Sovrani sportivi

di L. Moretti, La trasformazione della società. Lo sport, in Storia e civiltà dei Greci (dir. R. Bianchi Bandinelli), Vol. 8 – La società ellenistica. Economia, diritto, religione, Milano 1990; pp. 491-495.

 

La partecipazione agli agoni panellenici era stato uno dei mezzi attraverso i quali i Macedoni avevano affermato la loro volontà di considerarsi membri di pieno diritto della comunità greca; ma fu soprattutto con il re Archelao (413-399 a.C.) che lo sport divenne uno dei veicoli della rapida ellenizzazione del paese. Quel sovrano, infatti, non solo partecipò e vinse in gare ippiche delle due maggiori festività nazionali, le Olympiádes e le Pythikaí, ma istituì a Dion di Macedonia un altro genere di Olympiádes, celebrate in onore di Zeus e delle Muse, a ciascuna delle quali corrispondeva uno dei nove giorni dell’intera durata delle gare ginniche e musicali. Anche Filippo II aveva partecipato vittoriosamente alle gare olimpiche cogliendovi vittorie col cavallo da corsa (356 a.C.) e, a quanto parte, con la quadriga e la biga.
Alessandro Magno disdegnò di partecipare direttamente all’attività agonistica (è noto che il suo sport preferito era la caccia e che gli piaceva fare il bagno), ma è ben conosciuta la simpatia che dimostrò nei confronti degli atleti e della vita agonistica in genere. Aveva, infatti, voluto che Cherone di Pellene – vincitore per quattro volte a Olimpia nel pugilato – fosse preposto come tiranno alla sua città. Aveva catturato, dopo la battaglia di Isso, Dionisodoro di Tebe, altro olimpionico, che si era recato come ambasciatore della sua città presso il re di Persia: avrebbe dovuto condannarlo a morte per tradimento della “causa nazionale”, ma la gloria che Dionisodoro si era guadagnata in Olimpia lo indusse a lasciarlo libero.

Il «Pugilatore». Statua, bronzo, III-II secolo a.C. dalle Terme di Costantino. Roma, Museo Nazionale Romano di P.zzo Massimo alle Terme.

Il «Pugilatore». Statua, bronzo, III-II secolo a.C. dalle Terme di Costantino. Roma, Museo Nazionale Romano di P.zzo Massimo alle Terme.

Alessandro istituì anche nuovi agoni: Olympiádes a Ege, in Macedonia, e Asklēpìeia a Soli, in Cilicia[1]; e indisse agoni ginnici e ippici in svariate località, persino in India, che conobbe perciò – per merito suo – quest’aspetto della civiltà greca[2].

Più famosi, perché assai importanti per l’ellenizzazione della Siria, gli Hēràkleia che indisse in onore di Eracle-Melqart, la divinità poliade di Tiro da lui conquistata dopo un lungo assedio (332 a.C.); e il caso volle che ci giungesse l’epigramma celebrativo delle vittorie riportate da Antigono – uno degli hetaîroi (“compagni”) del re stesso – nelle gare dello stádion e dell’hoplitodrómos. Infatti, erano parecchi nell’immediato entourage del sovrano, fra Macedoni e Greci, che potevano vantare un discreto blasone sportivo: basterà ricordare Arcone di Pella, il quale vinse delle gare ippiche alle Pitiche e alle Istmiche e fu poi satrapo di Babilonia nel 321 a.C.; o il pancraziaste Diosippo, vincitore a Olimpia nel 336 a.C. circa, che partecipò alla spedizione di Alessandro in India, durante la quale (326/25 a.C.) vinse in una gara il macedone Corrago, che lo aveva sfidato; o ancora Filonida di Chersonaso (a Creta) che era nello stato maggiore del re in qualità di bēmatistḕs (“misuratore di distanze”) e si era procurato notevole fama come corridore nelle corse di gran fondo[3].

