Alcune considerazioni di Gustave Glotz sulla democrazia ateniese

di G. Glotz, La città greca, Einaudi, Torino 1948.

 

Pittore Brygos. Scena di votazione con psephoi (gettoni). Pittura vascolare su una kylix attica a figure rosse, 490 a.C. ca. J. Paul Getty Museum

Pittore Brygos. Scena di votazione con psephoi (gettoni). Pittura vascolare su una kylix attica a figure rosse, 490 a.C. ca. J. Paul Getty Museum.

 

Gli Ateniesi si rendevano perfettamente conto che l’avvento della democrazia in una città popolosa quale la loro rappresentava una grande novità. Erano fieri della loro costituzione. Dei tre regimi che i Greci distinguevano, uno soltanto sembrava conforme alla dignità umana: quello che contrapponeva al principio di eguaglianza e che salvaguardava contro la tirannide il diritto alla libertà. Libertà, eguaglianza: tale era appunto la divisa degli Ateniesi, i quali vi aggiunsero, sotto il nome di φιλανθρωπία, la “fratellanza”.
Essi paragonavano non senza orgoglio la loro città a tutte le altre, e soprattutto a quella Sparta, verso cui si volgevano con un senso d’invidia tutti gli avversari delle idee care al loro cuore. Certamente, gli uomini politici e i poeti ateniesi nell’esaltare il loro regime cadevano spesso nell’esagerazione; ma questo stesso lirismo ha un significato storico: effusioni simili ci fanno conoscere l’anima di un popolo; vi sono entusiasmi che rivelano un ideale.
L’ideale di Atene non è stato con un’eloquenza così splendida ed efficace come da Tucidide. Lo storico si guarda bene dal parlare in proprio nome; non sarebbe sincero a farlo, non avendo nessuna tenerezza per la politica della sua città. All’amico di Anassagora, all’animatore della politica ateniese, all’“Olimpico” che per trent’anni sovrastò con la sua grandezza le meschinità quotidiane dell’agorà, a Pericle, egli attribuisce quel mirabile elogio, ogni parola del quale è come una medaglia d’oro puro dall’effigie di Atena. Chiamato a pronunziare l’epitaffio, orazione funebre in onore dei soldati caduti per la patria, l’oratore dichiara che, senza attardarsi a far l’elogio di tutti coloro che, nel passato o nel presente, hanno fondato la grandezza di Atene, egli esaminerà le istituzioni e i costumi che sono la causa essenziale della sua potenza e della prosperità.
«La nostra costituzione – egli dice anzitutto – nulla ha da invidiare ad altri popoli: noi siamo piuttosto modello ad altri che imitatori. Il suo nome è democrazia, perché mira all’utile non dei pochi, ma dei molti. Essa ha per principio primo l’eguaglianza. Nella vita privata non fa alcuna differenza tra i cittadini; in quella pubblica, la considerazione va non alla nascita o alla ricchezza, ma esclusivamente al merito; e non le distinzioni sociali, bensì la competenza e l’ingegno aprono la via degli onori. Un’eguaglianza intesa, così, un’eguaglianza la quale lascia aperto il campo al valore personale, non nuoce in alcuna guisa alla libertà. Ciascuno è libero dei propri atti, senza aver da temere né curiosità sospettosa né sguardi riprovatori. Ma la libertà degli individui trova il proprio limite nei diritti dello Stato, negli obblighi della disciplina civica. L’ordine pubblico esige la sottomissione ai magistrati, l’obbedienza alle leggi, soprattutto a quelle che proteggono i deboli e alle leggi non scritte che emanano dalla coscienza universale».
Sebbene siano troppo belli e troppo sistematici per dare un’immagine compiuta e fedele alla realtà, tali concetti non fanno, tuttavia, che proiettare su di essa una luce lusinghiera, ma senza deformarla. Quel che maggiormente colpisce in Tucidide non sono le considerazioni sull’eguaglianza democratica che sono di prammatica e che ricordano i luoghi comuni sull’“isonomia”, in cui si erano già compiaciuti Erodoto e Euripide; bensì le osservazioni sui rapporti tra lo Stato e l’individuo. Vi sono in essa passi che sembra abbiano ispirato la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. La libertà politica è soltanto la conseguenza della libertà di cui godono nella vita privata tutti i cittadini. Dov’è, dunque, l’oppressione che, secondo un pregiudizio molto diffuso, avrebbe fatto subire l’onnipotenza della città? Avvezzi a vivere a loro guisa, intervengono senza difficoltà, quando lo vogliono, nella discussione che illumina le decisioni comuni. Ma a questo splendido quadro si oppone un altro, dai colori spaventosamente foschi. Gli stessi scrittori che elogiano la democrazia non le risparmiano critiche severe. In Erodoto, dopo che Otane ha parlato a favore della democrazia, Megabizo gli risponde in termini violenti:

La moltitudine è priva di senso pratico; io non conosco nulla di più insensato e di più eccessivo […] Il tiranno, quando fa qualche cosa, sa per lo meno quello che fa; il popolo lo ignora. E come potrebbe saperlo, non avendo né istruzione né discernimento naturale del bene e del bello? Esso si caccia nelle imprese impetuoso come torrente d’inverno, e le spinge avanti senza riflettere.

