Un libro «guida e norma all’azione»

Iniziale miniata da una copia manoscritta del 'De Officiis' di Cicerone. 1466, Mainz.

Iniziale miniata da una copia manoscritta del ‘De Officiis’ di Cicerone. 1466, Mainz.

di D. Arfelli, Introduzione al “De officiis” di Cicerone, Bologna 1991.

 

Il trattato De officiis fu composto, con affannosa e quasi disperata alacrità, nell’autunno del 44; ripreso e rimaneggiato nella primavera del 43, non poté avere l’ultima mano e fu pubblicato postumo. Esso riassume e conclude la più profonda e segreta vita intellettuale e morale dell’autore; e appunto per ciò si presenta ai posteri come un testamento spirituale e come un messaggio di verità e di salvezza.
Per ben comprendere il libro De officiis, dobbiamo rifarci al libro De re publica. Quando Cicerone scrisse il suo De re publica, tra i molti e paurosi sovvertimenti costituzionali del primo triunvirato, ma avanti le rovine della seconda guerra civile, egli credeva, o sperava, ancora possibile una restaurazione politica dell’antico Stato romano. La Repubblica di Platone, che, pur avendo le sue radici profondate nella storicità, si slancia ardita alle più ardue vette dell’idealità, sino ad attingere il mondo celeste delle idee, poteva molto sullo spirito artistico e fantastico di Cicerone; ma assai più potevano sulla sua mente, nutrita di solida e pratica concretezza romana, le considerazioni e le dottrine con le quali il greco filosofo Panezio e lo storiografo Polibio avevano giustificato ed esaltato teoricamente e storicamente lo Stato romano, quale si era venuto configurando per la virtù dei padri nell’età degli Scipioni. E Cicerone, come pensatore e come artista, poté così tranquillamente comporre, nella propizia luce di quelle idee, quel suo grande dialogo, nel quale, per bocca di Scipione l’Emiliano e dei suoi dotti amici, egli rappresentava lo Stato ideale nell’attualità della repubblica romana, e delineava, pensando a Pompeo e forse anche a se stesso, la dottrina dell’optimus princeps, supremo moderatore, sapiente restauratore e innovatore dello Stato. Ma ora tutto è cambiato intorno a lui. La seconda guerra civile e la dittatura di Cesare, l’impotenza del senato e la prepotenza di Antonio hanno distrutto, o sconvolto, l’ordine repubblicano. L’improvvisa apparizione di Ottaviano gli riapre il cuore alla speranza, ed egli se ne fa mallevadore al senato e al popolo; ma ben presto il «divino giovinetto», il «provvidenziale fanciullo» lo delude e lo tradisce; ed egli piomba nella più deserta e lugubre tristezza.
Ormai tutto è crollato intorno a lui. La repubblica, l’antica repubblica, è morta. Non giovano, o non bastano, a resuscitarla le riforme politiche. Tutte le più oscure forze dell’istinto e della passione si sono scatenate. La corruzione dei costumi dilaga in ogni ordine sociale. La res publica è divenuta una res privata, alla mercé dei facinorosi e degli avventurieri. Le antiche virtù dei padri hanno ceduto il luogo alla febbre della potenza, della ricchezza, del piacere. L’utile trionfa dappertutto sull’onesto. Bisogna rifare gli animi, bisogna rifare i Romani. Ed ecco che l’uomo, sempre ansioso d’azione e sempre deluso o eluso dall’azione, non potendo agire, scrive: scrive quella delle sue opere che più d’ogni altra è materiata d’azione. … All’imperioso bisogno e al magnanimo intento occorreva ora un’opera assolutamente pratica, di etica civile e sociale; un’opera che, considerando nell’uomo il cittadino e nel cittadino l’uomo, ponesse la restaurazione morale come fondamento d’ogni restaurazione politica, e incitando a sottomettere l’utile all’onesto e, in ogni caso, a posporre l’utile personale all’utile della comunità, insegnasse a tutti e a ciascuno il vario comportamento del bonus vir e del bonus civis nelle varie circostanze della vita, davanti ai concittadini, davanti allo Stato, davanti alla grande famiglia umana.
Da tre fonti principali affluivano alla mente di Cicerone i concetti e le immagini, le massime e gli esempi: dalla cultura greca, dalla storia romana, dall’esperienza personale. …Ora, nello scoramento e nella solitudine, egli chiede conforto principalmente ai filosofi greci: a Platone, ad Aristotele, a Panezio, a Posidonio. Soprattutto, a Panezio e a Posidonio…. L’esperienza e la meditazione l’avevano a poco a poco convertito, per ciò che riguarda la morale, allo Stoicismo, non già a quello ascetico e disumano di Zenone e di Crisippo, bensì a quello che, maturatosi da qualche tempo nell’aura spirituale di Roma per virtù di Panezio e Posidonio, appariva particolarmente congeniale all’indole dei Romani. E Catone Minore (l’Uticense) ne era ormai il campione e il martire.
