Il bacio della donna pesce

Silvia Ronchey intervista Maurizio Bettini

Immagine di una sirena, pittura vascolare del VI secolo a.C. con la scritta Σειρήν εἰμί ('Io sono una Sirena').

Immagine di una sirena, pittura vascolare del VI secolo a.C. con la scritta Σειρήν εἰμί (‘Io sono una Sirena’).

«Una femminilità inquietante, oscura, parzialmente animalesca e proprio perciò irresistibile, capace di sopraffare la razionalità del maschio, fino ad annientarlo».

Non stiamo parlando della Femme Fatale dei romanzi decadenti, né della vamp, la donna-vampiro che domina la nostra immaginazione dalle storie preromantiche ai film noir. No, Maurizio Bettini, antropologo del mondo antico oltre che lui stesso romanziere, sta parlando della donna nel mondo classico e in particolare della sua immagine nel primo e apparentemente più solare tra i classici: Omero. Lo spunto è un libro bellissimo, che appena pubblicato per Einaudi con uno studioso brillantissimo, Luigi Spina, dedicato al Mito delle Sirene.

Queste creature anfibie, che attraggono irresistibilmente col loro canto i marinai per poi divorarli, sono l’emblema della seduttività femminile fine a se stessa, dei suoi terrificanti pericoli e del suo misterioso legame con la natura. Alla loro attrazione fatale per primo Ulisse, protetto dalla dea della ragione, Atena, riesce a non soccombere, sigillando con la cera le orecchie dei compagni e facendosi legare all’albero della nave. Soltanto così riesce a passare indenne davanti all’isola maledetta, in cui le Sirene sono esiliate per avere osato sfidare nell’arte del canto le Muse, ispiratrici dei poeti e di ogni creatività umana.

«A sconfiggere però le Sirene», continua Bettini, «non è solo l’ingegnosità di Ulisse, la sua mḗtis come la chiama Omero, anzi. C’è voluta la complicità di un’altra donna “oscura” dell’Odissea: la maga Circe, anche lei legata al lato più torbido e ferino della femminilità. Ha infatti tramutato in porci i compagni dell’eroe, ma, amandolo, lo ha avvertito del pericolo e gli ha suggerito come scongiurarlo».

Dunque le Sirene non sono, nel poema di fondazione dell’immaginario collettivo occidentale, la sola incarnazione della categoria della Femme Fatale?
No di certo. Fra le creature femminili dell’Odissea le Sirene sono le più note, ma in realtà tutte le grandi donne che vi si incontrano sono espressioni di femminilità inquietanti: non solo Circe, ma anche l’ambigua Calipso (non è un caso che il suo nome derivi dal verbo greco kalyptō, “nascondere”), per non parlare di Elena, che con il suo famoso “Nepente” fa perdere la coscienza agli uomini.

Da questa connotazione minacciosa non si salva, nell’Odissea, nessuna figura femminile?
L’unica è Nausicaa, non ancora iniziata al sesso. Per il resto, l’Odissea è evidentemente prodotta da una società che ha paura delle donne, che non se ne fida, che le rappresenta come detentrici di poteri sugli uomini: le donne, per i greci, hanno il potere della seduzione e insieme della perdizione.

Perciò la categoria del desiderio ingannevole, da sempre incarnato nelle Sirene, tanto che la parola ne è diventata sinonimo, in realtà accomuna, per i greci, tutte le donne?
Sì, tant’è vero che la prima donna dei greci, la loro Eva, è Pandora, bellissima ma spargitrice di mali, creata come punizione per il furto del fuoco da parte di Prometeo.

Però le Sirene, a differenza delle altre donne dell’Odissea, non hanno solo una contiguità col mondo animale, ma anche un rapporto stretto col canto e con la musica.
“Ho trovato le mie parole, la musica e la melodia, riarticolando la voce degli uccelli”, ha scritto il grande poeta Alcmane. Per lui, così come in seguito per i filosofi greci, musica e poesia, inestricabilmente connesse, si articolano su un materiale sonoro naturale, che viene dal mondo degli uccelli. Ora le Sirene, tardivamente descritte come donne-pesce, sorta di ninfe marine sul modello delle Oceanine e delle Nereidi, nella versione più antica del mito sono raffigurate appunto come donne-uccello.

Come le perfide Arpie?
Già, e anche come la Sfinge greca, donna-uccello che violenta i giovani maschi.

Insomma, le donne che fanno paura ai nostri antenati greci sono volatili e, me lo lasci dire, falliche.
Ma queste donne falliche, per usare la sua espressione, nella civiltà greca vengono sconfitte.

Come le Sirene da Ulisse.
Ma anche dal mitico cantore Orfeo, e prima ancora dalle Muse. Vede, nella sfera attiva, limpida, assertiva, la musica è governata, come indica la radice stessa del termine, dalle Muse. La relazione delle Sirene col canto, invece, è perversa: le Sirene incarnano il “canto negativo”, la loro è, per così dire, la voce oscura della poesia. Se la Musa è la “collaboratrice attiva del poeta”, colei che lo aiuta nell’attività salutare e salvifica di esprimere il proprio io, la Sirena rende passivo l’uomo che la ascolta, gli fa smarrire l’identità, lo perde: lo spinge nel grande regno dell’oblio, antitetico a quello delle Muse, che sono figlie di Mnēmosynē, della memoria appunto.

