L’apologo di Menenio Agrippa Lanato (Liv. II 32, 8-12)

di F. PIAZZI, A. GIORDANO RAMPIONI, Multa per aequora. Letteratura, antologia e autori della lingua latina. 2. Augusto e la prima età imperiale, Bologna 2004, pp. 450-451. Per la trad. cfr. Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, vol. I (libri I-II) a c. di C. Moreschini.

 

Secondo la tradizione, agli inizi del V secolo a.C. la plebe romana era in fermento perché tormentata dalla servitù per debiti (nexum): chi era in condizioni economiche disagiate era costretto a debiti che spesso, non potendo essere ripagati, portavano alla perdita della libertà personale. Nel 494 le agitazioni sfociarono in aperta rivolta, con la famosa secessio plebis sul Monte Sacro, significativa del rifiuto di partecipare alla vita civica e ai conseguenti doveri militari. Il Senato, dopo diversi tentativi di conciliazione andati a vuoto, inviò presso i ribelli una deputazione di dieci illustri cittadini, fra i quali il consolare Menenio Agrippa, caro alla plebe. L’apologo dell’autorevole personaggio, attraverso le colorite immagini metaforiche dell’indispensabile concordia fra tutte le parti del corpo umano, convinse i rivoltosi a trattare.

B. Barloccini, La secessio plebis al Mons Sacer (494-93 a.C.). Incisione, 1849.

 

Placuit[1] igitur oratorem ad plebem mitti Menenium Agrippam[2], facundum uirum et quod inde[3] oriundus erat plebi carum. Is intromissus in castra prisco illo dicendi et horrido modo nihil aliud[4] quam[5] hoc narrasse[6] fertur: tempore quo in homine non ut nunc[7] omnia[8] in unum consententia[9], sed singulis membris suum cuique consilium, suus sermo[10] fuerit, indignatas reliquas partes sua cura, suo labore ac ministerio[11] uentri omnia quaeri, uentrem in medio quietum nihil aliud quam datis uoluptatibus frui; conspirasse inde ne manus ad os cibum ferrent, nec os acciperet datum, nec dentes quae acciperent conficerent[12]. Hac ira, dum uentrem fame domare uellent[13], ipsa una[14] membra totumque corpus ad extremam tabem uenisse. inde apparuisse uentris quoque haud segne ministerium esse, nec magis ali quam alere eum, reddentem[15] in omnes corporis partes hunc quo uiuimus uigemusque, diuisum pariter in uenas maturum[16] confecto cibo sanguinem. Comparando hinc[17] quam intestina corporis seditio similis esset irae plebis in patres, flexisse[18] mentes hominum.

 

 

Fu deciso di mandare alla plebe come oratore Menenio Agrippa, uomo facondo e, poiché da essa proveniva, caro alla plebe. Egli, introdotto nell’accampamento, con quel modo di parlare primitivo e disadorno, non raccontò, a quanto si tramanda, altro che questo: nel tempo in cui nell’uomo non tutte le parti del corpo erano armoniosamente concordi verso un unico fine, come ora, ma ogni membro aveva un suo particolare modo di pensare, un suo particolare modo di esprimersi, si indignarono le altre parti che tutto ciò ch’esse si procuravano con la loro attività, con la loro fatica, con la loro funzione andasse a vantaggio del ventre, mentre questo, standosene tranquillo nel mezzo, ad altro non pensava che a godersi i piaceri che gli venivano largiti; giurarono, dunque, insieme che le mani non portassero più il cibo alla bocca, che la bocca rifiutasse quello che le veniva offerto, che i denti non masticassero quello che ricevevano. Per questa ostilità, mentre si proponevano di domare il ventre con la fame, tutte le membra insieme e tutto il corpo si ridussero a un estremo esaurimento. Risultò quindi evidente che anche l’opera del ventre non era inutile e che non era nutrito più di quanto non nutrisse restituendo a tutte le parti del corpo, equamente distribuito per le vene, questo sangue cui dobbiamo la vita e le forze e che si forma con la digestione del cibo. Si dice che, così paragonando la ribellione interna del corpo all’iroso furore della plebe contro i patrizi, egli piegò gli animi di quella gente.

 

***

Note:

[1] Placuit: è termine tecnico per indicare le decisioni del Senato.

