypogæo Græco more corpus custodire ac flere totis noctibus diebusque coepit. [3] Sic afflictantem se ac mortem inedia persequentem non parentes potuerunt abducere, non propinqui; magistratus ultimo repulsi abierunt, complorataque singularis exempli femina ab omnibus quintum iam diem sine alimento trahebat. [4] Assidebat ægræ fidissima ancilla, simulque et lacrimas commodabat lugenti, et quotienscunque defecerat positum in monumento lumen renovabat. [5] Una igitur in tota civitate fabula erat, solum illud affulsisse verum pudicitiæ amorisque exemplum omnis ordinis homines confitebantur, cum interim imperator provinciæ latrones iussit crucibus affigi secundum illam casulam, in qua recens cadaver matrona deflebat. [6] Proxima ergo nocte, cum miles, qui cruces asservabat, ne quis ad sepulturam corpus detraheret, notasset sibi [et] lumen inter monumenta clarius fulgens et gemitum lugentis audisset, vitio gentis humanæ concupiit scire, quis aut quid faceret. [7] Descendit igitur in conditorium, visaque pulcherrima muliere primo quasi quodam monstro infernisque imaginibus turbatus substitit. [8] Deinde ut et corpus iacentis conspexit et lacrimas consideravit faciemque unguibus sectam, ratus scilicet id quod erat, desiderium extincti non posse feminam pati, attulit in monumentum cenulam suam coepitque hortari lugentem, ne perseveraret in dolore supervacuo ac nihil profuturo gemitu pectus diduceret: omnium eundem esse exitum [sed] et idem domicilium, et cetera quibus exulceratæ mentes ad sanitatem revocantur. [9] At illa ignota consolatione percussa laceravit vehementius pectus ruptosque crines super corpus iacentisimposuit. [10] Non recessit tamen miles, sed eadem exhortatione temptavit dare mulierculæ cibum, done ancilla vini [certe ab eo] odore corrupta primum ipsa porrexit ad humanitatem invitantis victam manum, deinde refecta potione et cibo expugnare dominæ pertinaciam coepit et: [11] “Quid proderit” inquit “hoc tibi, si soluta inedia fueris, si te vivam sepelieris, si antequam fata poscant, indemnatum spiritum effuderis? [12] Id cinerem aut manes credis sentire sepultos? (Aen. IV, 34) Vis tu reviviscere? Vis discusso muliebri errore, quam diu licuerit, lucis commodis frui? Ipsum te iacentis corpus admonere debet, ut vivas”. [13] Nemo invitus audit, cum cogitur aut cibum sumere aut vivere. Itaque mulier aliquot dierum abstinentia sicca passa est frangi pertinaciam suam, nec minus avide replevit se cibo quam ancilla, quae prior victa est.

[112] Ceterum scitis, quid plerumque soleat temptare humanam satietatem. Quibus blanditiis impetraverat miles, ut matrona vellet vivere, isdem etiam pudicitiam eius aggressus est. [2] Nec deformis aut infacundus iuvenis castæ videbatur, conciliante gratiam ancilla ac subinde dicente: “Placitone etiam pugnabis amori?” (Aen. IV, 38) Quid diutius moror? Ne hanc quidem partem corporis mulier abstinuit, victorque miles utrumque persuasit. [3] Iacuerunt ergo una non tantum illa nocte, qua nuptias fecerunt, sed postero etiam ac tertio die, præclusis videlicet conditorii foribus, ut quisquis ex notis ignotisque ad monumentum venisset, putaret expirasse super corpus viri pudicissimam uxorem. [4] Ceterum delectatus miles et forma mulieris et secreto, quicquid boni per facultates poterat, coemebat et prima statim nocte in monumentum ferebat. [5] Itaque unius cruciarii parentes ut viderunt laxatam custodiam, detraxere nocte pendentem supremoque mandaverunt officio. [6] At miles circumscriptus dum desidet, ut postero die vidit unam sine cadavere crucem, veritus supplicium, mulieri quid accidisset exponit: nec se exspectaturum iudicis sententiam, sed gladio ius dicturum ignaviæ suæ. Commodaret ergo illa perituro locum et fatale conditorium familiari ac viro faceret. [7] Mulier non minus misericors quam pudica: “Ne istud” inquit “dii sinant, ut eodem tempore duorum mihi carissimorum hominum duo funera spectem. Malo mortuum impendere quam vivum occidere”. Secundum hanc orationem iubet ex arca corpus mariti sui tolli atque illi, quæ vacabat, cruci affigi. Usus est miles ingenio prudentissimæ feminæ, posteroque die populus miratus est, qua ratione mortuus isset in crucem».

Illustrazione dall'edizione di W.C. Firebaugh, The Satyricon of Petronius Arbiter, New York, Boni and Liveright, 1922.