Dunque la minaccia della seduttività femminile è la regressione, la perdita del controllo e della coscienza?
Precisamente, e, sul piano psicologico, comprensibilmente. Che si esprima nelle droghe di Elena o negli incantesimi di Circe o nell’obliterazione della realtà minacciato da Calipso, o genericamente in ogni potere di seduzione sessuale femminile, il massimo dei timori dell’uomo greco è sempre quello di smarrire l’identità, di perdere i confini dell’io, di tornare allo stato indifferenziato della vita prenatale.

Insomma, quando diciamo a una donna che è una sirena, come si usava nei salotti di fine Ottocento e come si dice ancora, che cosa le stiamo dicendo realmente? Che è irresistibile? Che è un’allumeuse? Che è una strega? O che è una prostituta, come suggerisce l’autore delle Argonautiche orfiche, secondo cui il mito delle Sirene non farebbe che trasfigurare la realtà delle prostitute che adescavano i marinai per poi svuotarli, metaforicamente e non, nelle tasche e nell’anima.
No, quella dell’autore delle Argonautiche orfiche è un’interpretazione deplorevolmente riduttiva, tipica di un certo noioso razionalismo ellenistico.

E allora?
Allora, quando diciamo a una donna che è una sirena non le diciamo che è una prostituta, ma molto peggio. Le diciamo che è una seduttrice che non ama, ma vuole la nostra morte. Le diciamo che è una che ci vuole a tutti i costi solo per poi distruggerci. E’ così evocativa, illuminante, l’immagine della putrefazione dei corpi delle vittime delle Sirene contrapposta ai fiori che le attorniano…

Da racconto ottocentesco. Ne vengono in mente tanti, sulle Sirene, tutti ricordati nel libro, fino alla Ligheia di Tomasi di Lampedusa. Ma il più celebre, quello che più rappresenta la Sirena nell’immaginario moderno, è sicuramente la Sirenetta di Hans Christian Andersen. In cui assistiamo, però, a un rovesciamento del mito: non è la giovane sirena a far perire il marinaio, trascinandolo in una dimensione per lui insostenibile, ma esattamente il contrario.
Sì, la Sirena diventa vittima anziché carnefice. Andersen ribalta non solo la tradizione omerica, ma l’antica tradizione delle Nixen, le “ragazze dell’acqua”. Nelle saghe germaniche ricorre un racconto in cui la Nixe, abitatrice di un lago o di un fiume, esce dal suo elemento, va a vivere nella casa dell’uomo e gli dà un figlio. Poi però si rituffa nell’acqua portando con sé il bambino e abbandonando definitivamente il maschio. La Sirenetta di Andersen rovescia dunque una tradizione preesistente, e risolve l’ancestrale inquietudine che questa rispecchia in una figura femminile di vittima innocua.

Non sarà l’inizio di una presa di coscienza della condizione femminile, un superamento dei timori suscitati in precedenza dai suoi poteri?
E’ probabile. Nell’età romantica germoglia un interesse per l’irrazionale, per il mondo ambiguo della natura, di cui appunto la donna, come abbiamo visto, è considerata parte. Dietro la pietà di Andersen si intravede un’apertura del sentimento, di cui fa parte anche una visione meno timorosa della donna.

Nel 1989 il cartone animato di John Musker e Ron Clements ha divulgato il racconto di Anderson regalando alle nuove generazioni addirittura un happy-ending.
Sì, ha consolidato da una lato l’immagine univoca della Sirena come donna-pesce, e dall’altro ha trasformato un “cupo racconto di metamorfosi mancata e di proibitivo rapporto fra mondi diversi”, come spiega Spina, in un patto di felicità basato sulla rinuncia all’identità.

Ma se fin dai primordi dell’immaginario occidentale la Sirena rappresenta il desiderio ingannevole, non può darsi che la nostra società, fondata proprio sulla libido effimera e divorante del consumo, abbia in qualche modo assolto le Sirene? Che cos’è alla fine il nostro mondo, ipnotizzati dalla pubblicità, se non un grande canto delle Sirene?
Mentre lei parlava ho avuto una visione di quella che potrebbe essere l’ultima messa in scena del mito omerico delle Sirene: Ulisse che avanza in un ipermercato con le mani legate al carrello. Scherzi a parte, quello che dice è vero. Ed è anche vero che siamo in una società buonista, che vuole recuperare tutti, addomesticare i tigrotti, insegnare agli avvoltoi a non mangiare carne, trasformare quell’animale feroce che è l’orso in teddy bear. Una società che vuole addolcire la natura. Ma non cogliere la diversità, la ferocia, il lato oscuro del mondo naturale, è molto pericoloso.

Più pericoloso ancora, forse, del canto delle Sirene.

Interv. su Io Donna, 30/06/07.

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