L’ascia bipenne cretese

Ascia bipenne con scritture geroglifiche, da Arkalochori, Museo Archeologico di Iraklion

Ascia bipenne con scritture geroglifiche, da Arkalochori, Museo Archeologico di Iraklion

di C. Miconi, La doppia ascia cretese. Centro di Studi – Parco di studio e riflessione Punta de Vacas, Agosto 2010.
[…]
La doppia ascia fu in epoca Minoica, come nella tarda antichità, uno strumento della vita quotidiana e molte doppie asce sono state rinvenute a Creta e nel continente, ma ci sono anche molti altri ritrovamenti di oggetti che nella forma richiamano le doppie asce e che non furono creati per usi pratici. Sono questi esemplari prodotti e rappresentati durante un lunghissimo arco di tempo (2900-1170 a.C.) l’oggetto del presente studio.
Ridotta alle sue linee essenziali la Doppia Ascia, diviene un segno adottato come geroglifico o ideogramma, inciso su tavolette. Scolpito sui pilastri di pietra è, secondo Evans, il segno della sacralità del luogo.
Come oggetto, in differenti materiali, si trova essenzialmente in contesti di culto. Il più grande deposito di Doppie Asce proviene dalle grotte cultuali, ma ne sono stati rinvenuti esemplari anche nei Palazzi e sui santuari di vetta.
Inoltre la troviamo dipinta su pareti, sarcofagi e vasellame. Incisa su anelli e sigilli.
Viene rappresentata su pilastri, in situazioni di culto, al centro delle cosiddette “corna di consacrazione”. Impugnata da donne col gesto di esporle allo sguardo degli adoratori. Nel centro delle corna, sopra le teste di toro. Sempre invariabilmente in posizione eretta.
La Doppia Ascia venne associata alle due figure centrali della religiosità Minoica, la figura femminile e quella del toro, assumendo così il valore di simbolo centrale.
Fra i tanti esemplari e raffigurazioni di Doppie Asce, è possibile riconoscere un comune aspetto formale ripetuto e praticamente codificato che, ridotto alle sue linee essenziali ci permette di realizzare uno studio simbolico in base alle regole espresse su Appunti di Psicologia: ci troviamo di fronte ad un simbolo che, malgrado la sua apparente staticità, esprime concentrazione in forma dinamica, seguendo un circuito. Esposta in tutta la sua forma, eretta di fronte allo sguardo dei praticanti, la Doppia Ascia trasmetteva (e trasmette) un movimento ascendente favorito da una dinamica interna di concentrazione di due forze opposte ed equivalenti. Una immagine che, interiorizzata, è rilevabile dai sensi interni.
E queste forze e questo movimento ebbero per i Minoici, nomi e significati. Significati che, caricati sul simbolo come fosse una macchina ne prendevano la dinamica, mostrando il racconto di un’esperienza fondamentale. Quali furono tali significati? Secondo Evans è un emblema che simboleggia l’unione dei principi complementari: il maschile ed il femminile. Per Cook le doppie lame rappresentano il dio-cielo e il manico la dea-terra, la Doppia Ascia rappresenta la loro unione.
Per Nilsson la spiegazione è più semplice: essa è l’ascia dei sacrifici divenuta oggetto di culto. Eliade non nega le precedenti interpretazioni ed aggiunge che essa rappresenta il fulmine del dio dell’uragano col quale esso fende e feconda la terra, ragion per cui nelle grotte a Creta si depositarono tante Doppie Asce. Per Farnell la dea ctonia dei serpenti combina in se’ le idee di vita e morte e A. Baring e J. Cashford relazionano direttamente la Doppia Ascia a questa dualità, riprendendo l’interpretazione della Gimbutas che la associa alla farfalla, simbolo neolitico che arriva fino in epoca classica a simboleggiare l’anima (psychḗ) e la sua capacità di rinascere.
L’investigazione di campo svolta a Creta (12-19 giugno 2010) è sorta dall’intenzione di visitare i luoghi di culto dove vennero poste le Doppie Asce (caverne, vette, santuari di palazzo) con il proposito di connettermi con significati e con una esperienza che mi aiutassero a svelare il senso della Doppia Ascia.
L’incontro con un anziano del luogo e con uno studioso di lingue antiche, la visita delle grotte di Eilythia, Psychro, Skotino, Arkhalohori, del santuario di vetta dello Juktas, del sito di Anemospilio, la lettura di frammenti letterari dedicati a Creta, sono ricchi di coincidenze significative. Di tutte le esperienze le più ispirate sono state: la visita alla grotta di Psychro e del suo temenos, con l’impatto inatteso di una profonda pace interna, come fossi finalmente a casa. La lettura di un brano letterario in cui si fa riferimento alla grotta di Psychro in una antica leggenda di metamorfosi ed un altro in cui un personaggio sperimenta nel buio di una grotta in cui si è perso, la stessa sensazione da me vissuta tre giorni prima. Il motto sulla tomba di Kazantzakis: “non spero nulla, non temo nulla, sono libero”. Dalle chiacchierate con il prof. Owens la conferma di tre importanti chiavi interpretative frutto della semplice osservazione e descrizione: 1- la Doppia Ascia è sempre rappresentata eretta, 2- ha due lame, 3- non è uno strumento utile ad alcuna attività pratica.
Per quasi due millenni una icona è stata riprodotta quasi senza variazioni dalla cultura che si sviluppò nell’isola di Creta durante l’età del bronzo. Per la sua forma è stata chiamata dagli studiosi del secolo scorso “Doppia Ascia”. Fu un oggetto di culto. Venne sempre raffigurata eretta mostrando le due lame. La duplicità e specularità delle lame è fondamentale per il significato dell’oggetto. È possibile connettersi con tale simbolo e caricarlo con significati adeguati. Esso agisce come una vera e propria “macchina”. Caricata opportunamente si attiva, suggerisce e trasmette una esperienza di concentrazione ed elevazione dell’energia. La carica delle compensazioni meccaniche di base sperimentabili (esistenzialmente e psico-fisicamente) come opposte, speculari, pendolari, si concentra al mantenersi in equilibrio al centro di esse, impedendo che si disperda nei modi abituali in una delle due direzioni.
Questa carica è sperimentabile al suo massimo grado in situazioni in cui viene messa in pericolo la propria unità, il proprio io, come nel caso delle acrobazie sul toro (che furono praticate in gioventù da maschi e femmine) o attraversando particolari esperienze nelle profondità delle grotte.
Questa immensa carica può essere lanciata verso “l’alto”. Verso quel punto mostrato dal gesto degli adoranti, con l’intero corpo arcuato in una posizione innaturale, il dorso del pugno chiuso spinto contro la fronte, in segno di massima concentrazione verso uno “spazio” all’interno della testa.

