La battaglia di Zela – 2 agosto 47 a.C. (fonti)

 

Plut. Caes. 50 [Plutarco, Vite parallele: Cesare, intr. A. La Penna, tr. D. Magnino, Milano 2009(2), 434-435 (con note)]

 

κἀκεῖθεν ἐπιὼν τὴν Ἀσίαν ἐπυνθάνετο Δομίτιον μὲν ὑπὸ Φαρνάκου τοῦ Μιθριδάτου παιδὸς ἡττημένον ἐκ Πόντου πεφευγέναι σὺν ὀλίγοις, Φαρνάκην δὲ τῇ νίκῃ χρώμενον ἀπλήστως καὶ Βιθυνίαν ἔχοντα καὶ Καππαδοκίαν Ἀρμενίας ἐφίεσθαι τῆς μικρᾶς καλουμένης, καὶ πάντας ἀνιστάναι τοὺς ταύτῃ βασιλεῖς καὶ τετράρχας. [2] εὐθὺς οὖν ἐπὶ τὸν ἄνδρα τρισὶν ἤλαυνε τάγμασι, καὶ περὶ πόλιν Ζῆλαν μάχην μεγάλην συνάψας αὐτὸν μὲν ἐξέβαλε τοῦ Πόντου φεύγοντα, τὴν δὲ στρατιὰν ἄρδην ἀνεῖλε· [3] καὶ τῆς μάχης ταύτης τὴν ὀξύτητα καὶ τὸ τάχος ἀναγγέλλων εἰς Ῥώμην πρός τινα τῶν φίλων Ἀμάντιον ἔγραψε τρεῖς λέξεις· “ἦλθον, εἶδον, ἐνίκησα.” [4] Ῥωμαϊστὶ δὲ αἱ λέξεις εἰς ὅμοιον ἀπολήγουσαι σχῆμα ῥήματος οὐκ ἀπίθανον τὴν βραχυλογίαν ἔχουσιν.

 

Di lì passato in Asia, Cesare venne a sapere che Domizio, sconfitto da Farnace, figlio di Mitridate[1], era fuggito dal Ponto con pochi compagni, mentre Farnace, che già occupava la Bitinia e la Cappadocia, sfruttando la vittoria senza alcun senso della misura, aspirava alla cosiddetta Armenia Minore e ne sobillava tutti i re e tetrarchi. [2] Subito marciò contro di lui con tre legioni e, dopo una gran battaglia presso Zela[2], lo fece fuggire dal Ponto e distrusse totalmente il suo esercito. [3] Nell’annunziare a Roma la straordinaria rapidità di questa spedizione, scrisse al suo amico Mazio tre sole parole: “Venni, vidi, vinsi!”. [4] In latino queste parole, che terminano allo stesso modo, rappresentano un modello di concisione[3].

 

 

[1] Domizio fu sconfitto a Nicopolis nel dicembre del 48 da Farnace, figlio di Mitridate; rimasto neutrale nella guerra tra Cesare e Pompeo ritenne opportuno, dopo la battaglia di Farsalo, recuperare le terre che erano state sottratte al padre da Pompeo, e così invase Cappadocia e piccola Armenia. Domizio gli intimò di lasciare le terre occupate, e quando egli non lasciò l’Armenia gli venne contro; ma fu sconfitto.

[2] Città sul Ponto Polemoniaco ove si combatté la battaglia il 2 agosto del 47.

[3] Svetonio ci dice che il motto fu poi portato nel trionfo che Cesare celebrò per quella vittoria.

 

Farnace II. Statere, Panticapaeum 55-54 a.C. Au. 8, 10 gr. Recto: Busto diademato di Farnace, voltato a destra, con chioma fluente.

 

Suet. Caes. 35; 37 (passim) [Svetonio, Vite dei Cesari, intr. S. Lanciotti, tr. F. Dessù, Milano 2016(20), 80-83].

 

[35] […] Ab Alexandria in Syriam et inde Pontum transiit, urgentibus de Pharnace nuntiis, quem Mithridatis Magni filium ac tunc occasione temporum bellantem iamque multiplici successu praeferocem, intra quintum quam adfuerat diem, quattuor quibus in conspectum uenit horis, una profligauit acie […].

 

[35] […] Da Alessandria passò in Siria, e quindi nel Ponto, richiamatovi dalle inquietanti notizie su Farnace, figlio di Mitridate il Grande, che aveva colto il momento opportuno per iniziare le ostilità e si era imbaldanzito per i molteplici successi: quattro giorni dopo il suo arrivo, lo distrusse in una sola battaglia durata meno di quattro ore […].

 

[37] […] Pontico triumpho inter pompae fercula trium uerborum praetulit titulum, “ueni, uidi, uici”, non acta belli significantem sicut ceteris, sed celeriter confecti notam.

[37] […] Per il trionfo sul Ponto, in mezzo alle ricchezze portate in mostra, fece esporre su un cartello con sopra scritto: “Venni, vidi, vinsi”, sottolineando così la fulmineità della campagna, invece di dettagliarne le diverse azioni come per le altre.

 

Cesare in battaglia. Illustrazione di G. Rava.

 

App. Mith. 120 [Appiano, Le guerre di Mitridate, a cura di A. Mastrocinque, Milano 1999, 164-167 (con note)]

 

Φαρνάκης δ᾽ ἐπολιόρκει Φαναγορέας καὶ τὰ περίοικα τοῦ Βοσπόρου, μέχρι τῶν Φαναγορέων διὰ λιμὸν ἐς μάχην προελθόντων ἐκράτει τῇ μάχῃ, καὶ βλάψας οὐδέν, ἀλλὰ φίλους ποιησάμενος καὶ λαβὼν ὅμηρα, ἀνεχώρει. μετ᾽ οὐ πολὺ δὲ καὶ Σινώπην εἷλε καὶ Ἀμισὸν ἐνθυμιζόμενος καὶ Καλουίνῳ στρατηγοῦντι ἐπολέμησεν, ᾧ χρόνῳ Πομπήιος καὶ Καῖσαρ ἐς ἀλλήλους ᾖσαν, ἕως αὐτὸν Ἄσανδρος ἐχθρὸς ἴδιος, Ῥωμαίων οὐ σχολαζόντων, ἐξήλασε τῆς Ἀσίας. ἐπολέμησε δὲ καὶ αὐτῷ Καίσαρι καθελόντι Πομπήιον, ἐπανιόντι ἀπ᾽ Αἰγύπτου, περὶ τὸ Σκότιον ὄρος, ἔνθα ὁ πατὴρ αὐτοῦ Ῥωμαίων τῶν ἀμφὶ Τριάριον ἐκεκρατήκει: καὶ ἡττηθεὶς ἔφευγε σὺν χιλίοις ἱππεῦσιν ἐς Σινώπην. Καίσαρος δ᾽ αὐτὸν ὑπ᾽ ἀσχολίας οὐ διώξαντος, ἀλλ᾽ ἐπιπέμψαντος αὐτῷ Δομίτιον, παραδοὺς τὴν Σινώπην Δομιτίῳ ὑπόσπονδος ἀφείθη μετὰ τῶν ἱππέων. καὶ τοὺς ἵππους ἔκτεινε πολλὰ δυσχεραινόντων τῶν ἱππέων, ναυσὶ δ᾽ ἐπιβὰς ἐς τὸν Πόντον ἔφυγε, καὶ Σκυθῶν τινας καὶ Σαυροματῶν συναγαγὼν Θεοδοσίαν καὶ Παντικάπαιον κατέλαβεν. ἐπιθεμένου δ᾽ αὖθις αὐτῷ κατὰ τὸ ἔχθος Ἀσάνδρου, οἱ μὲν ἱππεῖς ἀπορίᾳ τε ἵππων καὶ ἀμαθίᾳ πεζομαχίας ἐνικῶντο, αὐτὸς δὲ ὁ Φαρνάκης μόνος ἠγωνίζετο καλῶς, μέχρι κατατρωθεὶς ἀπέθανε, πεντηκοντούτης ὢν καὶ βασιλεύσας Βοσπόρου πεντεκαίδεκα ἔτεσιν.

 

Farnace assediava Fanagoria e gli abitanti vicini del Bosforo, fino a quando i Fanagorei furono costretti dalla fame a uscire e dare battaglia; egli li vinse, ma non volle far loro del male, bensì li rese suoi amici, prese ostaggi e si allontanò. Poco tempo dopo si impadronì pure di Sinope e contava di prendere anche Amiso; fece guerra con il generale Calvino[1], all’epoca in cui Pompeo e Cesare muovevano l’uno contro l’altro; infine Asandro[2], suo nemico personale, lo cacciò dall’Asia, mentre i Romani erano ancora impegnati. Combatté poi anche con lo stesso Cesare, che aveva eliminato Pompeo e ritornava dall’Egitto, presso il monte Scotios, dove suo padre aveva avuto la meglio sui Romani condotti da Triario[3]. Qui fu sconfitto e fuggì con mille cavalieri verso Sinope. Cesare era troppo impegnato per inseguirlo, ma inviò contro di lui Domizio. Farnace consegnò a Domizio la città di Sinope, e in base a un accordo fu lasciato andare insieme ai suoi cavalieri. Fece uccidere i cavalli, tra il generale dispiacere dei cavalieri, si imbarcò sulle navi e fuggì verso il Ponto, dove radunò alcuni Sciti e Sarmati, con cui prese Teodosia e Panticapeo. Asandro, per inimicizia, lo attaccò nuovamente e i cavalieri di Farnace furono vinti perché non avevano cavalli e non sapevano combattere a piedi. Il solo Farnace combatté con valore finché non fu trafitto e morì, all’età di cinquant’anni, dopo aver regnato sul Bosforo per quindici anni[4].

 

 

[1] In realtà il suo nome era Cneo Domizio Calvino, che era stato incaricato da Cesare di amministrare la Siria e le province limitrofe; cercando di bloccare l’avanzata di Farnace, che aveva riconquistato l’Armenia Minore e la Cappadocia, egli fu sconfitto presso Nicopoli: Cesare, Bellum Alexandrinum 34-41; Cassio Dione, XLII, 46.

[2] Asandro era genero di Farnace, il quale gli aveva affidato il regno del Bosforo nel momento in cui egli aveva intrapreso la riconquista dei territori che un tempo erano appartenuti a Mitridate, ma poi si ribellò a Farnace nella speranza di vedersi attribuire il regno dai Romani: Cassio Dione, XLII, 46, 4.

[3] Cfr. cap. 89; la medesima notazione si trova in Cesare, Bellum Alexandrinum 72-73 e in Cassio Dione, XLII, 48, 2, il quale afferma che Cesare innalzò un trofeo accanto a quello eretto da Mitridate dopo la sua vittoria su Triario. Sulla campagna di Cesare contro Farnace, nel 47 a.C., resa famosa dal messaggio inviato a Roma: “veni, vidi, vici”, dopo la vittoria presso Zela, cfr. Cesare, Bellum Alexandrinum 45-78; Cassio Dione, XLII, 47; Plutarco, Caesar 50.

[4] Il ribelle Asandro, dopo avere ucciso Farnace (cfr. Cassio Dione, XLII, 47, 5), non riuscì a farsi assegnare il regno bosforano da Cesare, che gli preferì Mitridate di Pergamo, rampollo della corte mitridatica che si era dimostrato fedelissimo a Cesare nella guerra alessandrina contro Pompeo e i Pompeiani; tuttavia Mitridate di Pergamo non riuscì a prendere possesso del suo regno, perché fu ucciso da Asandro, che regnò sul Bosforo in quanto marito di Dynamis, figlia di Farnace: Cesare, Bellum Alexandrinum 78; Cassio Dione, XLII, 48.

 

Stele funeraria di Staphilos, da Panticapaeum.

 

Cass. Dio XLII, 45-48 [Cassio Dione, Storia romana, volume secondo (libri XXXIX-XLIII), a cura di G. Norcio, Milano 2016(3), 406-411]

 

