Il mito di Pelope

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di R. Calasso, Le nozze di Cadmo e Armonia, Gli Adelphi 2009, pgg. 202-207.

[…] Dopo aver soggiornato – non sappiamo quanto a lungo – presso Poseidone, Pelope si trovò alla testa del regno paterno. Presto i confinanti lo assillarono con attacchi. Pelope decise di traversare il mare con i suoi uomini e i suoi tesori, in cerca di una donna. Si sarebbe presentato a una principessa lontana, della Grecia che guarda verso Occidente: Ippodamia, figlia di Enomao.
Intorno all’entrata del palazzo di Enomao, sulla collina di Crono, a Olimpia, erano infisse tredici teste umane. Pelope varcò quella soglia come straniero, quattordicesimo pretendente di Ippodamia. Gli raccontarono che Enomao voleva raccogliere qualche altra testa per comporle poi tutte in un tempio per Ares, suo padre. Due violente passioni dominavano il re di Olimpia: i cavalli e la figlia Ippodamia. Proteggeva gli uni e l’altra con una legge. In Elide non dovevano nascere muli. Chi avesse fatto accoppiare un asino con una giumenta sarebbe stato ucciso. I pretendenti di Ippodamia avrebbero dovuto battere in velocità i magici cavalli di Enomao, dono di Ares. Considerava quei re stranieri animali inferiori, che volevano umiliare la magnifica giumenta Ippodamia, ingravidandola di un bastardo. Per lui i cavalli e la figlia, la “domatrice di cavalli”, formavano un anello. Un arco proseguiva nell’altro. A volte, a letto, vedeva spuntare dalla coperta una testa di giumenta bianca, ed era la figlia.
Pelope si guardò intorno e pensò che avrebbe vinto l’inganno con l’inganno. Se i cavalli di Enomao erano un dono di Ares, chi disponeva, se non Poseidone, di cavalli invincibili? E Poseidone non era stato il suo primo amante? Solo sulla spiaggia, Pelope evocò il dio ricordando il tempo dei loro amori. Voleva lasciarlo infilzare dalla lancia di un re truculento? Voleva che la sua testa finisse appesa accanto alle altre come un trofeo di caccia? Un giorno lo aveva rapito, con un carro volante: quegli stessi cavalli dovevano ora rapirlo alla morte. Poseidone accettò. Pelope guardava i suoi mirabili cavalli e rifletteva che Ares è, sì, un dio potente, ma non paragonabile a Poseidone, che spacca le rocce per aprire la via alle sue bestie – e le fa emergere dalla schiuma delle onde. Ma neppure quello bastava. Pelope pensò che tre imbrogli fossero più sicuri di uno soltanto. E volle conquistare Ippodamia già prima della gara. Ippodamia era abituata da qualche tempo al letto del padre. Anzi, lo aiutava a difenderlo. Aveva visto arrivare tredici stranieri, era salita sul loro carro, li aveva disturbati o distratti nella corsa, come il padre voleva. Sapeva dove andavano a finire le loro carcasse. Ma ora fu folgorata da quello straniero che luccicava d’avorio sulla schiena. Desiderò per la prima volta un letto diverso. Decise di rovinare il padre. L’auriga di Enomao era un ragazzo, Mirtilo, che smaniava per Ippodamia. La sera prima della gara, Ippodamia gli promise il suo corpo se avesse messo nelle ruote del carro di Enomao un perno di cera, invece che di ferro. Mirtilo pensava soltanto al corpo di Ippodamia e accettò. Pelope e Ippodamia concordarono che avrebbero eliminato Mirtilo appena possibile, una volta vinta la gara.
Il mattino della gara ci fu un momento di quiete spaventosa. Erano tutti presenti, e quasi pronti. In mezzo a loro, più grande e visibile, Zeus. Teneva la folgore con la sinistra, l’altra mano era abbandonata sul fianco, ma emanava tensione. Il suo torace era un muro. Tutti sembravano concentrati sulla propria sorte, non sapevano che la sorte di quei luoghi, e di molti altri celati dalla linea verde dell’orizzonte, stava per decidersi in quei momenti. La scena cruenta che Enomao aveva predisposto, e intorno a cui ruotava ormai da qualche tempo la sua vita, prevedeva le seguenti fasi: il pretendente rapisce Ippodamia sul suo carro; Enomao gli concede, come vantaggio, il tempo di sacrificare un ariete nero. Poi monta sul carro, insieme a Mirtilo, e insegue i fuggitivi.
Un’ancella stava allacciando i sandali a Ippodamia. Era quello il momento in cui, per tredici volte, la figlia e il padre si erano scambiati uno sguardo d’intesa. Ippodamia guardò il padre. Il corpo di Enomao aveva la sicurezza dell’età e dei molti morti, trafitti dalla sua lancia. Era nudo, salvo un panno sulle spalle, e stava calcandosi l’elmo sino alle sopracciglia, in modo che fra la barba e l’elmo spiccassero solo gli occhi, fermi. Stanotte dormiremo ancora insieme, dicevano quegli occhi. Ippodamia indossava il complicato peplo dorico, inadatto a una corsa. Aveva i capelli arricciati sulla fronte in piccoli cerchi perfetti e un’improvvisa freddezza nel cuore, come se tutto fosse già finito prima di cominciare, come se il padre, il palazzo, le carcasse accumulate fossero già inceneriti. Pelope era completamente nudo e si appoggiava alla lancia. Luceva l’avorio sulla sua scapola. Mirtilo, fremente, aspettava gli ordini accucciato, con una mano magra e abile si tormentava un alluce. Sterope, la sposa di Enomao, osservava la scena, immobile e inespressiva. Nata dagli amori di un astro e di un dio, da qualche tempo era usata come serva della passione di Enomao per Ippodamia e becchina dei pretendenti di sua figlia. Aveva disimparato a sperare: qualsiasi esito avesse la gara, per lei sarebbe stato un orrore in più. Ma il suo ruolo era di assistere, da regina. Solo un anziano sacerdote, in disparte, affondava le dita nella barba e vedeva qualcosa. Era uno degli Iamidi, stirpe cresciuta sulle viole, nutrita col miele dai serpenti. Apollo gli aveva concesso di intendere le voci della natura, e anche di capire quando la parola è inutile.
Quello che seguì, la corsa, fu rapidissimo. S’intravidero le ruote del carro di Enomao schizzare via sotto il sole e i cavalli straziare il corpo del re. Si udì la sua voce che malediceva Mirtilo. Ma era solo l’inizio: per quattro generazioni la corsa, la polvere, il sangue, lo schianto delle ruote non si arrestarono mai. E pochi ormai ricordavano che tutto era partito in quel momento, quando Enomao aveva sollevato il coltello sull’ariete nero e i cavalli di Poseidone avevano fatto sparire in una nube Pelope e Ippodamia, che si guardavano, complici nel delitto e nella vittoria […].

 

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