Gli scritti di epoca Minoica, incisi su tavolette di terracotta, sono stati classificati come: Geroglifici (sembra essere ancora tema di discussione fra i linguisti se sia esatto ritenerli geroglifici o siano ideogrammi), come quelli del disco di Festo. Risalgono al periodo dei Primi Palazzi, prima del 1600 a.C. o, secondo il prof. Godart, tra il 1550 ed il 1200. Sono tuttora in fase di decifrazione e non ancora interpretati. La Lineare A, “scrittura sillabica usata ampiamente nel periodo fra il 1700 e il 1450 a.C., si sviluppò nel miceneo Lineare B, è pertanto possibile “leggere” ma non è ancora possibile “comprendere” pienamente il contenuto delle iscrizioni minoiche. Esse registrano diversi prodotti (vino, cereali, fichi), animali, personale, come pure offerte in luoghi religiosi (santuari di vetta)”. “Gli scavi di Arthur Evans a Cnosso e, successivamente, un secolo di ricerche sulla Creta minoica, hanno portato alla luce circa 2000 iscrizioni Minoiche. Uno studio epigrafico, trasferendo (come una ipotesi di lavoro) i valori fonetici, dal Lineare B miceneo al Lineare A minoico, ha reso possibile la “lettura” della lingua minoica. Il successivo studio linguistico ha ora reso possibile cominciare a “capire” la lingua minoica.
Effettivamente, un approccio sistematico ha reso possibile identificare la lingua Minoica come un ramo distinto e separato della famiglia di lingue Indo-Europee, fin dalla prima metà del II millennio a.C., con collegamenti al sanscrito, l’armeno ed il greco. Ci sono chiare evidenze date dai generi, i sostantivi e le terminazioni dei verbi, che segnalano tutte una lingua di natura indo-europea. Ora è possibile cominciare a scrivere la storia della Creta minoica (circa 2000-1400 a.C.)”.
Lineare B, “La decifrazione del Lineare B da parte di Michael Ventris nel 1952, dimostrò che la lingua incisa sulle tavolette di argilla, circa 500-700 anni prima dell’Iliade e dell’Odissea di Omero, era greco-micenea. Le iscrizioni provenienti da Cnosso, Pilo, Micene, Tirinto, Tebe, Iolko, Midea e Chania, dimostrano chiaramente la natura della lingua greca come un ramo distinto e ben definito della famiglia di lingue indo-europee. Il Lineare B registra la lingua greca nella seconda metà del secondo millennio, dall’appropriazione micenea di Cnosso fino alla distruzione di Pilo, poco dopo la Guerra di Troia. I lavori di Ventris, Chadwick et alii hanno mostrato la fonologia e la morfologia del greco-miceneo, ed il suo ininterrotto sviluppo nel greco classico, ellenistico, bizantino e moderno. È possibile, interpretando le iscrizioni in Miceneo, scrivere la storia della Grecia micenea (circa 1400-1200 a.C.)”.
Questo enorme vuoto di originarie testimonianze scritte dell’epoca, ci priva di descrizioni, racconti, leggende o miti di quell’antico popolo scomparso da più di tremila anni, da cui poter comprendere il significato che ebbe per loro quello che oggi è il nostro oggetto di studio, il cui stesso nome e quello del popolo che lo forgiò in immagine, sono tuttora dibattuti fra i filologi.
Per tentare di accedere ai significati della Doppia Ascia, le uniche testimonianze a cui possiamo appellare sono le sue rappresentazioni (dipinte su pareti, vasi e sarcofagi, incise su sigilli e anelli) e, naturalmente, l’oggetto stesso, di cui possiamo studiare l’epoca a cui risale ed i luoghi ove è stato rinvenuto, analizzare il contesto in cui fu rappresentato e la sua forma, con i relativi aspetti allegorici, simbolici o signici.