Illustrazione dall’edizione di W.C. Firebaugh, The Satyricon of Petronius Arbiter, New York, Boni and Liveright, 1922.

«C’era una volta ad Efeso una matrona di così famosa pudicizia, da richiamare ad ammirarla perfino le donne provenienti dai paesi vicini. Costei, dunque, avendo perduto il marito, non contenta, secondo l’uso comune, di seguire il funerale con i capelli sciolti o di battersi il petto denudato sotto gli occhi della folla, giunse al punto di accompagnare nel sepolcro il defunto e, una volta che il cadavere fu sistemato nell’ipogeo, alla maniera greca, prese a vegliarlo e a piangerlo per intere giornate e intere notti. Così impegnata ad affliggersi e a ricercare la morte per inedia, non i genitori riuscirono a distoglierla, non i parenti; l’ultimo dei rifiuti fu rivolto al tentativo delle autorità, che dovettero andarsene, e così la donna, che offriva un esempio unico, commiserata da tutti, trascinava ormai il quinto giorno senza cibo. Assisteva l’afflitta un’ancella fedelissima che al contempo accordava le sue lacrime a quelle della padrona piangente e provvedeva a rinfocolare la lucerna posta sulla tomba, ogni qual volta diventava fioca. Dunque, in tutta la città, non si parlava che di lei: la gente di ogni grado sociale asserivano che quello era l’unico, autentico esempio di pudicizia e amore, fulgido più di ogni altro. Ma ecco che, in quel mentre, il governatore della provincia ordinò di crocifiggere dei banditi proprio dietro quella stessa cappella, dentro la quale la matrona faceva il compianto al cadavere recente.
Dunque la notte successiva, un soldato, che faceva la guardia alle croci perché nessuno potesse staccare i corpi dei crocifissi per seppellirli, avendo notato un chiarore insolitamente nitido rifulgere tra le tombe e captato i gemiti di qualcuno che piangeva, per una debolezza propria della natura umana, bramò sapere chi era e che facesse. Discese pertanto nella camera sepolcrale e, scorta la bellissima donna, in un primo momento si arrestò, sconcertato come di fronte ad un qualche spettro o apparizione degli inferi. Poi, appena scorse il cadavere disteso ed ebbe modo di notare le lacrime ed il volto lacerato, avendo giustamente concluso che la donna non poteva sopportare il dolore per la perdita, portò dentro il sepolcro la sua misera cena e prese a spronare l’afflitta perché non perseverasse in un dolore assolutamente vano né si dilacerasse il petto con gemiti che non avrebbero portato nessun vantaggio: aggiunse che una par tutti è la fine e unica è la dimora e tutti gli altri argomenti con cui si riportano alla ragione i cuori esulcerati dal dolore. Ma quella, colpita dalle parole di consolazione di un estraneo, prese a lacerarsi il petto con più violenza ed a spargere i capelli strappati sul cadavere disteso.
Non si dette tuttavia per vinto il soldato, anzi, usando le stesse parole di esortazione, tentò stavolta di far accettare del cibo alla povera donna, finché proprio l’ancella, sedotta dal profumo che il vino esalava, tese la mano in un atto di resa alla cortesia dell’offerente; quindi, rianimata dalla bevanda e dal cibo, prese a incalzare l’ostinazione della padrona e disse: “A che ti gioverà questo tuo comportamento, se sarai indebolita fino alla morte per la fame, se ti seppellirai viva, se, prima che i fati lo richiedano, esalerai l’anima non ancora condannata? Pensi che le ceneri e i mani sepolti sentano ciò? Vuoi ricominciare a vivere? Vuoi, allontanato questo pregiudizio da donnicciola, goderti, quanto a lungo sarà possibile, le gioie che il mondo di sopra racchiude? Proprio il corpo di colui che qui giace dovrebbe spronarti a vivere”. Nessuno ascolta controvoglia, quando lo si costringe ad assumere cibo ovvero, più in generale, a vivere. Pertanto la donna, estenuata dal digiuno per diversi giorni, lasciò che venisse infranto il suo rigore e si ingozzò non avidamente dell’ancella che per prima si fece conquistare.

