L’ultimo degli Spartani

di G. D’Alessandro, Introduzione a Senofonte – Costituzione degli Spartani – Agesilao, Milano 2009; pp.XXXI-XXXVIII.

È noto che la cultura greca elaborò prestissimo un interesse per i primati cronologici. Tra i Greci troviamo atleti che proclamano orgogliosi di aver stabilito una prestazione sportiva senza precedenti; storiografi che si interrogano sul primo responsabile di una catena di fenomeni; poeti intenti a cantare chi per primo portò alla luce del giorno un costume o un’invenzione; persino un politico che, in eleganti distici, celebra gli introduttori di innovazioni della tecnica e abitudini della vita comune. In altre parole, in Grecia fu frequente la domanda: «Chi fu il primo?».
Interessante è notare che a questa sincera dedizione all’indagine sugli iniziatori si affiancò, in epoca greco-romana, una tendenza complementare, che potremmo definire concisamente «ricerca dell’ultimo». Di essa presentiamo qui, in maniera fugace, qualche esempio.
Plutarco ricorda l’ammirazione con cui un romano definì Filopemene «ultimo dei Greci», intendendo che in questo generale emersero, per l’ultima volta nella storia greca, le virtù di Temistocle, Pericle, Epaminonda; il biografo non discute la definizione, ma propone una variazione sul tema e afferma che l’ultima gloria dei Greci fu, in verità, la presa dell’Acrocorinto da parte di Arato. L’anonimo romano e Plutarco concordano sul dato di fondo: ci fu un ultimo nella storia greca, e ci fu una fine; si trattava semplicemente di stabilire chi, e quando.
Ancora, Cornelio Nepote (I secolo a.C.) chiudeva la sua biografia di Timoteo ricordando che la sua scomparsa fu contemporanea a quella di Cabria e Ificrate, quindi chiosando: «E dopo la loro morte non vi fu più, in quella città, un generale degno di essere ricordato». Si chiude la storia dei grandi condottieri di Atene, che ha nei tre personaggi indicati i suoi “ultimi”.
Infine, si può ricordare il momento in cui Bruto, sconfitto a Filippi e consapevole dell’imminente fine del regime democratico, chiamò il compagno Cassio «ultimo uomo romano»: non digiuno di cultura greca, il cesaricida rileggeva la vicenda di Filopemene ultimo tra i Greci sovrapponendola a quella dell’amico; per lui la Roma repubblicana era già passato, e nel passato è legittimo cercare gli “ultimi”.
La lista potrebbe proseguire, ma non serve altro per dimostrare il nostro assunto: all’idea, che fu greca, dell’invenzione e del progresso provocato da un “primo”, si affiancò a un certo punto la coscienza che la storia figlia delle grandi azioni aveva avuto termine, in questo o in quel momento del passato, con un uomo, un evento, spesso con una morte; gli “ultimi”, per l’appunto.
Apparentemente Greci e Romani non hanno cercato di applicare questo schema alla storia di Sparta e di trovare, tra le sue figure di re e strateghi espressi da questa città, quella dell’ “ultimo” degli Spartani. Credo però si possa supporre che, nel caso si fossero pronunciati su questo tema, la loro scelta sarebbe caduta su Agesilao (444 ca -360 a.C.), il sovrano sotto il quale Sparta visse tutta la sua stagione di imperialismo, chiusa dalle amare battaglie di Leuttra (371 a.C.) e Mantinea (362 a.C.).
Non che dopo di lui Sparta sia scomparsa dalla storia greca: lo stato lacedemone continuò ad esistere anche dopo la sua morte. Né si può negare che reggenti successivi, come il figlio di Agesilao, Archidamo III, o i sovrani del III secolo a.C., Areo, Agide e Cleomene, abbiano portato i propri nomi all’attenzione della storia, e occasionalmente stimolato la curiosità o suscitato l’ammirazione dei posteri. È vero però che, quasi in contemporanea con la morte di questo personaggio, si manifesta per Sparta l’impossibilità di continuare la sua esistenza nel segno delle antiche tradizioni. Ed è vero che Agesilao sembra l’ultimo rappresentante di alcune qualità che tutti gli ammiratori di Sparta, moderni e antichi, hanno indicato come caratteristiche del modo di essere spartano: valore militare, disposizione all’obbedienza incondizionata, attaccamento alla tradizione, persino – almeno in termini propagandistici – un certo tipo di panellenismo spartanocentrico.