I termini Doppia ascia: la parola “labrys”, introdotta da Sir Arthur Evans, è riportata nell’Oxford English Dictionary dal Journal of Hellenic Studies XXI. 108 (1901): «Mi sembra naturale l’interpretazione letterale dei nomi dei santuari della Caria come Labranda, come luogo della sacra labrys, che fu il nome lidio (o cario) della greca πέλεκυς, l’ascia a doppio taglio». E a p. 109, «Nelle monete carie, certo in una epoca più tarda, la labrys, posta su un alto pilastro come manico, …, ha molto l’aspetto di un immagine di culto…». «La sacra doppia ascia è un segno che ricorre costantemente. L’arma servì come immagine feticcio delle principali divinità Minoiche ed è il segno prevalente sui muri del Palazzo Santuario dei re di Cnosso. È il soggetto di molte scene religiose e la sua adorazione è dipinta sul Sarcofago di Hagia Triada. C’è evidenza dell’esistenza di più di un santuario della Doppia Ascia nel Palazzo di Cnosso e siccome, fra la popolazione della alleata Caria, fu adorato sotto il nome di labrys, è probabile che il nome del Labirinto a Cnosso si riferisce al Palazzo Santuario del Culto, e rappresentò la forma dialettale occidentale che corrisponde al cario Labraundos (= “Il Luogo della Doppia Ascia”). Presumendo che il nome cretese della doppia ascia si avvicinò al cario, dobbiamo supporre che l’equivalente fonetico del segno fu una forma dialettale di labrys». La parola pre-greca labrys per la prima volta appare in Plutarco come la parola lidia che sta per ascia: «…e prese l’ascia di Caria con il bottino di guerra. E dopo aver istituito una statua di Zeus, gli mise l’ascia in mano e chiamò il dio Labrandeus, essendo Labrys la parola Lidia per “ascia”. L’archeologia suggerisce che il culto di Zeus Labraundeos a Labraunda fu molto più antico di quanto immaginò Plutarco. Come altre, la parola “labirinto” (daburinthoyo potnia, “Signora del Labirinto”) è entrata nella lingua micenea come un prestito linguistico, senza il riferimento specifico alla etimologia di Plutarco.
Evans si rifà a tale etimologia per avallare la sua tesi che il leggendario labirinto altro non fosse stato che lo stesso palazzo di Cnosso (labyrinthos, “luogo della doppia ascia”) e non un sistema di caverne come sostengono altri ricercatori.
Gli scavi di Cnosso non hanno rivelato alcuna traccia del favoloso capolavoro di Dedalo. Tuttavia il labirinto figura sulle monete cretesi d’epoca classica e i labirinti sono segnalati in relazione con altre città. Quanto all’etimologia, la parola era stata spiegata come “casa della bipenne” (labrys) avrebbe quindi indicato il palazzo reale di Cnosso. Ma la parola achea che indica l’ascia era pélekys (cfr. il mesopotamico pilakku). È più probabile che la parola derivi dall’asianico labra/laura, “pietra”, “grotta”. Il labirinto designava quindi una cavità sotterranea, ricavata dall’uomo. Il termine minoico è stato coniato da sir Arthur Evans, archeologo che tra il 1900 ed il 1935 si dedicò agli scavi di Cnosso nell’isola di Creta. Evans portò alla luce i resti di una civiltà che fino ad allora era nota attraverso le leggende ed i miti collegati alla grande isola mediterranea. Uno dei personaggi di rilievo in questi racconti fu il re Minosse e ad esso si ispirò Evans per dare il nome a quella civiltà scomparsa.

