Arminio, traditore dell’Impero

di E. Percivaldi, Un mito controverso – “Hermann”

«Ebbe a suo sfavore l’amore per la libertà del suo popolo, e assalito con le armi mentre combatteva con esito incerto, cadde tradito dai suoi collaboratori. Indubbiamente fu il liberatore della Germania, uno che ingaggiò guerra non a un popolo romano ai suoi inizi, come altri re e comandanti, ma a un Impero nel suo massimo splendore. Ebbe alterna fortuna in battaglia, ma non fu vinto in guerra. Visse trentasette anni e per dodici fu potente. Anche ora è cantato nelle saghe dei barbari, mentre è ignorato nelle storie dei Greci che ammirano solo le proprie imprese e da noi Romani che esaltiamo l’antichità e non badiamo ai fatti recenti, non è celebrato ancora come si dovrebbe».

È la voce dello storico latino Tacito, che nei suoi Annales (II, 88) descrive Arminio con un’enfasi tale da portarlo, quasi duemila anni dopo, a diventare suo malgrado l’unico autore romano letto in Germania. In realtà il vincitore di Teutoburgo, colui che annientò tre intere legioni e spinse al suicidio il governatore romano Publio Quintilio Varo, altro non era che un semplice comandante della cavalleria ausiliaria aggregata all’esercito romano. Alle aquile imperiali tese un’imboscata senza precedenti: approfittando di un’operazione di trasferimento aggredì la fila di armati, carichi di vettovaglie, nel mezzo della foresta e, dopo tre giorni di massacro sotto una pioggia torrenziale, ne ebbe ragione in maniera clamorosa. Tre legioni sterminate, forse 20 mila morti sul campo. E una conseguenza incalcolabile: l’aver tracciato definitivamente quel confine tra l’Europa latina e quella germanica che dura ancora oggi.

Busto romano, detto 'Arminio'. Mosca, Pushkin Museum.

Busto romano, detto ‘Arminio’. Mosca, Pushkin Museum.

Arminio, per il contemporaneo Velleio Patercolo (II, 118, 3) – che forse lo conobbe addirittura di persona – era «un giovane nobile di nascita, dal braccio forte e molto sveglio, con un’intelligenza superiore alla media rispetto agli altri barbari». Era nato intorno al 17 a.C. Suo padre era Segimero, il capo dei Cherusci, una delle tante tribù germaniche che occupavano i territori a nord del Reno e si era stanziata a cavallo dell’era cristiana nell’area tra Osnabrück e Hannover. Entrato nell’esercito romano, partecipò alla campagna di Germania nel 5 d.C. e, alla guida di un contingente di ausiliari appartenenti alla sua tribù, servì come luogotenente di cavalleria in Pannonia. Ottenuta la cittadinanza romana, Arminio tornò in patria e iniziò progettare la riscossa contro i Romani che, dopo aver conquistato i territori a ovest del Reno, miravano ora a espandere il proprio dominio a est dell’Elba. Nonostante i numerosi avvertimenti circa il tradimento in atto da parte di Arminio, Varo confermò al principe la sua fiducia e così nel 9 d.C, a capo di una coalizione formata dai suoi Cherusci e dai Marsi, dai Catti e dai Bructeri, Arminio annientò con una trappola l’esercito romano nella battaglia di Teutoburgo. Suicidatosi il governatore per l’onta subita, Arminio pare abbia tentato ripetutamente di creare un’alleanza antiromana permanente tra i vari popoli germanici, ma senza successo. Tra il 14 e il 16 le legioni romane, sotto il comando di Germanico, riconquistarono parte delle postazioni perdute (e recuperarono le insegne di due delle tre legioni annientate cinque anni prima) e sconfissero il principe cheruscio e i suoi alleati prima a Idistaviso e poi di fronte al Vallo degli Angrivari. Negli anni seguenti, ritiratisi i Romani, la violenta guerra “civile” che scoppiò tra Arminio e il re dei Marcomanni Marboduo mise in evidenza tutta la precarietà della situazione politica in Germania, che non si risolse nemmeno con la sconfitta del secondo. Nel 21 Arminio morì, forse avvelenato durante un complotto ordito dagli altri capi germanici ormai timorosi del suo potere. Fin qui la storia, a dire il vero nemmeno troppo edificante, visto che il giovane principe – che era cittadino romano e appartenente all’esercito, dunque legato dal sacramentum militiæ (il “giuramento dei soldati”) all’obbligo di non lasciare mai i ranghi – appare come un traditore che abusa della fiducia del governatore e ottiene la vittoria dei suoi ordendo una trappola con l’inganno. Perché e come, allora, nacque il mito di Arminio eroe nazionale germanico, con tanto di nome tedeschizzato, simbolo della riscossa dei barbari contro la tanto odiata Roma apportatrice di civiltà? Alla domanda ha cercato di rispondere Mythos, uno dei tre capitoli in cui era suddivisa la grande mostra dedicata al bimillenario della battaglia di Teutoburgo, che a Detmold, poco lontano dal luogo dei combattimenti, ha ripercorso gli effetti della sconfitta romana sui destini tedeschi e dell’Europa. Vediamo qualche tappa di questo percorso.

