L’educazione nel tiaso saffico

di J. Baldaro Verde – V. Manzini, L’omosessualità femminile come “rito d’iniziazione sessuale”, Rivista di Scienze Sessuologiche 9 (1996).

Lawrence Alma-Tadema, Sappho and Alceus, 1881

Lawrence Alma-Tadema, Sappho and Alceus, 1881

 

Associazioni di ragazze e di donne si trovano in Grecia sin dal VII sec. a.C. (Merkelbach, 1957). Fra queste il circolo di Saffo è senz’altro il più noto; Saffo nacque nell’isola di Lesbo intorno al 650 a.C., e trascorse gran parte della sua esistenza nella ristretta cerchia di un “tiaso”, una sorta di associazione femminile. L’opinione oggi considerata più attendibile è che Saffo sia stata a capo di una comunità di giovani donne (C. Calame, 1977), una scuola di femminile ove le ragazze ricevevano delle lezioni di eleganza e di grazia. Le ragazze vi entravano a far parte prima del matrimonio, compiendovi un periodo d’istruzione e preparazione. Alle nozze; una volta sposate si separavano dal gruppo. L’istruzione impartita comprendeva la pratica di lavori femminili, l’apprendimento della buona educazione, della musica ed un’iniziazione alla sessualità. Dallo stato “selvaggio” dell’adolescenza, proprio di Artemide, dea che proteggeva le vergini, esse passavano a quello di donne ispiratrici d’amore, sviluppando la sensualità e la sessualità, secondo il modello di Afrodite, la dea dell’amore erotico (G. A. Privitera, 1974).

Attis, una delle tre compagne più care a Saffo, (C. Calame, 1977) prima di entrare nel tiaso, era una ragazza molto giovane e senza grazia, ἄχαρις, in questo contesto, “senza grazia”, è utilizzato per designare una fanciulla non ancora pronta per il matrimonio. La χάρις (nella traduzione dal greco “grazia” – da cui l’italiano: carisma, eucarestia – ma anche “fascino”, “bellezza”) è caratteristica indispensabile per una bella donna, che desideri sposarsi. Dopo il soggiorno nel tiaso, la bella Attis, che Saffo descrive di ritorno in Lidia, brilla tra le donne del suo paese come la luna in mezzo alle stelle (fr. 96 Voigt), grazie all’educazione ricevuta a Lesbo. Dunque, il contenuto dell’educazione dispensata da Saffo, in seno alla sua scuola, tendeva alla preparazione al matrimonio di giovani allieve. Del resto, i rapporti dell’attività della poetessa con l’istituzione del matrimonio, sono confermati dai numerosi frammenti di epitalami. Saffo, come risulta dai frammenti, appare sempre al centro di un gruppo di fanciulle che vanno e vengono continuamente. Non dobbiamo credere che il tiaso saffico fosse un caso unico: altre associazioni di ragazze e donne adulte sono conosciute in Grecia; in tutte sono ampiamente documentate relazioni omoerotiche femminili. La poesia di Saffo scaturisce spontanea dalle passioni amorose vissute all’interno del raffinato sodalizio femminile da lei diretto, la componente erotica dei versi della poetessa si mostra con sincero ardore. Benché una critica moralista lo abbia spesso negato, l’esistenza di passioni omosessuali, tra le componenti del tiaso, è innegabile. I frammenti di Alcmane e Saffo lo confermano in maniera inequivocabile. Particolarmente interessante è l’interpretazione del Partenio di Alcmane (B. Gentili, 1976). Le due figure di rilievo, Agido e Agesicora, delle quali la seconda è la corega, sono presentate in una posizione di spicco rispetto alle altre ragazze del coro: viene messo in evidenza il loro ruolo di coppia. II legame che unisce Agido e Agesicora è esclusivo; nessuna delle due avrà aspirazioni amorose nei confronti delle altre ragazze del coro. E il coro stesso a dichiarare il suo sconforto di fronte a questo inscindibile legame che ne bellezza, ne oggetti preziosi possono spezzare. Questo partenio sembra un vero e proprio canto epitalamico destinato ad un rituale interno alla comunità delle ragazze. In realtà non si tratta di una comune cerimonia nuziale, ma di una cerimonia iniziatica all’interno del tiaso. Imerio, autore del IV sec. d.C., trovava descritto nei carmi di Saffo un tale rituale all’interno delle comunità (Him. Or. 9,4): dopo gli agoni, Saffo entra nel talamo, stende il letto nuziale, fa entrare le ragazze nel nympheion, conduce sul carro le Cariti, Afrodite ed il coro degli Amori e forma con essi una processione che innalza la fiaccola nuziale. I riti di cui parla Imerio si riferiscono ad un preciso momento dell’attività cultuale del tiaso. È probabile che nelle comunità femminili di Lesbo esistessero unioni “ufficiali” tra le ragazze, si trattava di un vero rapporto di tipo matrimoniale, come mostra in Saffo l’uso del termine γάμος: un termine specifico per designare il concreto vincolo del matrimonio. γάμος designa colui o colei che si trova sotto lo stesso giogo. A Lesbo, Saffo aveva almeno due rivali nelle persone di Andromeda e di Gorgo. Un frammento di commentario su papiro ci rivela che tra Gorgo e le sue compagne esistevano regole di ordine comunitario analoghe a quelle di Saffo. Da un frammento sappiamo che Pleistodice insieme con Gongila è moglie di Gorgo. Ciò significa che la direttrice del tiaso poteva contemporaneamente far coppia con due ragazze. L’omosessualità femminile non era costume amoroso esclusivo delle donne di Lesbo. In realtà, definire l’amore omosessuale femminile come “lesbico” costituisce una deformazione semantica del termine. Per i Greci, la fama delle donne di Lesbo era legata alla pratica amorosa del fellare, detta appunto λεσβιάζειν, una pratica, come sappiamo dai poeti della commedia (Aristofane, Ecclesiazuse 920), molto antica e nota, che avrebbero escogitato proprio le ragazze di Lesbo. Dunque “lesbica” aveva già nella seconda metà del V sec. e, certamente in epoca più antica, la tipica connotazione di fellatrix, non di lesbica in senso moderno. L’uso di lesbica nel senso di τριβάς dal verbo greco τρίβειν, “strofinarsi”, in altre parole donna omosessuale, risale all’erudito bizantino Areta (sec. IX-X) e divenne corrente nella cultura europea non prima del XIX secolo.

