Quando aver la pancia… era uno status symbol

Coperchio di sarcofago: il cosiddetto “Obesus Etruscus”. Statua in alabastro, 216x70x64 cm. Da Chiusi, arte etrusca. Prima metà del III secolo a.C. – II secolo a.C. ca. Museo Archeologico Nazionale, Firenze. Piano I, Sala X, N. Inv. 5482

Coperchio di sarcofago: il cosiddetto “Obesus Etruscus”. Statua in alabastro, 216x70x64 cm. Da Chiusi, arte etrusca. Prima metà del III secolo a.C. – II secolo a.C. ca. Museo Archeologico Nazionale, Firenze. Piano I, Sala X, N. Inv. 5482

Diodoro Siculo, in Bibliotheca V. 40, 3 dice che gli Etruschi «abitano una regione che produce di tutto e, impegnandosi nel lavoro, hanno frutti con cui possono non solo nutrirsi a sufficienza, ma anche concedersi una vita di piaceri e di lusso» (χώραν δὲ νεμόμενοι πάμφορον, καὶ ταύτην ἐξεργαζόμενοι, καρπῶν ἀφθονίαν ἔχουσιν οὐ μόνον πρὸς τὴν ἀρκοῦσαν διατροφήν, ἀλλὰ καὶ πρὸς ἀπόλαυσιν δαψιλῆ καὶ τρυφὴν ἀνήκουσαν). Dalle ricerche e dagli scavi archeologici condotti in Toscana si evince che fin dall’Età del Bronzo (epoca in cui sono state classificate le Culture di Rinaldone e Remedello) esistevano piccoli insediamenti agricoli che vivevano dei campi e dei pascoli all’intorno. Nell’età successiva (l’Età del Ferro), con lo sviluppo della Cultura Villanoviana, si afferma la “policoltura”, fondata su un’ampia varietà di cereali e legumi, sulla coltivazione dell’ulivo e sull’allevamento degli animali domestici. I semi di vite rinvenuti nelle tombe etrusche dell’area del Chianti dimostrano che fu questo il popolo ad introdurre da Oriente in Italia la coltura del vino. Alla cosiddetta “Età Aurea” della civiltà etrusca – corrispondente a tutto il VI secolo e agli inizi del V a.C. – l’alimentazione dei nobili etruschi prevedeva un considerevole apporto proteico dato da formaggi, pollame, ovini, caprini, suini, nonché da selvaggina (in particolare carni di cervo, cinghiale e lepre); quest’ultimo dato è evinto dall’analisi delle ossa rinvenute nelle sepolture, cioè da una maggiore presenza di zinco. Dai reperti sappiamo che la lepre con ghiande era uno dei piatti forti (l’uso delle ghiande nell’alimentazione umana risale alla preistoria), ma il preferito era il consumo di carne suina: la porchetta aromatizzata con fiori di finocchi. Il pane era formato con farina di farro o grano duro, particolarmente apprezzato per la sua maggiore durata di conservazione e – ma questo gli Etruschi non potevano saperlo – risultava più nutriente del pane normale in quanto contenente l’1% in più di proteine.

Giancarlo Signori, in una sua recente opera, sostiene che una delle caratteristiche principali del popolo etrusco doveva essere la gioia di vivere. Ad avvallare la sua affermazione, egli apporta a dimostrazione l’arte stessa degli Etruschi: «Un’esigenza la loro che non può prescindere dall’arte, dal piacere, da uno stile di vita che lascia confluire, saggiamente, la produttiva operosità in piacevoli e soddisfatti desideri». In particolare, a questo proposito, lo studioso si riferisce ai dipinti lasciatici dai Rasna nella cosiddetta “Tomba Golini I” di Orvieto (l’antica Volsinii), dove si illustra la preparazione del banchetto.

Un’altra importante fonte antica, a proposito dell’alimentazione presso la civiltà etrusca, ci è fornita da Posidonio di Apamea, scrittore siriaco del II secolo a.C. (purtroppo per fonte indiretta). Costui – nella sua analisi etnografica sugli Etruschi – precisa che essi «apparecchiavano le loro tavole ben due volte al giorno». Certamente anche presso i Greci si facevano due pasti al giorno, ma la cosa che ha stupito Posidonio è, con ogni probabilità, il fatto che gli Etruschi, piuttosto che fare uno “spuntino” del mezzogiorno, imbandivano veri e propri banchetti, e similmente facevano anche a sera, per cena. Il banchetto o comunque il simposio è il topos dell’iconografia etrusca: si pensi alla disposizione delle banchine funebri all’interno delle tombe ipogee, in Etruria meridionale, oppure alle figure di banchettanti dipinte negli affreschi delle tombe tarquiniesi; così, in epoca ellenistica, si diffonde l’uso del sarcofago, e proprio su di essi – in ambito etrusco – appaiono statue di persone semi-sdraiate, con ricche vesti e in atteggiamento simposiale. Il banchetto etrusco doveva andare ben oltre il concetto di nutrimento: come dimostrano gli affreschi funebri aveva sì una connessione alla ritualità e alla religione, ma soprattutto era un’occasione per mostrare lo status del defunto.