Un famoso libro di Panezio, concepito ed elaborato in Roma, nell’affettuosa e ispiratrice familiarità di Scipione l’Emiliano, con la mente rivolta […] alla grande repubblica romana, porgeva un potente stimolo e un valido aiuto. Era un’opera in tre libri, che trattava del dovere. Il primo libro svolgeva la dottrina del dovere. L’anima è dotata di due facoltà, l’istinto e la ragione. L’istinto trascina ciecamente l’uomo da questa o da quella parte; la ragione gli insegna quel che si deve e quel che non si deve fare. Dalla vita istintiva, disciplinata dalla ragione, si svolge la vita morale. Ci sono nell’uomo quattro istinti fondamentali: aspirazione alla ricerca del vero; aspirazione alla comunità e alla vita sociale; aspirazione alla superiorità sugli altri uomini e sulle cose; aspirazione all’armonia e all’ordine. Queste quattro aspirazioni, innalzate dalla ragione, si trasfigurano nelle quattro virtù cardinali: sapienza, giustizia, magnanimità, temperanza. Il secondo libro definiva la natura e il valore di ciascuna virtù: la sapienza è puro amore del sapere; la giustizia – virtù sociale per eccellenza – intende non solo dare a ciascuno il suo, ma anche collaborare al benessere della comunità, ossia è giustizia in senso stretto ed è beneficenza; la magnanimità non è più soltanto la fortezza d’animo che vince le sue battaglie interne ed esterne, ma è anche quel nobile e generoso impulso che spinge l’uomo a salire verso l’alto e a prodigarsi per il bene comune; la temperanza o moderazione è equilibrio interiore dell’anima ed è dignitosa compostezza esteriore dell’aspetto e del contegno. Da ciascuna di queste virtù discende un particolare ordine di doveri individuali e sociali. il terzo libro trattava dell’utile. Posto come assioma l’inseparabilità dell’utile dall’onesto, dimostrava come dall’uomo venga all’uomo il maggior bene e il maggior male. Di qui la necessità di conciliarsi con gli uomini con la benevolenza, con il beneficio, con la rettitudine, con la dedizione al bene comune. Il vero utile dell’uomo, specialmente dell’uomo politico, è nel subordinare il proprio interesse e la propria ambizione all’interesse e all’onore della comunità.
Cicerone dunque trarrà il più largo profitto dall’opera di Panezio. La seguirà passo a passo. Non però come un traduttore, bensì come libero e consapevole interprete. Essa gli darà il sicuro fondamento e la vasta orditura filosofica, nella quale egli infonderà il suo maturo giudizio e la sua ardente passione. Infonderà il suo senso romano e umano, la sua ansia febbrile di palingenesi morale. Fonderà il primo e il secondo libro del suo autore in un solo libro, che sarà il suo primo e potrà chiamarsi dell’onesto, ovvero l’etica; raccoglierà il terzo di quello nel suo secondo, che potrà chiamarsi dell’utile, ovvero la politica; e ne aggiungerà, tutto suo, un terzo: del conflitto tra l’onesto e l’utile. Panezio, nel proemio della sua opera, aveva promesso che, dopo l’onesto e dopo l’utile, avrebbe trattato di questo conflitto; ma poi non aveva mantenuto la promessa. … Rimane incrollabilmente fermo il principio che un vero e proprio conflitto tra l’onesto e l’ulite è impossibile e impensabile: tutto quel che è onesto è anche utile e nulla è utile se non è onesto. Solo una chiara, ferma, coerente, indomita fedeltà a questo principio può rigenerare il mondo. Qui si tratta di penetrare nell’intimo segreto delle coscienze, là dove si confrontano e si discutono i vari motivi dell’azione; si tratta di sorprendere l’uomo nel delicato e decisivo momento della scelta e di rinvigorire in lui, col monito e con l’esempio, le forze del bene. Sarà una casistica, ma una casistica rigorosa che non darà scampo all’errore. Qualche aiuto potrà chiederlo a Posidonio, di cui c’è un libro, Del dovere secondo le circostanze, che può fare al caso suo; o direttamente, procurandosi quel libro, o indirettamente – e così sarà – ottenendone un riassunto dall’amico filosofo stoico Atenodoro di Tarso, detto “il Calvo”. A tutto il resto provvederà da solo con la sua vasta cultura filosofica attinta dai Greci, ma soprattutto con la profonda conoscenza della storia romana, e con la dolorosa esperienza della sua propria vita…