Tutto o quasi, si può dire, cominciò nel 1523 quando il letterato e polemista Ulrich von Hutten (1488-1523) pubblica, a imitazione degli antichi, Arminio, un dialogo «dove un uomo amatissimo della patria celebra l’elogio della Patria». Il contesto è quello della Riforma luterana, di cui l’autore è tra i fautori più accesi. L’eroe, che egli descrive come «il più libero, il più invitto, il più tedesco degli uomini», diventa così il campione della rivolta contro la Chiesa romana: questa, dunque, la pietra miliare del nazionalismo tedesco. Arminio, dopo secoli di oblio, risorge a cominciare dal nome. Il latino Arminius, dall’alto germanico Irmin, “grande” e “forte”, diventa all’epoca della Riforma luterana Hermann, “guerriero” (da Heer, “esercito” e Mann, “uomo”), e l’antica lotta tra Germani e Romani torna d’attualità sotto diverse spoglie: la nuova rivolta “tedesca” è, stavolta, contro la “corte papale”, e il nuovo Varo – detestato illo tempore per via della sua politica esosa – diventa il Pontefice, esattore dell’odiato obolo per l’edificazione della basilica di San Pietro. Die Bibel, “il Libro” tradotto in tedesco, contro la Bibbia latina. E di nuovo il mito della rilassatezza dei costumi romani – stavolta incarnati dalle gerarchie ecclesiastiche, più attente ad accrescere e gestire il proprio potere economico e politico che a badare alla cura d’anime e alla diffusione del messaggio evangelico – contrapposto alla tempra morale e al vigore pratico germanico. Eroe dell’intera nazione tedesca, che vedeva in lui l’emblema mitico delle proprie più alte virtù, Arminio dalla metà del Settecento – in accordo con la riscoperta delle identità nazionali portata avanti con ardore dal Romanticismo – diventa dunque protagonista di moltissime opere letterarie, oggi per lo più dimenticate anche perché in maggior parte di assai scarso valore poetico.
I primi tentativi – dopo il monumentale (3076 pagine in ottavo grande!) romanzo barocco di Daniel Casper von Lohenstein (1635-1683) Arminiusund Thusnelda, in cui la vicenda diventa pretesto per una vera e propria enciclopedia della storia tedesca passata e presente e l’eroe è l’alter ego dell’imperatore Leopoldo – hanno scarsa risonanza, se si eccettua l’Hermann di Johann Elias Schlegel (1719-1749), pubblicato nel 1743. Questa ultima opera, che in realtà si risolve nel dramma dell’amore di Flavio, fratello traditore di Arminio, per la di lui moglie Thusnelda, eroina invece fedele al marito e alla patria, ispirerà parzialmente la assai più importante trilogia di Friedrich Gottlieb Klopstock (1724–1803). I tre drammi – La battaglia di Arminio (1769), Arminio e i principi (1784), La morte di Arminio (1787) – sono dal poeta definiti «barditi» in quanto si rifanno palesemente ad una mitica poesia “autoctona” germanica patrimonio dei bardi, che l’autore è certo sia esistita sul modello dell’Edda nordica di Snorri, appena scoperta, e soprattutto dell’Ossian, all’epoca ritenuta poesia originale dell’antica Scozia. Il progetto di Klopstock, molto ambizioso, non fu però portato a termine, forse per le intrinseche difficoltà a conferire valore drammatico ad un’epopea dai toni decisamente arcaizzanti: non per nulla Schiller lo definì «freddo, insipido, grottesco, senza vita e senza verità». «Così crolla l’egemonia di Roma di fronte allo scherzo della selva, e a me sembra, invero, come lo sciocco colpo di un ragazzo». Sono due versi, epigrafici e per questo assai efficaci, dell’altrimenti esasperato e a tratti visionario dramma La battaglia di Arminio (Die Hermannsschlacht) di Heinrich von Kleist (1777-1811), scritto nel 1808 ma pubblicato per la prima volta solo nel 1821 in una raccolta di scritti postumi a cura di Ludwig Tieck. La “prima” andò inscena il 18 ottobre 1860 a Breslau con l’adattamento di Fedor Wehl. Il testo, scritto nel clima infuocato delle invasioni napoleoniche, risente del violento odio dell’autore (addirittura imprigionato negli stessi anni in carcere) suscitato dall’atteggiamento tirannico del Bonaparte che dopo la sua autoproclamazione a imperatore (1804) aveva proceduto in Germania a una notevole semplificazione della carta politica culminata nella soppressione (1806) del Sacro Romano Impero. Proprio per i suoi forti e orgogliosi accenti patriottici, il dramma conobbe un clamoroso successo durante il Nazismo: per fare un solo esempio, nell’annata teatrale 1933-34 fu messo in scena la bellezza di 146 volte.

