Quem metuunt oderunt; quem quisque odit, perisse expetit

Male enim se res habet, cum quod virtute effici debet, id temptatur pecunia. Sed quoniam non numquam hoc subsidium necessarium est, quemadmodum sit utendum eo dicemus, si prius iis de rebus, quæ virtuti propriores sunt, dixerimus. Atque etiam subiciunt se homines imperio alterius et potestati de causis pluribus. Ducuntur enim aut benivolentia aut beneficiorum magnitudine aut dignitatis præstantia aut spe sibi id utile futurum aut metu ne vi parere cogantur aut spe largitionis promissisque capti aut postremo, ut sæpe in nostra re publica videmus, mercede conducti. Omnium autem rerum nec aptius est quicquam ad opes tuendas ac tenendas quam diligi nec alienius quam timeri. Præclare enim Ennius: «Quem metuunt oderunt; quem quisque odit, perisse expetit». Multorum autem odiis nullas opes posse obsistere, si antea fuit ignotum, nuper est cognitum. Nec vero huius tyranni solum, quem armis oppressa pertulit civitas ac paret cum maxime mortuo interitus declarat, quantum odium hominum valeat ad pestem, sed reliquorum similes exitus tyrannorum, quorum haud fere quisquam talem interitum effugit. Malus enim est custos diuturnitatis metus contraque benivolentia fidelis vel ad perpetuitatem. Sed iis, qui vi oppressos imperio coercent, sit sane adhibenda sævitia, ut eris in famulos, si aliter teneri non possunt; qui vero in libera civitate ita se instruunt, ut metuantur, iis nihil potest esse dementius. Quamvis enim sint demersae leges alicuius opibus, quamvis timefacta libertas, emergunt tamen hæc aliquando aut iudiciis tacitis aut occultis de honore suffragiis. Acriores autem morsus sunt intermissae libertatis quam retentæ. Quod igitur latissime patet neque ad incolumitatem solum, sed etiam ad opes et potentiam valet plurimum, id amplectamur, ut metus absit, caritas retineatur. Ita facillime quae volemus et privatis in rebus et in re publica consequemur. Etenim qui se metui volent, a quibus metuentur, eosdem metuant ipsi necesse est.

È cosa cattiva, infatti, quando ciò che si dovrebbe conseguire con il merito, si ricerca per mezzo del denaro. Ma poiché, talvolta, questo espediente è pur necessario, diremo in che modo si debba ricorrervi, se non prima di aver parlato di quelle cose che sono più prossime alla virtù. Inoltre, gli uomini si sottomettono al volere e al potere di un altro per molteplici motivi; sono spinti a ciò o dalla benevolenza, dalla grandezza dei benefici, o dalla superiorità del rango sociale, o dalla speranza di ottenere qualche profitto, o per paura di essere costretti a obbedire con la forza, o allettati dalla speranza di un donativo e da varie promesse, o, infine, indotti dal denaro, come spesso abbiamo assistito nel nostro Stato. Invero, fra tutte le cose non ce n’è alcuna più adatta a proteggere e conservare il potere dell’essere amati, e nessuna più contraria dell’essere temuti. Benissimo, infatti, afferma Ennio: «Odiano chi temono, e colui che ciascuno odia, desiderano che perisca». Recentemente si è capito – se già prima non si fosse saputo – che nessuna autorità possa resistere all’odio dei molti. E invero, non solo a questo tiranno, che la città sopportò oppressa dalle armi, e obbedisce più che mai, ora che è morto, dimostra quanto l’odio degli uomini valga a far cadere in rovina, ma lo dimostra anche la fine simile degli altri despoti, dei quali quasi nessuno scampò a una tale morte. La paura, difatti, è un cattivo custode di un prolungato dominio, mentre, al contrario, la benevolenza è un fedele garante per l’eternità.
Ma quelli che esercitano il comando opprimendo [i cittadini] con la forza, impieghino persino la crudeltà, come fossero fra schiavi, se non sono in gradi di governarli altrimenti; invero, per quelli che in un libero Stato fan di tutto (=si dispongono) per essere temuti, non può esistere niente di più folle. Benché le leggi siano conculcate e la libertà sia soffocata dalla prepotenza di qualcuno, tuttavia queste cose riemergono di quanto o in quanto o in taciti giudizi o nel segreto del voto. Più alacri sono i morsi di una libertà perduta che non di quella costantemente mantenuta. Attendiamoci, dunque, a questa constatazione, che ha validità amplissima e non soltanto sull’incolumità, ma anche sulla ricchezza e la potenza dei più, affinché si allontani la paura e si conservi la bontà. Così assai facilmente otterremo ciò che vorremo sia negli affari privati sia in quelli pubblici. Poiché coloro che vogliono essere temuti, è necessario che siano essi stessi ad aver paura, a loro volta, di quelli dai quali dovrebbero essere temuti.

Cicerone, De officiis, II.23-24

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