Lo straordinario sviluppo che ebbero in età ellenistica le attività sportive ha origine appunto da qui, cioè dalla simpatia e dalla viva partecipazione con cui la classe dominante dei Macedoni seguiva e prendeva parte a quelle attività (non c’è bisogno di ricordare quanto esse fossero praticate e celebrate, da gran tempo, anche dagli altri Greci). Primi fra tutti furono i sovrani. Seguendo l’esempio di Alessandro Magno, essi non solo gareggiavano nell’essere presenti con doni e fondazioni nei grandi centri religioso-sportivi (soprattutto Delfi e Olimpia), ma crearono nelle rispettive capitali nuove festività alle quali di regola erano annessi agoni ginnici, ippici e musicali. Alessandria ebbe gli Ptolemaîa (280/79 a.C.), istituiti in onore di Tolomeo I; Antiochia gli Antiócheia, attestati ora da iscrizioni contemporanee ad Antioco III; Pergamo i Nikēphoría, dall’inizio del II secolo a.C.: per molti di questi agoni i sovrani chiesero alle póleis greche il riconoscimento come “isolimpici”, cioè pari in dignità agli agoni celebrati a Olimpia. È tuttavia da dire che a nessuno di questi agoni, forse perché troppo carichi di intenzioni politico-propagandistiche, arrise una genuina celebrità sportiva internazionale.

Pittore Epitteto. Lotta fra due pugili. Pittura vascolare dal fondo di una kylix attica a figure rosse, 520 a.C. ca. London, British Museum

Pittore Epitteto. Lotta fra due pugili. Pittura vascolare dal fondo di una kylix attica a figure rosse, 520 a.C. ca. London, British Museum

I sovrani ellenistici ebbero meriti anche più diretti nell’incremento dell’attività sportiva. Anzitutto, vi assistevano spesso, e talvolta cercavano di legare atti politici rilevanti a qualche festività panellenica. Già Alessandro, nel 324 a.C., aveva fatto leggere in Olimpia il suo decreto sul ritorno dei fuoriusciti; ma fu soprattutto Demetrio Poliorcete che usò gli agoni a fini politico-propagandistici: sposò Deidamia, sorella di Pirro, durante gli Heraîa argivi del 303 a.C., e ricostituì la Lega ellenica di Filippo e di Alessandro alle Istmie del 302 (e il sinedrio della Lega avrebbe dovuto tenere le proprio riunioni in occasione delle festività panelleniche). E non sarà fuor di luogo ricordare qui che il filelleno T. Quinzio Flaminino proclamasse la libertà di tutti i Greci in un enorme concorso di folla, durante le Istmie del 196 a.C. Antigono Dosone aveva presenziato alle Istmie del 221 a.C. poco prima di morire[4]; di Filippo V si sa che più volte assistette alle Nemee: in particolare la notizia della sconfitta dei Romani al Trasimeno gli fu recata mentre vi assisteva con gli amici[5].

Qualche volta, i sovrani giungevano perfino a comportarsi come i tifosi dei nostri giorni: così Tolomeo IV che prese sotto la sua protezione e fece allenare il pugile Aristonico per contrapporlo in Olimpia al tebano Clitomaco e la gara, secondo quanto riferisce Polibio[6], diede luogo a manifestazioni di acceso “nazionalismo”.

Filippo V. Didramma, Anfipoli 180 a.C. Ar. 8,46 gr. Dritto: Testa diademata verso destra.

Filippo V. Didramma, Anfipoli 180 a.C. Ar. 8,46 gr. Dritto: Testa diademata verso destra.