[45] καὶ αὐτὸν ἐπὶ πλεῖον ἂν ἐν τῇ Αἰγύπτῳ κατέσχεν, ἢ καὶ ἐς τὴν Ῥώμην εὐθὺς αὐτῷ συναπῆρεν, | εἰ μήπερ ὁ Φαρνάκης καὶ ἐκεῖθεν πάνυ ἄκοντα τὸν Καίσαρα ἐξήγαγε καὶ ἐς τὴν Ἰταλίαν [2] ἐπειχθῆναι ἐκώλυσεν. οὗτος γὰρ παῖς μὲν τοῦ Μιθριδάτου ἦν καὶ τοῦ Βοσπόρου τοῦ Κιμμερίου ἦρχεν, ὥσπερ εἴρηται, ἐπιθυμήσας δὲ πᾶσαν τὴν πατρῴαν βασιλείαν ἀνακτήσασθαι ἐπανέστη κατ᾽ αὐτὴν τήν τε τοῦ Καίσαρος καὶ τὴν τοῦ Πομπηίου στάσιν, καὶ οἷα τῶν Ῥωμαίων τότε μὲν πρὸς ἀλλήλους ἀσχόλων γενομένων, αὖθις δὲ ἐν τῇ [3] Αἰγύπτῳ κατασχεθέντων, τήν τε Κολχίδα ἀκονιτὶ προσηγάγετο καὶ τὴν Ἀρμενίαν ἀπόντος τοῦ Δηιοτάρου πᾶσαν, τῆς τε Καππαδοκίας καὶ τῶν τοῦ Πόντου πόλεών τινας, αἳ τῷ τῆς Βιθυνίας νομῷ [46] προσετετάχατο, κατεστρέψατο. πράσσοντος δὲ αὐτοῦ ταῦτα ὁ Καῖσαρ αὐτὸς μὲν οὐκ ἐκινήθη (οὔτε γὰρ ἡ Αἴγυπτός πω καθειστήκει, καὶ ἐλπίδος τι εἶχε δι᾽ ἑτέρων αὐτὸν χειρώσεσθαἰ), Γναῖον δὲ Δομίτιον Καλουῖνον ἔπεμψε, τήν τε Ἀσίαν οἱ καὶ …… στρατόπεδα προστάξας. [2] καὶ ὃς τὸν Δηιόταρον καὶ τὸν Ἀριοβαρζάνην προσλαβὼν ἤλασεν εὐθὺς ἐπὶ τὸν Φαρνάκην ἐν τῇ Νικοπόλει ὄντα (καὶ γὰρ ταύτην προκατειλήφεἰ), καὶ καταφρονήσας, ἐπειδὴ ἐκεῖνος τὴν παρουσίαν αὐτοῦ φοβηθεὶς ἀνοχὴν ἐπὶ πρεσβεύσει ἑτοίμως ἔσχε ποιήσασθαι, οὔτε ἐσπείσατο αὐτῷ καὶ [3] συμβαλὼν ἡττήθη. καὶ ὁ μὲν ἐκ τούτου ἐς τὴν Ἀσίαν, ἐπειδὴ μήτε ἀξιόμαχός οἱ ἦν καὶ ὁ χειμὼν προσῄει, ἀνεχώρησεν· Φαρνάκης δὲ μεγάλα δὴ φρονῶν τά τε ἄλλα τὰ ἐν τῷ Πόντῳ προσκατεκτήσατο, καὶ Ἀμισὸν καίπερ ἐπὶ πλεῖον ἀντισχοῦσαν εἷλέ τε καὶ διήρπασε, τούς τε ἡβῶντας ἐν αὐτῇ πάντας ἀπέκτεινε, καὶ ἐς τὴν Βιθυνίαν τήν τε Ἀσίαν ἐπὶ ταῖς αὐταῖς τῷ πατρὶ ἐλπίσιν ἠπείγετο. [4] κἀν τούτῳ μαθὼν τὸν Ἄσανδρον, ὃν ἐπίτροπον τοῦ Βοσπόρου κατελελοίπει, νενεοχμωκότα, οὐκέτι περαιτέρω προεχώρησεν· ἐκεῖνος γάρ, ἐπειδὴ τάχιστα πόρρω τε ὁ Φαρνάκης ἀπ᾽ αὐτοῦ προϊὼν ἠγγέλθη, καὶ ἐδόκει, εἰ καὶ τὰ μάλιστα ἔν γε τῷ παρόντι ἀνθοῖ, ἀλλ᾽ οὔτι γε καὶ ἔπειτα καλῶς ἀπαλλάξειν, ἐπανέστη αὐτῷ ὡς καὶ τοῖς Ῥωμαίοις τι χαριούμενος τήν τε δυναστείαν τοῦ Βοσπόρου παρ᾽ αὐτῶν ληψόμενος. [47] τοῦτ᾽ οὖν ὁ Φαρνάκης ἀκούσας ὥρμησεν ἐπ᾽ αὐτὸν μάτην· τὸν γὰρ Καίσαρα ἐν τῇ ὁδῷ εἶναι καὶ ἐς τὴν Ἀρμενίαν ἐπείγεσθαι πυθόμενος ἀνέστρεψε, κἀνταῦθα αὐτῷ περὶ Ζέλαν συνέτυχεν. ὁ γὰρ Καῖσαρ τοῦ τε Πτολεμαίου τελευτήσαντος καὶ τοῦ Δομιτίου νικηθέντος οὔτε εὐπρεπῆ οὔτε λυσιτελῆ οἱ τὴν ἐν τῇ Αἰγύπτῳ διατριβὴν ἐνόμισεν εἶναι, ἀλλὰ ἀφωρμήθη, καὶ τάχει πολλῷ χρησάμενος ἐς τὴν Ἀρμενίαν ἀφίκετο. [2] ἐκπλαγεὶς οὖν ὁ βάρβαρος, καὶ πολὺ μᾶλλον τὴν ὁρμὴν ἢ τὸν στρατὸν αὐτοῦ καταδείσας, προσέπεμψεν αὐτῷ πρὶν πλησιάσαι πολλάκις προκηρυκευόμενος, εἴ πως τὸ παρὸν ἐφ᾽ ὁτῳδὴ συνθέμενος ἐκφύγοι. [3] προΐσχετο δὲ ἄλλα τε καὶ ἐν τοῖς μάλιστα ὅτι οὐ συνήρατο τῷ Πομπηίῳ· καὶ ἤλπιζεν ὑπάξεσθαί τε αὐτὸν ἐς σπονδὰς ἅτε καὶ ἐς τὴν Ἰταλίαν τήν τε Ἀφρικὴν ἐπειγόμενον, καὶ ἀπελθόντος αὐτοῦ ῥᾳδίως αὖθις πολεμήσειν. [4] ὑποπτεύσας οὖν τοῦτο ὁ Καῖσαρ τοὺς μὲν πρώτους καὶ τοὺς δευτέρους πρέσβεις ἐφιλοφρονήσατο, ὅπως ὅτι μάλιστα ἀπροσδοκήτῳ οἱ τῇ τῆς εἰρήνης ἐλπίδι προσπέσῃ, τῶν δὲ τρίτων ἐλθόντων τά τε ἄλλα ἐπεκάλεσεν αὐτῷ καὶ ὅτι τὸν Πομπήιον τὸν εὐεργέτην ἐγκατέλιπεν. [5] καὶ οὐκ ἀνεβάλετο, ἀλλ᾽ εὐθὺς αὐθημερόν, ὥσπερ εἶχεν ἐκ τῆς ὁδοῦ, συνέμιξε, καί τινα χρόνον ὑπό τε τῆς ἵππου καὶ ὑπὸ τῶν δρεπανηφόρων ἐκταραχθεὶς ἔπειτα τοῖς ὁπλίταις ἐκράτησε. καὶ ἐκεῖνον μὲν ἐκφυγόντα ἐπὶ τὴν θάλασσαν, καὶ ἐς τὸν Βόσπορον μετὰ τοῦτο ἐσβιαζόμενον, ὁ Ἄσανδρος εἶρξέ τε καὶ [48] ἀπέκτεινε· Καῖσαρ δὲ ἐπὶ τῇ νίκῃ, καίπερ οὐ πάνυ διαπρεπεῖ γενομένῃ, πολὺ καὶ ὅσον ἐπ᾽ οὐδεμιᾷ ἄλλῃ ἐφρόνησεν, ὅτι ἔν τε τῇ αὐτῇ ἡμέρᾳ καὶ ἐν τῇ αὐτῇ ὥρᾳ καὶ ἦλθε πρὸς τὸν πολέμιον καὶ εἶδεν αὐτὸν καὶ ἐνίκησε. [2] καὶ τά τε λάφυρα πάντα, καίτοι πλεῖστα γενόμενα, τοῖς στρατιώταις ἐδωρήσατο, καὶ τρόπαιον, ἐπειδήπερ ὁ Μιθριδάτης ἀπὸ τοῦ Τριαρίου ἐνταῦθά που ἐγηγέρκει, ἀντανέστησε· καθελεῖν μὲν γὰρ τὸ τοῦ βαρβάρου οὐκ ἐτόλμησεν ὡς καὶ τοῖς ἐμπολεμίοις θεοῖς ἱερωμένον, τῇ δὲ δὴ τοῦ ἰδίου παραστάσει καὶ ἐκεῖνο συνεσκίασε καὶ τρόπον τινὰ καὶ κατέστρεψε. [3] καὶ μετὰ τοῦτο τὴν χώραν ὅσην τῶν τε Ῥωμαίων καὶ τῶν ἐνόρκων σφίσιν ἀποτετμημένος ὁ Φαρνάκης ἦν ἐκομίσατο, καὶ αὐτὴν πᾶσαν ὡς ἑκάστοις τοῖς ἀπολέσασιν ἔδωκε, πλὴν μέρους τινὸς τῆς Ἀρμενίας, ὃ τῷ Ἀριοβαρζάνει ἐχαρίσατο. [4] τούς τε Ἀμισηνοὺς ἐλευθερίᾳ ἠμείψατο, καὶ τῷ Μιθριδάτῃ τῷ Περγαμηνῷ τετραρχίαν τε ἐν Γαλατίᾳ καὶ βασιλείας ὄνομα ἔδωκε, πρός τε τὸν Ἄσανδρον πολεμῆσαι ἐπέτρεψεν, ὅπως καὶ τὸν Βόσπορον κρατήσας αὐτοῦ λάβῃ, ὅτι πονηρὸς ἐς τὸν φίλον ἐγένετο.

 

 

[45] E [Cleopatra] l’avrebbe trattenuto in Egitto più a lungo, o sarebbe partita immediatamente per Roma insieme a lui [= Cesare], se Farnace non l’avesse strappato di là contro voglia e non gli avesse impedito di venire in Italia. [2] Costui era figlio di Mitridate e governava, come ho già detto, sul Bosforo Cimmerio. Desideroso di recuperare tutto il dominio paterno, prese le armi proprio durante la contesa tra Cesare e Pompeo. Mentre i Romani erano dapprima fortemente impegnati in una guerra fratricida e poi trattenuti in Egitto, [3] conquistò facilmente la Colchide, e durante l’assenza di Deiotaro tutta l’Armenia e alcune città della Cappadocia e del Ponto, che facevano parte della provincia di Bitinia. [46] Mentre Farnace faceva tali conquiste, Cesare non si mosse dall’Egitto, perché il paese non era ancora tranquillo, e d’altra parte sperava di poter vincere Farnace per mezzo dei suoi luogotenenti. Gli mandò contro Gneo Domizio Calvino, affidandogli il comando dell’Asia e di …… legioni. [2] Calvino unì a sé gli eserciti di Deiotaro e di Ariobarzane e marciò subito contro Farnace, che si trovava nella città di Nicopoli, da lui già conquistata. Farnace, atterrito dall’arrivo di Calvino, gli mandò messi, dichiarandosi pronto a intavolare trattative di pace; ma Calvino, credendosi superiore in forze, non accettò e lo assalì. [3] Sconfitto, si ritirò in Asia, perché non si riteneva capace di fronteggiarlo e anche perché l’inverno era vicino. Intanto Farnace, inorgoglito, conquistò le altre regioni del Ponto e anche la città di Amiso, benché resistesse a lungo. Dopo la conquista, saccheggiò la città, uccise tutti gli uomini atti alle armi che in essa si trovavano, e si affrettò verso la Bitinia e l’Asia, animato dalle stesse speranze che aveva avuto suo padre. [4] Avendo saputo che Asandro, a cui aveva affidato il governo del Bosforo, macchinava novità, non avanzò oltre: Asandro, infatti, appena fu informato che Farnace era partito per un luogo lontano da lui, pensando che un eventuale successo di questo re non sarebbe stato duraturo, insorse, convinto di fare cosa gradita ai Romani e che avrebbe ricevuto da loro il governo del Bosforo. [47] Saputo ciò, Farnace marciò contro Asandro, ma la spedizione fu inutile: informato che Cesare era in marcia e che si affrettava verso l’Armenia, tornò indietro e lo incontrò presso Zela. Dopo la morte di Tolemeo e la sconfitta di Domizio, Cesare aveva capito che non era né lodevole né utile per lui un ulteriore soggiorno in Egitto: perciò era partito, e con una veloce marcia era giunto in Armenia. [2] Il barbaro fu spaventato e, temendo molto più la sua rapidità che il suo esercito, gli inviò parecchi messaggi prima che si avvicinasse, desiderando intavolare trattative di pace allo scopo di evitare in un modo o nell’altro il presente pericolo. [3] Gli disse varie cose, e gli ricordò soprattutto che non aveva aiutato Pompeo. Sperava di persuaderlo a fare la pace, convinto che Cesare aveva fretta di tornare in Africa e in Italia: dopo la sua partenza, egli avrebbe facilmente ripreso la guerra. [4] Cesare, che aveva sospettato proprio questo, accolse benevolmente la prima e la seconda ambasceria, per poter assalire Farnace mentre era lontanissimo dal pensare a un attacco a causa delle trattative di pace in corso. Ma quando giunse la terza ambasceria, mosse veri rimproveri a Farnace, tra cui il non aver aiutato Pompeo, che lo aveva beneficato. Così non perse tempo e subito, lo stesso giorno in cui era arrivato, proprio appena giunse, lo attaccò. [5] Per un momento ebbe qualche difficoltà a causa della cavalleria e dei carri falcati del nemico; ma poi con la sua fanteria armata pesantemente ebbe la meglio. Farnace fuggì verso il mare e poi tentò di entrare nel Bosforo; ma Asandro lo bloccò e lo uccise. [48] Cesare fu assai orgoglioso di questa vittoria, più di ogni altra, quantunque non fosse stata molto brillante, perché nello stesso giorno e nella stessa ora in cui era venuto in contatto col nemico l’aveva visto e sconfitto. Di tutte le spoglie, benché fossero di grandissimo valore, fece dono ai soldati, [2] e poiché Mitridate aveva un giorno eretto qui un trofeo per la vittoria su Triario, fece innalzare accanto ad esso un altro trofeo. Non osò distruggere quello del barbaro, perché era stato consacrato agli dèi della guerra; però, mettendogli vicino il proprio, annullava l’importanza del trofeo nemico e in un certo modo lo distruggeva. [3] Riconquistati i territori di Roma e degli alleati, che erano stati occupati da Farnace, li distribuì tutti ai singoli sovrani che li avevano perduti, eccettuata una piccola parte dell’Armenia, di cui fece dono ad Ariobarzane. [4] Agli abitanti di Amiso concesse la libertà; a Mitridate, detto il Pergameno, diede la tetrarchia in Galazia e il titolo di re, e gli permise di fare la guerra contro Asandro, affinché, dopo aver vinto costui che aveva tradito l’amico, potesse ottenere la signoria sul Bosforo.

 

 

 

Bibliografia di approfondimento:

 

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La battaglia di Canne – 2 agosto 216 a.C. (Liv. XXII, 42-49)

di Tito Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, vol. V (libri XXI-XXIII), note di M. Scàndola, Milano 1991(3), pp. 316-337.

Scena dello scontro, di I. Dzis.

