Crisi ed Epicureismo

di F. Piazzi – A. Giordano Rampiani, “Multa per æquora”. Letteratura, antologia e autori della lingua latina. Vol. I – Dall’età arcaica all’età di Cesare, Cappelli Editore, Bologna 2004.

Nel I secolo a.C. una grave crisi investe tutti gli aspetti del mondo antico. Profondi rivolgimenti politici, sociali, spirituali imprimono un corso nuovo alla storia di Roma e dell’Occidente. Nella vastità del nuovo organismo statale ed etnico che risulta dalle guerre di conquista, gli dèi tradizionali, protettori di piccole comunità regionali, appaiono inadeguati a regolare la vita degli uomini. La concezione giuridica espressa nelle XII Tavole, specchio di una moralità patriarcale e ingenua, è ormai un relitto del passato e l’etica arcaica dei boni mores è un miraggio nella Roma che da pólis si è fatta metropoli.
Con la rovina dei piccoli agricoltori liberi, a causa dell’economia schiavista e delle guerre che li tenevano a lungo lontano dai campi, si estingue la piccola proprietà terriera, tradizionale struttura economica di Roma antica, e dilaga il latifondo. L’onda della rivoluzione agraria dei Gracchi si fiacca sugli scogli della dura reazione oligarchica. Salgono la scala sociale i ceti mercantili e “borghesi” degli equites, ben decisi a strappare per sé alla nobiltà, miope e inetta, un potere politico proporzionato al potere economico e finanziario che essi hanno ormai raggiunto.
Nuovi modelli di comportamento s’impongono, nuovi tipi umani si affacciano alla ribalta sociale: il generale idolatrato dalle milizie (divenute, con la riforma di Gaio Mario, professionali: nuovo strumento di avventure e causa di conflitti civili); gli usurai, i grandi mercanti e imprenditori soprattutto italici; i giovani aristocratici educati in modo raffinato alla scuola dei maestri orientali, da quando sui rudi valori collettivistici dell’arcaica repubblica comincia a prevalere l’individualismo e l’otium intellettuale; cioè da quando la cultura assume un valore autonomo e, lungi dall’essere solo un supporto per l’azione pratica, come voleva Catone, diviene qualcosa di valido di per sé e da ricercare per la sua sola natura.
In questo contesto di mutamenti e contrasti civili, reso cruento dagli avvenimenti militari e tragici che fanno da sfondo alla breve vita di Lucrezio, l’Epicureismo trova le condizioni ideali per la propria diffusione. Già in Grecia questa dottrina materialistica, cosmologica e morale, era legata a una situazione di crisi. L’impresa di Alessandro, infrangendo le barriere della pólis, aveva dischiuso un orizzonte sconfinato agli occhi dei contemporanei, obbligandoli a riconsiderare una prospettiva sopranazionale la religione e i valori tradizionali. La morte della pólis, intesa come possibilità per i liberi cittadini di esplicare la propria personalità nella partecipazione diretta alla vita pubblica, induceva gli individui a ripiegarsi nella vita privata e interiore. S’invocava una filosofia che mirasse a consolare e nutrire di solitarie meditazioni le coscienze degli “individui”. Erano nate così in Grecia nel III secolo a.C. le filosofie della crisi: l’Epicureismo, lo Stoicismo, lo Scetticismo, il Cinismo, tutte volte alla ricerca della tranquillità individuale, consistente nel distacco dalle cose del mondo e nel ripiegamento su se stessi.
L’Epicureismo indica nel tetraphármakon (“quattro rimedi”) la via per conseguire l’ataraxía o “imperturbabilità”: gli dèi non sono da temere; la morte neppure; il bene si raggiunge facilmente; il male è sempre tollerabile. In particolare, è abolita la religio, la paura degli dèi. Questi, infatti, sono esseri perfetti e felici nella pace degli intermundia (zone tra terra e cielo in cui risiedono), incuranti delle vicende umane. Da essi non bisogna attendersi benefici né punizioni. Un corollario fondamentale è l’invito a rinchiudersi in una dimensione privata, politicamente disimpegnata – láthe biōsas (“vivi nascosto”) – e ricercare la verità con pochi amici costituenti una piccola comunità di eletti.
Nel I secolo a.C. l’Epicureismo si diffonde a Roma, dove tra l’89 e l’84 a.C. tiene lezione il filosofo Fedro, amico e maestro di Cicerone, alla cui scuola si recano esponenti della nobilitas, come Cesare, suo suocero Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, l’amico e editore di Cicerone, Tito Pomponio Attico, il cesaricida Gaio Cassio Longino. Negli anni immediatamente successivi fiorisce a Napoli un vero e proprio circolo epicureo, i cui esponenti di maggior spicco sono Sirone e Filodemo di Gadara. Cicerone ci informa che circolavano in Italia grossolani volgarizzamenti dell’opera del “Maestro di Samo” e che numerosissimi seguaci erano attratti dalla natura edonistica e liberatoria di un messaggio che, a suo dire, legittimava una vita dissoluta, fatua, che rincorre il piacere immediato nell’epidermiche sensazioni del dies.
L’otium predicato da Epicuro vanifica l’ideale del civis, inteso al bene comune e compromette la dignitas dell’uomo, che per Cicerone è ancora homo politicus: che vive e che ama vivere nella pólis.
Certo, l’esaltazione di un ideale “separato” di sapiente non è cosa di per sé rivoluzionaria. Può finanche essere un fattore di stabilità politica, come nei regni ellenistici, dove va incontro al desiderio del monarca, ben lieto che i cittadini gli deleghino la guida della cosa pubblica.

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Un commento su “Crisi ed Epicureismo

  1. […] da Studia Humanitatis un’efficace pagina storica che ritrae la crisi di Roma e la penetrazione della cultura greca […]

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