Riservare ad Agesilao il posto in fondo alla lista dei “grandi” spartani non significa soltanto usargli un particolare riguardo; significa anche lasciare adito a un sospetto, per altro già antico, sulle sue responsabilità nella caduta di Sparta: dal riconoscere che questa città visse il suo declino nel suo regno al pensare che egli provocò la caduta della sua patria il passo è evidentemente breve.
Chi di qui voglia spingersi fino a un giudizio negativo sul personaggio si ritroverà probabilmente nelle parole scritte dal retore Elio Aristide, già nel II secolo a.C., con formulazione brillante e implacabile: «Ambizioso e fazioso oltre misura, ricevette in consegna la città di Sparta quando essa aveva il dominio su terra e mare e non seppe mantenerla in questa condizione». L’opportunità di accettare o meno questa sentenza di condanna è il cardine del valore che si attribuisce all’uomo Agesilao, e chiunque voglia definire i contorni della sua figura dovrà farlo in funzione di questa decisione.
Questa premessa rende ineludibile il confronto con il primo storico cui la domanda sul valore di Agesilao si sia presentata con imperiosa necessità: Senofonte. Questo scrittore di penna garbata e vita avventurosa fu amico personale e indefesso ammiratore del re, ma anche testimone e cronista del declino di Sparta, un evento che rendeva difficili lodi incondizionate all’indirizzo del suo eroe. Ormai anziano, Senofonte compose in memoria del sovrano un opuscolo «tra commiato ed encomio», l’Agesilao, dalla cui smaltata superficie di elogi ininterrotti è appena possibile intuire quale profondo contrasto dividesse i contemporanei nel giudizio sul soggetto. Eppure confrontarsi con le responsabilità di Agesilao sulla caduta di Sparta è un compito che lo scrittore accettò nel momento stesso in cui si risolse a comporre l’opera; e, in verità, molti segnali lasciano intuire quanto grande fosse in lui il dissidio interiore, l’oscillazione tra affezione per Agesilao e consapevolezza del fallimento della sua città.
[…] Tra le figure di grandi uomini antichi quella di Agesilao è una di quelle su cui siamo, nel complesso, meglio informati. La sua lunga presenza sulla scena politica, il suo inesausto impegno in campagne militari e il ruolo da lui giocato in molti importanti eventi resero ben visibile la traccia lasciata da questo sovrano nei resoconti sulla storia dell’epoca.
Ancora nel IV secolo le sue imprese entrarono nella trattazione storica di Teopompo; frequente è il suo nome nelle Storie composte – con l’uso di fonti precedenti – da Eforo; lo storico delle cosiddette Elleniche di Ossirinco, anonimo ma quasi sicuramente vissuto nel IV secolo, descrive alcune sue azioni.
Le opere di questi autori, delle quali il tempo edace ha risparmiato solo alcuni frammenti, nutrirono gli scritti di storiografi e biografi successivi; questi, a loro volta, diventano per noi di fondamentale importanza quando serbino memoria di particolari altrimenti ignoti. Ci riferiamo in particolare alla trattazione storica di Diodoro Siculo (I secolo a.C.), un resoconto che per gli anni coincidenti con la vita di Agesilao si basa principalmente su Eforo; alla biografia di Cornelio Nepote (I secolo a.C.) e a quella di Plutarco (I-II secolo d.C.), molto stringata la prima e verosimilmente fondata su commenti storici tardi, ricca la seconda, che attinge da Eforo, Teopompo e altri storici del passato.