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2 commenti su “Un libro «guida e norma all’azione»

  1. Francesco C.90 ha detto:

    «The essay entitled De officiis (“On Duties”) was composed, with almost frantic and desperate haste, in the autumn of 44 B.C.; recovered and restored in the spring of 43 B.C., it could not have the last hand and was published posthumously. It summarizes and concludes the deepest secret and intellectual and moral life of the author, and precisely for this reason presents itself to posterity as a spiritual testament and as a message of truth and salvation.
    In order to understand De officiis, you must go back to De re publica. When Cicero wrote his De re publica, among many fearful and constitutional upheavals of the first triumvirate, but on the ruins of the Civil War, he believed, or hoped, still be a political restoration of the ancient Roman state. The Republic of Plato, that, despite having its roots in the historicity, daring leaps to the most arduous heights of idealism, to draw up the heavenly world of ideas, could rely to Cicero’s very artistic and fantastic spirit; but considerations and doctrines could count much more on his mind, nourished by a sound and Roman practical concreteness; considerations and doctrines with which the greek philosopher Panaetius and the historian Polybius had justified and exalted theoretically and historically the Roman state, which had come to configuring the virtues of the fathers in age of the Scipios. And Cicero, as a thinker and as an artist, was able to easily compose, in a favorable light of those ideas, that his great dialogue, in which, through the mouth of Scipio Aemilianus and his learned friends, he represented the ideal state in the News of the Roman Republic, and outlined, thinking of Pompey and perhaps even to himself, the doctrine called optimus princeps, the “supreme moderator”, “skilful restorer” and “innovator of the State.” But now everything has changed around him. The Second Civil War and the dictatorship of Caesar, the impotence of the Senate and the arrogance of Antonius destroyed, or upset, republican order. The sudden appearance of Octavian opens his heart to hope, and if he makes it to the Senate and surety of his people, but soon this «divine youth», this «providential child» disappoints and betrays him, and Cicero falls into more deserted and gloomy sadness.
    Now everything has collapsed around him. The republic, the old republic, is dead. Political reform do not help, or not enough, to resurrect it. All the darkest forces of instinct and passion have been let loose. The moral corruption is rampant in every social order. The res publica has become a res privata, at the mercy of thugs and adventurers. The old virtues of the fathers have given rise to the fever of the power, wealth, pleasure. The profit triumphs everywhere over honesty. You have to redo the minds, you have to redo the Romans. And here is the man, always eager for action and always disappointed or baffled by the action, not being able to act, writes: he writes that among his works more than any other is materialized action. […] The imperious need and magnanimous intent should now be absolutely a work practice, civil ethics and social work which, considering humans the citizen and citizen man, would put the restoration of morality as the foundation of every political restoration, and inciting to subdue the honest and helpful, however, to postpone the gain personal profit of the community, to teach each and every behaviour of the various vir bonus and bonus civis in the various circumstances of life, in front of fellow citizens, in front of the State before the great human family.
    From three main sources, concepts and images, maxims and examples flocked to the mind of Cicero: from Greek culture, Roman history, and personal experience. […] Now, in discouragement and solitude, he seeks solace mainly to the Greek philosophers: Plato, Aristotle, Panaetius, Posidonius. Above all, Panaetius and Posidonius […]. The experience and meditation had gradually converted, as regards morality, the Stoics, not to the ascetic and inhuman of Zeno and Chrysippus, but to what, for some time in the spiritual halo of Rome by virtue of Panaetius and Posidonius, seemed particularly suited to the character of the Romans. And Cato the Younger was now the champion and martyr of it.
