La lirica di Catullo

di A. Traina, Introduzione a Catullo, Carmi, Milano 2002.

Diverso è per noi e per gli antichi il concetto di “lirica”. La definizione di «forma poetica in cui si esprime il sentimento personale dell’autore» vale per noi, eredi di una poetica del soggetto di materia romantica e idealistica (definizione rinverdita da Jackobson, che legga la “lirica”, in quanto orientata verso la prima persona, alla funzione emotiva). Ma non vale per gli antichi. Per il Greco, la definizione era facile: «indicava semplicemente un canto accompagnato dalla lira». Per un Latino, era più difficile. La tripartizione del grammatico Diomede, pone la lirica, assieme all’epica, come sottospecie del «genere misto, in cui parla il poeta in prima persona e sono introdotti personaggi a parlare» (I 482 K.: il genere «in cui parla il poeta stesso senza intervento di personaggi» è quello narrativo, per esempio di Lucrezio); passa poi a definire elegia e giambo senza tornare più sulla lirica. Legarla alla poesia soggettiva non era possibile per l’esistenza sia di una lirica oggettiva come quella corale (liturgica o drammatica), sia di forme poetiche egualmente soggettive come la satira e l’epigramma. Il criterio distintivo era metrico: è lirica quella che si esprime in versi «lirici», gli eolici per esempio. Non per nulla Orazio non riconosce suo predecessore Catullo e Quintiliano, come il citato Diomede (I 485 K.), lo pone tra i giambografi, non tra i lirici (X 1, 96). Del libellus catulliano un antico avrebbe fatto rientrare nella lirica solo, e non tutti, i polimetri.

Lawrence Alma-Tadema, Catullo da Lesbia, 1865.

Lawrence Alma-Tadema, Catullo da Lesbia, 1865.

A un criterio metrico ubbidisce la tripartizione del libellus in polimetri (in gran parte faleci, ma anche trimetri giambici e saffiche), i cc. 1-60; epigrammi, in distici elegiaci, i cc. 96-116; in mezzo i carmi lunghi, i cosiddetti carmina docta, abbastanza eterogenei, abbracciando gliconei e ferecratei, galliambi, esametri e pentametri. Risale al poeta questa distribuzione, che sovverte ogni ordine cronologico? La questione è controversa, e oggi voci autorevoli dicono di sì.
Differenza di metrica implica, inevitabilmente, una certa differenza di lingua: sia perché ogni metro ha il suo ethos vincolato a tanti echi e cadenze letterarie (si pensi al peso della clausola esametrica nella memoria poetica), sia perché obbliga a una selezione prosodica del lessico. L’esametro, per esempio, non ammette sequenze cretiche ( ˉ ˘ ˉ ): ne sono dunque escluse tante forme di comparativi-oppositivi che danno un’impronta catulliana alle clausole dei faleci (beatiores, seviores, venustiores…), tante forme di verbi popolari in -ā- e i loro derivati nominali (e non sono verbi da poco: basiare/basiatio, irrumare/irrumatio/irrumator, osculari/osculatio, pipiare, saviari e anche esurire/esuritio), tanti termini del lessico neoterico (delicatus, elegans/inelegans, facetiæ/infacetus, mollicelus, invenustus); in esametri Catullo non avrebbe potuto sorridere delle araneæ del suo borsellino (c. 13) né prendersela con l’imperator unicus (cc. 29 e 54). D’altra parte, il trimetro giambico, quello almeno di Catullo, rifiuta di norma sequenze dattiliche ( ˉ ˘ ˘ ), tranne in clausola, e anapestiche ( ˘ ˘ ˉ ) e quindi parole-chiave come bene velle, pietas, desiderium e gli astratti del tipo amicitia, lætitia, sævitia. Il falecio è metro meno condizionante; ma, nel breve respiro delle sue undici sillabe, non c’è spazio per più di una sequenza dattilica contro le cinque possibili dell’esametro e le quattro del pentametro: chiudere in un solo falecio patetiche antitesi come quelle di 72,8 e 76,13 sarebbe stato difficile. Un tempo si contrapponeva la spontaneità delle nugæ, «suggerite dalla vita stessa», alla letterarietà dei carmina docta, «prodotto della fantasia e del lavoro». Oggi si tende a sottolineare la fondamentale omogeneità espressiva dell’opera catulliana, e caso mai a valorizzare le differenze tra polimetri ed epigrammi. Non basta la presenza sporadica di qualche termine comune, come i labella di Lesbia, di Attis, di Arianna, delle Parche. La dicotomia stilistica c’è, da un doppio punto di vista.

Stepan Bakalovich, Il poeta Catullo legge un suo carme agli amici, 1885.

Stepan Bakalovich, Il poeta Catullo legge un suo carme agli amici, 1885.

Il tessuto linguistico dei polimetri e degli epigrammi è usuale; quello dei carmi esametrici è incontestabilmente letterario, con i suoi echi enniani e forse anche lucreziani, con i suoi arcaismi, con le attese ricorrenze lessicali in sede fissa, anche a breve distanza, con le sue clausole allitteranti, insomma con i suoi poetismi e metrismi. Non c’è un’altra linea spartiacque fra nugæ e carmina docta, quella che passa tra lo stile del discours e lo stile della historie nel senso benvenistiano dei termini: da una parte, l’accentuazione del rapporto dialogico, la presenza e l’importanza degli indicatori di I^ e II^ persona, il continuo riferimento alla situazione di enunciazione veicolato dai deittici (pronomi e avverbi dimostrativi) e dal presente verbale, la presenza e l’importanza delle funzioni dell’enunciazione, cioè i mezzi messi in opere dall’enunciatore per influire sul comportamento del partner (interrogazione e intimazione, e quindi vocativo e imperativo); dall’altra, la prevalenza degli indicatori di III^ persona, degli anaforici, dei tempi del passato, tutti quei modi di enunciazione che «escludono ogni forma linguistica “autobiografica”».
L’unità della poesia catulliana va cercata su un altro piano, quello del pathos e dell’ethos: nell’affettività, altri han detto “affettuosità”, con cui il poeta guarda ai suoi personaggi come a se stesso e ai suoi interlocutori, e, soprattutto, nella misura della sua identificazione con essi: «la propria vita diventa un mito (e Lesbia, rispetto a Clodia è realmente già divenuta un mito) e il mito diventa vita».

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