Le comunità femminili, per così dire di “tipo saffico”, non furono un fenomeno relegato all’isola di Lesbo. Sappiamo da Plutarco (Lyc. XVIII, 9) che l’amore omoerotico femminile era ammesso anche a Sparta arcaica in comunità più o meno affini a quelle lesbiche. Nella Sparta del VII sec. a.C. abbiamo notizia di cori femminili, con una struttura educativa e gerarchica, detti ἀγέλαι. Numerose testimonianze sui “cori spartani” lasciano supporre l’esistenza di relazioni omosessuali tra le coreute, o alcune tra le coreute e la corega. Molto si è dibattuto sulla questione posta dalla natura di queste relazioni omosessuali: si trattava di relazioni temporanee nate in comunità di adolescenti dello stesso sesso e della stessa età o divenivano relazioni affettive che assumevano un valore istituzionale? Per cercare di dare una risposta a queste domande è necessario chiarire il valore dell’omosessualità nella società greca classica. In un passaggio molto conosciuto della vita di Licurgo, Plutarco (Lyc. XVII, 1) racconta che a dodici anni gli efebi erano associati ai migliori fra gli uomini giovani. Questo costume è confermato da numerose fonti; Plutarco (Lyc. XVIII, 9) parla della pederastia spartana come di un’istituzione legata al sistema educativo della città. Lo stesso valore pedagogico era conferito all’omosessualità nel sistema cretese. Anzi a Creta, il contatto tra i due amanti aveva una durata istituzionalmente limitata a due mesi. Tutte le modalità del rapporto omosessuale erano fissate dalla legge. In questo contesto appare evidente che l’omosessualità maschile assume un valore iniziatico, un momento di passaggio che permette al ragazzo di compiere il passo che separa l’adolescenza dall’età adulta. Nel caso in cui l’omosessualità non avesse un valore pedagogico, essa era condannata come nella nostra cultura. Ad una lettura attenta le relazioni omoerotiche dei circoli femminili presentano sorprendenti analogie con l’omosessualità iniziatica maschile. Plutarco afferma che a Sparta l’omosessualità femminile aveva, come quella maschile, la “funzione” di iniziare la ragazza adolescente; ed aggiunge che questi legami avevano carattere temporaneo. A Sparta era costume che donne adulte si univano a giovani ragazze prima del matrimonio. Una glossa di Alcmane (fr. 34 Page) indica che il poeta utilizzava un termine tecnico, corrispondente a quello di ἀίτας per i ragazzi, per indicare le fanciulle: ἀίτις. Tuttavia non dobbiamo credere che i riti iniziatici femminili fossero del tutto assimilabili a quelli maschili: la relazione omosessuale femminile era diversa da quella tra l’adulto maschio e il suo amante ragazzo. L’omosessualità femminile nei tiasi era sganciata da quel rigido rapporto di subalternità proprio della pederastia iniziatica maschile. Dagli stessi frammenti delle poesie di Saffo traspaiono relazioni omoerotiche connotate soprattutto di dolcezza e tenerezza. Sono sostanzialmente gli uomini a fare dell’omosessualità femminile un calco di quella maschile, lo stesso termine ἀίτις è tratto dalla sfera maschile (E. Cantarella, 1995). Non è casuale che a enfatizzare l’aspetto pedagogico dei rapporti tra donne sia un uomo, come Plutarco (Lyc. XVIII, 9): a Sparta dice infatti, le donne migliori amavano le ragazze, e quando accadeva che due di esse amassero la stessa fanciulla, cercavano di rendere migliore, insieme, la loro amata. Ci sembra plausibile concludere che sia a Sparta che a Lesbo, i rapporti omosessuali tra donne adulte e giovani ragazze avevano un