Evoluzione semantica di “bárbaros”

Il Galata morete. Opera attribuita allo scultore ellenistico Epigono. Copia romana in marmo risalente al 230-220 a.C. ca. Conservata a Roma, Musei Capitolini.

Il Galata morete. Opera attribuita allo scultore ellenistico Epigono. Copia romana in marmo risalente al 230-220 a.C. ca. Conservata a Roma, Musei Capitolini.

cit. da appunti di lezioni universitarie del corso del prof. M. Rivoltella. Rielaborazione di informazioni tratte da Treccani Enciclopedia e conoscenze personali.

Nel mondo antico, il concetto di “barbaro” subì una lunga e complessa evoluzione semantica, determinata da precisi avvenimenti storico-culturale che l’hanno caricato di valori sempre più ampi e impegnativi, finendo per crearne un sistema di opposizioni binarie, dal marcato carattere polare.

Il latino barbarus trova il proprio corrispettivo nel greco bárbaros. È una voce onomatopeica, risultante dal raddoppiamento del suono bar-, ossia *bar- bar-, da cui derivano il sanscrito bárbarha (“balbuziente”) – che in origine era impiegato per indicare chi non apparteneva alla casta dei bramini, cioè un parya, giacché il termine deriva da barbarhatà, e significa “ispidezza”, “rozzezza” – e, ancora, il latino balbus (“balbuziente”).

In Grecia, prima che le Guerre persiane infiammassero i lidi dell’Egeo, bárbaros era un termine profondamente e unicamente legato alla semantica dei suoni e della lingua. Invero, non aveva implicazioni negative, se non perché derivasse per l’impossibilità di comunicare fra Greci e non-Greci. Bárbaros, infatti, era “colui che non riesce a esprimersi comprensibilmente” (cfr. Aristofane, Uccelli vv.198-200). Con l’aggettivo “barbarico” s’indicava un discorso del tutto privo di senso, sebbene fosse da ritenersi sacro e arcano (come potevano essere le parole della Pizia Delfica, oppure gli Ephesia grammata di cui tramanda Plutarco, De superstitione III).

Nella civiltà greca, com’è noto, il linguaggio, il saper padroneggiare un discorso (lógos), era una delle capacità principali dell’uomo incivilito e soprattutto ontologicamente superiore; era ciò che contraddistingueva l’uomo greco. Perciò, i Greci, nonostante la loro frammentazione politica, attraverso la lingua comune si sentirono sempre uniti, in particolare, rispetto ai non-Greci. Insomma, l’opposizione sostanziale che sottende al concetto di “barbaro” sta proprio in questo: Greci e non-Greci. Ciononostante, almeno inizialmente, essere catalogati come bárbaroi non aveva valenza dispregiativa.

Impiegato in larga misura sia nella sua forma aggettivale, sia in quella sostantivata, dal V secolo a.C., indicava soprattutto lo “straniero”, “colui che nasce e vive in un altro paese” (cioè l’allogeno). Tuttavia, sempre tenendo presente che malgrado fra i Greci vi fosse una certa ripugnanza ideologica a non mescolarsi e avere meno a che fare con chi non fosse delle loro parti, il concetto non aveva ancora ragioni di contrasto politico.

Secondo Ippocrate (De ære, aqua, etc. 12 e 16), le differenze caratteriali e fisiologiche fra i popoli erano determinate dalla diversità dei climi. I viaggiatori e i cronisti che dall’inizio del V secolo a.C. cominciarono a entrare in contatto con i non-Greci osservarono, stupefatti, che alcuni fossero depositari di una cultura millenaria e talvolta superiore a quella ellenica. Ecateo di Mileto ed Erodoto di Alicarnasso nelle loro storie dimostrarono come i cosiddetti “barbari” fossero degni di essere posti allo stesso livello dei Greci; ciononostante, le Guerre persiane, invece, ridestarono un più profondo senso di orgoglio e un forte nazionalismo (per usare un termine anacronistico) fra gli Elleni, tanto che i bárbaroi furono i “nemici della grecità”.

I Persiani di Eschilo rappresenta una delle prime attestazioni dell’uso di bárbaroi come termine collettivo, indicante cioè la totalità delle genti non parlanti greco e, in questo specifico caso, i Persiani e i loro sudditi. Non c’è dubbio che Eschilo in questo dramma giocasse ancora con lo scarto linguistico del termine, facendo risaltare in più di un’occasione il suono differente della lingua dei bárbaroi e di quella dei Greci. È da notare, inoltre, che qui il termine subì una ridefinizione semantica, acquisendo nuove sfumature di significato: la tragedia eschilea, infatti, metteva in scena la prima concettualizzazione di bárbaros, come un termine collettivamente opposto ai Greci, la prima definizione greca di una realtà che greca non era, la vera e propria polarizzazione fra i due mondi.

