Che cos’è la virtù

(Lucilio, Satire, vv. 1326-1338 Marx =1140-1152 Terzaghi – I. Mariotti)

È il frammento più lungo e più celebre di Lucilio, costituito da una serie di definizioni della virtus (la qualità dell’uomo, ciò che lo caratterizza: virtus è un derivato di vir): si avverte la difficoltà di costringere in un’unica formula la complessità degli atteggiamenti e dei comportamenti dell’uomo nella società. Orazio (Satire 2,1,70) definirà Lucilio «benevolo soltanto alla virtù e a quelli che le sono amici».

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Personificazione della Virtus. Statua, marmo, II sec. d.C. ca. dalla Biblioteca di Celso, Efeso.

metro: esametri

Virtus, Albine, est pretium persolvere verum
quis in versamur, quis vivimus rebus potesse,
virtus est homini scire id quod quæque habeat res,
virtus scire homini rectum, utile quid sit, honestum,
quæ bona, quæ mala item, quid inutile, turpe, inhonestum;
virtus quærendæ finem re scire modumque,
virtus divitiis pretium persolvere posse,
virtus id dare quod re ipsa debetur honori:
hostem esse atque inimicum hominum morumque malorum,
contra defensorem hominum morumque bonorum,
hos magni facere, his bene velle, his vivere amicum;
commoda præterea patriai prima putare,
deinde parentum, tertia iam postremaque nostra
.

Virtù, Albino, è poter assegnare il giusto prezzo
alle cose fra cui ci troviamo e fra cui viviamo,
virtù è sapere che cosa valga ciascuna cosa per l’uomo,
virtù sapere che cosa per l’uomo è retto, utile, onesto,
e poi quali cose son buone, quali cattive, che cos’è inutile, turpe, disonesto;
virtù è saper mettere un termine, un limite al guadagno,
virtù poter assegnare il suo vero valore alla ricchezza,
virtù dare agli onori quel che veramente gli si deve:
esser nemico e avversario degli uomini e dei costumi cattivi,
difensore invece degli uomini e dei costumi buoni,
questi stimare, a questi voler bene, a questi vivere amico;
mettere inoltre al primo posto il bene della patria,
poi quello dei genitori, al terzo e ultimo il nostro.

(trad. di I. Mariotti – A. Cavazza Pasini)

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