La “beffa” di Sfacteria

L'area dei fatti militari. 
Immagine da "Storia del mondo antico", Cabridge University, vol.IV.

L’area dei fatti militari.
Immagine da “Storia del mondo antico”, Cabridge University, vol.IV.

L'infuriare della battaglia. I resti della guarnigione spartana tentano disperatamente di mantenere la posizione sotto il tiro della fanteria leggera nemica.

L’infuriare della battaglia. I resti della guarnigione spartana tentano disperatamente di mantenere la posizione sotto il tiro della fanteria leggera nemica.

“[…] Quando gli Spartani intrapresero la consueta invasione dell’Attica all’inizio della nuova stagione bellica, inviando nel contempo una flotta di cinquanta navi in sostegno agli oligarchi ancora attivi a Corcira, i loro piani furono frustrati da quelli ateniesi. Demostene di Afidna, si proponeva di costituire una testa di ponte nel Peloponneso, valendosi della flotta destinata alla Sicilia e, se necessario, a Corcira. S’imbarcò pertanto a fine aprile sulla flotta comandata da Eurimedonte e Sofocle e li accompagnò nella circumnavigazione della penisola; poi, fu il destino a determinare il punto di sbarco, poiché una tempesta costrinse la flotta a gettare l’ancora all’altezza della baia di Navarino. Lì i Messeni, sempre pronti a sostenere i nemici degli Spartani, indicarono agli Ateniesi la piccola penisola di Pilo, una sorta di prolungamento settentrionale dell’isola di Sfacteria che delimitava la baia. La modesta lingua di terra era collegata alla terraferma mediante uno strettissimo banco di sabbia, e delimitava a sua volta il porto, l’attuale laguna di Osmyn Aga, separata dalla baia di Navarino da una consistente lingua di sabbia est-ovest. Quest’ultima, attualmente arriva fino a Pilo, ma allora s’interrompeva, lasciando un ristretto canale di comunicazione tra baia e laguna, poco più largo del canale di Sykia che divide Pilo da Sfacteria e misura centoventi metri. Le notizie che giungevano da Corcira rendevano necessario il sollecito intervento della flotta ateniese; pertanto Demostene, non appena cessò la tempesta, lasciò andare gli altri strateghi, riservandosi solo cinque triremi e poche centinaia di opliti e arcieri, cui si aggiunsero due navi con altri quaranta opliti. Quindi si diede a fortificare il sito, erigendo un muro lungo il banco di sabbia e un altro lungo l’angolo sud-ovest, l’unico settore che, non essendo caratterizzato da alte scogliere, offriva possibilità di sbarco.
Naturalmente, tutto ciò che indusse gli Spartani a ritirare sia il proprio esercito dall’Attica – dopo soli quindici giorni di permanenza senza aver potuto devastare le messi, non ancora pronte – sia la propria flotta da Corcira che fecero entrambi rotta verso Pilo; a sua volta, Demostene spedì due navi ad avvisare Eurimedonte, arrivato a Zacinto, di tornare indietro. Poi, si arrangiò dando scudi di fortuna in vimini ai marinai e tirando in secco le tre triremi che gli erano rimaste. Gli Spartani, tra i cui comandanti, in qualità di trierarca, c’era Brasida, che si sarebbe grandemente distinto in seguito, potevano legittimamente supporre che un attacco repentino sia da terra che dal mare, prima del ritorno della flotta ateniese, avrebbe spazzato via con irrisoria facilità le difese avversarie, ritenendo «che fosse agevole impadronirsi di una costruzione edificata in fretta e difesa da una piccola guarnigione» (III.8,4). Essi progettarono anche di precludere alla flotta ateniese di rinforzo l’attracco nel porto, ostruendone il canale d’entrata con le loro stesse navi – c’era spazio solo per sette o otto triremi –, ma non se ne fece nulla e, intanto, si concentrarono sull’attacco contestuale per terra e dal mare; in compenso, trassero a sorte alcuni opliti da ciascun λόχος e li fecero sbarcare a Sfacteria, affinché anche l’isola fosse preclusa agli Ateniesi.
Demostene, da parte sua, pose seicento opliti lungo il muro settentrionale e ne prese con sé sessanta, accompagnati dagli arcieri, che condusse lungo la battigia meridionale, nel punto dove si aspettava lo sbarco nemico, piatto ma contraddistinto da spuntoni di roccia. Era fiducioso di poter fronteggiare la superiorità numerica avversaria perché, per via delle difficoltà dell’approdo, gli Spartani sarebbero stati costretti a far sbarcare poche truppe alla volta. Così fu, infatti. Sebbene gli assalitori facessero pressione su più fronti, non erano in grado di compiere azioni di sfondamento e, pur dandosi il cambio, una nave dopo l’altra, sprecando meno forze dei difensori, non c’era verso di superarne lo sbarramento. Brasida incitava i suoi come un forsennato, esortandoli a sfasciare le navi in cerca di un approdo, se necessario. Egli stesso forzò l’approdo della sua nave, ma non riuscì ad andare oltre la passerella, trafitto più volte dalle frecce avversarie, e perse il proprio scudo che, caduto in mare, fu spinto a riva dalle onde e finì nelle mani degli Ateniesi. Non andò meglio agli altri, né gli Spartani ottennero risultati migliori il giorno seguente tanto che, il terzo giorno, si risolsero a spostarsi verso sud, dove si trovavano folte zone da diboscare per ricavarne legname da costruzione per le macchine d’assedio. Ma intanto era arrivata in zona anche la flotta ateniese, costituita da quarantasette navi e quattro di Chio, oltre ad altre provenienti da Naupatto. La zona brulicava di Spartani e, pertanto, non offriva alcuna possibilità di approdo; ciò indusse Eurimedonte, consapevole anche della stanchezza dei propri rematori, a far vela per l’isoletta di Prote, una quindicina di chilometri più a nord, dove la flotta trascorse la notte ritornando a Pilo il giorno seguente per attaccar battaglia.