L’Ottocento tedesco del resto vede una sfilza interminabile di drammi e poemi ispirati all’eroe, nessuno di questi memorabili. Non resta immune nemmeno, pur con accenti e toni totalmente diversi, l’Italia: l’Arminio di Ippolito Pindemonte (1753-1828), tragedia in cinque atti pubblicata nel 1804, ribalta completamente la prospettiva facendo del principe cheruscio una sorta di tiranno che aspira a diventare re in scorno alla volontà degli altri guerrieri e della sua gente, che invece intende mantenere la propria libertà. Le opposte aspirazioni si scontrano a Teutoburgo: il figlio di Arminio, Baldero, pur di non uccidere il padre si toglie la vita; il tiranno è sconfitto in battaglia dal genero Telgaste e, ferito, si uccide. La fortuna di Arminio si fa sentire, è il caso di dirlo, anche nel teatro d’opera. Forse il primo a musicare la sua vicenda fu Heinrich Ignaz Franz von Biber (1644-1704) su libretto di Francesco Maria Raffaelini. Arminio, ossia Chi la dura la vince, è il titolo dell’opera che tra il 1690 e il 1692 andò in scena a Salisburgo con la dedica all’arcivescovo Johann Ernst, conte di Thune di Hohenstein. A seguire, ecco Alessandro Scarlatti (1660-1725) su libretto di Antonio Salvi, con un dramma, in tre atti rappresentato per la prima volta nel settembre del 1703 a Pratolino. Nel 1707 viene rappresentata a Düsseldorf l’opera di Agostino Steffani (1655-1728), poi (1722) è la volta di quella di Carlo Francesco Pollarolo (1653-1723) a Venezia. Il 12 gennaio 1737 tocca ad uno dei massimi geni del tempo, Georg Friedrich Händel (1685-1759) far esordire, al Covent Garden di Londra il suo Arminius. Sette anni prima, nel 1730, a Milano si era cimentato sullo stesso tema, e con molta più fortuna, Johann Adolph Hasse (1699-1783). Si ricordano anche i lavori omonimi di Baldassarre Galuppi (1706-87, rappresentato nel 1747), di Giacomo Tritto (1733-1824), Roma 1786; di Angelo Tarchi (1760-1814), Mantova 1786, di Nicolas Étienne Méhul (1763-1817), di Max Bruch (1838-1920), per coro misto e orchestra (1875). Nessuno di questi, a torto o a ragione, è oggi compreso nei cartelloni delle maggiori stagioni operistiche mondiali, segno che tutto sommato si tratta di lavori quando va bene molto storicizzati, e comunque non certo imperdibili. Nel 1871 la Germania di Bismarck e di Guglielmo I sconfiggeva la Francia di Napoleone III ottenendo, grazie al Trattato di Francoforte, l’Alsazia e la Lorena, ribattezzate «terre d’impero» e poste sotto la diretta sovranità dell’imperatore tedesco. Il trionfo tedesco nella guerra franco-prussiana fu celebrato, nel 1875, con l’inaugurazione a Detmold, non lontano dal luogo della battaglia di Teutoburgo, del gigantesco monumento in rame – alto oltre 50 metri – donato dalle acciaierie Krupp, e con un monumento culturale eretto dallo storico Theodore Mommsen (1817-1903) che grazie ai suoi studi sulla clades Variana (e alla sua collaborazione nella pubblicazione dei Monumenta Germaniæ Historica, le fonti per lo studio della storia della Germania, dall’impero romano fino al 1500) contribuirà non poco a sostenere la politica unificatrice e il Kulturkampf bismarckiani.