Più ancora, i re ellenistici parteciparono personalmente agli agoni. Certo, non sarebbe stato dignitoso per un Tolomeo o per un Antioco lasciarsi distanziare dal vincitore in una gara di corsa, o uscire dall’arena ove si svolgevano le gare di pugilato col volto tumefatto per i colpi ricevuti: perciò, di norma, i sovrani partecipavano alle gare ippiche nelle quali, peraltro, non era necessario che essi montassero direttamente i destrieri o tenessero le briglie dei loro tiri a due (synōrídes), o tiri a quattro (hármata), in quanto era proclamato vincitore non il fantino o il guidatore, bensì il proprietario del cavallo. Famose le vittorie olimpiche conseguite in gare ippiche da Attalo (il padre di Attalo I di Pergamo), anche per essere state celebrate da splendidi epigrammi, uno dei quali fu del noto poeta Arcesilao di Pitane. Attorno al 178/77 a.C. i quattro figli di Attalo I (Attalo, Eumene, Filetero, Ateneo) vinsero ciascuno una gara ippica alle Panatenee.
E sempre alle stesse gare delle stesse Panatenee vinsero pure Tolomeo V Epifane, Tolomeo VI Filometore (166/65 a.C.; nel medesimo anno si registra la vittoria di un principe barbaro ma filelleno: Manastabal, figlio di Massinissa) e Antioco V Eupatore[7].

E discendendo verso l’età romana si può ricordare l’entusiasmo di Mitridate VI del Ponto per le gare ippiche (da un catalogo di vincitori da Chio risultano sue ben quattro vittorie e altre sono attestate da un catalogo rodio, ancora inedito), o la vittoria di Tolomeo Filopatore, quello che fu (probabilmente?) chiamato in seguito Tolomeo XII Aulete (80-51 a.C.), ai Basíleia di Lebadea.
L’atteggiamento dei sovrani ellenistici verso le attività sportive provocò un’intensificazione della vita agonistica, già di per sé vivacissima, fra le póleis greche. Si istituirono ancora altri agoni, alcuni in onore dei sovrani stessi, per esempio gli Ptolemaîa in Atene, in onore di Tolomeo III, nel 224/23 a.C.; o gli Antigóneia in onore di Antigono Dosone (a Sicione, a Calcide e a Istiea); altri per celebrare eventi politici di una certa portata: i Sōtḕria di Delfi, in ricordo della liberazione del santuario dai Celti invasori (278 a.C.); gli Eleuthria di Lárissa, a ricordo della liberazione della Tessaglia dai Macedoni (196 a.C.); e l’ossequio ai nuovi dominatori – i Romani – portò all’istituzione, nella prima metà del II secolo, in una ventina di città, di agoni che da loro presero il nome di Rhōmaîa.

Anche il liberatore della Grecia dai Macedoni, T. Quinzio Flaminino, fu onorato ad Argo con agoni in suo onore (i Títeia)[8], i quali erano ancora celebrati cent’anni più tardi. Si fecero avanti anche ricchi privati, istituendo a proprie spese gare che da loro presero il nome. Alcuni di questi agoni ebbero vita effimera, altri durarono per secoli, ma la loro proliferazione non conobbe soste. Capitava persino che ne improvvisassero su due piedi, alla meglio. Ad Arcesine, nell’isola di Amorgo, un magnate del posto, un certo Agatino, invitò tutta la cittadinanza alla festa di Atena Itonia (II secolo a.C.): ci andarono in tutto cinquecento persone per le quali, tra l’altro, Agatino stesso organizzò gare atletiche (stádion, díaulos, dólichos, lotta, pugilato, pancrazio) suddivisi fra ragazzi e adulti; è anche probabile che di tasca propria avesse persino distribuito i premi per i vincitori[9].

Testa di marmo da una statua di Tito Quinzio Flaminino. II secolo a.C. Delfi, Museo Archeologico Nazionale.