Ma veniamo al dunque: fu probabilmente da Posidonio che in epoca romana divenne luogo comune descrivere i Rasna come “amanti del lusso”, “amanti dell’ostentazione”. I Romani erano soliti definirli “schiavi del ventre” (per usare un termine greco: gastrodouloi). Tanto è vero che Catullo nei suoi Carmina XIL. 11 parla di un obesus Etruscus e parimenti fa Virgilio in Georgiche II. 193 indicando un pinguis Tyrrhenus.
Studiando le malattie che colpivano gli Etruschi e dall’esame delle ossa rinvenute, sono stati mostrati alcuni dati circa l’aspetto fisico e la dieta di questo antico popolo. Si badi bene: si sta naturalmente parlando di individui appartenenti ad una “fetta” della popolazione, quella ricca e benestante; però si potrebbe azzardare una generalizzazione. Avevano denti molto usurati, rare carie, ma soffrivano di piorrea e paradentosi; da ciò possiamo avanzare l’ipotesi che non curassero molto la propria igiene orale, o più semplicemente introducevano nell’organismo una grande quantità di calorie. Mirko Dražen Grmek e Danielle Gourevitch, in Le malattie nell’arte antica, tra l’altro, studiano il caso dell’obesità presso gli Etruschi. Già nell’antichità – come abbiamo già accennato – era diffuso lo stereotipo dell’obesus Etruscus; ma ciò sembra trovare riscontro da una gran copia di coperchi di sarcofago e di urna appartenuti a importanti personaggi, oggi conservati in vari musei etruschi italiani. Questi chiaramente rappresentano personaggi obesi, talvolta femminili, ma ancor più maschili, «contrariamente alla tendenza fisiologica normale», come affermano gli studiosi nel loro libro.
Uno dei maggiori esempi di questa caratteristica è dato dal coperchio di sarcofago, in alabastro, detto “dell’obeso”. È conservato nel Museo Archeologico Etrusco di Firenze e risale al III-II secolo a.C. La figura è stata scolpita a scalpello, come di solito avviene; le superfici sono state levigate e rifinite solo nella parte anteriore, mentre sono appena sbozzate in quella posteriore, dove sono ancora riconoscibili le tracce dei diversi strumenti usati. La statua raffigura con ogni probabilità il defunto, calvo ma con le tempie ancora coperte fin sopra le orecchie da abbondanti ciocche; il ricco signore è semidisteso sulla sua klìne (il lettuccio da banchetto), il suo braccio sinistro – flesso a sostegno del busto un po’ rialzato – poggia sui cuscini ed è drappeggiato con un mantello orlato, che lascia scoperta una spalla, ma lo ricopre appena sotto il grande ventre. Quest’ultimo, prominente, dà l’impressione di un’agiata opulenza, sottolineata ancor più dalla carnosità di membra e volto (dai folti sopraccigli), dalla rotondità del petto, e ulteriormente confermata dal ricco anello con castone centrale che l’uomo mostra alla mano sinistra. La pàtera – che ha un umbone centrale foggiato a testa femminile cerchiata di raggi – sembra in metallo sbalzato. Questo elemento è un chiaro rimando al mondo simposiale etrusco, come la fitta ghirlanda che il personaggio reca al collo. «La spinta ritrattistica che ha modellato la piccola testa calva con i grandi occhi sgranati dalle spesse palpebre e dai folti sopraccigli, con la bocca carnosa e mesta, ha continuato a notare anche gli altri aspetti fisici salienti del personaggio, sottolineandone tra l’altro la rotondità del ventre», viene annotato nella descrizione che ne fa il bollettino della Soprintendenza Archeologica della Toscana. Come dice Giancarlo Signori, «il suo sorriso pare confermarci come lui non abbia mai sentito parlare né di colesterolo né di trigliceridi». Mentre Jacques Heurgon afferma: «Non sembra essere consapevole della sua enorme grassezza, ma se si alzasse in piedi, diversi servitori non basterebbero a sostenerlo. La nudità di questo ombelico, centro del mondo, è quasi indecente, ma non glie ne importa nulla. Grazie ad una pancia dalle dimensioni ragguardevoli questo discendente degli antichi lucumoni proclama senza vergogna, e anche con una sorta di orgoglio di casta, in una morte che conserva l’aspetto di un banchetto, la sua soddisfazione a uscire da questa vista sazio e pieno».
Tuttavia è altresì probabile che questa statua raffiguri non propriamente il defunto, ma dia piuttosto l’immagine ideale del defunto stesso: cioè una tipizzazione. Si ricordi che nella cultura antica l’uomo grasso e ben pasciuto era colui che poteva permettersi di esserlo. Doveva essere quindi l’emblema, lo status symbol dell’aristocrazia etrusca, insomma una condizione sociale legata alla ricchezza e al potere.

Da:
Gabriella Scapaticci, Usi e rituale del banchetto funebre in Etruria. Soprintendenza per i beni archeologici del Lazio.
Giancarlo Signori, Storia delle abitudini alimentari. Dalla preistoria ai fast food. Tecniche Nuove, Milano 2010.
Massimo Pallottino, Etruscologia, Hoepli, Milano 1984.
Mirko Dražen Grmek – Danielle Gourevitch, Le malattie nell’arte antica. Giunti, Firenze 2000.
Ciclostilato a cura della Sezione Didattica. Soprintendenza Archeologica della Toscana, Firenze.

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