 

[42] Ubi inluxit, subductae primo stationes, deinde propius adeuntibus insolitum silentium admirationem fecit. Tum satis comperta solitudine in castris concursus fit ad praetoria consulum nuntiantium fugam hostium adeo trepidam ut tabernaculis stantibus castra reliquerint, quoque fuga obscurior esset, crebros etiam relictos ignes. Clamor inde ortus ut signa proferri iuberent ducerentque ad persequendos hostes ac protinus castra diripienda et consul alter uelut unus turbae militaris erat: Paulus etiam atque etiam dicere prouidendum praecauendumque esse; postremo, cum aliter neque seditionem neque ducem seditionis sustinere posset, Marium Statilium praefectum cum turma Lucana exploratum mittit. Qui ubi adequitauit portis, subsistere extra munimenta ceteris iussis ipse cum duobus equitibus uallum intrauit speculatusque omnia cum cura renuntiat insidias profecto esse: ignes in parte castrorum quae uergat in hostem relictos; tabernacula aperta et omnia cara in promptu relicta; argentum quibusdam locis temere per uias uel[ut] obiectum ad praedam uidisse. Quae ad deterrendos a cupiditate animos nuntiata erant, ea accenderunt, et clamore orto a militibus, ni signum detur, sine ducibus ituros, haudquaquam dux defuit; nam extemplo Varro signum dedit proficiscendi. Paulus, cum ei sua sponte cunctanti pulli quoque auspicio non addixissent, nuntiari iam efferenti porta signa collegae iussit. Quod quamquam Varro aegre est passus, Flamini tamen recens casus Claudique consulis primo Punico bello memorata naualis clades religionem animo incussit. Di prope ipsi eo die magis distulere quam prohibuere imminentem pestem Romanis; nam forte ita euenit ut, cum referri signa in castra iubenti consuli milites non parerent, serui duo Formiani unus, alter Sidicini equitis, qui Seruilio atque Atilio consulibus inter pabulatores excepti a Numidis fuerant, profugerent eo die ad dominos; deductique ad consules nuntiant omnem exercitum Hannibalis trans proximos montes sedere in insidiis. Horum opportunus aduentus consules imperii potentes fecit, cum ambitio alterius suam primum apud eos praua indulgentia maiestatem soluisset.

 

 

[42] Quando spuntò il giorno destarono meraviglia due fatti, primo il ritiro dei posti di guardia, poi l’insolito silenzio che colpì coloro che più dappresso si erano accostati. Come ormai si ebbe la certezza che il campo di Annibale era deserto, vi fu un accorrere alle tende dei consoli da parte di coloro i quali portavano la notizia che Annibale era fuggito con tanta rapidità che il campo era stato abbandonato senza che nemmeno si fossero levate le tende; perché poi la fuga fosse tenuta più nascosta si erano anche lasciati parecchi fuochi. Sorsero, quindi, alte grida poiché i soldati chiedevano a gran voce che i consoli comandassero di avanzare e li conducessero all’inseguimento del nemico e subito dopo al saccheggio dell’accampamento. Mentre l’uno dei consoli si comportava come se appartenesse alla folla dei soldati, Paolo continuava a dire che si doveva essere prudenti e cauti; alla fine, non potendo più tendere a freno né la ribellione dei soldati, né il capo di questa ribellione, mandò in ricognizione il prefetto Mario Statilio con uno squadrone di cavalieri lucani. Appena Statilio ebbe cavalcato presso le porte, avendo ordinato agli altri di fermarsi fuori delle fortificazioni, egli stesso entrò nella trincea con due cavalieri e, dopo aver accuratamente esaminato tutto all’intorno, tornò indietro a riferire che in quella situazione si dovevano certamente nascondere delle insidie. Erano stati, infatti, lasciati dei fuochi in quella parte del campo che era rivolta in direzione del nemico; le tende erano aperte e tutti gli oggetti di valore erano stati lasciati a portata di mano. Egli aveva, inoltre, visto in alcuni luoghi l’argento quasi gettato a caso per le vie dell’accampamento, come offerto al saccheggio. Proprio quelle notizie che erano state date per trattenere gli animi dalla cupidigia, al contrario l’eccitarono; quando sorse un clamore fra i soldati che gridavano che sarebbero andati avanti senza comandanti anche se non fosse stato dato alcun segnale, allora il comandante non si sottrasse di certo, poiché Varrone diede subito il segnale della partenza. Paolo, non avendo i polli dato buon presagio a lui che già per istinto voleva sospendere l’impresa, ordinò di avvertire di questo fatto il collega che già stava per uscire con le insegne. Benché Varrone mal sopportasse ciò, tuttavia, l’episodio recente di Flaminio e la famosa sconfitta navale riportata dal console Claudio nella prima guerra punica, determinarono nel suo animo un certo timore superstizioso. Gli stessi dèi, starei per dire, differirono soltanto più che impedire la sciagura che in quel giorno sovrastava i Romani. Infatti, avvenne per caso che, mentre i soldati non volevano ubbidire al console che ordinava di riportare le insegne al campo, due schiavi, l’uno di un cavaliere formiano, l’altro di un cavaliere sidicino, che durante il consolato di Servilio ed Atilio erano stati fatti prigionieri dai Numidi mentre foraggiavano, riuscirono quel giorno a fuggire e a ritornare ai loro padroni. Condotti dinanzi al console, lo informarono che tutto l’esercito di Annibale stava al di là dei monti vicini, pronto all’agguato. Il provvidenziale arrivo di costoro ridiede autorità al comando dei consoli, poiché il desiderio di popolarità di uno di loro aveva con la sua colpevole indulgenza per prima cosa annullato la sua stessa autorità presso i soldati.

 

Cavaliere (dettaglio). Rilievo, marmo, II sec. d.C. ca. dal pannello del Sarcofago di Sidamara, da Ambararasi (Konya). Istanbul, Museo Archeologico.

 

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[43] Hannibal postquam motos magis inconsulte Romanos quam ad ultimum temere euectos uidit, nequiquam detecta fraude in castra rediit. Ibi plures dies propter inopiam frumenti manere nequit, nouaque consilia in dies non apud milites solum mixtos ex conluuione omnium gentium sed etiam apud ducem ipsum oriebantur. Nam cum initio fremitus, deinde aperta uociferatio fuisset exposcentium stipendium debitum querentiumque annonam primo, postremo famem, et mercennarios milites, maxime Hispani generis, de transitione cepisse consilium fama esset, ipse etiam interdum Hannibal de fuga in Galliam dicitur agitasse ita ut relicto peditatu omni cum equitibus se proriperet. Cum haec consilia atque hic habitus animorum esset in castris, mouere inde statuit in calidiora atque eo maturiora messibus Apuliae loca, simul ut, quo longius ab hoste recessisset, eo transfugia impeditiora leuibus ingeniis essent. Profectus est nocte ignibus similiter factis tabernaculisque paucis in speciem relictis, ut insidiarum par priori metus contineret Romanos. Sed per eundem Lucanum Statilium omnibus ultra castra transque montes exploratis, cum relatum esset uisum procul hostium agmen, tum de insequendo eo consilia agitari coepta. Cum utriusque consulis eadem quae ante semper fuisset sententia, ceterum Varroni fere omnes, Paulo nemo praeter Seruilium, prioris anni consulem, adsentiretur, [ex] maioris partis sententia ad nobilitandas clade Romana Cannas urgente fato profecti sunt. Prope eum uicum Hannibal castra posuerat auersa a Volturno uento, qui campis torridis siccitate nubes pulueris uehit. Id cum ipsis castris percommodum fuit, tum salutare praecipue futurum erat cum aciem dirigerent, ipsi auersi terga tantum adflante uento in occaecatum puluere offuso hostem pugnaturi.

 

[43] Annibale, dopo che vide che i Romani avevano compiuto soltanto dei movimenti inconsulti e non erano ancora stati trascinati dalla loro avventatezza alle estreme conseguenze, ritornò negli accampamenti senza aver raggiunto il proprio intento, in quanto l’inganno era stato scoperto. Qui non poté trattenersi più giorni a causa della mancanza di frumento; nel frattempo, ogni giorno si escogitava un nuovo piano, non solo da parte dei soldati, che erano un’accozzaglia di popoli di ogni specie, ma anche da parte dello stesso comandante. Infatti, se da principio nacque solo un mormorio, poi si ebbero addirittura aperte grida di coloro che reclamavano lo stipendio dovuto e di quelli che protestavano prima per la scarsezza del cibo, poi per la fame, mentre si diceva che i soldati mercenari, soprattutto quelli di nazionalità spagnola, avevano deliberato di disertare. Allora si racconta che lo stesso Annibale abbia più volte pensato a riparare in Gallia, coll’idea di darsi alla fuga con tutta la cavalleria, abbandonando la fanteria. Questi erano i piani e questo era lo stato d’animo negli accampamenti, quando Annibale stabilì di muovere verso località dell’Apulia più calde e perciò più favorevoli ad una più ampia maturazione delle messi; nello stesso tempo pensava che quanto più lontano egli si fosse ritirato dal nemico, tanto più difficili sarebbero state le diserzioni per uomini di carattere così volubile. Partì nottetempo lasciando, come aveva già fatto, alcuni fuochi accesi e poche tende in piedi per mostra, perché una paura degli agguati simile alla precedente riuscisse a trattenere i Romani. Tuttavia, quando lo stesso lucano Statilio, che aveva fatto un’accurata ricognizione oltre gli alloggiamenti e al di là dei monti, riferì che si vedeva da lontano l’esercito nemico in marcia, allora ricominciarono a diffondersi progetti di inseguimento. Poiché ciascuno dei due consoli persisteva nell’opinione che aveva sempre avuto, quasi tutti erano del parere di Varrone, mentre nessuno seguiva Paolo, eccetto Servilio, console dell’anno precedente. Così per decisione della maggioranza i consoli e gli eserciti si avviarono per rendere famosa, sotto l’imperversare del destino, la disfatta dei Romani a Canne. Nei pressi di questo villaggio, Annibale aveva posto gli accampamenti in una posizione contraria al soffiare del vento scirocco, che sollevava nubi di polvere dai campi torridi per la siccità. Questa circostanza gli tornò molto favorevole allora e soprattutto in futuro, quando si dovette ordinare lo schieramento per la battaglia; i Cartaginesi avrebbero perciò combattuto in posizione contraria al vento, che avrebbe soffiato soltanto alle loro spalle, mentre il nemico sarebbe stato accecato dal polverone che si levava tutto intorno.

Annibale Barca. Busto, marmo. Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

 

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[44] Consules satis exploratis itineribus sequentes Poenum, ut uentum ad Cannas est et in conspectu Poenum habebant, bina castra communiunt, eodem ferme interuallo quo ad Gereonium sicut ante copiis diuisis. Aufidus amnis, utrisque castris adfluens, aditum aquatoribus ex sua cuiusque opportunitate haud sine certamine dabat; ex minoribus tamen castris, quae posita trans Aufidum erant, liberius aquabantur Romani, quia ripa ulterior nullum habebat hostium praesidium. Hannibal spem nanctus locis natis ad equestrem pugnam, qua parte uirium inuictus erat, facturos copiam pugnandi consules, dirigit aciem lacessitque Numidarum procursatione hostes. Inde rursus sollicitari seditione militari ac discordia consulum Romana castra, cum Paulus Sempronique et Flamini temeritatem Varroni Varro speciosum timidis ac segnibus ducibus exemplum Fabium obiceret testareturque deos hominesque hic nullam penes se culpam esse, quod Hannibal iam uel[ut] usu cepisset Italiam; se constrictum a collega teneri; ferrum atque arma iratis et pugnare cupientibus adimi militibus; ille, si quid proiectis ac proditis ad inconsultam atque improuidam pugnam legionibus accideret, se omnis culpae exsortem, omnis euentus participem fore diceret; uideret ut quibus lingua prompta ac temeraria, aeque in pugna uigerent manus.

 

[44] I consoli, sorvegliando bene le strade mentre inseguivano Annibale, come giunsero a Canne di fronte a lui, fortificarono i due accampamenti che distavano l’uno dall’altro lo stesso spazio come a Gereonio, prima che le milizie si dividessero. Il fiume Aufido che scorreva vicino ad ambedue i campi, lasciava libero accesso a coloro che andavano ad attingere acqua secondo le necessità di ciascuno, senza, pertanto, che non avvenissero piccoli scontri; tuttavia, i Romani preferivano attingere acqua movendo dall’accampamento minore, che era posto al di là dell’Aufido, perché la riva sinistra del fiume non aveva alcun presidio nemico. Annibale, nutrendo la speranza che i consoli gli avrebbero offerto l’opportunità di combattere in quei luoghi fatti per uno scontro di cavalleria, arma nella quale egli si sentiva invincibile, dispose le schiere a battaglia e ordinò ai Numidi di provocare con scaramucce i nemici. In conseguenza di ciò, negli accampamenti romani si accendevano di nuovo e le ribellioni dei soldati e le discordie fra i due consoli, quando Paolo rinfacciava a Varrone l’avventatezza di Sempronio e di Flaminio, mentre Varrone opponeva Fabio come esempio ben noto a comandanti pigri e codardi. Chiamava poi a testimoni gli dèi e gli uomini che egli non aveva nessuna colpa se Annibale aveva occupato l’Italia come una terra propria; egli, al contrario, era costretto e trattenuto dal collega, mentre si portavano via le armi e gli strumenti di guerra ai soldati che, pieni di sdegno contro il nemico, bramavano di combattere. Paolo Emilio, al contrario, affermava di ritenere sé esente da ogni colpa qualora accadesse qualche triste evento alle legioni abbandonate e gettate in preda ad una sconsiderata ed incauta battaglia; nonostante ciò, egli prometteva che avrebbe condiviso la responsabilità di qualsiasi sorte. Provvedesse Varrone a far sì che coloro che avevano la lingua lunga ed avventata fossero altrettanto forti e pronti di mano.

 

Soldati cartaginesi. Illustrazione di R. Hook.

 

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[45] Dum altercationibus magis quam consiliis tempus teritur, Hannibal ex acie, quam ad multum diei tenuerat instructam, cum in castra ceteras reciperet copias, Numidas ad inuadendos ex minoribus castris Romanorum aquatores trans flumen mittit. Quam inconditam turbam cum uixdum in ripam egressi clamore ac tumultu fugassent, in stationem quoque pro uallo locatam atque ipsas prope portas euecti sunt. Id uero indignum uisum ab tumultuario auxilio iam etiam castra Romana terreri, ut ea modo una causa ne extemplo transirent flumen dirigerentque aciem tenuerit Romanos quod summa imperii eo die penes Paulum fuerit. Itaque postero die Varro, cui sors eius diei imperii erat, nihil consulto collega signum proposuit instructasque copias flumen traduxit, sequente Paulo quia magis non probare quam non adiuuare consilium poterat. Transgressi flumen eas quoque quas in castris minoribus habuerant copias suis adiungunt atque ita instructa acie in dextro cornu—id erat flumini propius—Romanos equites locant, deinde pedites: laeuum cornu extremi equites sociorum, intra pedites, ad medium iuncti legionibus Romanis, tenuerunt: iaculatores ex ceteris leuium armorum auxiliis prima acies facta. Consules cornua tenuerunt, Terentius laeuum, Aemilius dextrum: Gemino Seruilio media pugna tuenda data.