[2] oratorem … Agrippam: Dionigi di Alicarnasso, scrittore greco vissuto nel I sec. a.C., autore di un’opera storica, intitolata Archaeologia Romana, in 20 libri, dei quali sono pervenuti solo i primi undici e frammenti degli altri, colui che aveva giustamente visto nel mos maiorum, nell’amore di libertà dei cittadini, nella consapevolezza dei loro diritti e nell’accettazione dei doveri, la superiorità dell’Impero romano, ha lasciato della secessio plebis un ampio e particolareggiato racconto. Egli narra che furono mandate ai plebei due ambascerie, ma che, essendo state minacciosamente respinte, si diede incarico a M. Valerio, T. Larcio e Menenio Agrippa e ad altri sette legati di parlamentare con i dissidenti. Valerio invitò la plebe a tornare in città, Bruto tenne un discorso assai commuovente, esponendo le richieste della plebe, e Agrippa persuase la folla alla riconciliazione. Freddo, monotono, scolorito il racconto di Dionigi, che si dilunga nell’esposizione dei più minuti particolari di fatti leggendari; ben più vivo ed illuminato quello di Livio, che li accenna appena, lasciando loro tutta la vaghezza e il sapere della tradizione.

[3] inde: cioè ex ea, dalla plebe. Però, un ramo della gens Menenia doveva essere stato ammesso già da tempo in Senato.

[4] nihil aliud: sottinteso egisse.

[5] quam: negli autori classici di solito dopo la locuzione nihil aliud si trova nisi e solo eccezionalmente quam.

[6] narrasse (= narravisse): da questo infinito dipende il discorso indiretto che segue.

[7] ut nunc: propos. incidentale, fuori dell’oratio obliqua, perché osservazione dello scrittore.

[8] omnia: cioè membra.

[9] non… consententia: non tutte le parti del corpo erano armoniosamente concordi verso un unico fine.

[10] suum cuique consilium, suus sermo: traduci: «un suo modo di pensare e di discorrere».

[11] labore ac ministerio: traduci: «con faticosi servizi».

[12] conficerent: «masticassero».

[13] dum … vellent: cong. obliquo, ma anche perché nella prop. alla circostanza di tempo è congiunta l’idea di intenzione e non manca una sfumatura avversativa.

[14] una: avv. «tutte insieme».

[15] reddentem: part. con valore causale.

[16] maturum: il sangue acquista vigore proprio attraverso l’assimilazione del cibo.

[17] Comparando hinc: «Quindi, con il paragone».

[18] flexisse: l’infin. è retto da fertur.

***

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La carriera smagliante di M. Porcio Catone (Nep. 24, 1-2)

di Cornelio Nepote, De viris illustribus, 24, 1-2. Cfr. commento di E. GIAZZI, G. BOCCHI (eds.), Dentro e fuori i confini di Roma. I vires illustres di Cornelio Nepote, Milano 2007, pp. 15-17; cfr. traduzione da Cornelio Nepote, Vite dei massimi condottieri, a cura di E. NARDUCCI, C. VITALI, Milano 2010, pp. 326-329.

 

Come in tante altre sue biografie, anche all’inizio di quella di Catone, Cornelio Nepote traccia un breve profilo del personaggio, presentandone il luogo di nascita, i primi passi nella vita pubblica e poi la smagliante carriera. Dopo una giovinezza passata nel podere paterno in Sabina, Catone, com’era consuetudine per i Romani che si avviavano a ricoprire cariche pubbliche, cominciò a frequentare il foro, dove riscosse fin da subito grande popolarità. Egli svolse poi il servizio militare nel corso della Seconda guerra punica, partecipando nel 207 a.C. alla sanguinosa battaglia del Metauro, in cui trovò la morte Asdrubale, fratello di Annibale. Intraprese, quindi, la carriera politica vera e propria, della quale bruciò le tappe: seguendo la successione delle magistrature stabilite dal cursus honorum, Catone fu questore nel 204 a.C., edile plebeo nel 199, pretore nel 198 e, infine, console nel 195.

 

Personaggio togato. Illustrazione di A. McBride.