Quanto al resto, voi sapete che cosa per di più suole tentare il genere umano quando ha la pancia piena. Con le stesse blandizie grazie alle quali aveva ottenuto che la matrona consentisse a vivere, quel soldato cominciò ad assalire anche della sua pudicizia. Del resto il giovanotto non appariva brutto né impacciato a quella campionessa di castità, tanto più che l’ancella cercava di renderglielo gradito e ripeteva di continuo:“Anche ad un amore gradito ti opporrai?” Ma perché sto qui a farla lunga? Nemmeno questa parte del corpo la donna tenne in astinenza e il soldato vittorioso la fece persuasa in tutt’e due i modi. Di conseguenza giacquero insieme non solo quella notte in cui si unirono, per così dire, “in matrimonio”, ma anche il giorno seguente e il terzo, avendo ovviamente chiuso le porte della tomba, affinché chiunque, conoscente o sconosciuto, fosse arrivato al sepolcro, deducesse che la pudicissima moglie era spirata sul corpo del marito. Intanto il soldato, eccitato dalla bellezza della donna e dalla segretezza di quegli appuntamenti erotici, faceva incetta di tutte le prelibatezze per quanto glielo permettessero le sue finanze e subito, sul far della notte, le recava nella tomba. E così i familiari di uno dei crocifissi, come si accorsero della sorveglianza allentata, una notte staccarono dalla croce il corpo penzolante e lo destinarono a ricevere gli estremi onori. Ma il soldato, raggirato mentre era intento a spassarsela, come il giorno seguente vide una delle croci senza il crocifisso, sotto l’impulso della paura per il supplizio, riferì alla donna l’accaduto: no, egli non avrebbe atteso la sentenza del giudice, bensì con la spada avrebbe fatto giustizia della sua ignavia. A lei chiedeva solo di fornire un posto al morituro e rendere la fatale tomba comune all’amante e al marito. La donna, non meno pietosa che pudica: “Gli dèi non permettano – disse – che io debba assistere in contemporanea ai due funerali dei due uomini a me più cari. Preferisco appendere alla croce un morto, piuttosto che uccidere un vivo”. Dopo questo discorso dà incarico di sollevare dalla bara il cadavere di suo marito e di inchiodarlo a quella croce che era rimasta vacante. Il soldato mise a profitto l’ingegnosa trovata di quella donna così saggia e il giorno successivo la gente si chiedeva stupita come aveva fatto il morto a salire sulla croce».

Il remake di Boccaccio

La novella di Boccaccio relativa ai casi di Rinaldo d’Este (seconda novella della seconda giornata, narrata da Filostrato) ricalca inequivocabilmente la Matrona di Petronio. Un giovane mercante di bella presenza, Rinaldo d’Esti, viene assalito e derubato da alcuni briganti che lo lasciano privo di tutto, nella notte gelida. Il giovane cerca disperatamente un riparo, per non morire di freddo, e si rifugia sotto il portico di un castello.

John William Waterhouse, A Tale from the Decameron, Lady Lever Art Gallery (1916).

John William Waterhouse, A Tale from the Decameron, Lady Lever Art Gallery (1916).