Quando videro che gli Spartani erano ancora occupati ad armare le navi, parte delle quali erano ancora in secco, gli Ateniesi tentarono un attacco concentrico al porto, da sud e da ovest, attraverso i due canali, che uscì brillantemente. Gli Spartani volsero in fuga, ma non abbastanza in fretta, lasciando nelle mani avversarie cinque navi, di cui una con l’intero equipaggio, e offrendo agli Ateniesi la possibilità di avventarsi su quelle a riva, delle quali ne trassero alcune a rimorchio. Gli opliti di Sfacteria osservavano il combattimento senza poter intervenire, e sfogarono la loro frustrazione scendendo in acqua con tutte le armature e cercando di trascinare a riva le navi che gli Ateniesi si portavano via. Qualcuna di quelle vuote
riuscirono a salvarla, ma nel complesso fu una disfatta per i Lacedemoni, anche perché, alla fine della giornata, la flotta ateniese ebbe la possibilità di circondare l’isola e isolarne il contingente avversario. In compenso, restituì i caduti e sgombrò le acque dai relitti delle navi, erigendo un trofeo per la vittoria sul quale capeggiava lo scudo di Brasida. Di colpo, gli Spartani si trovarono in una situazione ben peggiore di quanto non sarebbe stato se non fossero intervenuti, proseguendo la loro campagna a nord. In quella circostanza, avrebbero sottratto Corcira e, in ogni caso, non si sarebbero ritrovati con il morale sotto i calzari dopo la sconfitta rimediata alle porte di casa, che rendeva la posizione ateniese a Pilo più pericolosa del semplice sostegno che il piano di Demostene prevedeva di fornire ai Messeni.
In pratica, i Lacedemoni non erano più in grado di attaccare Pilo e, per giunta, erano sotto assedio a Sfacteria, preclusa alla loro flotta ma circondata da quella ateniese. Per questo, i rappresentanti del governo spartano, sopraggiunti per rendersi conto della situazione, si affrettarono a stipulare un armistizio, il cui unico vantaggio, per loro fu che gli Ateniesi si impegnassero a non attaccare l’isola per tutta la durata della tregua, lasciando che gli opliti e gli iloti venissero riforniti giornalmente con una determinata quantità di vettovaglie; in compenso, gli Ateniesi pretesero ed ottennero la custodia della flotta peloponnesiaca fino al termine delle trattative, spirate le quali, si sarebbe conclusa anche la tregua.
E le trattative si protrassero. Se da un lato, infatti, Sparta era disposta a far la pace e a stipulare l’alleanza con Atene pur di recuperare opliti isolati a Sfacteria e flotta, gli Ateniesi partivano da una posizione di forza troppo evidente per poter cedere su qualche punto, nonostante che, in quel momento, il capo del governo fosse Nicia, leader del partito oligarchico moderato. Spinti da Cleone, il più radicale dei democratici favorevoli alla guerra a oltranza, pretesero così l’umiliazione dell’avversario davanti ai suoi alleati, con la
restituzione pubblica di molti territori di cui Sparta si era fatta garante nei confronti degli altri stati della Lega.
Probabilmente Pericle non avrebbe fatto l’errore del suo successore, un errore che avrebbe causato la rovina di Atene: secondo Tucidide, la miglior strategia possibile è quella di essere audaci in guerra e moderati nel fare la pace, mentre Cleone era offensivista in ogni circostanza, e Demostene, che operava in loco, era il suo braccio armato. Ad ogni modo, il ritorno in patria dei delegati spartani, dopo venti giorni, sancì la fine dell’armistizio, e gli Ateniesi, impossibilitati ad assalire l’isola dalla folta vegetazione che la ricopriva e che
offriva riparo alla guarnigione, si disposero ad attendere la resa dei quattrocento venti opliti che vi stazionavano con i propri iloti, al comando di Epitada.
Tuttavia, nonostante il blocco gli Spartani continuavano a essere riforniti, da singoli nuotatori, che si spostavano dietro una corda otri piene di provviste, o da piccole imbarcazioni che approfittavano delle occasioni in cui i venti da ponente spingevano le navi avversarie a ripararsi. Pare che gli Spartani avessero promesso la libertà a ogni ilota del Peloponneso che si fosse arrischiato a raggiungere l’isola con «grano macinato, vino, cacio e ogni altro genere di alimenti che potesse giovare per l’assedio» (IV.26,5). Gli stessi Ateniesi avevano le loro brave difficoltà, dovendo faticare per rifornirsi d’acqua e trovandosi costretti a mantenere parte delle navi – che nel frattempo erano diventate settanta – a terra, per mancanza di ormeggi a sufficienza per tutte. Né era facile mandare i rifornimenti alle truppe circumnavigando ogni volta il Peloponneso; se poi, approfittando di una giornata di brutto tempo, gli opliti fossero riusciti a sottrarsi alla morsa, lo scacco sarebbe stato esiziale per il prestigio di Atene, vanificando quanto di buono si era ottenuto con la vittoria di Pilo. Trascorse così tutta l’estate, senza che da Atene Nicia permettesse a Demostene di portare un attacco deciso all’isola, che il comandante intendeva condurre soprattutto con truppe leggere. Ma all’inizio dell’autunno una circostanza rese la situazione più favorevole al partito offensivista: un incendio a Sfacteria privò gli opliti lacedemoni della protezione boschiva e rivelò agli assedianti che gli iloti, nel frattempo, se n’erano andati via.