 

M. Cato, ortus municipio Tusculo, adulescentulus, priusquam honoribus operam daret, uersatus est in Sabinis, quod ibi heredium a patre relictum habebat. inde hortatu L. Valerii Flacci, quem in consulatu censuraque habuit collegam, ut M. Perpenna censorius narrare solitus est, Romam demigrauit in foroque esse coepit. primum stipendium meruit annorum decem septemque. Q. Fabio M. Claudio consulibus tribunus militum in Sicilia fuit. inde ut rediit, castra secutus est C. Claudii Neronis, magnique opera eius existimata est in proelio apud Senam, quo cecidit Hasdrubal, frater Hannibalis. quaestor obtigit P. Africano consuli, cum quo non pro sortis necessitudine uixit: namque ab eo perpetua dissensit uita. aedilis plebi factus est cum C. Heluio. praetor prouinciam obtinuit Sardiniam, ex qua quaestor superiore tempore ex Africa decedens Q. Ennium poetam deduxerat, quod non minoris aestimamus quam quemlibet amplissimum Sardiniensem triumphum.

Consulatum gessit cum L. Valerio Flacco, sorte prouinciam nactus Hispaniam citeriorem, exque ea triumphum deportauit. ibi cum diutius moraretur, P. Scipio Africanus consul iterum, cuius in priori consulatu quaestor fuerat, uoluit eum de prouincia depellere et ipse ei succedere, neque hoc per senatum efficere potuit, cum quidem Scipio principatum in ciuitate obtineret, quod tum non potentia, sed iure res publica administrabatur. qua ex re iratus senatui ‹consulatu› peracto priuatus in urbe mansit. at Cato, censor cum eodem Flacco factus, seuere praefuit ei potestati. nam et in complures nobiles animaduertit et multas res nouas in edictum addidit, qua re luxuria reprimeretur, quae iam tum incipiebat pullulare. circiter annos octoginta, usque ad extremam aetatem ab adulescentia, rei publicae causa suscipere inimicitias non destitit. a multis tentatus non modo nullum detrimentum existimationis fecit, sed, quoad uixit, uirtutum laude creuit.

 

Marco Catone, nato nella cittadina di Tusculum[1], durante la giovinezza, prima di darsi alla vita pubblica, visse tra i Sabini[2], perché vi aveva un piccolo fondo lasciatogli in eredità dal padre. Di là – come soleva narrare Marco Perpenna[3], l’ex censore – si trasferì a Roma e, su esortazione di Lucio Valerio Flacco, che gli fu poi collega nel consolato e nella censura[4], cominciò a frequentare il Foro. A diciassette anni guadagnò la prima paga da soldato. Sotto il consolato di Quinto Fabio Verrucoso e di Marco Claudio Marcello fu tribuno militare in Sicilia[5]. Ebbene, quando ne ritornò, militò agli ordini di Gaio Claudio Nerone, e la sua partecipazione alla battaglia di Sena[6] in cui cadde il fratello di Annibale, Asdrubale, fu considerata di gran peso. La sorte lo designò come questore del console Publio Cornelio Scipione Africano[7], con il quale, però, non ebbe la dimestichezza che quel sorteggio avrebbe voluto; anzi, fu in contrasto con lui per tutta la vita[8]. Fu creato edile della plebe insieme a Gaio Elvio[9]; in qualità di pretore[10], ottenne la provincia di Sardegna, dalla quale, in precedenza, e cioè tornando dalla questura dell’Africa, aveva condotto a Roma il poeta Quinto Ennio[11]: cosa che non considero meno di qualsivoglia magnifico trionfo sui Sardi.

Esercitò il consolato insieme a Lucio Valerio Flacco, gli toccò in sorte la provincia della Hispania citerior, e da questa riportò un trionfo. Siccome, però, vi si trattenne alquanto a lungo, Publio Scipione Africano, nel suo secondo consolato[12] – nel primo Catone era stato suo questore –, volle farlo espellere dalla provincia per prenderne il posto, ma non riuscì ad ottenerlo dal Senato, benché fosse il cittadino più influente; allora, infatti, lo Stato si reggeva non tanto con il credito individuale quanto con l’esercizio del diritto. Ciò lo offese a tal punto che, scaduto il periodo del consolato, si ritirò a vita privata. Quanto a Catone, creato censore insieme allo stesso Flacco, esercitò il suo incarico con assoluto rigore: colpì con note di biasimo parecchi cittadini in vista e aggiunse alle leggi suntuarie molte nuove prescrizioni per porre freno al lusso che allora cominciava a dilagare. Per circa ottant’anni, e cioè dall’adolescenza fino agli ultimi giorni, Catone non rinunciò mai a tirarsi addosso odio e inimicizie per il bene dello Stato. Citato spesso in giudizio, non solo non subì alcuna diminuzione di stima, ma, anzi, finché visse, andò sempre crescendo nella fama della sua virtù.

