La “rivolta” di Catullo

di A. La Penna, Aspetti del pensiero storico latino, Torino 1978; pp. 17-18.

Di una rottura sul piano morale si può parlare solo quando l’otium raccoglie in sé tutti i valori o i valori più importanti, quando impegna tutto l’individuo e dà alla vita le ragioni essenziali o le sole ragioni valide: allora l’otium diventa, per la morale del cittadino romano, una forza distruttiva e un pericolo mortale: «Otium, Catulle, tibi moltestumst…/otium et reges prius et beatas perdidit urbes (= L’ozio, Catullo, è pericoloso per te…/l’ozio ha mandato in rovina sia re prima, sia fiorenti città)». Di una tale rottura si può parlare, appunto, per Catullo; ciò vuol dire che Catullo significa, almeno tendenzialmente, una rivoluzione morale all’interno della rivoluzione pre-neoterica e neoterica del gusto letterario: se si confronta la sua biografia con quella dei suoi amici Calvo e Cinna, uomini che non rinunziarono a un’impegnativa carriera politica, si chiarirà e si confermerà quanto voglio dire. S’intende che la rivoluzione morale ha avuto i suoi effetti sul piano letterario: il senso dell’eros che riempie e distrugge la vita, dell’eros come fonte di poesia e nello stesso tempo come totalità dell’esistenza e destino senza residui e senza scampo, ha costituito la prima condizione favorevole, anche se, ben inteso, non sufficiente, perché Catullo si mettesse sul piano di Saffo e di Archiloco e non restasse su quello di Callimaco o di Asclepiade. Va sottolineato che la rivolta morale di Catullo (“rivolta” è qui, forse, termine meno improprio che quello di “rivoluzione”) non è cercata, voluta, e neppure veramente esplicita; esplicita, e in qualche misura “teorizzata”, è in Properzio, che sotto questo aspetto è il vero e forse l’unico erede di Catullo. Anche Properzio, però, si guarda dal portare alle estreme conseguenze la rottura, dall’attaccare frontalmente e radicalmente la morale coniugale della tradizione; anzi, esauritasi la passione per Cinzia come fonte di un senso totale della vita e della morte, egli si apre alla comprensione dell’intima vita coniugale se sostenuta da vera fides e sostanziata da vero affetto. Del resto, va ricordato che né Catullo né Properzio guardano all’eros come a un principio di libertà, come a un demone che spezza tutti i vincoli; anzi, lo considerano una fonte di fatale servitium: la vita ideale che essi vagheggiano non è, almeno in generale, quella del libero amore, ma quella delle coppie fedelissime del mito; le donne ideali sono le spose senza macchia, pronte al sacrificio, Alcesti, Laodamia, Penelope, Calipso; a fondamento della vita dedicata all’eros richiamano un valore tradizionale come la fides, superandone l’arido formalismo in una pienezza morale e spirituale.

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