 

[45] Mentre i Romani passavano il tempo a fare vivaci discussioni più che piani concreti, Annibale, che aveva raccolto nell’accampamento anche le altre milizie, da quella schiera che fino a giorno tardo aveva mantenuto in ordine di battaglia, staccò i Numidi e li mandò ad assalire di sorpresa quelli dei Romani che uscivano dall’accampamento minore per provvedere acqua al di là del fiume. I Numidi, appena balzati sulla riva, essendo riusciti con grande clamore e confusione a mettere in fuga quella schiera disordinata, avanzarono ad un posto di guardia collocato dinanzi alla trincea e quasi fino alle porte stesse del campo. In realtà parve cosa tanto vergognosa che accampamenti romani fossero presi da terrore perfino dinanzi ad un corpo di soldati irregolari, che la sola ragione per la quale i Romani si trattennero dal passare subito il fiume e disporre le schiere a battaglia, fu il fatto che in quel giorno il comando era nelle mani di Paolo. Pertanto, il giorno dopo Varrone, a cui toccava per turno il comando, senza avere affatto consultato il collega, fece dare il segnale della battaglia e trasferì l’esercito oltre il fiume, mentre Paolo lo seguiva, perché, se da un lato poteva disapprovare quella decisione, non poteva d’altra parte rifiutare il suo aiuto. Passato il fiume, i consoli unirono alle loro forze anche quelle truppe che stavano nell’accampamento minore e disposero così l’esercito in ordine di battaglia: sul fianco destro, che era più vicino al fiume, collocarono i cavalieri romani e poi i fanti; sul fianco sinistro la parte estrema dell’ala era occupata dai cavalieri alleati; nella parte interna stavano invece i fanti che si erano congiunti con le legioni romane. La prima schiera era composta dai frombolieri con altre milizie ausiliarie armate alla leggera. I consoli comandavano le due ali, Terenzio la sinistra, Emilio la destra; a Gemino Servilio fu affidata la difesa della parte centrale dello schieramento.

 

Ufficiali romani. Illustrazione di G. Rava.

 

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[46] Hannibal luce prima Baliaribus leuique alia armatura praemissa transgressus flumen, ut quosque traduxerat, ita in acie locabat, Gallos Hispanosque equites prope ripam laeuo in cornu aduersus Romanum equitatum; dextrum cornu Numidis equitibus datum media acie peditibus firmata ita ut Afrorum utraque cornua essent, interponerentur his medii Galli atque Hispani. Afros Romanam [magna ex parte] crederes aciem; ita armati erant armis et ad Trebiam ceterum magna ex parte ad Trasumennum captis. Gallis Hispanisque scuta eiusdem formae fere erant, dispares ac dissimiles gladii, Gallis praelongi ac sine mucronibus, Hispano, punctim magis quam caesim adsueto petere hostem, breuitate habiles et cum mucronibus. Ante alios habitus gentium harum cum magnitudine corporum, tum specie terribilis erat: Galli super umbilicum erant nudi: Hispani linteis praetextis purpura tunicis, candore miro fulgentibus, constiterant. Numerus omnium peditum qui tum stetere in acie milium fuit quadraginta, decem equitum. Duces cornibus praeerant sinistro Hasdrubal, dextro Maharbal; mediam aciem Hannibal ipse cum fratre Magone tenuit. Sol seu de industria ita locatis seu quod forte ita stetere peropportune utrique parti obliquus erat Romanis in meridiem, Poenis in septentrionem uersis; uentus—Volturnum regionis incolae uocant—aduersus Romanis coortus multo puluere in ipsa ora uoluendo prospectum ademit.

 

[46] All’alba Annibale, mandati avanti i soldati delle Baleari ed altre milizie dotate di armi leggere, passato il fiume così come l’aveva fatto passare a ciascun reparto, dispose in tal modo l’esercito in ordine di combattimento: collocò i Galli e gli Spagnoli accanto alla riva del fiume sul fianco sinistro contro la cavalleria romana; il fianco destro fu affidato ai cavalieri numidi, il centro fu rafforzato con la fanteria in modo che ambedue le ali fossero tenute dagli Africani; al centro si trovavano interposti Galli e Spagnoli. Si sarebbe potuto credere che in gran parte quegli Africani fossero una schiera di Romani; essi erano, infatti, armati con le armi catturate nella battaglia del Trebbia, ma, soprattutto, in gran parte nella battaglia del Trasimeno. Gli scudi dei Galli e degli Spagnoli erano pressoché uguali; le spade, invece, diverse per forma e per lunghezza, quelle dei Galli lunghissime e senza punta; quelle degli Spagnoli, al contrario, erano fatte per assalire il nemico più che di punta che di taglio, corte e maneggevoli e munite di cuspidi. Anche la vista di questa gente, fra tutte le altre incuteva un particolare terrore e per la grandezza del corpo e per l’aspetto; i Galli erano nudi dall’ombelico in su; gli Spagnoli si erano disposti in ordine rivestiti di tuniche di lino orlate di porpora, scintillanti di un mirabile candore. Il numero di tutti i fanti che si schierarono allora in campo fu di quarantamila, diecimila furono i cavalieri. I generali comandavano le ali; alla sinistra Asdrubale, alla destra Maarbale; lo stesso Annibale con il fratello Magone occupò il centro. Il sole, sia che gli eserciti si fossero così disposti per calcolo, sia che lo avessero fatto a caso, brillava assai opportunamente sul fianco dell’una e dell’altra parte, i Romani l’avevano alla sinistra, i Cartaginesi alla destra. Purtroppo il vento, che gli abitanti della regione chiamavano Volturno, essendosi levato in direzione contraria ai Romani, sollevando un gran polverone proprio contro i loro visi, tolse ad essi la possibilità di vedere.

 

Fanti iberici. Illustrazione di G. Rava.

 

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[47] Clamore sublato procursum ab auxiliis et pugna leuibus primum armis commissa; deinde equitum Gallorum Hispanorumque laeuum cornu cum dextro Romano concurrit, minime equestris more pugnae; frontibus enim aduersis concurrendum erat, quia nullo circa ad euagandum relicto spatio hinc amnis, hinc peditum acies claudebant. In derectum utrimque nitentes, stantibus ac confertis postremo turba equis uir uirum amplexus detrahebat equo. Pedestre magna iam ex parte certamen factum erat; acrius tamen quam diutius pugnatum est pulsique Romani equites terga uertunt. Sub equestris finem certaminis coorta est peditum pugna, primo et uiribus et animis par dum constabant ordines Gallis Hispanisque; tandem Romani, diu ac saepe conisi, aequa fronte acieque densa impulere hostium cuneum nimis tenuem eoque parum ualidum, a cetera prominentem acie. Impulsis deinde ac trepide referentibus pedem institere ac tenore uno per praeceps pauore fugientium agmen in mediam primum aciem inlati, postremo nullo resistente ad subsidia Afrorum peruenerunt, qui utrimque reductis alis constiterant media, qua Galli Hispanique steterant, aliquantum prominente acie. Qui cuneus ut pulsus aequauit frontem primum, deinde cedendo etiam sinum in medio dedit, Afri circa iam cornua fecerant inruentibusque incaute in medium Romanis circumdedere alas; mox cornua extendendo clausere et ab tergo hostes. Hinc Romani, defuncti nequiquam [de] proelio uno, omissis Gallis Hispanisque, quorum terga ceciderant, [et] aduersus Afros integram pugnam ineunt, non tantum [in] eo iniquam quod inclusi aduersus circumfusos sed etiam quod fessi cum recentibus ac uegetis pugnabant.

 

[47] Levatosi un grido, gli ausiliari irruppero e la battaglia si accese subito con i reparti di leggera armatura; poi l’ala sinistra della cavalleria gallica e spagnola si urtò contro l’ala destra romana, senza rispettare minimamente la tattica della battaglia equestre; infatti, non potevano fare altro che scontrarsi di fronte, poiché intorno non era rimasto spazio alcuno per fare delle evoluzioni, in quanto da un lato lo spazio era chiuso dal fiume, dall’altro dallo schieramento di fanteria. Di fronte, poiché da ambedue le parti i cavalieri si sforzavano invano nell’assalto, alla fine la turba dei cavalieri si trovò serrata senza possibilità di muoversi; ogni soldato allora, afferrandosi al collo del nemico, cercava di trascinarlo giù da cavallo. In gran parte del fronte si combatteva ormai una battaglia a piedi: più accanito che lungo fu il combattimento; i cavalieri romani respinti si diedero alla fuga. Sul finire della battaglia equestre entrò in campo la fanteria con una lotta dapprima eguale di forze e di animi, mentre rimanevano non interrotte le file dei Galli e degli Spagnoli; alla fine i Romani, pur avendo a lungo ed insistentemente tentato di aprirsi un varco, riuscirono con una colonna egualmente compatta a ricacciare indietro un cuneo nemico troppo esiguo e perciò poco solido, che sporgeva dal resto dello schieramento. Respinti di poi i nemici, mentre questi si ritiravano precipitosamente, i Romani si diedero ad incalzarli. Allora tutti insieme, passando in mezzo alla schiera di coloro che per paura fuggivano a precipizio, furono trascinati prima in mezzo alla parte centrale dello schieramento nemico, in seguito, poiché non v’era resistenza alcuna, giunsero fino alle truppe di riserva degli Africani. Costoro si erano fermati dopo il ripiegamento di ambedue le ali, mentre la parte centrale nella quale si erano schierati i Galli e gli Spagnoli si era alquanto spostata in avanti. Quando questo cuneo fu ricacciato indietro, la fronte apparve dapprima rettilinea, poi, continuando i soldati ad indietreggiare, si formò nel mezzo una rientranza, mentre gli Africani ai lati avevano già disposto le ali, in modo da prendere in mezzo i Romani che imprudentemente avevano fatto irruzione al centro. I Romani, allora, terminato inutilmente il primo combattimento, lasciati da parte Galli e Spagnoli che avevano preso alle spalle, cominciarono un nuovo combattimento contro gli Africani con esito sfavorevole, non solo perché dovevano combattere contro coloro che li incalzavano tutto intorno, ma anche perché si battevano stanchi contro soldati freschi e vigorosi.

 

Battaglia equestre. Illustrazione di A. Todaro.

 

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[48] Iam et sinistro cornu Romanis, ubi sociorum equites aduersus Numidas steterant, consertum proelium erat, segne primo et a Punica coeptum fraude. Quingenti ferme Numidae, praeter solita arma telaque gladios occultos sub loricis habentes, specie transfugarum cum ab suis parmas post terga habentes adequitassent, repente ex equis desiliunt parmisque et iaculis ante pedes hostium proiectis in mediam aciem accepti ductique ad ultimos considere ab tergo iubentur. Ac dum proelium ab omni parte conseritur, quieti manserunt; postquam omnium animos oculosque occupauerat certamen, tum arreptis scutis, quae passim inter aceruos caesorum corporum strata erant, auersam adoriuntur Romanam aciem, tergaque ferientes ac poplites caedentes stragem ingentem ac maiorem aliquanto pauorem ac tumultum fecerunt. Cum alibi terror ac fuga, alibi pertinax in mala iam spe proelium esset, Hasdrubal qui ea parte praeerat, subductos ex media acie Numidas, quia segnis eorum cum aduersis pugna erat, ad persequendos passim fugientes mittit, Hispanos et Gallos pedites Afris prope iam fessis caede magis quam pugna adiungit.

 

[48] Anche nell’ala sinistra i Romani avevano impegnato una battaglia, là dove contro i Numidi si era collocata la cavalleria alleata; il combattimento ebbe un inizio fiacco e segnato da un atto di frode tipica dei Cartaginesi. Quasi cinquecento Numidi che, oltre le solite armi offensive, avevano nascosto delle spade sotto le corazze, si misero a cavalcare tenendo dei piccoli scudi dietro la schiena, allontanandosi dai loro compagni come fossero dei disertori. All’improvviso balzarono da cavallo, e, gettati ai piedi dei Romani gli scudi e i dardi, vennero accolti in mezzo alle loro file; condotti dietro la linea di combattimento, ebbero l’ordine di prendere quel posto. I Numidi se ne stettero tranquilli, mentre da ogni parte si accendeva la battaglia; dopo che gli animi e gli occhi di tutti furono attratti verso il combattimento allora i Numidi, afferrati gli scudi, che erano stati gettati qua e là fra i mucchi di cadaveri, aggredirono alle spalle la schiera dei Romani e, ferendoli al dorso e tagliando i garretti dei cavalieri, provocarono grandissima strage e più ancora spavento e tumulto. Poiché nell’ala destra romana vi erano terrore e fuga, mentre al centro la fanteria, stanca della lunga battaglia, aveva ormai perduto ogni speranza di successo, Asdrubale che comandava in questa zona le truppe cartaginesi richiamò dal mezzo della battaglia i Numidi poiché il combattimento illanguidiva e li mandò ad inseguire qua e là i fuggitivi. Aggregò i cavalieri galli e spagnoli alla fanteria africana, ormai quasi più stanca per la strage compiuta che per la fatica del combattere.

 

Cavaliere numida. Illustrazione di P. Connolly.