 

***

Note:

[1] Cittadina del Lazio, sui colli albani, corrispondente all’odierna Frascati. Il municipium (da munus capio “assumo i [miei] doveri”, s’intende di cittadino romano) era una città che, una volta conquistata, entrava a far parte della cittadinanza romana; i municipia potevano scegliere se adottare il diritto romano o mantenere le proprie leggi; i loro abitanti, tuttavia, avevano i diritti e i doveri della Romana civitas.

[2] I Sabini erano un’antica popolazione laziale di lingua osca imparentata con i Sanniti.

[3] Il nome di questo personaggio tradisce la sua origine etrusca, come rivela il suffisso ­-enna. Morì nel 49 a.C.

[4] Lucio Valerio Flacco fu console con Catone nel 195 a.C. e con lui ottenne la censura nel 184 a.C., condividendone la lotta contro la corruzione dilagante per la salvaguardia del mos maiorum.

[5] Nel 214 a.C., anno in cui Claudio Marcello mise sotto assedio Siracusa, riuscendo a conquistarla soltanto due anni dopo. Durante il saccheggio della città rimase ucciso il famoso Archimede. Fu nel corso di questa campagna che Catone, in età straordinariamente giovane, fu nominato tribuno militare.

[6] L’odierna Senigallia. La battaglia, più nota come battaglia del Metauro, è del 207 a.C. I comandanti romani erano Claudio Nerone e il collega Marco Livio Salinatore.

[7] Nel 204. I quaestores avevano il compito di amministrare le truppe e durante le campagne militari erano affiancati ai comandanti dell’esercito tramite sorteggio.

[8] Catone non ebbe con Scipione Africano il rapporto sereno che quel sorteggio avrebbe dovuto invece favorire. Il biografo, qui, mette in rilievo con chiarezza il totale disaccordo tra i due che si manifestò soprattutto nel loro modo diametralmente opposto di intendere il rapporto tra Roma e il mondo ellenistico.

[9] Nel 199.

[10] Nel 198.

[11] In occasione di una tappa in Sardegna, durante il suo ritorno dall’Africa, nel 204 a.C. Catone aveva portato con sé a Roma il poeta Ennio, che militava nell’isola fra le truppe ausiliare. Uno dei massimi esponenti della letteratura latina arcaica, autore di numerose opere, fra cui tragedie, ma ricordato soprattutto per gli Annales, poema epico in esametri in cui veniva narrata la storia di Roma, Quinto Ennio (239-169) era nato a Rudiae, in Puglia e conosceva ben tre lingue: l’osco, il greco e il latino.

[12] Nel 194.

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Una madre apprensiva (Apoll. III 90-110)

da Apollonio Rodio, Argonautica III 90-110 (testo greco ed. G.W. Mooney, London 1912); commento da adattamento di I. BIONDI, Storia e antologia della letteratura greca, 3. L’ellenismo e la tarda grecità, Firenze 2004, pp. 292-295.

Per realizzare il suo piano affinché Giasone conquisti il vello d’oro con l’aiuto di Medea, che costerà agli inconsapevoli protagonisti angosce e sofferenze, e tutta presa dal desiderio di vendicarsi di Pelia, Hera coinvolge Atena e Afrodite. Proprio quest’ultima collabora con la moglie di Zeus con la sorridente fatuità di una bella donna, compiaciuta di vedere una potente rivale, già sconfitta al tempo del giudizio di Paride, costretta a umiliarsi una seconda volta, per chiederle aiuto. Hera, pertanto, richiede l’intervento di Eros, e ciò offre ad Apollonio Rodio lo spunto per una sorridente scenetta. Non appena Afrodite sente pronunciare il nome del figlio, eccola recitare la parte della madre apprensiva, incapace di farsi obbedire da un bambino capriccioso e dispettoso, con il quale non servono più né lusinghe né rimproveri; quell’impudente è giunto perfino a mancarle di rispetto, minacciandola! Tuttavia, dietro l’apparente frivolezza delle parole della dea – rappresentata come una signora dell’alta società che a salotto si sfoga con le proprie amiche – si nasconde un tema molto più alto e drammatico: quello dell’incontrollabilità dell’amore, alla cui potenza non può resistere nessuno, nemmeno il padre degli dèi. Una così terribile forza sta per essere scatenata per soddisfare il puntiglio di una dea e la vanità di un’altra.