Tucidide, infine, presenta in contrapposto al ritratto di Pericle quello di Cleone, e fa dire ad Alcibiade:

Gli uomini di senno sanno bene che cosa vale la democrazia […]; non si può dire nulla di nuovo su un delirio universalmente riconosciuto come tale.

Ma i più gravi colpi furono inferti alla democrazia non da storici e poeti decisi a vedere il pro e il contro, ma da un uomo politico, da un anniversario dichiarato di essa, dall’autore anonimo di una Costituzione degli Ateniesi, a lungo attribuita a Senofonte.

Non dovrebbe essere permesso a tutti indistintamente di far parte del Consiglio, ma soltanto a quelli più intelligenti e assennati. Quella di lasciar parlare la plebaglia è un’idea stupefacente. Se parlassero e facessero parte del Consiglio soltanto le persone di merito, questo sarebbe un bene per quelli che somigliano loro, ma non per la gente del popolo. Al contrario, quando il primo venuto può alzarsi per prendere la parola, si trova sempre un miserabile capace di intendere ciò che riesce utile a lui e ai suoi simili. Ma (si obietterà) come potrà un individuo simile giudicare qual è il suo interesse e quello del popolo? In ogni caso, costoro sanno benissimo che l’ignoranza e la disonestà di un uomo della loro risma giovano loro più dell’onestà e del senno del valentuomo che ha per loro se non antipatia. Certo, simili trascorsi non realizzano l’ideale della Città, ma valgono a conservare la democrazia. Al popolo non importa nulla che la Città abbia buone leggi se poi deve assoggettarsi a esse; esso vuol esser libero e comandare; e che le leggi siano cattive, è l’ultima delle sue preoccupazioni.

Il razionalismo di Socrate trovava nella democrazia del suo tempo ampia materia di critica. Egli non provava alcuna reverenza per un’assemblea composta «di tintori, di calzolai, di falegnami, di magnani, di agricoltori, di negozianti, di mercanti al minuto». Non che egli, figlio di un artigiano, la cui occupazione prediletta era quella di frequentare le botteghe e i mercati per risvegliare gli spiriti, disprezzasse i lavori manuali. Ma era convinto che non vi sia né merito né virtù che nel sapere e si sgomentava nel vedere la città governata dall’ignoranza. Il sorteggio delle magistrature gli sembrava una pura e semplice aberrazione. Non v’è da stupirsi di tanta disparità di giudizi sulla democrazia ateniese. In un’età nella quale sussistevano le une accanto alle altre democratiche e città oligarchiche, il partito dominante in ciascuna si trova di fronte una violenta esposizione, ispirantesi a principi opposti ai suoi. Tucidide ci fa conoscere l’ideale per il quale gli Ateniesi si impegnarono nella guerra del Peloponneso; l’autore della Costituzione degli Ateniesi, le dominanti nelle eterie oligarchiche poco prima della rivoluzione del 411 a.C.. Ed entrambi appartengono ancora a un’epoca in cui l’individualismo, emancipatosi dalla potenza pubblica, non osa tuttavia intraprendere nulla contro essa, e le lotte civili conservano una carattere più politico che sociale. Ma sorgeranno generazioni di Ateniesi che non sentiranno più parlare di oligarchia, che potranno sviluppare la democrazia sino alle sue estreme conseguenze, che saranno dominate da interessi egoistici e puramente materiali; s’intende, quindi, quel che della democrazia debbono aver pensato i filosofi. Ritiratisi della vita pubblica, ne scorgevano soltanto gli aspetti peggiori ed erano tanto più proclivi a esagerarne i mali in quanto la filosofia politica si ricollegava, per tutte le sue tradizioni, ai simposi delle eterie aristocratiche.

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3 commenti su “Alcune considerazioni di Gustave Glotz sulla democrazia ateniese

  1. valivi ha detto:

    Grande! Se lo avessi scritto due anni fa, lo avrei sfruttato per la tesina della maturità…

  2. Athenae Noctua ha detto:

    Queste considerazioni cono sicuramente un buon modo per fare il punto della situazione su un concetto, quello di Democazia, che oggi non è pienamente compreso: spesso si dimentica che l’idea ateniese di democrazia era diversissima da quella che abbiamo maturato dall’Illuminismo in avanti e che, come nota Glotz, all’interno della stessa polis non era universalmente riconosciuta come l’ottima forma di governo; questo dato peraltro, si riflette nella continua opposizione fra filo-oligarchi e filodemocratici che ha per lungo tempo travagliato l’esistenza di Atene. Grazie per questa interessante proposta di riflessione. Cristina

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