La doppia ascia, rappresentata con forme ed attributi differenti è presente probabilmente in gran parte delle civiltà del mondo antico. Secondo A. Baring e J. Cashford essa è stata trovata nella grotta paleolitica di Niaux, nel sud est della Francia. Secondo E.O. James, durante il Calcolitico, probabilmente nel V millennio a.C., e secondo M. Eliade fin dal Paleolitico, l’ascia bipenne, era un oggetto di culto a Tell Arpachiyah (Assiria, cultura di Tell Halaf), dove è stata rinvenuta presso una dea nuda, ed in altre regioni del Vicino Oriente, unitamente alla colomba, come simbolo della Dea Madre.
La troviamo citata nel testo sumero (fine del III millennio a.C.) sul sacro matrimonio di Iddin-Dagan: «Essi davanti alla pura Inanna. La spada, l’ascia a doppio taglio prima di lei. Essi camminano davanti alla pura Inanna».
Erede di una grande dea pre-ellenica di Creta, Afrodite ha come simbolo la doppia ascia nelle monete di Afrodisia.
Lo Zeus Labrandeus del 395-377 a.C. è uno degli esempi di divinità del cielo, divinità uranie, che avevano il potere del tuono e del fulmine e brandivano la doppia ascia come loro attributo.
In più di una ceramica attica a pitture rosse, la doppia ascia appare impugnata come arma da eroi ed eroine sul punto di inferire il colpo mortale.
La doppia ascia fu in epoca Minoica, come nella tarda antichità, uno strumento della vita quotidiana e molte doppie asce (e persino i loro calchi) sono state rinvenute a Creta e nel continente, ma ci sono anche molti altri ritrovamenti di oggetti che nella forma richiamano le doppie asce e che non furono creati per usi pratici. Sono questi l’oggetto del presente studio.
Martin P. Nilsson nel libro The Minoic – Mycenaean religion and its survival in greek religion, dedica alla doppia ascia un intero capitolo esordiendo così: «Di tutti i simboli ed emblemi che appaiono nella civiltà minoica la doppia ascia è il più cospicuo, il vero e proprio segno della religione minoica, presente quanto la croce nella Cristianità e la mezzaluna nell’Islam».
Dai dati a sua disposizione all’epoca della stesura del libro, gli esemplari più antichi rinvenuti venivano da una ricca tomba dell’Antico Minoico II (2900-2300 a.C.) presso Mochlos. Tutti gli esemplari risalgono all’Età del Bronzo, abbracciando il periodo Prepalaziale, Protopalaziale e Neopalaziale o dell’Antico, Medio e Tardo Minoico, in un arco di tempo che va dal 2900 al 1600 a.C. (per le cronologie vedi allegato). Le rappresentazioni della doppia ascia dipinte su vasi o incise su sigilli, appartengono al periodo Neopalaziale o Medio e Tardo Minoico 2160-1170 a.C.