 

ὧς ἄρ᾽ ἔφη· Κύπρις δὲ μετ᾽ ἀμφοτέρῃσιν ἔειπεν·                          90

‘Ἥρη, Ἀθηναίη τε, πίθοιτό κεν ὔμμι μάλιστα,

ἢ ἐμοί. ὑμείων γὰρ ἀναιδήτῳ περ ἐόντι

τυτθή γ᾽ αἰδὼς ἔσσετ᾽ ἐν ὄμμασιν· αὐτὰρ ἐμεῖο

οὐκ ὄθεται, μάλα δ᾽ αἰὲν ἐριδμαίνων ἀθερίζει.

καὶ δή οἱ μενέηνα, περισχομένη κακότητι,                                     95

αὐτοῖσιν τόξοισι δυσηχέας ἆξαι ὀιστοὺς

ἀμφαδίην. τοῖον γὰρ ἐπηπείλησε χαλεφθείς,

εἰ μὴ τηλόθι χεῖρας, ἕως ἔτι θυμὸν ἐρύκει,

ἕξω ἐμάς, μετέπειτά γ᾽ ἀτεμβοίμην ἑοῖ αὐτῇ.’

ὧς φάτο· μείδησαν δὲ θεαί, καὶ ἐσέδρακον ἄντην                 100

ἀλλήλαις. ἡ δ᾽ αὖτις ἀκηχεμένη προσέειπεν·

‘ἄλλοις ἄλγεα τἀμὰ γέλως πέλει· οὐδέ τί με χρὴ

μυθεῖσθαι πάντεσσιν· ἅλις εἰδυῖα καὶ αὐτή.

νῦν δ᾽ ἐπεὶ ὔμμι φίλον τόδε δὴ πέλει ἀμφοτέρῃσιν,

πειρήσω, καί μιν μειλίξομαι, οὐδ᾽ ἀπιθήσει.’                               105

ὧς φάτο· τὴν δ᾽ Ἥρη ῥαδινῆς ἐπεμάσσατο χειρός,

ἦκα δὲ μειδιόωσα παραβλήδην προσέειπεν·

‘οὕτω νῦν, Κυθέρεια, τόδε χρέος, ὡς ἀγορεύεις,

ἔρξον ἄφαρ· καὶ μή τι χαλέπτεο, μηδ᾽ ἐρίδαινε

χωομένη σῷ παιδί· μεταλλήξει γὰρ ὀπίσσω.’                          110

 

 

Pittore anonimo. Afrodite punisce Eros colpendolo col sandalo (particolare). Pittura vascolare da un lebete nuziale apulo a figure rosse, 360 a.C. ca. Taranto, MArTA.

 

Così disse; e Cipride rispose a entrambe:

«Hera, Atena, mio figlio darebbe ascolto piuttosto a voi due,

che a me: infatti, per quanto sia un impudente, avrà pure

negli occhi un briciolo di riguardo per voi; ma di me

non se ne avvede e, provocandomi sempre, non mi rispetta.

Ho perfino pensato, piena di rabbia per la sua cattiveria,

di fargli a pezzi in faccia le sue maledette frecce e l’arco.

Mi ha scagliato tali minacce, tutto incollerito! Se non tenevo

le mani lontane, mentre ancora controllava la furia,

poi avrei dovuto prendermela con me stessa!».

Così parlò; e le dee sorrisero, scambiandosi una complice

occhiata l’una con l’altra. Ed ella, di nuovo, imbronciata, riprese:

«I miei dolori sono per gli altri motivo di riso, e non bisogna

che io li racconti a tutti; è sufficiente che li sappia io.

Ora, poiché questa cosa vi è cara ad entrambe,

proverò ad addolcirlo, e non mi disobbedirà!».

Così disse; ed Hera le prese la mano delicata

e, sorridendo dolcemente, la rassicurò:

«Citerea, questa azione che dici, compila subito;

e non adirarti, non metterti a litigare, sdegnata,

con tuo figlio: infatti, prima o poi, vedrai che cambierà!».

