Senza Vergogna

di E. Cantarella, Il senso del mito, in Archeo. Attualità nel passato. Mensile, anno XXIII, n°8, agosto 2007. Pgg. 96-97.

Pittore di Briseide. Priamo entra nella tenda di Achille. Pittura vascolare dal tondo di una kylix attica a figure rosse, 480 a.C. ca., da Vulci. Musée du Louvre.

Pittore di Briseide. Priamo entra nella tenda di Achille. Pittura vascolare dal tondo di una kylix attica a figure rosse, 480 a.C. ca., da Vulci. Musée du Louvre.

Cosa regola i rapporti tra membri di comunità pre-politiche? Là dove non esiste il diritto, quali forze mantengono la coesione sociale, inducendo a tenere determinati comportamenti, ritenuti nobili e doverosi, e ad evitarne altri, ritenuti negativi e riprovevoli? Domanda difficile. A rispondere alla quale, danno un contributo non secondario gli studi di antropologia e psicologia sociale. Più specificatamente, gli studi di quelli – antropologi e psicologi sociali – che hanno elaborato il concetto di “cultura di vergogna” (shame culture).
Per shame culture essi intendono le società in cui il rispetto delle regole non viene ottenuto attraverso l’imposizione di divieti. Il meccanismo del divieto, infatti, è tipico delle culture profondamente diverse da quelle “di vergogna”, che in opposizione a queste vengono definite “culture di colpa” (guilt cultures). Nelle culture di colpa, chi tiene un comportamento vietato si sente oppresso da un senso misto di colpa, di rimorso e di angoscia, approssimativamente espresso, appunto, dal termine guilt. Nelle “culture di vergogna”, invece, l’osservanza delle regole è ottenuta attraverso la proposizione di modelli positivi di comportamento, e coloro che non si adeguano a questi modelli incorrono nel biasimo sociale (“vergogna” in senso oggettivo) e in una sensazione soggettiva di inadeguatezza, a sua volta definita “vergogna”. Le shame e le guilt cultures, dunque, hanno caratteristiche di fondo che le contrappongono e quasi le oppongono l’una all’altra, e rispondono a concezioni di vita, valori e aspetti psicologici e sociali collettivi non solo diversi, ma spesso addirittura antitetici.
Ma attenzione: si tratta di modelli “ideali” di cultura. Nessuna società è totalmente “di vergogna” o totalmente “di colpa”. A seconda dei casi, nelle diverse realtà prevalgono – caratterizzandole – gli elementi dell’una o quelli dell’altra. E anche se la contrapposizione dei due “modelli” è stata criticata (forse giustamente, per alcuni aspetti), questo non toglie che essa consenta di cogliere, nelle grandi linee, la differenza fondamentale tra alcune culture in cui onore e reputazione sono tutto, e altre, in cui prevalgono emozioni e valori diversi, come il pentimento e il perdono. Il concetto di “cultura di vergogna”, dunque, non venne formulato dagli storici. Ma, ben presto, alcuni di essi ne intuirono l’importanza ai fini della comprensione del mondo antico, e grazie alle ricerche di Eric R. Dodds (autore del celebre The Greeks and the Irrational, 1951), i concetti contrapposti di vergogna e di colpa – entrati nel bagaglio teorico degli antichisti – vennero utilizzati per comprendere molte caratteristiche altrimenti oscure del mondo greco, e continuano ad essere lo strumento che consente di comprendere e illuminare alcune caratteristiche altrimenti oscure del mondo arcaico, e in particolare omerico.
Cominciamo con un esempio: gli eroi omerici attribuiscono la responsabilità delle loro azioni (se riprovevoli) a forze esterne, quali la divinità o il fato (moira). Perché lo fanno? Perché, trasferendo su forze esterne e superiori la responsabilità di comportamenti inadeguati al modello eroico, che condividono e al quale si ispirano, evitano la “vergogna”, che altrimenti li schiaccerebbe.
Con una specie di transfert, insomma, eliminano la sanzione psichica, altrimenti inevitabile, che renderebbe molto difficile, se non intollerabile, la loro vita.
Ma la vergogna non consiste solo nella sensazione interna di inadeguatezza. Essa viene anche dall’esterno, è la riprovazione sociale, il biasimo della collettività, l’espressione del disprezzo dell’opinione pubblica, quella “voce popolare” (demou phemis) che può offuscare l’immagine di un individuo: quell’immagine nella quale, in una “cultura di vergogna”, l’individuo identifica totalmente se stesso. Come dimostrano, in modo chiarissimo, i personaggi, sa maschili sia femminili, dei poemi omerici.

 

Illustrazione di P. Connolly raffigurante gli eroi omerici.

Illustrazione di P. Connolly raffigurante gli eroi omerici.

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