 

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[49] Parte altera pugnae Paulus, quamquam primo statim proelio funda grauiter ictus fuerat, tamen et occurrit saepe cum confertis Hannibali et aliquot locis proelium restituit, protegentibus eum equitibus Romanis, omissis postremo equis, quia consulem et ad regendum equum uires deficiebant. Tum denuntianti cuidam iussisse consulem ad pedes descendere equites dixisse Hannibalem ferunt: “quam mallem, uinctos mihi traderet”. Equitum pedestre proelium, quale iam haud dubia hostium uictoria, fuit, cum uicti mori in uestigio mallent quam fugere, uictores morantibus uictoriam irati trucidarent quos pellere non poterant. Pepulerunt tamen iam paucos superantes et labore ac uolneribus fessos. Inde dissipati omnes sunt, equosque ad fugam qui poterant repetebant. Cn. Lentulus tribunus militum cum praeteruehens equo sedentem in saxo cruore oppletum consulem uidisset, “L. Aemili” inquit, “quem unum insontem culpae cladis hodiernae dei respicere debent, cape hunc equum, dum et tibi uirium aliquid superest [et] comes ego te tollere possum ac protegere. Ne funestam hanc pugnam morte consulis feceris; etiam sine hoc lacrimarum satis luctusque est”. Ad ea consul: “tu quidem, Cn. Corneli, macte uirtute esto; sed caue, frustra miserando exiguum tempus e manibus hostium euadendi absumas. Abi, nuntia publice patribus urbem Romanam muniant ac priusquam uictor hostis adueniat praesidiis firment; priuatim Q. Fabio L. Aemilium praeceptorum eius memorem et uixisse [et] adhuc et mori. Me in hac strage militum meorum patere exspirare, ne aut reus iterum e consulatu sim [aut] accusator collegae exsistam ut alieno crimine innocentiam meam protegam.” Haec eos agentes prius turba fugientium ciuium, deinde hostes oppressere; consulem ignorantes quis esset obruere telis, Lentulum in tumultu abripuit equus. Tum undique effuse fugiunt. Septem milia hominum in minora castra, decem in maiora, duo ferme in uicum ipsum Cannas perfugerunt, qui extemplo a Carthalone atque equitibus nullo munimento tegente uicum circumuenti sunt. Consul alter, seu forte seu consilio nulli fugientium insertus agmini, cum quinquaginta fere equitibus Venusiam perfugit. Quadraginta quinque milia quingenti pedites, duo milia septingenti equites, et tantadem prope ciuium sociorumque pars, caesi dicuntur; in his ambo consulum quaestores, L. Atilius et L. Furius Bibaculus, et undetriginta tribuni militum, consulares quidam praetoriique et aedilicii—inter eos Cn. Seruilium Geminum et M. Minucium numerant, qui magister equitum priore anno, [consul] aliquot annis ante fuerat—octoginta praeterea aut senatores aut qui eos magistratus gessissent unde in senatum legi deberent cum sua uoluntate milites in legionibus facti essent. Capta eo proelio tria milia peditum et equites mille et quingenti dicuntur.

 

[49] Nel settore opposto della battaglia, Paolo, per quanto subito al primo scontro fosse stato ferito da un giavellotto, tuttavia, con una forte schiera di armati si era ripetutamente lanciato contro Annibale ed aveva potuto in alcuni punti riaccendere la lotta, protetto dai cavalieri romani, che alla fine erano stati fatti appiedare perché al console mancavano ormai anche le forze per reggere il cavallo. Allora a un tale che gli annunciava che il console aveva ordinato ai cavalieri di smontare da cavallo, si racconta che Annibale abbia risposto: “Oh come avrei preferito che me li consegnasse già legati!”. Il combattimento dei cavalieri appiedati fu quale comportava la certezza della vittoria nemica, quando essi, già vinti, preferirono morire fermi al loro posto, piuttosto che darsi alla fuga, mentre i vincitori trucidavano quelli che non potevano respingere, inferociti contro coloro che ritardavano così la loro vittoria. Riuscirono, tuttavia, a ricacciare ormai solo i pochi cavalieri rimasti, spossati dalla fatica e dalle ferite. Tutti quanti furono sbaragliati; quelli che potevano cercavano di riprendere il cavallo per fuggire. Il tribuno dei soldati Cn. Lentulo passando a cavallo scorse seduto sopra un sasso il console Paolo Emilio ricoperto di sangue: “O Lucio Emilio – disse – tu che gli dèi devono considerare il solo che non ha colpa della catastrofe di oggi, prendi questo cavallo! Mentre ancora ti restano un po’ di forze, io ti posso prendere su con me e difendere. Non rendere funesta questa battaglia con la morte del console; anche senza di ciò ce n’è abbastanza di lacrime e di lutti”. A lui rispose il console: “Tu, o Cn. Cornelio, fai bene a darti coraggio; ma guardati dallo sciupare in vane commiserazioni il pochissimo tempo che ti rimane per fuggire dalle mani del nemico. Vattene ed avverti pubblicamente il Senato che fortifichi la città di Roma, e, prima che giunga il nemico vincitore, la rinforzi con dei presidi; privatamente dì poi a Fabio che Emilio è vissuto fino ad oggi memore dei suoi precetti. Quanto a me, lascia che io muoia in mezzo a questa strage dei miei soldati, perché al termine del mio consolato io non sia per la seconda volta accusato, o perché non divenga io stesso accusatore di un collega per difendere la mia innocenza con la colpa di un altro”. Mentre essi così parlavano, furono prima travolti dalla massa dei concittadini che fuggivano, poi dai nemici; questi seppellirono sotto i dardi il console, ignorando chi fosse; Lentulo, invece, in mezzo al tumulto fu portato in salvo dal cavallo. Allora da ogni parte cominciò una fuga disordinata. Settemila uomini si rifugiarono nell’accampamento minore, diecimila nel maggiore, quasi duemila nello stesso villaggio di Canne; questi ultimi furono subito circondati da Cartalone e dai suoi cavalieri, poiché nessuna fortificazione proteggeva il borgo. L’altro console, Varrone, che, sia per caso, sia per prudenza non si era mescolato ad alcuna folla di fuggitivi, si rifugiò a Venosa con circa cinquanta cavalieri. Si dice che siano stati trucidati quarantacinquemilacinquecento soldati di fanteria, duemilasettecento cavalieri ed una quantità quasi eguale di Romani e di alleati; fra questi ambedue i questori dei consoli, L. Atilio e L. Furio Bibaculo; inoltre ventinove tribuni dei soldati, alcuni consolari e già pretori ed edili, tra i quali si annoveravano Cn. Servilio e M. Minucio che, maestro della cavalleria nell’anno precedente, era stato alcuni anni prima console. Caddero, inoltre, ottanta senatori o coloro che avevano esercitato quelle magistrature, in virtù delle quali avevano diritto di essere prescelti per il Senato e che erano divenuti per loro volontà semplici soldati nelle legioni. Si dice che in quella battaglia furono fatti prigionieri tremila soldati di fanteria e millecinquecento cavalieri.

 

La vittoria di Annibale. Illustrazione di A. Yezhov.

 

 

Bibliografia di approfondimento:

DALY G., Cannae. The Experience of Battle in the Second Punic War, London 2002.

GOLDSWORTHY A., Cannae: Hannibal’s Greatest Victory, London 2001.

JACQUES C.J., ARDANT DU PICG, Analysis of the Battle of Cannae, in Battle Studies, Kansas City 2017, 15-23.

JUDEICH W., Cannae, HistZeit 136 (1927), 1-24.

KUSSMAUL P., Der Halbmond von Cannae, MH 35 (1978), 249-257.

RIDLEY R.T., Was Scipio Africanus at Cannae?, Latomus 34 (1975), 161-165.

SAMUELS M., The reality of Cannae, MM 47 (1990), 7-31.

SCULLARD H.H., Cannae: Battle-field and Burial Ground, Historia 4 (1955), 474-475.

SHEAN J.F., Hannibal’s Mules: The Logistical Limitations of Hannibal’s Army and the Battle of Cannae, 216 B.C., Historia 45 (1996), 159-187.

La battaglia dei Campi Raudii – 30 luglio 101 a.C. (Plut. Mar. 25, 4-27)

in Plutarco, Vita di Mario (ed. Marasco G., Torino, 1994, pp. 486-493).

 

[25, 4] Βοιῶριξ δὲ ὁ τῶν Κίμβρων βασιλεὺς ὀλιγοστὸς προσιππεύσας τῷ στρατοπέδῳ προὐκαλεῖτο τὸν Μάριον, ἡμέραν ὁρίσαντα καὶ τόπον, προελθεῖν καὶ διαγωνίσασθαι περὶ τῆς χώρας. [5] τοῦ δὲ Μαρίου φήσαντος οὐδέποτε Ῥωμαίους συμβούλοις κεχρῆσθαι περὶ μάχης τοῖς πολεμίοις, οὐ μὴν ἀλλὰ καὶ χαριεῖσθαι τοῦτο Κίμβροις, ἡ μέραν μὲν ἔθεντο τὴν ἀπ᾽· ἐκείνης τρίτην, χώραν δὲ τὸ πεδίον τὸ περὶ Βερκέλλας, Ῥωμαίοις μὲν ἐπιτήδειον ἐνιππάσασθαι, τῶν δὲ ἀνάχυσιν τῷ πλήθει παρασχεῖν. [6] τηρήσαντες οὖν τὸν ὡρισμένον χρόνον ἀντιπαρετάσσοντο, Κάτλος μὲν ἔχων δισμυρίους καὶ τριακοσίους στρατιώτας, οἱ δὲ Μαρίου δισχίλιοι μὲν ἐπὶ τρισμυρίοις ἐγένοντο, περιέσχον δὲ τὸν Κάτλον ἐν μέσῳ νεμηθέντες εἰς ἑκάτερον κέρας, ὡς Σύλλας, ἠγωνισμένος ἐκείνην τὴν μάχην, γέγραφε. [7] καί φησι τὸν Μάριον ἐλπίσαντα τοῖς ἄκροις μάλιστα καὶ κατὰ κέρας συμπεσεῖν τὰς φάλαγγας, ὅπως ἴδιος ἡ νίκη τῶν ἐκείνου στρατιωτῶν γένοιτο καὶ μὴ μετάσχοι τοῦ ἀγῶνος ὁ Κάτλος μηδὲ προσμίξειε τοῖς πολεμίοις, κόλπωμα τῶν μέσων, ὥσπερ εἴωθεν ἐν μεγάλοις μετώποις, λαμβανόντων, οὕτω διαστῆσαι τὰς δυνάμεις· [8] ὅμοια δὲ καὶ τὸν Κάτλον αὐτὸν ἀπολογεῖσθαι περὶ τούτων ἱστοροῦσι, πολλὴν κατηγοροῦντα τοῦ Μαρίου κακοήθειαν πρὸς αὐτόν. [9] τοῖς δὲ Κίμβροις τὸ μὲν πεζὸνἐκ τῶν ἐρυμάτων καθ᾽ ἡσυχίαν προῄει, βάθος ἴσον τῷ μετώπῳ ποιούμενον. ἑκάστη γὰρ ἐπέσχε πλευρὰ σταδίους τριάκοντα τῆς παρατάξεως· [10] οἱ δὲ ἱππεῖς μύριοι καὶ πεντακισχίλιοι τὸ πλῆθος ὄντες ἐξήλασαν λαμπροί, κράνη μὲν εἰκασμένα θηρίων φοβερῶν χάσμασι καὶ προτομαῖς ἰδιομόρφοις ἔχοντες, ἃς ἐπαιρόμενοι λόφοις πτερωτοῖς εἰς ὕψος ἐφαίνοντο μείζους, θώραξι δὲ κεκοσμημένοι σιδηροῖς, θυρεοῖς δὲ λευκοῖς στίλβοντες. [11] ἀκόντισμα δὲ ἦν ἑκάστῳ διβολία· συμπεσόντες δὲ μεγάλαις ἐχρῶντο καὶ βαρείαις μαχαίραις.

 

[25, 4] Beorice, re dei Cimbri[1], si avvicinò a cavallo all’accampamento con una piccola scorta e sfidò Mario a fissare il giorno e il luogo per scendere in campo e combattere per il possesso del paese. [5] Mario rispose che i Romani non prendevano mai consiglio dai nemici per dar battaglia, ma che tuttavia avrebbe accordato quel favore ai Cimbri; convennero che la battaglia avrebbe avuto luogo due giorni dopo[2] nella pianura dei Vercelli[3], che era adatta alle manovre della cavalleria romana come allo spiegamento della massa dei barbari. [6] Nel giorno stabilito gli eserciti si schierarono l’uno di fronte all’altro. Catulo aveva ventimilatrecento soldati; quelli di Mario, che erano trentaduemila, divisi fra le due ali, racchiudevano quelli di Catulo, disposti al centro, come ha scritto Silla[4], che prese parte a quella battaglia. [7] Silla afferma anche che Mario sperava che i due eserciti si sarebbero scontrati soprattutto alle estremità e sulle ali, in modo che tutto il merito della vittoria spettasse ai propri soldati e Catulo non partecipasse allo scontro e non venisse a contatto con il nemico, poiché in genere, su fronti estesi, il centro rimane indietro rispetto alle ali; per questo motivo Mario avrebbe disposto così l’esercito. [8] Si narra anche che Catulo[5] riferisca a propria difesa un’analoga versione dei fatti ed accusi Mario di grande malignità nei suoi confronti. [9] La fanteria dei Cimbri uscì tranquillamente dalle difese e si dispose in una formazione di profondità uguale alla fronte: ciascun lato dello schieramento misurava trenta stadi[6]. [10] I cavalieri avanzavano, in numero di quindicimila, splendidi, con elmi raffiguranti fauci spalancate e musi strani di belve spaventose, sormontati da pennacchi piumati che li facevano apparire più alti; erano equipaggiati con corazze di ferro e bianchi scudi rilucenti. [11] Ciascuno aveva un giavellotto a due punte, ma nella mischia si servivano di spade lunghe e pesanti.

 

La battaglia dei Campi Raudii (I. Dzis).