    A famous Panaetius’ work, conceived and worked in Rome, in endearing and inspiring familiarity of Scipio Aemilianus, with the thought of […] the great Roman republic, he offered a powerful stimulus and a great help to Cicero. It was a work in three books, about the duty. The first book held the doctrine of duty. Human soul has two faculties: instinct and reason; the instinct blindly drags the man by this or that way, the reason teaches you what it should and what should not be done. From the instinctive life, governed by reason, there is the moral life. There are four basic instincts in man: the aspiration to search the true, the aspiration to community and social life, the striving for superiority over other men and things, the aspiration to harmony and order. These four aspirations, raised by reason, are transfigured in the four cardinal virtues: wisdom, justice, magnanimity, and temperance. The second book defined the nature and value of each virtues: wisdom is pure love of knowledge, justice – the social virtue par excellence – will not only give to each his own, but also work to the welfare of the community, that is justice in strict sense and charity; the magnanimity is not only the strength of spirit that wins his battles internal and external, but also that noble and generous impulse that drives people to rise up and to make efforts for the good common; temperance, or moderation, is the soul and inner balance is dignified composure outward appearance and demeanour. From each of these virtues follows a particular order of individual and social duties. This was the third book profit. Place as an axiom the inseparability an honest profit, as demonstrated by man to man is the greatest good and the greatest evil. Hence the need to conciliate men with kindness, with the benefit, with righteousness, with dedication to the common good. The real profit of man, especially of the politician is to subordinate their own interests and their own ambition to the interest and honour of the community.
    Cicero therefore draw the widest profit from the work of Panaetius. He follows it up step by step. He does not behave as a translator, but as a free and conscious interpreter. It will give you the sure foundation and broad philosophical warping, in which he will infuse his mature judgment and his ardent passion. Infuse his Roman sense and human being, his feverish anxiety of moral palingenesis. Cicero will merge the first and second book of the author in one book, which will be his first and can be called “On honesty” or “On ethics”; he will gather the third of that in his second, which may be called “On the profit”, or “On the policy”; and he will add all its own, a third book: “The conflict between the honest and helpful”. Panaetius, in the preface of his work, had promised that, after the honesty and after the profit, would have treated this conflict, but then had not kept his promise. […] It remains unswervingly held the principle that a real conflict between the honesty and the profit is impossible and unthinkable: all that is honest is also helpful and nothing is useful if it is not honest. Only a clear, firm, consistent, indomitable fidelity to this principle can regenerate the world. This is about to penetrate the inner secret of consciences, where you compare and discuss the various reasons for action; it comes to surprise the man in the delicate and decisive moment of choice and invigorate him, with warning and with example, the forces of good. It will be a series, but a rigorous series that will not escape the error. He may ask Posidonius some help, of which there is a book, “On duty under the circumstances”, that may be for him; or directly, by getting that book, or indirectly – and so it will be – obtaining a summary by his friend the Stoic philosopher Athenodorus of Tarsus, called “the Bald”. He will supply all the rest, by his own, with his vast philosophical culture drawn from the Greeks, but especially with the deep knowledge of Roman history, and with the painful experience of his own life […].»

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