Cleone e Demostene ripresero pertanto a tempestare l’assemblea di richieste di rinforzi per dare il via all’assalto, e Nicia arrivò a sfidare Cleone, rimettendo a lui il proprio incarico di stratego affinché conducesse egli stesso altri effettivi al fronte; questi, consapevole di poter contare sulla collaborazione di un militare molto più valido di lui, ovvero Demostene, mise in gioco tutta la sua credibilità politica promettendo, dopo qualche esitazione, di essere in grado di far cadere l’isola in venti giorni. «La gente seria se ne rallegrava – afferma Tucidide – pensando che si sarebbe raggiunto uno dei due vantaggi: o si sarebbero liberati di Cleone, ciò che appariva più verosimile, o, se quest’aspettativa fosse andata smentita, si sarebbero impadroniti della guarnigione spartana» (IV.28,5). Cleone giunse pertanto davanti a Sfacteria con truppe leggere tra le quali quattrocento arcieri, e truppe alleate
di Lemno e Imbro, lanciando una proposta di resa agli Spartani, cui diede ventiquattr’ore di tempo per accettare; promise che i prigionieri sarebbero stati trattati «senza eccessivo rigore», il che, in una guerra come quella, poteva essere un eufemismo per dire che li avrebbero ammazzati senza torturarli. Ma Epitada e i suoi non sarebbero stati Spartani se avessero accettato, né intendevano, per il momento, essere da meno di Leonida e i suoi trecento.
Allo scadere del termine previsto, i due strateghi ateniesi caricarono nel corso della notte ottocento opliti su una piccola flottiglia e, poco prima dell’alba, ne fecero sbarcare una parte lungo il lato ovest, che dava sul mare aperto, un’altra di fronte a Pilo. Subito gli incursori puntarono sul primo posto di guardia a ridosso del mare, costituito da trenta opliti spartani, che sorpresero mentre erano ancora nelle tende. All’alba seguì lo sbarco in forze, che gli assedianti posero in atto senza doversi preoccupare della flotta avversaria, ancora sotto il loro controllo, né del resto dell’esercito peloponnesiaco, tagliato fuori sulla terraferma. Contro l’isola si avventò quindi l’intera flotta ateniese, sbarcando ottocento armati alla leggera e altrettanti arcieri, i contingenti della Messenia e tutte le truppe che si potevano sottrarre alla difesa di Pilo. Gli uomini di Epitada erano concentrati al centro dell’isola, a ridosso di una fonte d’acqua, a parte un piccolo reparto disposto di fronte a Pilo, in una vecchia fortezza su un piccolo promontorio difficilmente accessibile: Demostene fece in modo che gli Spartani si trovassero attaccati su tutti i fronti, predisponendo la divisione del proprio esercito in contingenti misti – opliti, lancieri, arcieri e frombolieri – da duecento uomini. Una volta che gli Ateniesi ebbero circondato gli uomini di Epitada, Demostene fece arrestare i propri opliti e mandò all’attacco le truppe leggere, che scagliavano i loro tiri e poi riguadagnavano con irrisoria facilità le loro posizioni, ben più agili degli opliti avversari nel muoversi sul terreno accidentato. Per di più la coltre di cenere, dovuta al recente incendio, che si alzò ai primi movimenti ateniesi, nascondeva fino all’ultimo i loro attacchi.

