La figura della Befana

La figura della Befana, così come oggi la conosciamo, è ciò che resta di qualcosa di molto più antico, che la religione cristiana non ha potuto cassare completamente. Il Cristianesimo, infatti, non potendo certamente accettare la manifestazione cultuale di una “pagana” Dea della Luce (o della Sorte) e non potendo fare nulla per evitare che la tradizione popolare ne mantenesse un vivido ricordo tramite la figura della Befana, ne alterò completamente i connotati, privandola della sua propria originalità per renderla abbastanza “ammissibile” per il proprio credo. Secondo una versione cristiana, i Magi, mentre si stavano recando presso Gesù neonato, persero la strada e chiesero informazioni ad una vecchia donna. Ella indicò loro la strada ma, malgrado le loro insistenze, non accettò di condurli lei stessa a far visita al neonato. In seguito, si pentì di non essere andata con loro e, preparato un gran cesto pieno di leccornie, uscì di casa per cercarli, fermandosi di villaggio in villaggio, di casa in casa, per lasciare qualche dono ai fanciulli, nella speranza che qualcuno di essi fosse Gesù. La vecchina, però, non riuscì mai a trovare i tre Magi e nemmeno quel famoso bambino. Così, da allora, ella vaga per il mondo, distribuendo dolci ai fanciulli, nella vaga speranza di essere perdonata. E’ evidente che questa storiella – rimaneggiamento dell’antico racconto mitico – sia permeata dai topoi del patimento e della speranza di redenzione, tipici della angiografia e del racconto cristiani.

John William Waterhouse, The Magic Circle. Olio su tela, 1886. Tate Britain, London.

John William Waterhouse, The Magic Circle. Olio su tela, 1886. Tate Britain, London.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ciononostante, la figura della Befana è ancora vista come manifestazione dell’anno vecchio, ormai passato, cioè come la “Strega del Solstizio d’Inverno”, che si sacrifica per cedere il posto alla giovane “Fanciulla dei Fiori” (lo spirito della Primavera). I regali che ella elargisce sono visti come simboli positivi: i dolci o il carbone; gli uni indicano i buoni propositi dell’avvenire, gli altri le cose vecchie ed inutili che ci si lascia alle spalle. Tuttavia, queste credenze non sono che labili reminiscenze di un passato sempre più dimenticato, in cui ogni cosa appariva per quello che è realmente. Proprio lì si trovano le vere origini della “Befana”, le quali testimoniano un suo collegamento diretto al tempo in cui la divinità principale in cui l’uomo credeva era femmina: la Dea Madre, generatrice di tutto. In particolare, questa visione della “Madre”, in tempi storici, ha assunto le caratteristiche topiche della Befana in talune divinità femminili della tradizione celto-germanica: Holla, Berchta e Frigg.
La buona Holla (o Holda; nota anche come “Frau Holle“) dagli occhi lucenti e dalle candide vesti era la Signora dell’Inverno, custode del focolare domestico, protettrice della casa e della famiglia, nonché depositaria dei saperi connessi all’arte della filatura. Aveva l’aspetto di donna anziana, con volto rugoso, capelli canuti, che il forte vento del Nord scarmigliava, e lo sguardo gentile e benevolo. Tuttavia, aveva la capacità di mutare le proprie sembianze: molti erano i suoi volti (cfr. la greca Ecate, ma anche Artemide ed Hestia). Nelle notti intorno al Solstizio invernale, si riteneva che scendesse sui campi innevati per benedirli e per accertarsi che fossero fertili e pronti alla prossima semina. Cavalcava uno splendido corsiero bianco; stormi di uccelli le volavano accanto, preannunciandone l’arrivo. Al suo seguito erano bellissime divinità femminili (cfr. le Ninfe del mito greco), che volavano in groppa a gatti, e le anime dei bimbi non nati o morti in tenera età. Così, si recava a visitare ogni casa: entrava dalla cappa del camino, spargeva i suoi doni di luce e fortuna su ciò che trovava, in particolare nelle dimore in cui vigevano ordine, armonia e pulizia. Dove dimoravano il caos, la disarmonia e la sporcizia, ella malediceva oppure non vi metteva nemmeno piede, ritirando la propria benedizione, la Fortuna e tutto ciò che di più bello poteva dispensare.
Per propiziare la sua benevolenza e il suo ritorno per l’anno successivo, gli uomini usavano lasciarle delle offerte in cibo sui tetti delle abitazioni: spesso si offriva una tazza di latte tiepido, la cui rimanenza (considerata benedetta dalle sue labbra) veniva data da bere al bestiame la mattina seguente, perché si credeva ne avrebbe aumentato la fertilità.
Talvolta, nel suo notturno vagare, la Dea usava viaggiare su un cocchio scintillante, sfidando bufere di neve e gelide tempeste. Si racconta che se il carro si danneggiava, ella chiedeva aiuto agli abitanti dei paraggi, e a chi si fosse offerto di ripararle il cocchio, ella avrebbe dispensato delle schegge d’oro (oro, ovviamente, in senso metaforico: indica qualcosa di bello e di armonioso).
Come “Signora della Filatura”, soprattutto del lino, Holla era la protettrice delle donne che praticavano quest’arte: le donne germaniche infatti usavano dedicarsi a quest’incombenza una volta terminate le altre occupazioni domestiche, nel silenzio della notte. Nelle sue visite solstiziali, la Dea osservava scrupolosamente il filato prodotto e il modo in cui esso venisse lavorato, premiando le donne che avessero filato con grande cura con conocchie colme del lino più pregiato. Spesso, al mattino, poteva accadere che al risveglio le donne migliori trovassero il proprio lavoro ormai completo, come dono della Dea. 