In Erodoto (Storie II.54-55; ibid. II.57) è attestata l’accezione di bárbaros in senso di “alloglotto”, ovverosia “colui che parla una lingua differente”. Anche per Erodoto, come per Eschilo il termine entrò nel gioco di antinomie con le quali i Greci codificarono il loro mondo: in sostanza, per la loro ideologia la “grecità” era una realtà a sé rispetto a un mondo di “barbarie”, il che dava loro un senso di sicurezza.

Ulteriormente si venne a creare un’antinomia politica: il bárbaros era anche il “suddito” (doûlos), “colui che è sottoposto al potere di un unico individuo”. Mentre in Eschilo la comparazione tra mondo greco e non-greco viene evidentemente analizzata da una prospettiva “barbara”, in Euripide, invece, si mostra con maggiore varietà di sfumature, a seconda dei personaggi e delle situazioni. Nonostante la poesia euripidea fosse meno spiccatamente “nazionalista” rispetto ai tragediografi precedenti, la superiorità ontologica e culturale dei Greci è sempre indiscutibile. In un passo dell’Ifigenia in Aulide (vv.1395-1401), la protagonista, figlia di Agamennone, offrendosi spontaneamente alla morte che fino a qualche attimo prima l’aveva riempita di terrore, giustifica il suo mutato atteggiamento affermando di aver compreso che ai Greci spetta giustamente il comando sui barbari e non viceversa, perché i barbari sono “schiavi” e i Greci sono “liberi”.

Quindi un altro elemento di differenziazione fra Greci e “barbari” stava proprio in questo: i Greci erano eleútheroi, cioè “liberi” – o se si vuole precisare meglio “membri liberi di pari dignità e diritto di una comunità libera”. Il termine eleútheros è una forma derivata dalla radice indoeuropea *leut-, dalla quale discendono anche il tedesco Leute, (“popolo”, “gente”) e il latino libertas (“libertà”).

Il movimento dei sofisti – filosofi antesignani del razionalismo, che sono spesso biasimati in Platone e in Aristotele – anticipò quello che poi fu uno dei cardini dello spirito ellenistico, ossia il cosmopolitismo. Questo ideale infrangeva le diverse convenzioni e convinzioni che avevano da sempre accompagnato la cultura “politica” dei Greci. Per i sofisti, in particolare, il cosmopolitismo era prima di tutto uno stile di vita: la loro stessa professione di maestri pedagoghi itineranti li metteva nella condizione di lasciare la propria città natale per spostarsi in altri luoghi per insegnare. Erano, dunque, criticati dagli altri pensatori più “politici”: rompere i propri legami con la madrepatria per un individuo greco era sempre un trauma, qualcosa che sarebbe stato difficile reintegrare. Tuttavia, il biasimo venne meno non appena i rivolgimenti sociali ed egemonici dei Greci mutarono: le lunghe guerre fra loro convinsero i Greci a desiderare una realtà panellenica. I sofisti, in quest’ottica, se ne fecero i fautori, contribuendo all’allargamento degli orizzonti. D’altro canto, essi ebbero una chiara coscienza della molteplicità delle culture umane nel mondo e rinunciarono alla quasi dogmatica assolutizzazione dei modi di vita ellenici.

Al contrario, durante la Guerra del Peloponneso, in seno alla cittadinanza ateniese, si riaffermò il forte ideale patrio, e tutto ciò che ne concerneva. Insomma, ciò che non era ateniese era bárbaron.

Un tal esclusivismo si nota in tutti i grandi personaggi dei primi decenni del IV secolo a.C. (tra i quali Demostene in primis), mentre gli stessi filosofi (Platone e Aristotele) lo mascherarono con ideali superiori, appellandosi al valore della paideía (“educazione”): perciò un popolo “non colto” e “non educato” era bárbaros. Invece, l’esperienza di Alessandro (tra l’altro allievo dello stesso Aristotele) condusse nell’orbita ellenica proprio quei tanto osteggiati “barbari”, tanto che furono poi essi a divenire gli eredi e i più forti sostenitori dei suoi ideali. Il concetto di cosmopolitismo, dunque, si affermò sempre più grazie soprattutto al lavoro educativo della filosofia cinica prima e di quella stoica poi. La parola bárbaros divenne così un termine relativo: con l’estensione dell’Ellenismo, l’idea stessa di “barbaro” assunse un valore pressoché morale (“barbaro” è l’“incivile” per eccellenza, o “chi appartiene a una cultura inferiore” alla propria) oppure geografico (i “barbari” abitano i confini del mondo conosciuto).

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