 

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[26, 1] τότε δὲ οὐχὶ κατὰ στόμα προσεφέροντο τοῖς Ῥωμαίοις, ἀλλ᾽ ἐκκλίνοντες ἐπὶ δεξιὰ ὑπῆγον αὑτοὺς κατὰ μικρόν, ἐμβάλλοντες εἰς τὸ μέσον αὐτῶν τε καὶ τῶν πεζῶν ἐξ ἀριστερᾶς παρατεταγμένων. [2] καὶ συνεῖδον μὲν οἱ τῶν Ῥωμαίων στρατηγοὶ τὸν δόλον, ἐπισχεῖν δὲ τοὺς στρατιώτας οὐκ ἔφθησαν, ἀλλ᾽ ἑνὸς ἐκβοήσαντος ὅτι φεύγουσιν οἱ πολέμιοι, πάντες ὥρμησαν διώκειν. καὶ τὸ πεζὸν ἐν τούτῳ τῶν βαρβάρων ἐπῄει καθάπερ πέλαγος ἀχανὲς κινούμενον. [3] ἐνταῦθα νιψάμενος ὁ Μάριος τὰς χεῖρας καὶ πρὸς τὸν οὐρανὸν ἀνασχὼν εὔξατο τοῖς θεοῖς κατὰ ἑκατόμβης, εὔξατο δὲ καὶ Κάτλος ὁμοίως ἀνασχὼν τὰς χεῖρας καθιερώσειν τὴν τύχην τῆς ἡμέρας ἐκείνης. [4] τὸν δὲ Μάριον καὶ θύσαντα λέγεται τῶν ἱερῶν αὐτῷ δειχθέντων μέγα φθεγξάμενον εἰπεῖν “ἐμὴ ‹ἡ› νίκη.” [5] γενομένης δὲ τῆς ἐφόδου πρᾶγμα νεμεσητὸν παθεῖν τὸν Μάριον οἱ περὶ Σύλλαν ἱστοροῦσι. κονιορτοῦ γὰρ ἀρθέντος, οἷον εἰκός, ἀπλέτου καὶ τῶν στρατοπέδων ἀποκεκρυμμένων, ἐκεῖνον μέν, ὡς τὸ πρῶτον ὥρμησε πρὸς τὴν δίωξιν, ἐπισπασάμενον τὴν δύναμιν ἀστοχῆσαι τῶν πολεμίων καὶ παρενεχθέντα τῆς φάλαγγος ἐν τῷ πεδίῳ διαφέρεσθαι πολὺν χρόνον· [6] τῷ δὲ Κάτλῳ τοὺς βαρβάρους ἀπὸ τύχης συρραγῆναι, καὶ γενέσθαι τὸν ἀγῶνα κατ᾽ ἐκεῖνον καὶ τοὺς ἐκείνου μάλιστα στρατιώτας, ἐν οἷς αὐτὸς ὁ Σύλλας τετάχθαι φησί· [7] συναγωνίσασθαι δὲ τοῖς Ῥωμαίοις τὸ καῦμα καὶ τὸν ἥλιον ἀντιλάμποντα τοῖς Κίμβροις. [8] δεινοὶ γὰρ ὄντες ὑπομεῖναι κρύη, καὶ τόποις ἐντεθραμμένοι σκιεροῖς, ὡς λέλεκται, καὶ ψυχροῖς, ἀνετρέποντο πρὸς τὸ θάλπος, ἱδρῶτά τε μετὰ ἄσθματος πολὺν ἐκ τῶν σωμάτων ἀφιέντες καὶ τοὺς θυρεοὺς προβαλλόμενοι πρὸ τῶν προσώπων, ἅτε δὴ καὶ μετὰ τροπὰς θέρους τῆς μάχης γενομένης, ἃς ἄγουσι Ῥωμαῖοι πρὸ τριῶν ἡμερῶν τῆς νουμηνίας τοῦ νῦν μὲν Αὐγούστου, τότε δὲ Σεξτιλίου μηνός, [9] ὤνησε δὲ καὶ πρὸς τὸ θαρρεῖν ὁ κονιορτὸς ἀποκρύψας τοὺς πολεμίους, οὐ γάρ κατεῖδον ἐκ πολλοῦ τὸ πλῆθος, ἀλλὰ δρόμῳ τοῖς κατ᾽ αὑτοὺς ἕκαστοι προσμείξαντες ἐν χερσὶν ἦσαν, ὑπὸ τῆς ὄψεως μὴ προεκφοβηθέντες. [10] οὕτω δ̓ ἦσαν διάπονοι τὰ σώματα καὶ κατηθληκότες ὡς μήτε ἱδροῦντά τινα μήτε ἀσθμαίνοντα Ῥωμαίων ὀφθῆναι διὰ πνίγους τοσούτου καὶ μετὰ δρόμου τῆς συρράξεως γενομένης, ὡς τὸν Κάτλον αὐτὸν ἱστορεῖν λέγουσι μεγαλύνοντα τοὺς στρατιώτας.

 

[26, 1] In quell’occasione, i cavalieri non attaccarono frontalmente i Romani, ma, piegando verso destra, cercarono di attirarli a poco a poco e di trascinarli fra se stessi e la loro fanteria, che era schierata sulla sinistra. [2] I generali romani compresero l’insidia, ma non fecero in tempo a trattenere i soldati, poiché uno di essi gridò che i nemici fuggivano e tutti si gettarono all’inseguimento. In quel momento la fanteria dei barbari avanzò come un immenso mare in movimento. [3] Allora Mario si lavò le mani e, alzandole al cielo, fece voto di offrire agli dèi un’ecatombe; anche Catulo, levate le mani allo stesso modo, promise di consacrare un tempio alla Fortuna di quel giorno[7]. [4] Si dice anche che Mario offrì un sacrificio e, quando gli furono mostrate le viscere delle vittime, gridò forte· «La vittoria è mia!». [5] Quando avvenne l’attacco, Mario subì un castigo dovuto alla vendetta divina, a quanto racconta Silla[8]· levatasi infatti, com’è naturale, un’immensa nube di polvere, i due eserciti rimasero nascosti l’uno all’altro e Mario, che si era lanciato per primo all’inseguimento, trascinando con sé le sue truppe, non incontrò i nemici, e, passando a lato della loro fanteria, errò a lungo nella pianura. [6] Il caso volle poi che i barbari si scontrassero con Catulo e che la battaglia si sviluppasse principalmente contro lui e i suoi soldati, fra i quali Silla dice di essersi trovato anch’egli. [7] I Romani, a quanto afferma Silla, ebbero come alleati la calura ed il sole, che dardeggiava negli occhi dei Cimbri[9]. [8] Infatti i barbari, avvezzi a sopportare il gelo e cresciuti, come ho detto[10], in regioni piene d’ombra e di freddo, erano sconvolti dal calore; ansanti e coperti di abbondante sudore, si proteggevano tenendo gli scudi davanti al viso, dal momento che la battaglia ebbe luogo proprio dopo il solstizio d’estate, che cade per i Romani tre giorni prima della luna nuova del mese che ora è detto Augustus, ma a quell’epoca era chiamato Sextilis[11]. [9] A dar coraggio ai Romani contribuì anche la nube di polvere che nascose i nemici, poiché non poterono distinguere da lontano la moltitudine e, lanciandosi ciascuno di corsa contro quelli che aveva davanti, ingaggiarono la mischia prima d’essere impauriti dalla vista dei barbari. [10] Erano così resistenti alla fatica ed allenati, che non si vide nessun romano sudare o ansimare, nonostante facesse un gran caldo e fossero andati all’assalto di corsa; così dicono che abbia scritto Catulo stesso[12], esaltando i suoi soldati.

 

Giovanni Battista Tiepolo, Battaglia di Vercelli. Olio su tela, 1725-29. New York, Metropolitan Museum of Art.

***

 

 

[27, 1] τὸ μὲν οὖν πλεῖστον μέρος καὶ μαχιμώτατον τῶν πολεμίων αὐτοῦ κατεκόπη· καὶ γὰρ ἦσαν ὑπὲρ τοῦ μὴ διασπᾶσθαι τὴν τάξιν οἱ πρόμαχοι μακραῖς ἁλύσεσι πρὸς ἀλλήλους συνεχόμενοι διὰ τῶν ζωστήρων ἀναδεδεμέναις· [2] τοὺς δὲ φεύγοντας ὤσαντες πρὸς τὸ χαράκωμα τραγικωτάτοις ἐνετύγχανον πάθεσιν. αἱ γὰρ γυναῖκες ἐπὶ τῶν ἁμαξῶν μελανείμονες ἐφεστῶσαι τούς τε φεύγοντας ἔκτεινον, αἱ μὲν ἄνδρας, αἱ δὲ ἀδελφούς, αἱ δὲ πατέρας, καὶ τὰ νήπια τῶν τέκνων ἀπάγχουσαι ταῖς χερσὶν ἐρρίπτουν ὑπὸ τοὺς τροχοὺς καὶ τοὺς πόδας τῶν ὑποζυγίων, αὑτὰς δὲ ἀπέσφαττον. [3] μίαν δέ φασιν ἓξ ἄκρου ῥυμοῦ κρεμαμένην τὰ παιδία τῶν αὑτῆς σφυρῶν ἀφημμένα βρόχοις ἐκατέρωθεν ἠρτῆσθαι· [4] τοὺς δὲ ἄνδρας ἀπορίᾳ δένδρων τοῖς κέρασι τῶν βοῶν, τοὺς δὲ τοῖς σκέλεσι προσδεῖν τοὺς αὑτῶν τραχήλους, εἶτα κέντρα προσφέροντας ἐξαλλομένων τῶν βοῶν ἐφελκομένους καὶ πατουμένους ἀπόλλυσθαι. [5] πλὴν καίπερ οὕτως αὑτῶν διαφθαρέντων, ἑάλωσαν ὑπὲρ ἓξ μυριάδας· αἱ δὲ τῶν πεσόντων ἐλέγοντο δὶς τοσαῦται γενέσθαι.

[6] τὰ μὲν οὖν χρήματα διήρπασαν οἱ Μαρίου στρατιῶται, τὰ δὲ λάφυρα καὶ τὰς σημαίας καὶ τὰς σάλπιγγας εἰς τὸ Κάτλου στρατόπεδον ἀνενεχθῆναι λέγουσιν· ᾧ καὶ μάλιστα τεκμηρίῳ χρῆσθαι τὸν Κάτλον ὡς κατ᾽ αὐτὸν ἡ νίκη γένοιτο. [7] καὶ μέντοι καὶ τοῖς στρατιώταις, ὡς ἔοικεν, ἐμπεσούσης ἔριδος, ᾑρέθησαν οἷον διαιτηταὶ πρέσβεις Παρμητῶν παρόντες, οὓς οἱ Κάτλου διὰ τῶν πολεμίων νεκρῶν ἄγοντες ἐπεδείκνυντο τοῖς ἑαυτῶν ὑσσοῖς διαπεπαρμένους· γνώριμοι δ̓ ἦσαν ὑπὸ γραμμάτων, τοὔνομα τοῦ Κάτλου παρὰ τὸ ξύλον αὑτῶν ἐγχαραξάντων. [8] οὐ μὴν ἀλλὰ τῷ Μαρίῳ προσετίθετο σύμπαν τὸ ἔργον ἥ τε προτέρα νίκη καὶ τὸ πρόσχημα τῆς ἀρχῆς. [9] μάλιστα δὲ οἱ πολλοὶ κτίστην τε Ῥώμης τρίτον ἐκεῖνον ἀνηγόρευον, ὡς οὐχ ἥττονα τοῦ Κελτικοῦ τοῦτον ἀπεωσμένον τὸν κίνδυνον, εὐθυμούμενοί τε μετὰ παίδων καὶ γυναικῶν ἕκαστοι κατ᾽ οἶκον ἅμα τοῖς θεοῖς καὶ Μαρίῳ δείπνου καὶ λοιβῆς ἀπήρχοντο, καὶ θριαμβεύειν μόνον ἠξίουν ἀμφοτέρους τοὺς θριάμβους. [10] οὐ μὴν ἐθριάμβευσεν οὕτως, ἀλλὰ μετὰ τοῦ Κάτλου, μέτριον ἐπὶ τηλικαύταις εὐτυχίαις βουλόμενος παρέχειν ἑαυτόν· ἔστι δὲ ὅ τι καὶ τοὺς στρατιώτας φοβηθείς παρατεταγμένους, εἰ Κάτλος ἀπείργοιτο τῆς τιμῆς, μηδὲ ἐκεῖνον ἐᾶν θριαμβεύειν.

 

[27, 1] La parte maggiore e più battagliera dei nemici fu dunque fatta a pezzi sul posto, poiché i combattenti della prima fila, per evitare che il loro allineamento venisse spezzato, si erano legati gli uni agli altri mediante lunghe catene attaccate alle loro cinture. [2] Quando i Romani ebbero respinto i fuggitivi fino alle loro difese, assistettero alle scene più tragiche· le donne, vestite di nero, ritte sui carri, uccidevano i mariti, i fratelli e i padri che fuggivano, poi, strangolando con le proprie mani i figli più piccoli, li gettavano sotto le ruote dei carri e sotto le zampe delle bestie e infine si sgozzavano. [3] Dicono che una di esse pendeva impiccata all’estremità di un timone, con i figli appesi a ciascuna delle sue caviglie[13], [4] e che gli uomini, in mancanza d’alberi, si legavano per la gola alle corna o alle gambe dei buoi, che poi facevano impennare stimolandoli con pungoli, sicché morivano trascinati e calpestati dalle bestie[14]. [5] Tuttavia, nonostante questi suicidi, i prigionieri furono più di sessantamila; si narra inoltre che i caduti furono due volte tanti[15].

[6] I soldati di Mario depredarono gli averi dei barbari, ma si dice che le spoglie, le insegne e le trombe furono portate nell’accampamento di Catulo[16] e che questo fu il principale argomento di cui si avvalse Catulo per dimostrare che la vittoria spettava a lui. [7] Sorta, a quanto pare, una contesa fra i soldati, furono scelti come arbitri alcuni ambasciatori di Parma che si trovavano sul posto; i soldati di Catulo li portarono fra i cadaveri dei nemici e mostrarono che i corpi erano trafitti dai loro giavellotti, riconoscibili dal nome di Catulo che vi avevano inciso sul legno. [8] Tuttavia, l’intero merito del successo fu attribuito a Mario, in considerazione sia della sua prima vittoria, sia della superiorità della sua carica. [9] Soprattutto il popolo lo salutava come terzo fondatore di Roma, perché aveva scongiurato un pericolo non minore di quello dei Celti[17]; ciascuno, in festa con i figli e la moglie, offriva nella propria casa le primizie del pasto e faceva libagioni agli dèi e a Mario[18], e si riteneva che egli dovesse celebrare da solo entrambi i trionfi[19]. [10] Ma egli non fece così e celebrò il trionfo insieme a Catulo, volendo mostrare la propria moderazione dopo così grandi successi e forse anche per timore dei soldati, disposti, se Catulo fosse stato privato di quell’onore, a impedire anche il trionfo di Mario.

 

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C. Mario. Testa, calcare compatto, metà I sec. a.C. Ravenna, Museo Nazionale.

 

Bibliografia di approfondimento:

CERETTO CASTIGLIANO L., 101 a.C.: l’esercito sconfigge i Cimbri alle porte di Vercelli, “La Gazzetta”, 3 marzo 2014.

MATTHEW C., The Battle of Vercellae and the Alteration of the Heavy Javelin (Pilum) by Gaius Marius, “Antichthon” 44 (2010).

RICHARD J.-CL., La victoire de Marius, MEFRA 77 (1965), 69-86.

SOMMO G., Campi Raudii. I segni di una battaglia. Annotazioni bibliografiche, Vercelli 2015.

 

 

Note:

 

[1] Il suo nome è confermato da Floro (I, 38, 18) e da Orosio (V, 16, 20), che ne attestano la morte nella battaglia.