Friedrich Wilhelm Heine, Holda, la benevola. Illustrazione, 1882 in 'Nordisch-germanische Götter und Helden. Otto Spamer, Leipzig & Berlin. p. 117

Friedrich Wilhelm Heine, Holda, la benevola. Illustrazione, 1882 in ‘Nordisch-germanische Götter und Helden. Otto Spamer, Leipzig & Berlin. p. 117

Era tradizione, presso i Germani, che le donne terminassero la filatura entro il giorno del Solstizio, per non lasciare nulla d’incompiuto e quindi per non attirarsi l’ira della Signora; nei dodici giorni successivi, infatti, il fuso non andava toccato.
Una volta che il Cristianesimo raggiunse le lande desolate del Nord Europa, questa tradizione si modificò: divenne in uso fra le giovani filatrici riempire le conocchie di lino la notte stessa di Natale, lasciandole così fino al mattino, perché si credeva che la “Dama Holla” (appunto “Frau Holle“), vedendole, avrebbe detto “tanti fili, tanti anni buoni”. Le fanciulle dovevano poi liberare al più presto le conocchie, perché se sulla via del ritorno, che avveniva – inizialmente l’ultima notte dell’anno – il sei gennaio, la Signora avesse visto le conocchie ancora piene, avrebbe detto “tanti fili, tanti anni di sventura”.
Col finire dell’inverno, anche Holla mutava aspetto: la sua pelle rugosa tornava liscia e giovane, il suo corpo tornava florido, la carnagione lattea, le sue vesti diventavano trasparenti e sottili, ed una bianca luce irradiava da lei. La si poteva scorgere mentre, nuda, faceva il bagno ad una fonte, in un fiume o in un lago. Le era sacro l’albero detto “Hollunder“, sotto il quale – si diceva – dimorino i morti; non è certo di quale albero si trattasse, ma è probabile che fosse l’Holantar (che in a.a.ted. significa “albero di Holla”), cioè il “sambuco”. I Germani ritenevano che questa pianta fosse la dimora delle Fate, la sorgente di visioni magiche ed una delle porte degli inferi, ma anche simbolo della guarigione, della rigenerazione e del nutrimento. Il suo nome germanico richiama la leggenda norrena della fanciulla dai capelli dorati che abitava in un albero di sambuco.
La luce benevola della Dea Holle, però, non permeava tutta la sua essenza: ella era anche legata al mondo delle ombre inquiete; era sì la benevola e lucente Madre, ma era anche la Signora del regno sotterraneo. In tal senso è quindi assimilabile alla terribile Hell, Regina degli Inferi: conduceva i morti attraverso pozzi, oscuri recessi sui monti, grotte buie e profondi crepacci.
Così, al sopraggiungere del Cristianesimo, per motivi evidenti, ella venne demonizzata: si diceva che Holla si aggirasse nelle fredde notti invernali, guidando un corteo di anime penose e piangenti, e di bimbi morti senza aver ricevuto il battesimo. La sua bellezza e la sua armonia originarie vennero così sostituite, anche questa volta, con visioni lugubri e sofferenti, cupe, pregne di angoscia e tormento.
Berchta (o Berta) era la benefica protettrice dei campi, delle semine e dei raccolti. Era una Dea della fertilità della terra e degli animali. Secondo i racconti popolari dei Celti, la si poteva, a volte, intravedere nelle gelide notti invernali, quando benediva e nutriva i campi coltivati, aleggiando lieve nel suo lungo e ampio manto bianco. Il nome risale a *berth, cioè “lucente”, “luminosa”, ed indica la sua intima comunione con la luce, il che la rende totalmente identificabile con Holla. Come quest’ultima, Berchta si recava in visita ai mortali nelle notti solstiziali, compiacendosi se le trovava pulite ed ordinate, ed irritandosi se sporche e sudice (sopportava poco la pigrizia). Come Holla, proteggeva l’anima dei fanciulli, sia in vita sia morti, e aveva a cuore le filatrici.
Il periodo a lei consacrato era quello della neve e del ghiaccio, delle fitte nebbie e della brina. Ella appariva nelle fattezze che ricordano la moderna “Befana”, intorno al Solstizio, nei dodici giorni dopo Natale e in particolare nella magica notte del sei gennaio (detta appunto “Notte della Berchta”), la cui vigilia era usanza consumare pagnotte di farina e latte, lasciandone per lei qualche fetta in offerta. Non bisognava attardarsi ad aspettarla, sperando di vederla, perché se qualcuno l’avesse scorta, sarebbe rimasto abbagliato ed avrebbe perso la vista per tutto l’anno.
Si riteneva avesse le sembianze di una vecchia dai capelli arruffati e gli abiti scuri e logori. Tuttavia – come Holla – poteva mutare aspetto.
Secondo altre storie, viveva nel misterioso mondo ipoctonio e da lì emergeva solo una volta all’anno, splendida e luminosissima, abbagliata di una veste incantevole, per spargere segale sui prati alpini e benedire le campagne.
Durante il Medioevo, anche a lei furono attribuiti tratti demoniaci e malvagi, tanto che veniva descritta come un’orribile e crudele megera che rapiva i bambini, o che usasse il suo naso adunco, fatto di ferro appuntito, per ucciderli. Sebbene il Cristianesimo avesse condannato l’usanza di porre offerte di cibo sui tetti, dichiarandola una superstizione idolatra, il popolo continuò a fare ciò che aveva sempre fatto e ad immaginare la divina Berchta come una Dea o una Fata di grande bellezza, lucente e benevola.
Si raccontava che tutte le arti e le abilità femminili traessero ispirazione proprio da lei; più di ogni altra le era cara la filatura: Berchta, infatti, al principio dei tempi, aveva mostrato alle donne il suo sacro fuso e aveva insegnato loro a filare. La Dea era, infatti, la Prima Filatrice e possedeva una conocchia d’oro sulla quale filava un filo tanto sottile da sembrare seta.