valore iniziatico, introduttivo alla condizione adulta che era definitivamente raggiunta con il matrimonio e il passaggio all’eterosessualità. Non dobbiamo dimenticare che una società come quella greca “imponeva” il matrimonio, che era vissuto esclusivamente come istituzione, ed era ben lontana dalla concezione “romantica” che oggi noi ne abbiamo. I termini latini che indicano lo sposare una donna da parte di un uomo uxorem ducere esprimono bene il valore contrattuale di questo patto, ducere in latino vuol dire “condurre” ma anche “comprare”. Dunque non possiamo escludere che seppur sposate, molte fossero le donne che, come la poetessa Saffo, restavano fissate alla meta omosessuale. La storia scritta dagli uomini, non ha consegnato le loro voci. Saffo visse in un periodo di transizione, in cui alle donne era ancora aperto qualche spazio per vivere come individui e poter esprimere i loro sentimenti. Una, per tutte la sua voce, descrive, da un punto di vista femminile, le vibrazioni sottili e tormentose di passioni intense. La stessa Saffo lasciò scritto: «Io credo che qualcuno si ricorderà di noi, nel futuro» (fr. 147 Voigt). Una attenta analisi comparata di frammenti di lirici greci ha permesso di considerare l’omosessualità femminile quale rito d’iniziazione, del tutto simile a quello maschile, “normale” in una società in cui i costumi sessuali non erano soggetti a tabù, come sarebbe stato a partire dal periodo di cui la Bibbia ci ha lasciato memoria storica. Ignoriamo peraltro, quando e perché il rito d’iniziazione sessuale rappresentato da rapporti omosessuali tra adolescenti e adulti, uomo-uomo, donna-donna, abbia avuto fine. Sarebbe quindi interessante poter trovare le tracce di questo cambiamento e ci ripromettiamo di cercarle. Con il tempo l’omosessualità ha preso caratteri diversi e con questo termine si intende un rapporto adulto-adulto in cui è invertita, rispetto a quello che viene ritenuto uno sviluppo psicosessuale “ottimale” la meta del desiderio sessuale. In realtà questo avviene soltanto in alcuni casi, in altri sono invertiti anche il ruolo di genere e il ruolo sociale è quindi limitativo includere nel termine omosessuale una serie di comportamenti che riguardano l’identità sessuale in tutta la sua complessità. Molto resta ancora quindi da studiare, compreso il motivo per cui l’omosessualità maschile sia stata stigmatizzata mentre poca attenzione e forse poca importanza è stata riservata a quella femminile. Una ipotesi, che condividiamo con altri autori è legata alla scoperta scientifica della paternità che, proprio nella cultura e nella mitologia greca vede Zeus come simbolo del “fallo procreatore”. Dal momento in cui l’uomo, in qualche modo negando o scotomizzando l’uguale contributo femminile alla procreazione, avalla a se questo potere magico – divino, il disperdere il seme, portatore della nuova vita, divenne una colpa. L’omosessualità maschile “passiva” che, in qualche modo “abbassava” un uomo al ruolo femminile – si ricordi che a Lesbo veniva insegnata la fellatio e che questo comportamento poteva essere richiesto all’uomo passivo – divenne invece vergogna.

 

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Un commento su “L’educazione nel tiaso saffico

  1. […] l’apporto di analoghe esperienze di altre culture sono il carattere, gli aspetti e gli scopi del tiaso saffico. È stato esaurientemente dimostrato che la nuova comunità saffica aveva le sue premesse nelle […]

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