Quanto le tasse condizionano la storia? Tassazione di ieri, tassazione di oggi: qualche riflessione sul sistema fiscale di Roma e su alcune conseguenze politiche e implicazioni etiche del “pagare le tasse”

di M. Reali, Loescher ricerca – Lingue classiche, 21/1/13.

[…] Anche nel mondo romano le tasse avevano una tale importanza “politica”? La risposta che mi sono dato, senza neppure troppa titubanza, è stata “sì”: anche a Roma molte scelte politiche furono profondamente connesse a scelte o strategie di carattere fiscale.
Non posso parlare in generale del sistema fiscale di Roma: un conto fu la Repubblica, un conto l’Impero. E poi da Romolo a Costantino, e oltre, ci passano più di mille anni: vorrete concedere anche ai poveri Romani, in questo lungo periodo, qualche “riforma fiscale”? Insomma butto lì solo qualche considerazione, che senza dubbio qualcuno troverà – a buona ragione – approssimativa e superficiale.

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Frammento del piano catastale A di Augustodunum. Marmo, I-II sec. d.C. ca. Orange, Musée d’Art et d’Histoire.

Non vi è però dubbio che – e parlo soprattutto della tarda-repubblica e dell’Impero – qualche linea generale nel fisco di Roma ci fu. Ad esempio, l’idea che gli abitanti dell’Italia (che con Cesare diverranno tutti cittadini romani) non dovevano pagare dal 167 a.C. alcuna imposta diretta, il tributum; e ciò per due ragioni. La prima perché i bottini delle guerre in Oriente avevano rimpinguato moltissimo le casse della res publica; la seconda perché i cives – come “tassa” – già combattevano nel nome di Roma nell’esercito legionario, anche se quest’ultimo – da Gaio Mario in poi – divenne per lo più una struttura volontaria e professionistica. Ai cittadini residenti in Italia spettavano solo i vectigalia, cioè le imposte indirette, che andarono comunque col tempo aumentando: tra questi – e non sono tutti – i portoria (i dazi), la vicesima libertatis (una tassa sull’emancipazione degli schiavi), la vicesima hereditatum (la “tassa di successione”), nonché alcune forme diverse di tassazione delle compravendite (una specie di IVA, insomma).
I provinciali, d’altro canto, non se la passavano troppo bene, poiché veniva loro imposto il tributum, sia quello sulle proprietà terriere (il tributum soli: i Romani avevano buone mappe catastali, come quella trovata ad Orange, in Francia), sia quello sulle persone fisiche (tributum capitis): questo veniva riscosso per lo più da società di publicani, cui lo Stato – come capita anche oggi – appaltava quest’antipatico servizio: i proventi finivano nell’ærarium (deposito custodito dal Senato) e, in epoca imperiale, in parte anche nel fiscus (controllato invece dall’imperatore). E il tributum poteva essere in denaro o in natura: quanto grano – infatti – la Sicilia (per questo mai inclusa nell’Italia romana) e l’Egitto inviarono a Roma per sfamare i cittadini dell’Urbs! Tra l’altro alcuni vectigalia dovevano pagarli pure i provinciali, e ci furono momenti nei quali il potere centrale di Roma aveva la piena consapevolezza del peso delle sue imposizioni fiscali nei confronti dei popoli sottomessi. I Romani sapevano comunque di non poter esagerare – pena il rischio di sanguinose rivolte – e quando all’imperatore Tiberio fu chiesto dai governatori di aumentare le tasse alle province, egli rispose: boni pastoris esse tondere pecus, non deglubere («è proprio del buon pastore tosare le pecore, non scorticarle», Svetonio, Vita di Tiberio, 32).
Ma la spesa pubblica di Roma non era certo esigua. Intendiamoci, non esisteva – se non in forme limitatissime – alcuna forma di “scuola statale” (almeno di quel deficit non si possono incolpare gli insegnanti…), e i veri “statali” che costavano tanto erano i burocrati degli uffici pubblici (nelle province, soprattutto) e le numericamente esorbitanti forze armate (legionari, ausiliari, ma anche soldati urbani, vigili, pretoriani, ecc.), con le quali all’Urbe toccava in sorte (così volevano gli dèi…) dominare il mondo.

E l’Impero – all’inizio del III secolo d.C. – traballava così sotto i colpi dei barbari invasori, ma specialmente sotto i colpi del deficit delle casse dello Stato. Che fare? Nel 212 d.C. fu Caracalla, passato alla storia come un imperatore sanguinario e megalomane, a tirare fuori il coniglio dal cilindro. Emanò un editto (la Constitutio Antoniniana) con il quale tutti gli abitanti dell’Impero diventavano cittadini romani, provinciali inclusi. E, di conseguenza, dovevano tutti – proprio tutti – pagare i vectigalia, e soprattutto le tasse di successione! Tutti muoiono – pensò probabilmente il princeps –, tutti lasciano eredi qualcuno di qualcosa: meglio dunque allargare la vicesima hereditatum ai forse 25 milioni di ex provinciali che mantenerla solo per i 7 milioni di italici. Altro che atto magnanimo e generoso! Certo, fu un gesto politico solenne e rilevante, con il quale il potere centrale sancì l’ecumenicità dell’Impero, l’eguaglianza dei suoi cives davanti alla legge, il diritto di cittadinanza delle sue varie etnie: ma soprattutto questo gesto inchiodò tutti a un nuovo tipo di tassazione, ritenuto più vantaggioso per lo Stato e forse di più facile esazione. Insomma: restarono anche altre forme di fiscalità, ma certamente fu la tassa di successione a consentire all’Impero di resistere ancora qualche tempo[…].

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