«Sicché adesso gli Spartani si vedevano in una dura situazione. Gli elmi non li proteggevano dalle frecce, e sotto i colpi di molti mozziconi di giavellotti erano rimasti infissi negli scudi, sicché non sapevano dove volgere il capo; quanto a vedere, era tolta la vista; nel crescente frastuono delle grida nemiche non arrivavano a sentire i comandi dei loro capi; erano minacciati da ogni parte, e non sapevano come dovessero difendersi per salvarsi» (Tuc. IV.34,3).

Quando ormai erano pochi gli opliti spartani esenti da ferite e lo stesso Epitada morto, il suo vice Ippagrete diede ordine che si cercasse di guadagnare il forte tenuto dall’altra guarnigione. Non tutti ce la fecero, e chiunque ebbe la sventura di essere bloccato dagli avversari non sopravvisse un solo istante. Tuttavia la gran parte riuscì a guadagnare la postazione, da dove la difesa risultava più agevole, poiché gli Ateniesi erano costretti ad attaccare solo di fronte.
In quella situazione, si sarebbe potuto andare avanti per lungo tempo. Fu quello che fece notare a Cleone e a Demostene il comandante del contingente dei Messeni, che si propose di scovare una via d’accesso alla fortezza dal mare. Inerpicandosi dalla costa, riuscì a guadagnare con i suoi uomini una posizione alle spalle degli Spartani che, alla loro vista, furono presi dallo scoramento.
Se avesse voluto fare la nobile fine di Leonida, il comandante lacedemone – che non era più neanche Ippagrete, bensì Stifone – non avrebbe dovuto far altro che combattere fino alla morte. La situazione era davvero identica, con un contingente avversario che lo aveva sorpreso da tergo attraverso una strada ritenuta inaccessibile. Ciononostante il comandante assecondò la volontà dei suoi, che gettarono gli scudi non appena si sentirono offrire la resa da Demostene e Cleone, consapevoli ormai di avere in pugno gli avversari; non per un senso di umanità, ma perché il secondo aveva promesso agli Ateniesi di mostrare loro gli avversari catturati.
Dopo una breve consultazione con le truppe di terraferma, che mandarono a dire loro di comportarsi come ritenevano opportuno, purché salvassero almeno l’onore, gli Spartani si arresero: erano rimasti in duecentonovanta due, di cui centoventi spartiati, e avevano resistito due mesi e mezzo, grazie soprattutto al fatto che Epitada aveva ridotto ulteriormente le razioni di cui avevano fruito durante la tregua: non si poteva biasimarli se non avevano voluto emulare i trecento delle Termopili. Ciononostante, una resa spartana faceva sempre notizia, e i caduti furono gli unici a ricevere gli elogi; anche perché, da quel momento, Atene tenne i prigionieri come ostaggi garantendosi da ulteriori invasioni dell’Attica da parte dei Peloponnesiaci […]”.

cit. op. da A. Frediani, Le grandi battaglie della Grecia Antica.

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