 

***

Bibliografia:

M. CAMPBELL (ed.), A Commentary on Apollonius Rhodius Argonautica III 1-471, Leiden-New York-Köln 1994.

P.G. LENNOX, Apollonius, Argonautica 3, 1 ff. and Homer, Hermes 108 (1980), 45-73.

T.D. PAPANGHELIS, A. RENGAKOS (eds.), A Companion to Apollonius Rhodius, Leiden-Boston-Köln 2001.

M.-L.B. PENDERGRAFT, Eros Ludens: Apollonius’ Argonautica 3, 132-41, MD 25 (1991), 95-102.

G. ZANKER, The Love Theme in Apollonius Rhodius’ Argonautica, WS 92 (1979), 52-75.

 

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Servire lo Stato (Sall. Bell. Cat. 3)

di F. PIAZZI, A. GIORDANO RAMPIONI, Multa per aequora.  Letteratura, antologia e autori della lingua latina. 1 – Dall’età arcaica all’età di Cesare, Bologna 2004, pp. 353-354.

 

Fare politica attiva è il miglior modo di servire lo Stato. Ma anche scrivere le gesta altrui può dare fama. Sallustio ricorda che si dedicò alla politica attiva ancora giovanissimo, ma in quel mondo corrotto anche lui fu facile preda dell’ambizione.

 

3. Sed[1] in magna copia rerum[2] aliud alii natura iter ostendit. pulchrum est bene facere rei publicae, etiam bene dicere haud absurdum est[3]; vel pace vel bello clarum fieri licet; et qui fecere et qui facta aliorum scripsere[4], multi[5] [2] ac mihi quidem, tametsi haudquaquam par gloria sequitur scriptorem et auctorem rerum, tamen in primis arduom videtur res gestas scribere[6]: primum quod facta dictis exaequanda sunt; dehinc quia plerique quae delicta reprehenderis malevolentia et invidia dicta putant[7], ubi de magna virtute atque gloria bonorum memores, quae sibi quisque facilia factu putat, aequo animo accipit[8], supra ea[9] veluti ficta pro falsis ducit.

[3] Sed ego adulescentulus initio sicuti plerique studio ad rem publicam latus sum, ibique mihi multa advorsa fuere[10]. nam pro pudore, pro abstinentia, pro virtute audacia largitio avaritia[11] vigebant. [4] quae tametsi animus aspernabatur insolens malarum artium, tamen inter tanta vitia imbecilla aetas ambitione corrupta tenebatur[12]; ac me, [5] quom ab reliquorum malis moribus dissentirem[13], nihilo minus honoris cupido eadem quae ceteros[14] fama atque invidia vexabat.

 

Uomo togato. Statua, marmo, 100-250 d.C. ca. 

 

Nella molteplicità del reale, la natura addita a chi una strada a chi un’altra. È bello servire la patria con le opere, ma non è senza pregio servirla con l’eloquenza; si può diventare famosi in pace e in guerra e sono tenuti in considerazione sia quelli che compirono imprese sia quelli che le narrarono. Quantunque diversa rinomanza consegua chi opera e chi scrive, a me, invero, il compito dello storico sembra il più arduo: prima di tutto, deve trovare espressioni adeguate ai fatti; in secondo luogo, se condanna i misfatti, l’accuseranno di malanimo e di invidia; se elogia le virtù egregie e porta alle stelle la gloria dei meritevoli, ascolteranno con pazienza le azioni che ritengono alla loro portata, ma quelle maggiori di sé le prenderanno per invenzioni e fandonie.

Quando ero giovane, come molti, la passione politica mi spinse alla vita pubblica, ma molte cose mi andarono di traverso. Tra i politici, infatti, non trovai senso dell’onore, ma impudenza[15], non probità, ma corruzione, non rettitudine, ma invidia; e, sebbene l’animo mio, inesperto del male, rifuggisse da quelle pratiche riprovevoli, pure l’età acerba fu travolta dall’ambizione e rimasi invischiato in quell’ambiente corrotto. Mi tenevo lontano dal malcostume imperante, ma la smania di salire mi esponeva come gli altri alla maldicenza e al malanimo.

(tr. it. L. Storoni Mazzolani)

 

***

Note:

[1] Sed: «Or dunque». L’avversativa è molto frequente all’inizio di capitolo, soprattutto quando segna la transizione da un concetto generale a una situazione particolare.

