Lo Stato

«Lo Stato è ciò che appartiene al popolo. Ma non è popolo ogni moltitudine di uomini riunitasi in modo qualsiasi, bensì una società organizzata che ha per fondamento l’osservanza della giustizia e la comunanza d’interessi. La causa prima che spinge gli uomini ad unirsi non è tanto il bisogno di reciproco aiuto, quanto piuttosto una naturale inclinazione a vivere insieme, poiché il genere umano non è composto da singoli individui che vivono isolati […]. Ogni popolo, dunque, che è – come dissi – unione di cittadini con leggi ed interessi comuni, ogni associazione politicamente costituita ed ogni stato, vale a dire quanto riguarda ed appartiene alla comunità, per essere stabile, dev’essere retto da un’autorità giudicante, che sempre si conformi allo scopo per cui lo Stato fu costituito. Il governo deve essere quindi affidato o ad un uomo solo o ad uomini scelti; oppure deve essere assunto da tutto il popolo. Quando tutto il potere è nelle mani di un uomo solo, noi chiamiamo “re” colui che governa, e “regno” tale forma di costituzione politica. Diremo invece che uno Stato è governato dai “migliori”, quando sono al potere gli uomini più autorevoli e illustri; e infine che una costituzione è democratica quando il potere è esercitato dal popolo. Nessuna di queste forme di governo, pur mantenendo il vincolo che unisce tra loro gli uomini in una società politicamente costituita, può essere perfetta, né – a mio avviso – la migliore; ma ognuna di esse è tuttavia tollerabile e tale che, in determinati casi, possa preferirsi ad un’altra. Abbia infatti il potere un re giusto e saggio, oppure siano al governo cittadini scelti o il popolo stesso, condizione per nulla augurabile, uno Stato può avere una condizione politica di stabilità, purché non intervengano iniquità e cupidigie. […] Intendo riferirmi a quelle tre forme di governo, che non siano turbate o corrotte, ma conservino un loro stabile equilibrio. Ma ognuna di esse, presa singolarmente, ha in sé dei difetti […], è inoltre esposta ad altri rischi e pericoli, poiché tutte possono rapidamente e bruscamente degenerare in una forma peggiore. […] E io penso che, come al filosofo spetta una conoscenza teorica dei fenomeni storici, così l’uomo politico deve saper prevedere gli imminenti mutamenti costituzionali, di cui egli – da uomo esperto e dotato di saggezza quasi divina – saprà regolare il corso e mantenere il controllo. Ritengo dunque sia di gran lunga preferibile una quarta forma di governo, che risulti dalla fusione e dal moderato temperamento delle prime tre».

Da Cicerone, De re publica I.25-26; I.28-29 passim. (trad. A. Resta Barrile. Oscar Mondadori 1994)

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