L’elegia dell’addio

di F.Piazzi – A. Giordano Ramponi, Multa per aequora. Letteratura, antologia e autori della lingua latina- Augusto e la prima età imperiale, Bologna 2004.

Risus eram positis inter convivia mensis,
et de me poterat quilibet esse loquax.
Quinque tibi potui servire fideliter annos:
ungue meam morso sæpe querere fidem.
nil moveor lacrimis: ista sum captus ab arte;
semper ab insidiis, Cynthia, flere soles.
Flebo ego discedens, sed fletum iniuria vincit:
tu bene conveniens non sinis ire iugum.
Limina iam nostris valeant lacrimantia verbis,
nec tamen irata ianua fracta manu.
At te celatis ætas gravis urgeat annis,
et veniat formæ ruga sinistra tuæ!
Vellere tum cupias albos a stirpe capillos,
iam speculo rugas increpitante tibi,
exclusa inque vicem fastus patiare superbos,
et quæ fecisti facta queraris anus!
Has tibi fatalis cecinit mea pagina diras:
eventum formæ disce timere tuæ!

Ero oggetto di riso nei banchetti, quando le tavole erano imbandite,
e chiunque poteva sparlare su di me.
Ho potuto servirti fedelmente per cinque anni:
spesso rimpiangerai la mia fedeltà mordendoti le unghie.
Per nulla ma lascio commuovere dalle lacrime: già troppe volte mi sono lasciato
catturare da questa tua arte; sempre sei solita, Cinzia, piangere per gli inganni.
Io sì che piangerò andandomene, ma l’offesa vince il pianto:
sei tu che non permetti che il nostro legame proceda ben equilibrato.
Addio soglia lacrimante per le mie parole,
addio porta malgrado tutto non abbattuta dalla mia mano irata.
Ma ti tormenti l’età tarda con i molti anni, pur celati,
e vengano le rughe infauste per la tua bellezza.
Allora possa tu volere strappare dalla radice i capelli bianchi,
mentre lo specchio, ahimè, ti rinfaccerà le rughe,
e possa, a tua volta respinta, sopportare la superba arroganza,
e, da vecchia, possa lamentarti delle cose che anche tu hai fatto!
La mia pagina ti ha vaticinato questa funesta sorte:
impara a temere la fine della bellezza!

(Properzio, Elegie III, 25)

Statuetta in terracotta del 150 a.C. ca. Un giovane fa la corte a una fanciulla riluttante.  Parigi, Musée du Louvre

Statuetta in terracotta del 150 a.C. ca. Un giovane fa la corte a una fanciulla riluttante.
Parigi, Musée du Louvre

Questa è l’elegia del congedo. «Viva come un corpo ferito e sanguinate», commenta Antonio La Penna. Alcuni studiosi la considerano un tutt’uno con l’elegia precedente, la ventiquattresima: in effetti, solo il codice N distingue la XXIV dalla XXV; in ogni caso è legata ad essa tematicamente, in un «dittico dedicato al distacco», per usare le parole del Citroni.
Dopo cinque anni – tale è la durata della storia d’amore per Cinzia (presumibilmente dal 29 al 25 a.C.) – viene il momento del discidium, anche se questo termine tecnico, che indica l’interruzione del rapporto e l’incamminarsi degli amanti per strade diverse, è qui del tutto assente. La donna, cortigiana libera, volubile e infedele, non ha mai osservato la fides nei confronti del foedus, sacro patto degli amanti. Si badi bene: la fides indica la “lealtà” nei confronti del foedus, il “sacro giuramento” garantito dagli dèi, al quale sottostà l’amore coniugale; Properzio, come del resto aveva fatto a suo tempo Catullo, pretende d’improntare a questo concetto il proprio rapporto con la cortigiana Cinzia. I suoi continui tradimenti giustificano l’incipit del carme ex abrupto: risus eram; il poeta si è reso zimbello di tutti, all’interno dei “salotti” eleganti della Roma del Principato. Ma ora si dimostra deciso a troncare una volta per tutte, per quanto dolore ciò possa costargli, né l’artificioso pianto della puella potrà fargli cambiare idea. La motivazione sintetica della renuntiatio amoris è espressa al v.8, tu bene conveniens non sinis ire iugum. È la denuncia di un rapporto non simmetrico, fatta attraverso la metafora del giogo d’amore: lo iugum tra due partner allude a un rapporto paritetico, di piena parità. È la constatazione di una disarmonica relazione e la conseguente rinuncia tenere ancora il collo sotto lo stesso giogo; la rinuncia a quel servire, indicato nel v.3, che richiama l’idea del servitium amoris (che appunto equipara il rapporto amoroso a quello esistente fra padrone e servo, generando metafore che indicano la subalternità dell’amante alla domina). Dopo lo struggente saluto rivolto alla porta dell’amata, testimone di crudeli repulse e di notti trascorse in lacrime all’addiaccio (secondo lo schema topico del paraklausìthyron, elemento mutuato dalla poesia alessandrina), Properzio fa una previsione, che ha tutto il sapore di una “maledizione” (dira): Cinzia perderà presto la sua bellezza (per una cortigiana, che vive proprio di essa, è la cosa peggiore che possa accaderle!) e, a causa delle rughe e dei capelli bianchi, sarà anch’essa respinta dai giovani amanti. Allora subirà a sua volta l’altero disprezzo che un tempo inflisse al poeta.
L’invito finale a meditare in anticipo sul carattere effimero della bellezza fisica (eventum formæ disce timere tuæ!), espresso con parole nude come in un’epigrafe sepolcrale, riprende il miracolo di certe formule catulliane, pregnanti e definitive. Qui la gnome elegiaca assume un pathos altissimo dovuto, oltre che alla forma spoglia e lapidaria, alla collocazione particolare. Il cupo monito, in cui si condensa tutto il succo della quinquennale vicenda d’amore, non conclude solo l’elegia, conclude bensì tutto il III libro. Ma il II e il III libro, uniti al primo (il Monòbiblos), costituivano, come afferma il Citroni, «una raccolta che poteva figurare come pendant elegiaco dei tre libri delle Odi di Orazio, appena pubblicati»; insomma, rappresentavano un corpus unitario (il IV libro ha tutt’altra ispirazione e fa parte a sé). Dunque, questo ultimo verso chiude il “canzoniere” di Properzio. Quest’ultima elegia si ricollega alla prima del Monòbiblos, creando una ringkomposition, ma in termini di un desolato pessimismo: è questa l’elegia della renuntiatio amoris, dell’abbandono, di un bilancio amaro di tutta l’esperienza passata. Ancor più cupo di Orazio e di Catullo (del quale sembra richiamare qui il carme VIII), Properzio sigilla l’opera con un monito che sembra anticipare le espressioni buie del pessimismo medievale.

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