[2] in magna copia rerum: «nel vasto campo delle cose umane».

[3] pulchrum… absurdum: nota il chiasmo (pulchrum corrisponde a haud absurdum, bene facere a bene dicere). La litote haud absurdum esprime la cautela dell’autore che si sente intorno un pubblico restio a riconoscere il valore della storiografia e, in genere, della letteratura non oratoria; qui conviene conservare la figura nella traduzione: «anche non è disdicevole…».

[4] et qui fecere et qui… scripsere: da notare il polisindeto; fecere: «agirono».

[5] multi: è predicativo, cioè «in molti».

[6] tametsi…tamen: «sebbene non ugual gloria insegua chi scrive e chi compie imprese, (tuttavia)…». Il tamen è ridondante e si tralascia nella traduzione. in primis: rafforza arduom formando una specie di superlativo.

[7] quia plerique… putant: costr. quia plerique putant dicta (esse) malevolentia et invidia quae delicta reprehenderis: «perché, nel rimproverare i misfatti, i più riterranno che le tue parole siano state dette per malevolenza e invidia». Reprehenderis, come il successivo memores, è congiuntivo eventuale con «tu» generico: «è un segno del dialogo moralistico sallustiano la presenza dell’ideale interlocutore» (C. De Meo).

[8] quae… accipit: «ciò che (lui stesso) crede di poter agevolmente operare, ognuno l’accetta senza dar peso (aequo animo)». La vanità induce gli uomini a ritenere attendibili le imprese di cui essi stessi sarebbero capaci, parto di fantasia quelle al di sopra delle loro possibilità.

[9] supra ea: brachilogico per quae supra ea sunt.

[10] Sed ego… multa advorsa fuere: s’innesta qui il motivo autobiografico. Sallustio propone l’identificazione della propria esperienza con quella affine narrata da Platone nella settima epistola (324b): «Da giovane, e sono molti anni, provai un’esperienza comune a molti, fermamente deciso a una cosa: appena in grado di disporre della mia volontà, dedicarmi subito alla vita politica… La costituzione allora vigente era avversata con la violenza, tanto che il potere passò in mano a gente nuova. Certo, erano illusioni quelle che allora sorsero in me, ma la mia giovane età ne dà ragione. Osservando tutti questi fatti e altri, gravi non meno, provai un senso di profonda indignazione. Lungi dalle sciagure che imperversarono in quegli anni, cercai allora di salire a più alta visione» (trad. Turolla). studio… latus sum: «fui trascinato da ambizione alla vita pubblica». multa advorsa: «molte delusioni», «molte amarezze».

[11] pro pudore… avaritia: l’anafora di pro e la contrapposizione, in progressione asindetica, delle virtù (pudor, «ritegno», abstinentia, «integrità», virtus, «merito») ai vizi (audacia, «impudenza», largitio, «corruzione», avaritia, «cupidigia»), senza che si possa ragionevolmente trovare una corrispondenza tra questi e quelle, concorrono alla brevità dell’espressione sallustiana, tesa a dipingere il quadro della decadenza morale.

[12] tametsi… tamen: per la medesima correlazione ridondante, vedi sopra. insolentia malarum artium: «non avvezzo alle male arti». imbecilla aetas: «la mia debole età», cioè la giovinezza inesperta.

[13] quom (= cum) ha valore concessivo.

[14] quae ceteros: sott. vexabat.

[15] I termini che Sallustio contrappone sono pudor-audacia; abstinentia-largitio; virtus-avaritia: i primi rispecchiano l’etica severa della classe dirigente romana, quei principi austeri che, quando si conobbe il pensiero greco, si trovarono a coincidere con l’etica stoica. Pudor è “dignità”, “senso d’onore” e si contrappone ad audacia, un connotato politico deteriore (Cic. Verr. I 1, 36, 2, improbitate et audacia, II 3, 140, 16, ob singularem improbitatem atque audaciam, II 3, 152, 2, improbitas, audacia, ecc. Vedi Ch. Wirszbuski, Audaces, a Study in Political Phraseology, JRS 51 [1961], pp. 12-22). Abstinentia è “incorruttibilità” (at enim praetorem, Sophocle, decet non solum manus sed etiam oculos abstinentes habere, Cic. off. I 144, 9). Virtus è il complesso delle virtù del Cittadino in pace e in guerra (H.W. Litchfield, National exempla virtutis in Roman Literature, HSCPh 25 [1914], pp. 1-71). Sul vocabolario politico dell’età repubblicana, v. J. Hellegouarc’h, Le vocabulaire Latin des relations et des partis politiques sous la République, Paris 1961; U. Paanänen, Sallust’s political-social Terminology, Helsinki 1972.