Otto Ubbelohde, Frau Holle. Illustrazione, 1906 in 'Kinder- und Hausmärchen der Brüder Grimm'

Otto Ubbelohde, Frau Holle. Illustrazione, 1906 in ‘Kinder- und Hausmärchen der Brüder Grimm’

L’immagine della povera vecchina dalle vesti lise, che attraversa i cieli cosparsi di stelle e la bella e bianca luna nella gelida notte d’inverno, per distribuire dolci e carbone, è dunque tutto ciò che è sopravvissuto nella nostra tradizione delle splendenti Dee della Luce e della Fortuna. La “Befana” è la rappresentazione “moderna” dell’archetipo della Dea luminosa del ciclo eterno, che muta la sua forma e conduce il ritmo delle stagioni, portatrice di una nuova vita e luce nel buio e freddo inverno, che può assumere un aspetto incantevole, giovane e vigoroso, ma anche uno completamente opposto, orrendo, vecchio e spaventoso. Rappresenta il passaggio dalla vita alla morte, e dalla morte alla rinascita. Ella è l’antica “Fata” (“colei che controlla il Fato”, dal lat. fatum), è la Filatrice del Destino (cfr. le Moire, le Parche, le Norme… tutte dee del fato e della filatura); è la coltivatrice delle profonde terre interiori, che insegna a coltivare i “semi” nascosti, perché le cose diventino ciò che devono essere. Il suo culto ricorda quello delle “Matres” o “Matronae” primordiali, antenate genitrici della Natura, premurose ed amorevoli protettrici delle donne, delle partorienti, dei neonati, e al contempo signore dei morti; richiama parimenti le “Matres Domesticae“, poiché custodiscono la casa e proteggono la famiglia.
La festa dell’epifania è molto preziosa, perché apre uno scorcio su un mondo antichissimo, una porta sulle tradizioni arcaiche di un tempo matriarcale, ormai alterato dalla cristianità.
In Italia, la leggenda della “Befana” si può trovare ben radicata dal Settentrione al Meridione e nei racconti di certi paesi centro-settentrionali esistono ancora alcuni spiriti fatati femminili assai simili a lei: a Bologna, c’erano le “Borde”, che evocavano e spargevano fitta nebbia; a Capo d’Istria, le “Rodie” cavalcavano nubi grigie cariche di pioggia e grandine, sospingendole sui campi. Nel Comasco, la “Donnetta Grigia”, chiamata così dal colore del suo scialle, compariva nottetempo sulle scale buie che scendevano nelle cantine: bisognava trattarla bene e con ogni riguardo, perché così avrebbe benedetto e protetto la casa; nel Bresciano, invece, le “Bonae Res” bussavano alle porte delle abitazioni a notte fonda, chiedendo accoglienza e un po’ di cibo; a seconda del trattamento ricevuto, dispensavano fortuna o sfortuna. C’era anche la “Donnina del Tetto” che si divertiva a spiare il comportamento degli abitanti della casa, mentre in Val Camonica, una gentile vecchina, chiamata “Mandola”, si aggirava per i prati e nei boschi per spargere una polverina magica che faceva crescere i funghi porcini.

Da Il cerchio della Luna

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Un commento su “La figura della Befana

  1. […] (festa dei morti) all’Epifania, ricorrenza in cui oggi nel folklore popolare si festeggia la Befana, che altro non è se non l’ennesima maschera attribuita alla dea degli antichi culti agrari […]

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