[2] Cfr. Floro, I, 38, 14, secondo cui la battaglia sarebbe stata stabilita per il dies proximus. Lo scontro ebbe luogo il 30 luglio 101.

[3] Le fonti latine (Velleio Patercolo, II, 12, 5; Floro, loc. cit.; De viris illustribus, 67, 2) localizzano lo scontro ai Campi Raudii. Il problema è stato ampiamente discusso e si è spesso ritenuto che lo scontro abbia avuto luogo nella zona di Vercelli, in Piemonte, dove i Cimbri si sarebbero diretti per ricongiungersi ai Teutoni. Tuttavia, J. Zennari (I vercelli dei Celti nella valle Padana e l’invasione cimbrica della Venezia, «Annali della Biblioteca Governativa e Libreria civica di Cremona», IV, 1951, fasc. 3, pp. 1-78) ha sostenuto, sulla base di un’ampia documentazione letteraria ed epigrafica, che il termine Βερκέλλαι non dev’essere inteso come nome proprio di città, ma è un nome comune di origine celtica, diffuso particolarmente nella Gallia Cisalpina per designare zone di estrazione dei metalli; lo stesso valore avrebbe pure il termine latino Campi Raudii. Lo Zennari (cfr. anche La battaglia dei vercelli o dei Campi Raudii (101 a.C.), «Annali della Biblioteca… di Cremona», XI, 1958, fasc. 2) localizza quindi lo scontro fra Mario e i Cimbri nella zona fra Rovigo e Ferrara. Per l’attendibilità di questa ipotesi cfr. in particolare E. Badian (From Gracchi to Sulla, «Historia», XI, 1962, p. 217), che vi ricollega la testimonianza plutarchea (Marius, 2, 1) sull’esistenza di una statua di Mario nella vicina Ravenna.

[4] Fragm. 5, HRR, vol. I2, p. 196. Silla, in cattivi rapport con Mario, si era unito a Catulo e partecipò con lui allo scontro (cfr. Plutarco, Sulla, 4, 3).

[5] Fragm. 1, HRR, vol. I2, p. 191.

[6] Un po’ più di cinque chilometri.

[7] Il tempio fu costruito dopo la vittoria (cfr. Plinio, Naturalis Historia, XXXIV, 19, 54).

[8] Fragm. 6, HRR, vol. I2, p. 197.

[9] Cfr. Orosio, V, 16, 15. Floro (I, 38, 15) afferma invece che i barbari furono accecati dal riverbero del sole sugli elmi dei Romani, il che comporterebbe uno scambio delle posizioni dei due eserciti, ma potrebbe anche essere spiegato con la durata della battaglia, per cui le testimonianze si riferirebbero a momenti diversi (cfr. Calabi, I Commentarii di Silla come fonte storica, «Memorie dell’Accademia Naz. dei Lincei», Classe di Sc. mor., stor. e filol., Ser. VIII, 1950, p. 265 seg.).

[10] Cfr. cap. 11, 9.

[11] La battaglia ebbe luogo il 30 luglio del 101. La νουμηνία indica il primo giorno del mese lunare, corrispondente per i Romani alle calende. Sextilis, il sesto mese dell’anno romano, che cominciava a marzo, fu ribattezzato Augustus nell’8 a.C., in onore dell’imperatore Augusto.

[12] Fragm. 2, HRR, vol. I2, p. 191.

[13] Cfr. Orosio, V, 16, 19; Floro, I, 38, 17.

[14] Cfr. Orosio, V, 16, 18; Floro, loc. cit., che però riferiscono anche questo particolare alle donne.

[15] La cifra è vicina a quella di 60.000 prigionieri e 140.000 morti in Livio, Periochae, 68; Orosio, V, 16, 16; Eutropio, V, 2.

[16] Secondo Eutropio (loc. cit.), due insegne furono prese dai soldati di Mario, trentuno da quelli di Catulo.

[17] Per il quale Camillo era stato proclamato secondo fondatore di Roma (cfr. Plutarco, Camillus, 1, 1).

[18] Cfr. Valerio Massimo, VIII, 15, 7: …postquam enim Cimbros ab eo deletos initio mortis nuntius peruenit, nemo fuit, qui non illi tamquam dis immortalibus apud sacra mensae suae libauerit.

[19] Quello sui Cimbri e quello sui Teutoni, che aveva in precedenza rifiutato di celebrare prima che la guerra fosse conclusa (cfr. cap. 24, 1).

L’azione educatrice di Alessandro

di Plutarch, De Alexandri Magni fortuna aut virtute, in F. Cole Babbitt (ed.), Plutarch, Moralia, Cambridge-London, HUP, 1936, pp. 393-397.

 

Lisimaco di Tracia. Tetradramma, Magnesia al Menandro 305-281 a.C. ca. Ar. 17, 19 gr. Recto: testa diademata di Alessandro divinizzato, con le corna di Ammone.

 

Plut. De Alex. I 5, 328 b – 329 a

 

[b] καὶ πρῶτον τὸ παραδοξότατον, εἰ βούλει, σκόπει, τοὺς Ἀλεξάνδρου μαθητὰς τοῖς Πλάτωνος, τοῖς Σωκράτους ἀντιπαραβάλλων. εὐφυεῖς οὗτοι καὶ ὁμογλώσσους ἐπαίδευον, εἰ μηδὲν ἄλλο, φωνῆς [c] Ἑλληνίδος συνιέντας· καὶ πολλοὺς οὐκ ἔπεισαν· ἀλλὰ Κριτίαι καὶ Ἀλκιβιάδαι καὶ Κλειτοφῶντες, ὥσπερ χαλινὸν τὸν λόγον ἐκπτύσαντες, ἄλλῃ πη παρετράπησαν. τὴν δ᾽ Ἀλεξάνδρου παιδείαν ἂν ἐπιβλέπῃς, Ὑρκανοὺς γαμεῖν ἐπαίδευσε καὶ γεωργεῖν ἐδίδαξεν Ἀραχωσίους, καὶ Σογδιανοὺς ἔπεισε πατέρας τρέφειν καὶ μὴ φονεύειν, καὶ Πέρσας σέβεσθαι μητέρας ἀλλὰ μὴ γαμεῖν. ὢ θαυμαστῆς φιλοσοφίας, δι᾽ ἣν Ἰνδοὶ θεοὺς Ἑλληνικοὺς προσκυνοῦσι, Σκύθαι θάπτουσι τοὺς ἀποθανόντας οὐ κατεσθίουσι. Θαυμάζομεν [d] τὴν Καρνεάδου δύναμιν, εἰ Κλειτόμαχον, Ἀσδρούβαν καλούμενον πρότερον καὶ Καρχηδόνιον τὸ γένος, ἑλληνίζειν ἐποίησε· θαυμάζομεν τὴν διάθεσιν Ζήνωνος, εἰ Διογένη τὸν Βαβυλώνιον ἔπεισε φιλοσοφεῖν. ἀλλ᾽ Ἀλεξάνδρου τὴν Ἀσίαν ἐξημεροῦντος Ὅμηρος ἦν ἀνάγνωσμα, καὶ Περσῶν καὶ Σουσιανῶν καὶ Γεδρωσίων παῖδες τὰς Εὐριπίδου καὶ Σοφοκλέους τραγῳδίας ᾖδον. καὶ Σωκράτης ὡς μὲν ξένα παρεισάγων δαιμόνια δίκην τοῖς Ἀθήνησιν ὠφλίσκανε συκοφάνταις· διὰ δ᾽ Ἀλέξανδρον τοὺς Ἑλλήνων θεοὺς Βάκτρα καὶ Καύκασος προσεκύνησε. Πλάτων μὲν γὰρ μίαν [e] γράψας πολιτείαν οὐδένα πέπεικεν αὐτῇ χρῆσθαι διὰ τὸ αὐστηρόν· Ἀλέξανδρος δ᾽ ὑπὲρ ἑβδομήκοντα πόλεις βαρβάροις ἔθνεσιν ἐγκτίσας καὶ κατασπείρας τὴν Ἀσίαν Ἑλληνικοῖς τέλεσι, τῆς ἀνημέρου καὶ θηριώδους ἐκράτησε διαίτης. καὶ τοὺς μὲν Πλάτωνος ὀλίγοι νόμους ἀναγιγνώσκομεν, τοῖς δ᾽ Ἀλεξάνδρου μυριάδες ἀνθρώπων ἐχρήσαντο καὶ χρῶνται· μακαριώτεροι τῶν διαφυγόντων Ἀλέξανδρον οἱ κρατηθέντες γενόμενοι· τοὺς μὲν γὰρ οὐδεὶς ἔπαυσεν ἀθλίως ζῶντας, τοὺς δ᾽ ἠνάγκασεν εὐδαιμονεῖν ὁ νικήσας. ὥσθ᾽ ὅπερ εἶπε Θεμιστοκλῆς, ὁπηνίκα φυγὼν ἔτυχε δωρεῶν μεγάλων παρὰ [f] βασιλέως καὶ τρεῖς πόλεις ὑποφόρους ἔλαβε, τὴν μὲν εἰς σῖτον τὴν δ᾽ εἰς οἶνον τὴν δ᾽ εἰς ὄψον, ‘ὦ παῖδες ἀπωλόμεθ᾽ ἂν εἰ μὴ ἀπωλόμεθα’ τοῦτο περὶ τῶν ἁλόντων ὑπ᾽ Ἀλεξάνδρου δικαιότερόν ἐστιν εἰπεῖν. ‘οὐκ ἂν ἡμερώθησαν, εἰ μὴ ἐκρατήθησαν·’ οὐκ ἂν εἶχεν Ἀλεξάνδρειαν Αἴγυπτος, οὐδὲ Μεσοποταμία Σελεύκειαν οὐδὲ Προφθασίαν Σογδιανὴ οὐδ᾽ Ἰνδία Βουκεφαλίαν, οὐδὲ πόλιν Ἑλλάδα [329a] Καύκασος παροικοῦσαν, οἷς ἐμπολισθεῖσιν ἐσβέσθη τὸ ἄγριον καὶ μετέβαλε τὸ χεῖρον ὑπὸ τοῦ κρείττονος ἐθιζόμενον. εἰ τοίνυν μέγιστον μὲν οἱ φιλόσοφοι φρονοῦσιν ἐπὶ τῷ τὰ σκληρὰ καὶ ἀπαίδευτα τῶν ἠθῶν ἐξημεροῦν καὶ μεθαρμόζειν, μυρία δὲ φαίνεται γένη καὶ φύσεις θηριώδεις μεταβαλὼν Ἀλέξανδρος, εἰκότως ἂν φιλοσοφώτατος νομίζοιτο.

 

E per prima cosa considera, se vuoi, un fatto incredibile, confrontando i discepoli di Alessandro con quelli di Platone e di Socrate. Costoro insegnarono a discepoli felicemente dotati di talento per natura e che parlavano la stessa lingua o che, almeno, erano in grado di comprendere il greco; eppure molti non si lasciarono convincere, ma allievi come Crizia, Alcibiade e Clitofonte si volsero in altra direzione, rifiutando il loro insegnamento come se fosse un morso. Se osservi l’azione educatrice di Alessandro, invece, vedi che egli indusse gli Ircani alla pratica del matrimonio, insegnò agli Aracosi a coltivare i campi, convinse i Sogdiani a nutrire i loro padri anziché ucciderli, i Persiani a rispettare le proprie madri e a non prenderle in moglie. O straordinario potere della filosofia, grazie alla quale gli Indi si inchinano davanti agli dèi dei Greci, gli Sciti seppelliscono i loro morti e non li mangiano! Noi ammiriamo l’ascendente di Carneade perché ha fatto di Clitomaco un greco, lui che si chiamava prima Asdrubale ed era cartaginese di nascita; ammiriamo anche il genio di Zenone, perché ha convinto Diogene di Babilonia a dedicarsi alla filosofia; ma quando Alessandro civilizzava l’Asia, Omero divenne lettura comune e i figli dei Persiani, dei Susiani, dei Gedrosi declamavano le tragedie di Euripide e di Sofocle. Socrate fu accusato dai sicofanti di introdurre divinità straniere; grazie ad Alessandro la Battriana e il Caucaso si inginocchiarono davanti agli dèi dei Greci. Platone scrisse un progetto di costituzione, ma non convinse nessuno ad applicarlo, tanto era rigido. Alessandro, invece, dopo aver fondato più di settanta città tra i popoli barbari ed aver diffuso in tutta l’Asia le istituzioni greche, riuscì a vincere e ad imporsi su costumi rozzi e selvaggi. E, mentre siamo in pochi a leggere le leggi di Platone, miriadi di uomini hanno usato ed usano le leggi di Alessandro, dato che i vinti sono stati più felici di quelli che si sono sottratti alla sua conquista; questi ultimi, infatti, nessuno li salvò da una vita miserabile, mentre i primi condussero una vita felice grazie al vincitore. È vero quanto disse Temistocle, quando in esilio ottenne grandi doni dal Re persiano ed ebbe i tributi di tre città, (una forniva pane, una vino e l’altra il companatico): “Figli miei, se non fossimo periti, periremmo”. Questo sarebbe più giusto dirlo nel caso dei popoli che furono conquistati da Alessandro: “Non avrebbero conosciuto la civilizzazione se non avessero conosciuto la sconfitta”. L’Egitto non avrebbe Alessandria, né la Mesopotamia Seleucia, né la Sogdiana Proftasia, né l’India Bucefalia, né il Caucaso una città greca. Grazie alla fondazione di queste città, la barbarie ebbe fine e il peggio cambiò sotto la progressiva influenza del meglio. Se è vero che i filosofi si vantano prima di ogni altra cosa di ingentilire e di disciplinare i costumi rozzi e grossolani e se è vero che Alessandro ha chiaramente cambiato la natura selvaggia di innumerevoli popolazioni, a buon diritto egli dovrebbe essere ritenuto il più grande dei filosofi.

(trad. it. E. Lelli, G. Pisani)

Usi e costumi degli antichi Indiani secondo Erodoto (Hdt. III 98-105)

testo greco tratto da Herodotus, Historiae (ed. A.D. Godley), Cambridge, HUP, 1920; traduzione italiana da L. Annibaletto (Milano 1956), cfr. P. Li Causi – R. Pomelli (2001-2002), e apporti personali.

 

La delegazione dei tributi proveniente dall’India. Rilievo su pannello (n. XVIII), pietra locale, prima metà del VI sec. a.C., scalinata meridionale. Sala ipostila (Apadāna), Persepolis.

