Têtes coupées

Cit. C. Corradi Musi, Lo sciamanesimo ugrofinnico e la tradizione celtica.

Testa (forse di un dio). Argilla, 150 a.C. da Keltské Nálezy (Rep. Ceca).

Testa (forse di un dio). Argilla, 150 a.C. da Keltské Nálezy (Rep. Ceca).

Il culto sciamanico della testa, intesa come ricettacolo di forza in quanto sede dell’anima imperitura, lascia una speciale testimonianza tra i Celti, oltre che tra gli Sciti: basti pensare alla testa dell’eroe Cú Chulainn preso dal furore guerriero, che esterna la propria energia irradiando luce come quella di uno sciamano o alle varie manifestazioni del tema cultuale delle têtes coupées, che emergono dall’osservazione dei corredi funebri o dai reperti archeologici rinvenuti nei santuari o negli oppida. Il teschio poteva essere associato ai pozzi, come indica la denominazione di alcuni di essi. Il significato della connessione risulta più chiaro se consideriamo che il pozzo era dai Celti messo in relazione con la saggezza. Proprio come nelle più antiche tradizioni nord-euroasiatiche, nella tradizione celtica si dava grande importanza al possesso del capo mozzato del nemico, che equivaleva all’appropriarsi di tutte le forze dell’avversario di cui la testa era depositaria. Era usanza tra i Celti, al pari che tra gli Ugro-finni e gli Sciti, servirsi per bere del cranio dei nemici utilizzato come coppa, in modo da ricevere le forze del loro spirito. Il valore attribuito dai Celti al capo mozzato lascia diverse testimonianze leggendarie. Artù fece staccare la testa a un mostruoso gigante da lui vinto e tagliò egli stesso la testa a Galapas, un altro gigante. Torna alla memoria per l’analogia l’episodio del Kalevala in chi Kemminkäinen vinse a duello il Signore di Pohjola e gli mozzò la testa. L’usanza celtica di appendere nei templi e nei boschi sacri le teste decapitate era motivata dalla volontà di offrire agli esseri soprannaturali divini la vita e l’anima delle persone cui appartenevano.
La testa mozzata era presso i Celti pure simbolo per antonomasia del sacrificio. Ne è un esempio, nei racconti del ciclo gallese dei

Portale in pietra calcarea, con teschi umani incastonati sugli stipiti. III secolo a.C., da Roquepertuse. Musée Borély, Marsiglia

Portale in pietra calcarea, con teschi umani incastonati sugli stipiti. III secolo a.C., da Roquepertuse. Musée Borély, Marsiglia.

Mabinogion, la testa di Brân, tagliata per sua stessa richiesta, dopo la sconfitta in Irlanda, e portata su sua indicazione prima a Harlech, poi a Gwales, infine a Londra per esservi sepolta a difesa da eventuali invasioni. L’azione di mozzare la testa rimanda emblematicamente al rituale sciamanico dello squartamento iniziatico inteso come “morte” che presuppone la rinascita. Nelle leggende arturiane non mancano i riferimenti a tale rituale. Lancillotto, ad esempio, superò prove che si riallacciano alla concezione dello squartamento sia quando si ferì le mani e i piedi per varcare il ponte della spada sia poco dopo, quando per raggiungere la regina Ginevra svelse l’inferriata e si mozzò la prima falange del mignolo. Di analoga simbologia è la modalità con cui, su un’isola davanti alla foce della Loira, le donne Namnite in estasi dedicavano a Dioniso un rito iniziatico annuale, proibito agli uomini: lo stesso giorno toglievano e rifacevano il tetto del tempio prima del tramonto, portando ciascuna di esse il suo carico di materiale; quella il cui fardello cadeva a terra veniva ridotta a brandelli dalle altre e le parti del suo corpo erano portate in giro nel tempio.

Bibliografia:
K. Jettmar, I popoli delle steppe, Milano, Il Saggiatore 1964
W. Rutherford, Tradizioni celtiche. La storia dei druidi e della loro eredità culturale, Milano, TEA 2000

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