Ridotta alle sue linee essenziali la Doppia Ascia, diviene un segno adottato come geroglifico o ideogramma. Lo troviamo inciso su sigilli o impresso su terracotta assieme ad altri segni di scrittura. Nei resti delle costruzioni palaziali, lo troviamo scolpito su blocchi di pietra, secondo Evans rappresenta il segno della sacralità del luogo. Le Doppie Ascie si trovano essenzialmente in contesti di culto.

Il più grande deposito di Doppie Asce proviene dalle grotte cultuali, specialmente da quelle di Arkhalohori e Psychro. Nella grotta di Psychro presso l’ingresso, sulla sinistra, si trova una nicchia naturale in cui è stata trovata una doppia ascia col suo basamento in pietra di steatite, simile ad essa un’altra testa di ascia, un esemplare perfetto di 280 mm., è stata ritrovata in una nicchia di una piccola sala laterale presso un capo della piscina sotterranea. Fra le pieghe delle stalattiti (dette il manto di Zeus ma, più probabilmente fu prima il manto della Dea) che circondano lo specchio d’acqua sono stati rinvenuti altri 18 esemplari. La grotta di Arkhalohori restituì un gran numero di doppie asce votive (circa 300 secondo G. Owens). Sulle stalagmiti della grotta di Amnisos si collocavano asce votive. Molti palazzi e case Minoiche hanno restituito esemplari di doppie asce. A Gournia, Hagia Triada, nel piccolo palazzo di Nirou Khani (lame di grandi dimensioni, in bronzo, la più grande di 1 metro e 20 cm di larghezza), a Roussolakkos, Kouramenos, Tylissos. A Cnosso solo piccole asce di bronzo coperte con lamina d’oro e una minuscola a doppie lame di steatite appoggiata su una delle due paia di corna di consacrazione di una piccola
riproduzione di santuario palaziale.
Che nessuna grande doppia ascia di bronzo sia stata trovata nei palazzi di Cnosso e Festo può essere spiegato facilmente perché furono trafugati completamente da saccheggiatori in cerca di oggetti di metallo di valore. Possibilmente la mia difficoltà a rintracciare testimonianze di ritrovamenti di Doppie Asce sui santuari di vetta dipende dalle stesse ragioni. Infine, Doppie Asce votive sono state trovate raramente all’interno di tombe. Il sarcofago di Hagia Triada, con le sue pareti dipinte, è il più ricco di elementi figurativi: su ognuno dei due lati più lunghi è rappresentata una coppia di Doppie Asce, dalle lame duplici, di grandi proporzioni, simili a quelle ritrovate a Nirou Khani, erette su pilastri, su di esse posano dei volatili, alla loro presenza si svolgono scene di culto: una libagione ed un sacrificio probabilmente in onore del defunto. Rappresentate su affreschi, vasi o sigilli le Doppie Asce sono spesso collocate erette al centro di quelle che Evans chiamò “corna di consacrazione”. Quando sono impugnate è sempre da donne, mai sono impugnate da personaggi maschili. E queste donne non le impugnano come (sulle ceramiche attiche) fa Clitemnestra per uccidere Cassandra, col gesto degli dei della folgore: esse mostrano, espongono la doppia ascia, in alto, eretta, le lame di piatto.

I personaggi maschili appaiono in atteggiamenti di devozione o di contemplazione forse proprio di fronte alla visione della Doppia Ascia mostrata loro come epifania, come manifestazione del sacro. Solo una eccezione fra tutti i reperti trovati, un lentoide di steatite, in cui una donna poggia la Doppia Ascia in diagonale sulla spalla, conferma la regola che vuole questo oggetto sempre in verticale, sempre in equilibrio sulla sua impugnatura e mostrando le due lame di piatto.
L’onnipresenza dell’elemento femminile e dell’elemento taurino nella cultura minoica, per la loro forza e importanza richiederebbero uno studio molto più esteso. Proviamo a tracciarne un breve profilo. Donne e tori, dalle statuine in terracotta ai bassorilievi e agli affreschi dei Palazzi, dai sigilli alle pitture del sarcofago di Hagia Triada. Donne in atteggiamenti quotidiani, in circolo di danza, in incontri molteplici nel palazzo.
Donne abbigliate come fosse sempre primavera, seni e braccia scoperte, lunghe gonne a strati sovrapposti. Donne con i serpenti e con uno sguardo che la sapienza dell’artigiano mostra in uno stato di coscienza alterato (e alterante).
La testa del toro plasmata come recipiente (rython) alla cui bocca abbeverarsi. Tori legati su un altare per essere sacrificati, ma soprattutto tori al galoppo che con le loro corna sbalzano in alto giovani acrobati, maschi e femmine, che volteggiano sulla bestia per atterrare incolumi. È la taurokatapsia, una prova iniziatica testimoniata in una terracotta fin dal periodo Prepalaziale (3300 – 1900 a.C.) e mantenuta fino all’epoca degli affreschi del Nuovo Palazzo di Cnosso (1700 – 1450 a.C.).
Che legame ci fu a Creta tra femminile e taurino?