Se è vero che, come scrisse il poeta romantico Heinrich Heine (1797-1856), «Hermann vinse la battaglia,/i Romani vennero scacciati,/Varo fu sconfitto con le sue legioni,/e noi siamo rimasti tedeschi», lo è altrettanto che il Nazionalsocialismo, col suo voler individuare negli antenati germani i più fulgidi esemplari della razza ariana, non poteva restare insensibile alla possente figura di Arminio dalla chioma bionda e dall’occhio ceruleo, così come si era peraltro imposta nella memoria collettiva grazie alle tele di innumerevoli artisti tra cui Josef Abel (1768-1818), Angelika Kauffmann (1741-1807), Johann Heinrich Tischbein il vecchio (1722-89), Wilhelm Lindenschmidt il Vecchio (1806-48), Johannes Gehrts (1855-1921), Carl Theodor Piloty (1826-86), Peter Janssen il Vecchio (1844-1908), Friedrich Tüshaus (1832-85) e via dicendo. Del resto, la Grande Guerra l’aveva sfruttata come collante della nazione, ancora una volta, contro il nemico francese, Hitler poteva ben utilizzarla per gli stessi motivi. Sarebbe lungo citare tutta la casistica: basti dire che le stesse SS, durante le feste comandate del Reich, come in quella del raccolto o del sole, si schieravano travestiti da guerrieri di Arminio per sfilare davanti ad un carro che trasportava la ruota del sole. E forse non è un caso – anche in considerazione dell’ormai acclarato legame tra il nazismo e l’esoterismo – se Heinrich Himmler, “inventore” di questo corpo paramilitare, scelse come luoghi simbolo il castello di Wewelsburg e le Externsteine, entrambi non troppo distanti dal luogo della battaglia di Teutoburgo. L’oggettistica di quegli anni, del resto, sfrutta spesso – e non senza cadere nel Kitsch – l’immagine di Arminio/Hermann per supportare le idee nazionaliste del Reich. Quale miglior veicolo di diffusione, ad esempio, di stampe e cartoline postali, quali quelle in cui Hitler in uniforme e col braccio disteso, in primo piano, replica il gesto della statua di Arminio di Detmold sullo sfondo, oppure dove dietro lo stesso monumento sorge – altro che Sol dell’avvenire! – un’enorme svastica raggiata? Nemmeno la propaganda di sinistra, comunque, rimase immune al mito di Hermann, se si pensa che nel 1975, durante una rappresentazione del dramma di Kleist nella Repubblica Democratica Tedesca, le antiche tribù germaniche furono messe in scena come improbabili soviet di lavoratori tedeschi dell’est e dell’ovest uniti!