Opliti spartani

Il primo autore da interrogare per la biografia di Agesilao resta però Senofonte. La versione più particolareggiata degli eventi in cui il re spartano fu coinvolto è nelle Elleniche, l’opera storica maggiore, che copre il periodo tra il 411 e il 362 a.C., con alcune omissioni di peso e un costante interesse per le vicende di Sparta. Il punto di vista assunto in quest’opera è notoriamente parziale, quasi sempre filo-spartano e anti-tebano, ma quanto a scarsa obiettività non si può dire che a Senofonte manchi una buona compagnia: nei frammenti di Eforo, e conseguentemente nell’opera di Diodoro, emerge un certo favore concesso alla causa di Tebe; Plutarco, nato all’ombra di questa stessa città e cresciuto nel suo mito, esibisce a piè sospinto un campanilismo che impone cautela nel valutarne le affermazioni. Il lettore sia dunque avvertito: di Senofonte si deve spesso diffidare, ma anche sul resto della tradizione intorno ad Agesilao le verifiche sono sempre d’obbligo.
[…] La stesura dello scritto, che per uniformità di tono si direbbe il frutto di un unico momento creativo, va datata agli anni immediatamente successivi alla morte di Agesilao, avvenuta intorno al 360 a.C.: i riferimenti a questo evento nel corso dell’opuscolo sono infatti molteplici; Senofonte stesso dissuade i lettori dal considerare le sue parole un thrḗnos (lamento funebre) per l’amico, come l’occasione di uno a commemorazione post mortem potrebbe suggerire.
L’Agesilao ha originato accaniti dibattiti fra gli studiosi per il suo rapporto con le Elleniche. Con queste ultime la lode postuma dell’amico ha naturalmente diversi contatti, dovuti alla comunanza della materia, ma a destare interesse è soprattutto la circostanza che, almeno in alcune sezioni, Agesilao ed Elleniche descrivono le stesse vicende quasi con le stesse espressioni. Che uno dei due testi dipenda dall’altro è teoria comunemente accettata, ma non regna consenso fra gli studiosi in merito alla questione sulla priorità: per alcuni le Elleniche, o parte di esse, furono redatte per prime e funsero da modello per l’Agesilao, che nelle sue sezioni narrative condenserebbe le informazioni dell’opera precedente aggiungendo pochi particolari; secondo altri il rapporto sarebbe inverso, con le Elleniche composte o redatte dopo l’Agesilao e di conseguenza nate per ampliamento e correzione dei dati di quest’ultimo. […]
Lo scritto senofonteo marca anche un momento importante nella storia della letteratura greca, costituendo una delle prime forme a noi note di encomio in prosa. Il genere, almeno nella forma che potremmo definire canonica, era nato pochi anni prima con l’Evagora di Isocrate, che si vanta esplicitamente dell’innovazione e impressiona efficacemente molti dei suoi contemporanei, compreso Senofonte. Quest’ultimo conobbe quasi sicuramente l’opera del suo predecessore e se ne fece influenzare, ma dimostrò una certa libertà nel confrontarsi con il modello.
Tra le innovazioni senofontee la più notevole è senza dubbio la nuova disposizione data alla materia. Nell’Agesilao la lode del personaggio non si esaurisce più nell’esposizione delle sue azioni, intervallata da commenti sulle qualità dimostrate in ogni atto, ma si struttura in due sezioni ben distinte: nella prima (I, 6 – II, 31) vengono esposti in ordine cronologico, in forma concisa e senza troppa enfasi sui commenti, tutti i fatti della vita di Agesilao; la seconda (III, 1 – X, 4), invece, è un vero e proprio compendio tematico delle “virtù” dell’eroe, in cui ogni caratteristica di Agesilao è presentata al lettore separatamente e certificata con la citazione delle occasioni in cui si rivelò. Incorniciano i due nuclei espositivi il proemio (I, 1-5) e una sorta di indice delle virtù di Agesilao, che chiude elegantemente l’opera (XI, 1-16).
Tra le ipotesi formulate per spiegare questa scelta narrativa, resta particolarmente suggestiva quella che postula, all’origine di essa, il germe della distinzione tra descrizione del carattere e descrizione delle azioni, un problema con la cui biografia greca si confrontò più volte nel corso della sua evoluzione; aver coniugato a questa maniera le due tematiche consentiva d’altronde a Senofonte di fornire un resoconto delle azioni più particolareggiato di quanto avesse fatto Isocrate, ciò che, in vista dei suoi interessi storici, non poteva che fargli piacere.
Sull’occasione per la pubblicazione e la diffusione dello scritto non si può dire molto. In più sezioni l’esposizione dell’Agesilao si presenta come implicita risposta a critiche rivolte contro il sovrano spartano: si tratta sempre di accuse sedimentatesi negli anni, che forse si ripresentarono alla mente dei contemporanei alla morte del sovrano; forse, però, si riaffacciarono con tanta veemenza solo nella coscienza di Senofonte. In ogni caso, non abbiamo notizie di contestazioni postume al re spartano: il tono apologetico dell’opuscolo non è necessariamente una risposta a critiche esplicite, bensì l’unico strumento possibile per lodare un personaggio amato dall’autore ma sempre discusso tra i contemporanei.

 

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