Gli autori greci e latini tramandano quello che accadde attraverso le proprie leggende. Lo fanno da un orizzonte di credenze mutato, da un sistema di valori patriarcali, interpretando, distorcendo. Si compiacciono della potenza feconda di Zeus che come candido toro si unisce ad Europa, si scandalizzano per la mostruosa passione di Pasifae che si accoppia con il toro di Poseidone. Si inorgogliscono per le gesta dei loro eroi, Teseo ed Eracle, che sterminano definitivamente le mostruosità di quell’antico mondo. Ma quella ierogamia, quella sacra unione, non poté essere cancellata dalla memoria e ha continuato a turbare e infiammare l’immaginazione.
L’allegoria del Minotauro, generato da Pasifae, mostra un giovane maschio con attributi di toro, ma non è il suo fallo ad essere taurino, bensì la sua testa. Sulla sua testa due lunghe corna di toro adulto, attributo dello spirito penetrante del toro. Corna verso cui si dirige tutta la forza della sua natura quando si lancia alla carica. Forza trasformata in salto dagli acrobati che si gettano fra le sue corna. Corna che sembrano includere uno “spazio superiore” alla sua testa.
E’ al centro di questo spazio che spesso troviamo raffigurata la Doppia Ascia.
In un sigillo un personaggio femminile affiancato da due grifoni alza le braccia verso l’alto, sulla sua testa una doppia linea sembra tracciare la curva di un paio di corna al centro delle quali spicca il segno della Doppia Ascia.

Fra i tanti esemplari e raffigurazioni di Doppie Asce, è possibile riconoscere un comune aspetto formale ripetuto e praticamente codificato: è costituita da due lame diametralmente opposte, uguali e simmetriche; le lame sono di forma arcuata, quasi due archi dello stesso cerchio, le due lame a partire dagli ampli fili arcuati si vanno restringendo, fino a congiungersi sul manico, in questo modo tracciano altre due curve convesse opposte fra loro in senso verticale.
Il manico traccia una linea verticale e la sezione inferiore alle lame è generalmente molto più lunga di quella che spunta sopra le lame. La decorazione più comune è rappresentata da una bordatura del perimetro di ogni lama e da un paio di linee che attraversano ogni lama diagonalmente o con una leggera ondulazione.
Non è stata trovata una sola Doppia Ascia che avesse o avesse avuto le lame affilate, negando così ogni funzionalità a questi oggetti anche quando erano in rame o bronzo.
Man mano che si avanza nelle epoche la Doppia Ascia sembra perdere la sua forma essenziale e divenire un motivo ornamentale sui vasi, ripetuto in diverse orientazioni geometriche, appesantito da fronzoli o ridotto alle linee essenziali, con il raddoppio di lame concentriche, con l’impugnatura che scompare o si trasforma di volta in volta (corpo umano o di insetto, “sacro nodo”, motivo vegetale, ecc.).

Se prendiamo la raffigurazione della Doppia Ascia più ripetuta nella sua forma codificata, possiamo realizzarne uno studio simbolico. Le basi per questo tipo di studio sono esposte in Appunti di Psicologia di Silo. Qui apprendiamo a distinguere i simboli dalle allegorie e dai segni, le tre forme di rappresentazione esterna: la funzione del simbolo è quella di astrarre l’essenziale al fine di ordinare, mentre la funzione dell’allegoria è concretizzare l’astratto al fine di ricordare,
infine il segno ha la funzione di esprimere convenzionalmente astrazioni al fine di poter operare nel mondo. Pertanto: il segno è convenzionale, operativo, associativo, a volte figurativo a volte no. L’allegoria è centrifuga, moltiplicatrice, associativa, epocale e figurativa. Il simbolo è centripeto, sintetico, non associativo, non epocale e non figurativo. È proprio questa atemporalità del simbolo che riteniamo interessante in particolar modo quando ci troviamo di fronte ad un oggetto che non ci appartiene né culturalmente né in base all’epoca e del quale vogliamo decifrare il significato.
Il primo approccio che abbiamo con un simbolo è l’atto visuale che percepiamo al semplice guardarlo. Il simbolo come percezione visiva nello spazio ci porta a riflettere sul movimento dell’occhio.
[…]

 

Advertisements

σχόλια/adnotationes dei lettori

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...