Egli era in questo castello una donna vedova, del corpo bellissima quanto alcuna altra, la quale il marchese Azzo amava quanto la vita sua e quivi a istanzia di sé la facea stare: e dimorava la predetta donna in quella casa, sotto lo sporto della quale Rinaldo s’era andato a dimorare. E era il dì dinanzi per avventura il marchese quivi venuto per doversi la notte giacere con essolei, e in casa di lei medesima tacitamente aveva fatto fare un bagno e nobilmente da cena. E essendo ogni cosa presta (e niuna altra cosa che la venuta del marchese era da lei aspettata) avvenne che un fante giunse alla porta, il quale recò novelle al marchese per le quali a lui subitamente cavalcar convenne: per la qual cosa, mandato a dire alla donna che non l’attendesse, prestamente andò via. Onde la donna, un poco sconsolata, non sappiendo che farsi, diliberò d’entrare nel bagno fatto per lo marchese e poi cenare e andarsi a letto; e così nel bagno se n’entrò.
Era questo bagno vicino all’uscio dove il meschino Rinaldo s’era accostato fuori della terra; per che, stando la donna nel bagno, sentì il pianto e ‘l triemito che Rinaldo faceva, il quale pareva diventato una cicogna: laonde, chiamata la sua fante, le disse: «Va su e guarda fuori del muro a piè di questo uscio chi v’è e chi egli è e quel ch’el vi fa». La fante andò e aiutandola la chiarità dell’aere vide costui in camiscia e scalzo quivi sedersi, come detto è , tremando forte; per che ella il domandò chi el fosse. E Rinaldo, sì forte tremando che appena poteva le parole formare, chi el fosse e come e perché quivi quanto più brieve poté le disse: e poi pietosamente la cominciò a pregare che, se esser potesse, quivi non lo lasciasse di fretto la notte morire. La fante, divenutane pietosa, tornò alla donna e ogni cosa le disse. La qual similmente pietà avendone, ricordatasi che di quello uscio aveva la chiave, il quale alcuna volta serviva alle occulte entrate del marchese, disse: «Va e pianamente gli apri; qui è questa cena e non saria chi mangiarla, e da poterlo albergar ci è assai».
La fante di questa umanità avendo molto commendata la donna, andò e sì gli aperse; e dentro messolo, quasi assiderato veggendolo, gli disse la donna: «Tosto, buono uomo, entra in quel bagno, il quale ancora è caldo».
E egli questo, senza più inviti aspettare, di voglia fece: e tutto dalla caldezza di quello riconfortato da morte a vita gli parve esser tornato. La donna gli fece apprestare panni stati del marito di lei poco tempo davanti morto, li quali, come vestiti s’ebbe, a suo dosso fatti parevano; e aspettando quello che la donna gli comandasse incominciò a ringraziare Iddio e san Giuliano che di sì malvagia notte, come egli aspettava, l’avevano liberato e a buono albergo, per quello che gli pareva, condotto. Appresso questo la donna, alquanto riposatasi, avendo fatto fare un grandissimo fuoco in una sua caminata, in quella se ne venne e del buono uomo domandò che ne fosse.
A cui la fante rispose: «Madonna, egli s’è rivestito e è un bello uomo e pare persona molto da bene e costumato».
«Va dunque», disse la donna «e chiamalo e digli che qua se ne venga: al fuoco si cenerà, ché so che cenato non ha».
Rinaldo nella camminata entrato, e veggendo la donna e da molto parendogli, reveremente la salutò e quelle grazie le quali seppe maggiori del beneficio fattogli la rendé. La donna, vedutolo e uditolo e parendole quello che la fante dicea, lietamente il ricevette e seco al fuoco familiarmente il fé sedere e dello accidente che quivi condotto l’avea il domandò: alla quale Rinaldo per ordine ogni cosa narrò. […] Ma poi che la tavola fu messa, come la donna volle, Rinaldo con lei insieme, le mani lavatesi, si pose a cenare. Egli era grande della persona e bello e piacevol nel viso e di maniere assai laudevoli e graziose e giovane di mezza età; al quale la donna avendo più volte posto l’occhio addosso e molto commendatolo, e già, per lo marchese che con lei doveva venire a giacersi, il concupiscibile appetito avendo desto nella mente ricevuto l’avea. Dopo la cena, da tavola levatasi, con la sua fante si consigliò se ben fatto le paresse che ella, poi che il marchese beffata l’avea, usasse quel ben che innanzi l’aveva la fortuna mandato.
La fante conoscendo il disiderio della sua donna, quanto poté e seppe a seguirlo la confortò: per che la donna, al fuoco tornatasi dove Rinaldo solo lasciato aveva, cominciatolo amorosamente a guardare, gli disse: «Deh, Rinaldo, perché state voi così pensoso? Non credete voi potere essere ristorato d’un cavallo e d’alquanti panni che voi abbiate perduti? Confortatevi, state lietamente, voi siete in casa vostra. Anzi vi voglio dir più avanti che, veggendovi cotesti panni indosso, li quali del mio morto marito furono, parendomi voi pur desso, m’è venuta stasera forse cento volte voglia di abbracciarvi e di basciarvi: e, s’io non avessi temuto che dispiaciuto vi fosse, per certo io l’avrei fatto».
Rinaldo, queste parole udendo e il lampeggiar degli occhi della donna veggendo, come colui che mentacatto non era, fattolesi incontro con le braccia aperte, disse: «Madonna, pensando che io per voi possa omai sempre dire che io sia vivo, a quello guardando donde torre mi faceste, gran villania sarebbe la mia se io ogni cosa che a grado vi fosse non m’ingegnassi di fare; e però contentate il piacer vostro d’abracciarmi e di basciarmi, ché io abraccerò e bascerò voi vie più che volentieri».
Oltre a queste non bisognar più parole. La donna, che tutta d’amoroso disio ardeva, prestamente gli si gittò nelle braccia; e poi che mille volte, disiderosamente strignendolo, basciato l’ebbe e altrettante da lui fu basciata, levatisi di quindi nella camera se ne andarono, e senza niuno indugio coricatisi pienamente e molte volte, anzi che il giorno venisse, i lor disii adempierono. Ma poi che a apparir cominciò l’aurora, sì come alla donna piacque levatisi, acciò che questa cosa non si potesse presumere per alcuno, datigli alcuni panni assai cattivi e empiutagli la borsa di denari, pregando che questo tenesse celato, avendogli prima mostrato che via tener dovesse a venir dentro a ritrovare il fante suo, per quello usciolo onde era entrato il mise fuori.

Di seguito, la versione di F. Fellini (Satyricon, 1969).

http://www.youtube.com/watch?v=3WRtn1xqeas

Un fotogramma dal film di Fellini (1969).

Un fotogramma dal film di Fellini (1969).

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