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Livio I 6, 3-7, 3 (La fondazione di Roma)

di Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, vol. I (libri I-II), tr. it. C. Moreschini, Milano, BUR, 2013, pp. 238-241.

Romolo, con il capo velato, traccia il mundus con l’aratro (illustrazione di P. Brocato)

[…] Romulum Remumque cupido cepit in iis locis, ubi expositi ubique educati erant, urbis condendae. et supererat multitudo Albanorum Latinorumque; ad id pastores quoque accesserant, qui omnes facile spem facerent parvam Albam, parvum Lavinium prae ea urbe, quae conderetur, fore. intervenit deinde his cogitationibus avitum malum, regni cupido, atque inde foedum certamen, coortum a satis miti principio. quoniam gemini essent nec aetatis verecundia discrimen facere posset, ut dii, quorum tutelae ea loca essent, auguriis legerent, qui nomen novae urbi daret, qui conditam imperio regeret, Palatium Romulus, Remus Aventinum ad inaugurandum templa capiunt.
Priori Remo augurium venisse fertur, sex vultures, iamque nuntiato augurio cum duplex numerus Romulo se ostendisset, utrumque regem sua multitudo consalutaverat: tempore illi praecepto, at hi numero avium regnum trahebant. inde cum altercatione congressi certamine irarum ad caedem vertuntur; ibi in turba ictus Remus cecidit. vulgatior fama est ludibrio fratris Remum novos transiluisse muros; inde ab irato Romulo, cum verbis quoque increpitans adiecisset “Sic deinde, quicumque alius transiliet moenia mea!”, interfectum. ita solus potitus imperio Romulus; condita urbs conditoris nomine appellata. Palatium primum, in quo ipse erat educatus, muniit. sacra diis aliis Albano ritu, Graeco Herculi, ut ab Euandro instituta erant, facit […].

Lotta fra Romolo e Remo (illustrazione di P. Connolly).

“[…] Romolo e Remo furono presi dal desiderio di fondare una città in quei luoghi in cui erano stati esposti ed allevati. Sovrabbondava infatti la popolazione degli Albani e dei Latini, e ad essi per di più si erano aggiunti i pastori, sì che tutti senz’altro speravano che sarebbe stata piccola Alba, piccola Lavinio, in confronto alla città che si voleva fondare. S’insinuò poi tra queste considerazioni quel male ereditario che è la cupidigia di regnare, e in conseguenza di ciò nacque l’indegna contesa originata da motivi piuttosto futili. Poiché erano gemelli, e non valeva dunque come criterio risolutivo il rispetto dovuto all’età, affinché gli dèi sotto la cui protezione erano quei luoghi indicassero con segni augurali chi doveva dare il nome alla nuova città, chi dopo averla fondata doveva regnarvi, Romolo, per prendere gli auspici, occupò come luogo d’osservazione il Palatino; Remo l’Aventino.
Si dice che a Remo per primo apparvero come segno augurale sei avvoltoi; e poiché, quando ormai l’augurio era stato annunziato, se n’erano offerti alla vista di Romolo il doppio, le rispettive schiere li avevano acclamati re entrambi: gli uni pretendevano d’aver diritto al regno per la priorità nel tempo, gli altri invece per il numero degli uccelli. Venuti quindi a parole, dalla foga della discussione furono spinti alla strage; fu allora che Remo cadde colpito nella mischia. È più diffusa la tradizione secondo la quale Remo, in atto di scherno verso il fratello, abbia varcato con un salto le nuove mura: che per questo egli sia stato ucciso da Romolo infuriato, il quale, inveendo anche con le parole, avrebbe aggiunto: “Così, d’ora in poi, perisca chiunque altro varcherà le mie mura!”. Pertanto Romolo ebbe da solo il potere; fondata la città, essa ebbe nome dal suo fondatore. Innanzitutto fortificò il Palatino, dov’egli era stato allevato. Offrì sacrifici agli altri dèi secondo il rito albano, ad Ercole secondo quello greco, così com’erano stati istituiti da Evandro […]”.

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