Evidentemente, la figura (e la raffigurazione) di Arminio comunica ai Tedeschi qualcosa di innato che affonda le radici in un passato ancestrale. Che cosa? Una suggestiva ipotesi fu avanzata dal filologo classico, a lungo all’Università di Bonn, Ernst Bickel (1876-1961) e dallo studioso di epica norrena Otto Höfler (1901-1987), che sostennero che dietro la figura di Arminio si celerebbe quella di uno dei maggiori eroi della mitologia antico germanica, Sigfrido. Tra i due esistono infatti parecchie corrispondenze che non possono essere certo frutto del caso. Vediamole rapidamente. Innanzitutto, Sigfrido – il nome significherebbe «vittorioso nella salvaguardia della pace» – era figlio di re Sigmundr (ted. Sigemund), Arminio di Sigimero, «celebre per la vittoria» (lat. Segimer). Probabilmente, in accordo con l’usanza vetero-germanica di passare nel nome del figlio una parte di quello del padre, il nome di Arminio iniziava dunque con Seg-/Sig. Proseguendo coi dati ‘biografici’, vediamo che da piccolo, secondo il mito, Sigfrido viene allattato da un daino; Arminio apparteneva alla tribù dei Cherusci, il cui etimo risale all’alto germanico *herut, «cervo, daino». Sigfrido crebbe nella cittadella di Xanten, nell’odierna regione della Renania settentrionale-Westfalia, sede dell’accampamento legionario di Castra Vetera, appartenente alla provincia della Germania inferiore: il luogo, guarda caso, dopo la battaglia di Teutoburgo divenne rifugio dei pochi sopravvissuti delle devastate legioni di Varo. Entrambi, infine, vengono assassinati da persone appartenenti alla loro stirpe (Sippe): Sigfrido dai parenti della moglie, Arminio da propinqui, ossia membri del clan, del suocero Segeste. Le similitudini continuano, anche arditamente, sul piano simbolico: Sigfrido uccide il drago Fáfnir, Arminio massacra la “serpentina” di legioni romane, lunga venti chilometri. Dove ciò avviene è sorprendentemente affine: Sigfrido sconfigge la fiera in un luogo chiamato Gnitaheidhr (una brughiera rocciosa o piena di ghiaia, come suggerirebbe l’etimo), Arminio in un posto detto Gnidderhöi, da identificare con la brughiera nei pressi di Schötmar, da molti ritenuta una dei teatri in cui furoreggiò la lunga battaglia.

Hans Brosamer, Arminius, 1543.

Hans Brosamer, Arminius, 1543.

Nel 1976, l’artista Anselm Kiefer ha dipinto una tela intitolata Varus. L’idea era quella di suscitare l’orrore per la strage della battaglia senza ritrarre nulla che la potesse, visivamente, rappresentare. E la scelta è caduta su una serie di alberi spogli, intirizziti dal freddo, ai cui piedi è scritto il nome della vittima del supremo sacrificio, Varus. Il pensiero, per l’impostazione della scena, corre al Cacciatore nella foresta di Caspar David Friedrich (1774-1840) e alle sue spettrali prospettive invernali. Dai rami sembrano pendere molti dei nomi che abbiamo già incontrato, come Klopstock e Heinrich von Kleist: gli aedi, cioè, di un mito – quello della Varusschlacht e del suo artefice Hermann – destinato nella visione dell’artista a produrre, sotto il segno del nazionalismo, solo orrori. L’opera di Kiefer, pluriesposta, denuncia, pur condannandolo, che la figura di Arminio e tutto ciò che ad esso è legato è ben lungi dall’essere stato definitivamente archiviato. Al di là di un certo folklore che si esplicita ora in malcurate rievocazioni storiche, ora in un fiorire di oggettistica kitsch rigorosamente made in China, oggi, dopo duemila anni, il mito del liberatore dall’oppressione straniera, del fautore dell’unità tedesca e inventore dell’idea stessa di Germania è ancora vivo, come dimostra il milione e passa di visitatori che ogni annosi recano a Detmold in una sorta di mistico pellegrinaggio identitario. Forse perché, come spiegano M. Bocchiola e M. Sartori in un recente e puntuale saggio sulla battaglia (Teutoburgo 9 d.C. La disfatta delle legioni di Augusto, Milano 2005), quella animata da Arminio fu una lotta per preservare la propria civiltà tornando alle origini contro la pressione di una cultura – quella romana – evidentemente più avanzata: il primo caso noto, insomma, di quel “nativismo” che oggi – anche per reazione alla globalizzazione e alle tensioni che questa comporta – sembra tornato di moda.

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