«Vae victis!»

da N. Sekunda – S. Northwood, La nascita di Roma (or. The Rise of Rome), Osprey Publishing. Madrid 2010. pp. 32-34.

L’espansione di Roma fu temporaneamente fermata dall’arrivo di un nuovo nemico da nord. Dall’inizio del V secolo a.C., le tribù di Celti e Galli avevano preso ad attraversare le Alpi e a minacciare gli insediamenti etruschi nella pianura del Po. La tradizione vuole che gli Insubri abbiano occupato Mediolanum nel 396 a.C. Attorno al 397 Brenno, il capo dei Galli, condusse i Senoni nella prima grande invasione gallica della penisola italica. Il suo grande e agguerrito esercito di barbari indisciplinati si fece strada distruggendo e saccheggiando fino all’Etruria, e assediò Clusium (l’odierna Chiusi).

Sebbene non fossero alleati dei Romani, gli abitanti di Chiusi ne chiesero l’aiuto, e Roma inviò tre delegati per negoziare le condizioni. Tuttavia, durante un’accesa discussione uno dei Romani, Quinto Fabio, uccise un capo gallico e la delegazione dovette ritirarsi in tutta fretta. Brenno ne chiese il ritorno; Roma non solo rifiutò, ma, secondo Livio, «coloro che avrebbero dovuto essere puniti furono invece nominati tribuni militari con poteri consolari per l’anno successivo». Ovviamente, i Galli inferociti minacciarono di vendicare l’insulto e marciarono su Roma.

Illustrazione ricostruttiva della fuga degli opliti romani dalla battaglia, inseguiti da due guerrieri celti (Richard Hook)

Illustrazione ricostruttiva della fuga degli opliti romani dalla battaglia, inseguiti da due guerrieri celti (Richard Hook)

Un esercito romano di circa 24.000 uomini fu inviato per controllare la loro avanzata; i due contingenti si scontrarono probabilmente nell’estate del 387 a.C., sulle rive del fiume Allia. I Romani misero in campo sei legioni. All’epoca, una legione era costituita da 4200 uomini, ma era raramente completa. L’esercito romano era una formazione militare con schieramento a falange greca che presentava al centro opliti pesanti (rappresentanti i cittadini romani più ricchi) e sui fianchi i coscritti più poveri e scarsamente armati. Forse i Romani furono sorpresi dalle insolite tattiche, oppure rimasero semplicemente terrorizzati dalla ferocia della carica dei Galli. Qualunque sia il motivo, i fianchi romani non riuscirono a resistere all’attacco furibondo e furono sbaragliati, lasciando che il centro venisse circondato e massacrato. Il centro era costituito da molti cittadini romani anziani, che sarebbero stati dolorosamente rimpianti durante l’imminente calamità. Ciò che rimaneva dell’esercito romano si ritirò disordinatamente verso la distrutta città di Veio.
Brenno marciò quindi su Roma e catturò l’intera città ad eccezione del Campidoglio, dove una guarnigione romana riuscì a tenergli testa. (Secondo la leggenda, la guarnigione fu avvisata dall’attacco dallo starnazzare delle oche sacre a Giunone). I Galli rapinarono e occuparono la città per sei mesi, saccheggiando le zone circostanti alla ricerca di viveri. I Romani disperati cercarono di riscattare la città con l’oro. Durante una disputa sulla precisione della bilancia che doveva verificarne la quantità, Brenno vi lanciò sopra la spada pronunciando le famose parole «Væ victis!» («Guai ai vinti!»).
Mentre Brenno e i Romani discutevano sul riscatto, il dittatore esiliato Camillo arrivò al momento giusto e rifiutò di concedere l’oro. Secondo la tradizione, Camillo gettò la sua spada nel piatto della bilancia e replicò a Brenno, «Non con l’oro, ma col ferro si riscatta la Patria!».
Camillo e le sue forze liberarono la città dagli invasori sconfiggendoli in una cruenta battaglia fuori le mura. I Galli si ritirarono verso nord e Camillo si guadagnò il titolo di Pater patriae (il secondo fondatore di Roma) per aver salvato la città.
L’invasione e il sacco di Roma del 387-86 a.C. non parevano aver avuto conseguenze negative per i Romani, tranne che per un timore e un odio viscerale nei riguardi dei “barbari” del nord. Furono costruite mura difensive ancora più solide a protezione dei sette colli e si diede inizio alla riforma dell’esercito, un’iniziativa che avrebbe determinato la superiorità sui nemici che usavano o antiche tattiche etrusche o, nel caso di bande disorganizzate di tribù di predatori, praticamente nessuna tattica. In tre anni, Roma avrebbe recuperato forze sufficienti per conquistare l’Etruria meridionale.
Camillo continuò a mietere successi in campo militare, dopo essere stato nominato nuovamente dittatore romano nel 385 a.C. Quando gli Etruschi assediarono Roma, egli li sconfisse sulle colline marciane appiccando il fuoco alle loro palizzate quando spirava il vento alle prime ore dell’alba. In seguito sconfisse i Volsci nella battaglia ad Mæcium (nei pressi di Lanuvium) e quindi gli Equi. Con Camillo, i Romani avevano dimostrato che le loro ambizioni erano adeguatamente supportate da una notevole forza militare.
Le successive guerre di Roma furono intraprese contro le città latine di Tivoli (Tibur) e Palestrina (Prænestre). Queste non avevano mai fatto parte della Lega latina, alleata di Roma, ma ora costituivano una minaccia al predominio romano nel Lazio, forse come difensori dei Latini contro Roma. Entrambe queste città furono definitivamente sconfitte nel 354 a.C. Poco tempo dopo, le concomitanti guerre in Etruria si conclusero con un successo: quarant’anni di tregue vennero assicurati a Cære (Cere) nel 353 e a Tarquinia e Falerii nel 351. Intrecci successivi avrebbero portato Roma ad operare in nuovi teatri di guerra.

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Un commento su “«Vae victis!»

  1. […] fatto, com’era più che giusto, i Galli se ne tornarono dai loro minacciando apertamente la guerra. Insieme coi tre Fabi furono eletti tribuni militari Quinto Sulpicio Longo, Quinto Servilio per la […]

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