T. Quinzio Flaminino. Testa, marmo, II sec. a.C. ca. Delfi, Museo Archeologico Nazionale.

Non ci fu città greca o grecizzata di qualche conto che non avesse uno o più agoni di rilievo e ai quali non cercasse di assicurare, tramite un’abile e insistente propaganda, una partecipazione “internazionale”; l’attività sportiva assunse quindi dimensioni ecumeniche non solo per la sua capillare diffusione in tutti gli angoli del mondo, ma anche per la partecipazione di atleti che provenivano da ogni parte alle gare che si svolgevano nei centri più famosi. Ciò risulta dai cataloghi, incisi su pietra, che collezionano i nomi dei vincitori alle gare. Se certe località, un po’ “defilate” dalle comuni rotte e dal “giro” sportivo internazionale, erano frequentate per lo più da atleti di zona o delle regioni limitrofe (agli Asklēpíeia di Cos, su 159 vincitori ricordati nei cataloghi a noi pervenuti, 39 sono di Cos, 25 della Caria, 24 della Ionia, 19 di Rodi, 12 di Alicarnasso), altrove la partecipazione di atleti provenienti da località sperdute è assai evidente. Lasciando da parte le grandi festività panelleniche (Olympiádes, Pythikaí, Isthmía, Némeia) e le Panatenee che, per dignità, erano a esse molto vicine, è da osservare che anche ad agoni in fin dei conti di modesta importanza (per esempio gli Amphiaráeia di Oropo o i Basíleia di Lebadea) sono presenti in buon numero atleti provenienti dalla Panfilia, dalla Cilicia, dalla Siria, dalla Bitinia; ai Basíleia, una volta vinsero quattro concorrenti venuti dalla lontanissima Seleucia sul Tigri. Non si creda naturalmente che un concorrente si muovesse dalla lontanissima Seleucia sul Tigri per il solo gusto di gareggiare, e magari perdere, a Lebadea: il gioco non valeva la candela se si mettono in conto le ingenti spese di trasferta, che ascendevano a cifre favolose quando si trattava di gare ippiche (non si pensi al solo trasporto dei cavalli, ma al codazzo di fantini, stallieri, ecc.). Normalmente un atleta, sia che si trattasse di un autentico sportivo, sia che fosse un professionista, compiva quella che oggi chiameremmo una tournée: si puntava a una vittoria di prestigio (Olimpia, Delfi, ecc.), ma non si trascuravano le piazze minori, ove il concorso di atleti di ultimo grido era inferiore e maggiori erano le probabilità di vittoria; le gare erano tante che difficilmente si tornava a casa a mani vuote. Questo spiega, ad esempio, la larga partecipazione internazionale alle gare che si svolgevano in Beozia, regione già di per se ricchissima di agoni, ma anche assai vicina ad alcuni centri sportivi di prim’ordine (Delfi, Atene).

Ricostruzione di una gara di pancrazio (< gr. παγκράτιον [pankràtion] = “intera forza del corpo”), realizzata da T. Lovell; lo scopo era vincere l’avversario con tutte le proprie forze, a mani nude, utilizzando qualsiasi tecnica: dagli sgambetti ai pugni, dalle ginocchiate ai morsi.

Ricostruzione di una gara di pancrazio (< gr. παγκράτιον [pankràtion] = “intera forza del corpo”), realizzata da T. Lovell; lo scopo era vincere l’avversario con tutte le proprie forze, a mani nude, utilizzando qualsiasi tecnica: dagli sgambetti ai pugni, dalle ginocchiate ai morsi.

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Bibliografia:

 

J. Ebert, Griechische Epigramme auf Sieger an gymnischen und hippischen Agonen (Abh. Akad. Leipzig 63/2), Berlin 1972.

E.N. Gardiner, Greek Athletic Sports and Festivals, London 1910.

––, Athletics of the Ancient World, Oxford 1930.

H.A. Harris, Greek Athletes and Athletics, London 1964.

L. Moretti, Iscrizioni agonistiche greche, Roma 1953.

––, Olympionikai: i vincitori negli antichi giochi olimpici, Roma 1958.

––, Supplemento al catalogo degli Olympionikai, «Klio» 52 (1970), pp. 295-303.
R. Patrucco, Lo sport nella Grecia antica, Firenze 1972.

 

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Note:

 

[1] Arrian. An. I, 11.1; II, 5.8.

[2] Arrian. An. IV, 4.1; V, 3.6.

[3] SEG XIV, 376; XVIII, 159.

[4] Pol., II, 70.

[5] Pol., V, 101.

[6] Pol., XXVII, 9.

[7] IG II2, 2314; 2316.

[8] SEG XXII, 266.

[9] IG XII, Suppl. 330.

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