 

[98]  Τὸν δὲ χρυσὸν τοῦτον τὸν πολλὸν οἱ Ἰνδοί, ἀπ’ οὗ τὸ ψῆγμα τῷ βασιλέϊ τὸ εἰρημένον κομίζουσι, τρόπῳ τοιῷδε κτῶνται. Ἔστι τῆς Ἰνδικῆς χώρης τὸ πρὸς ἥλιον ἀνίσχοντα ψάμμος· τῶν γὰρ ἡμεῖς ἴδμεν, τῶν καὶ πέρι ἀτρεκές τι λέγεται, πρῶτοι πρὸς ἠῶ καὶ ἡλίου ἀνατολὰς οἰκέουσι ἀνθρώπων τῶν ἐν τῇ Ἀσίῃ Ἰνδοί· Ἰνδῶν γὰρ τὸ πρὸς τὴν ἠῶ ἐρημίη ἐστὶ διὰ τὴν ψάμμον.

Ἔστι δὲ πολλὰ ἔθνεα Ἰνδῶν καὶ οὐκ ὁμόφωνα σφίσι, καὶ οἱ μὲν αὐτῶν νομάδες εἰσί, οἱ δὲ οὔ, οἱ δὲ ἐν τοῖσι ἕλεσι οἰκέουσι τοῦ ποταμοῦ καὶ ἰχθῦς σιτέονται ὠμούς, τοὺς αἱρέουσι ἐκ πλοίων καλαμίνων ὁρμώμενοι· καλάμου δὲ ἓν γόνυ πλοῖον ἕκαστον ποιέεται. Οὗτοι μὲν δὴ τῶν Ἰνδῶν φορέουσι ἐσθῆτα φλοΐνην· ἐπεὰν ἐκ τοῦ ποταμοῦ φλοῦν ἀμήσωνται καὶ κόψωσι, τὸ ἐνθεῦτεν φορμοῦ τρόπον καταπλέξαντες [99] ὡς θώρηκα ἐνδύνουσι. Ἄλλοι δὲ τῶν Ἰνδῶν πρὸς ἠῶ οἰκέοντες τούτων νομάδες εἰσί, κρεῶν ἐδεσταὶ ὠμῶν, καλέονται δὲ Παδαῖοι. Νομαίοισι δὲ τοιοισίδε λέγονται χρᾶσθαι. Ὃς ἂν κάμῃ τῶν ἀστῶν, ἤν τε γυνὴ ἤν τε ἀνήρ, τὸν μὲν ἄνδρα ἄνδρες οἱ μάλιστά οἱ ὁμιλέοντες κτείνουσι, φάμενοι αὐτὸν τηκόμενον τῇ νούσῳ τὰ κρέα σφίσι διαφθείρεσθαι· ὁ δὲ ἄπαρνός ἐστι μὴ μὲν νοσέειν, οἱ δὲ οὐ συγγινωσκόμενοι ἀποκτείναντες κατευωχέονται· ἣ δὲ ἂν γυνὴ κάμῃ, ὡσαύτως αἱ ἐπιχρεώμεναι μάλιστα γυναῖκες ταὐτὰ τοῖσι ἀνδράσι ποιεῦσι. Τὸν γὰρ δὴ ἐς γῆρας ἀπικόμενον θύσαντες κατευωχέονται. Ἐς δὲ τούτου λόγον οὐ πολλοί τινες αὐτῶν ἀπικνέονται· πρὸ γὰρ τοῦ τὸν ἐς [100] νοῦσον πίπτοντα πάντα κτείνουσι. Ἑτέρων δέ ἐστι Ἰνδῶν ὅδε ἄλλος τρόπος· οὔτε κτείνουσι οὐδὲν ἔμψυχον οὔτε τι σπείρουσι οὔτε οἰκίας νομίζουσι ἐκτῆσθαι ποιηφαγέουσί τε, καὶ αὐτοῖσι ‹ὄσπριόν τι› ἔστι ὅσον κέγχρος τὸ μέγαθος ἐν κάλυκι, αὐτόματον ἐκ τῆς γῆς γινόμενον, τὸ συλλέγοντες αὐτῇ τῇ κάλυκι ἕψουσί τε καὶ σιτέονται. Ὃς δ’ ἂν ἐς νοῦσον αὐτῶν πέσῃ, ἐλθὼν ἐς τὴν ἔρημον κεῖται· φροντίζει [101] δὲ οὐδεὶς οὔτε ἀποθανόντος οὔτε κάμνοντος. Μίξις δὲ τούτων τῶν Ἰνδῶν τῶν κατέλεξα πάντων ἐμφανής ἐστι κατά περ τῶν προβάτων, καὶ τὸ χρῶμα φορέουσι ὅμοιον πάντες καὶ παραπλήσιον Αἰθίοψι. Ἡ γονὴ δὲ αὐτῶν, τὴν ἀπίενται ἐς τὰς γυναῖκας, οὐ κατά περ τῶν ἄλλων ἀνθρώπων ἐστὶ λευκή, ἀλλὰ μέλαινα κατά περ τὸ χρῶμα· τοιαύτην δὲ καὶ Αἰθίοπες ἀπίενται θορήν. Οὗτοι μὲν τῶν Ἰνδῶν ἑκαστέρω τῶν Περσέων οἰκέουσι καὶ πρὸς νότου ἀνέμου [102] καὶ Δαρείου βασιλέος οὐδαμὰ ὑπήκουσαν. Ἄλλοι δὲ τῶν Ἰνδῶν Κασπατύρῳ τε πόλι καὶ τῇ Πακτυϊκῇ χώρῃ εἰσὶ πρόσοικοι, πρὸς ἄρκτου τε καὶ βορέω ἀνέμου κατοικημένοι τῶν ἄλλων Ἰνδῶν, οἳ Βακτρίοισι παραπλησίην ἔχουσι δίαιταν. Οὗτοι καὶ μαχιμώτατοί εἰσι Ἰνδῶν καὶ οἱ ἐπὶ τὸν χρυσὸν στελλόμενοί εἰσι οὗτοι· κατὰ γὰρ τοῦτό ἐστι ἐρημίη διὰ τὴν ψάμμον.

Ἐν δὴ ὦν τῇ ἐρημίῃ ταύτῃ καὶ τῇ ψάμμῳ γίνονται μύρμηκες μεγάθεα ἔχοντες κυνῶν μὲν ἐλάσσω, ἀλωπέκων δὲ μέζω· εἰσὶ γὰρ αὐτῶν καὶ παρὰ βασιλέϊ τῷ Περσέων ἐνθεῦτεν θηρευθέντες. Οὗτοι ὦν οἱ μύρμηκες ποιεύμενοι οἴκησιν ὑπὸ γῆν ἀναφέρουσι [τὴν] ψάμμον κατά περ οἱ ἐν τοῖσι Ἕλλησι μύρμηκες κατὰ τὸν αὐτὸν τρόπον, εἰσὶ δὲ καὶ τὸ εἶδος ὁμοιότατοι· ἡ δὲ ψάμμος ἡ ἀναφερομένη ἐστὶ χρυσῖτις. Ἐπὶ δὴ ταύτην τὴν ψάμμον στέλλονται ἐς τὴν ἔρημον οἱ Ἰνδοί, ζευξάμενος ἕκαστος καμήλους τρεῖς, σειρηφόρον μὲν ἑκατέρωθεν ἔρσενα παρέλκειν, θήλεαν δὲ ἐς μέσον· ἐπὶ ταύτην δὴ αὐτὸς ἀναβαίνει, ἐπιτηδεύσας ὅκως ἀπὸ τέκνων ὡς νεωτάτων ἀποσπάσας ζεύξει· αἱ γάρ σφι κάμηλοι ἵππων οὐκ ἥσσονες ἐς ταχυτῆτά εἰσι· χωρὶς δὲ [103] ἄχθεα δυνατώτεραι πολλὸν φέρειν. Τὸ μὲν δὴ εἶδος ὁκοῖόν τι ἔχει ἡ κάμηλος, ἐπισταμένοισι τοῖσι Ἕλλησι οὐ συγγράφω· τὸ δὲ μὴ ἐπιστέαται αὐτῆς, τοῦτο φράσω· κάμηλος ἐν τοῖσι ὀπισθίοισι σκέλεσι ἔχει τέσσερας μηροὺς καὶ γούνατα τέσσερα, τά τε αἰδοῖα διὰ τῶν ὀπισθίων σκελέων πρὸς [104] τὴν οὐρὴν τετραμμένα. Οἱ δὲ δὴ Ἰνδοὶ τρόπῳ τοιούτῳ καὶ ζεύξι τοιαύτῃ χρεώμενοι ἐλαύνουσι ἐπὶ τὸν χρυσὸν λελογισμένως ὅκως [ἂν] καυμάτων τῶν θερμοτάτων ἐόντων ἔσονται ἐν τῇ ἁρπαγῇ· ὑπὸ γὰρ τοῦ καύματος οἱ μύρμηκες ἀφανέες γίνονται ὑπὸ γῆν. Θερμότατος δέ ἐστι ὁ ἥλιος τούτοισι τοῖσι ἀνθρώποισι τὸ ἑωθινόν, οὐ κατά περ τοῖσι ἄλλοισι μεσαμβρίης, ἀλλ’ ὑπερτείλας μέχρις οὗ ἀγορῆς διαλύσιος· τοῦτον δὲ τὸν χρόνον καίει πολλῷ μᾶλλον ἢ τῇ μεσαμβρίῃ τὴν Ἑλλάδα, οὕτω ὥστε ἐν ὕδατι λόγος αὐτούς ἐστι βρέχεσθαι τηνικαῦτα· μεσοῦσα δὲ ἡ ἡμέρη σχεδὸν παραπλησίως καίει τούς ‹τε› ἄλλους ἀνθρώπους καὶ τοὺς Ἰνδούς· ἀποκλινομένης δὲ τῆς μεσαμβρίης γίνεταί σφι ὁ ἥλιος κατά περ τοῖσι ἄλλοισι ὁ ἑωθινός· καὶ τὸ ἀπὸ τούτου ἀπιὼν ἐπὶ μᾶλλον ψύχει, ἐς ὃ ἐπὶ δυσμῇσι ἐὼν καὶ τὸ [105] κάρτα ψύχει. Ἐπεὰν δὲ ἔλθωσι ἐς τὸν χῶρον οἱ Ἰνδοὶ ἔχοντες θυλάκια, ἐμπλήσαντες ταῦτα τῆς ψάμμου τὴν ταχίστην ἐλαύνουσι ὀπίσω· αὐτίκα γὰρ οἱ μύρμηκες ὀδμῇ, ὡς δὴ λέγεται ὑπὸ Περσέων, μαθόντες διώκουσι. Εἶναι δὲ ταχυτῆτα οὐδενὶ ἑτέρῳ ὅμοιον, οὕτω ὥστε, εἰ μὴ προλαμβάνειν τοὺς Ἰνδοὺς τῆς ὁδοῦ ἐν ᾧ τοὺς μύρμηκας συλλέγεσθαι, οὐδένα ἄν σφεων ἀποσῴζεσθαι. Τοὺς μέν νυν ἔρσενας τῶν καμήλων, εἶναι γὰρ ἥσσονας θέειν τῶν θηλέων, παραλύεσθαι ἐπελκομένους, οὐκ ὁμοῦ ἀμφοτέρους· τὰς δὲ θηλέας ἀναμιμνησκομένας τῶν ἔλιπον τέκνων ἐνδιδόναι μαλακὸν οὐδέν. Τὸν μὲν δὴ πλέω τοῦ χρυσοῦ οὕτω οἱ Ἰνδοὶ κτῶνται, ὡς Πέρσαι φασί· ἄλλος δὲ σπανιώτερός ἐστι ἐν τῇ χώρῃ ὀρυσσόμενος.

 

Copenhagen, Kongelige Bibliotek. Gl. kgl. S. 1633 4° (1400-1425 c.), Bestiario di Anne Walshe, f. 29v.

 

[98] Questa grande quantità d’oro, di cui portano al Re la suddetta polvere, gli Indiani se lo procurano in tale modo. La parte del territorio indiano rivolta verso il sorgere del sole è una distesa di sabbia; tra quelli che conosciamo, infatti, di cui si ha qualche notizia sicura, gli Indiani sono i primi che abitano verso l’aurora e il sole nascente fra i popoli d’Asia: a Oriente degli Indiani, infatti, c’è un deserto di sabbia.

Vi sono molte tribù di Indiani e non parlano la stessa lingua; alcune sono nomadi, altre no; altre ancora abitano nelle paludi del fiume e si nutrono di pesce crudo, che catturano servendosi di barche di canna: ogni barchetta è costituita da un tronco di canna fra due nodi. Costoro fra gli Indiani, dunque, portano vestiti intessuti di giunchi: colta una canna dal fiume e battutala a puntino, la intrecciano poi a mo’ di stuoia e lo indossano [99] come fosse una corazza. Altri Indiani, che abitano a Oriente di questi, sono nomadi, si cibano di carne cruda e si chiamano Padei. Si dice che abbiano abitudini di questo genere: quando un cittadino, donna o uomo che sia, cade ammalato, se è un uomo, gli uomini che sono a lui più vicini per parentela lo uccidono, sostenendo che, una volta logorato dalla malattia, le sue carni vanno in putrefazione; quello, dal canto suo, nega di essere ammalato, ma quelli, non prestandogli ascolto, dopo averlo ucciso, banchettano con le sue carni. Se ad ammalarsi è una donna, allo stesso modo, le donne a lei più prossime le riservano lo stesso trattamento usato sugli uomini. Essi fanno anche banchetto, immolando chi ha raggiunto la vecchiaia, ma sono ben pochi quelli che giungono a contare tanti anni, dal momento che, prima di ciò, [100] chiunque cada ammalato viene ucciso. Altri Indiani hanno quest’altra usanza: non uccidono alcun essere vivente, non seminano nulla, né sono soliti avere case, ma si nutrono di erbe; hanno un certo legume grosso quanto un grano di miglio, avvolto in un involucro, che cresce spontaneo dalla terra e che essi, dopo averlo raccolto, lo fanno cuocere con l’involucro stesso e lo mangiano. Chi tra loro cade ammalato, dopo essere andato nel deserto, vi rimane: nessuno [101] si preoccupa di lui, né dopo che è morto, né prima mentre soffre. I rapporti sessuali di tutti questi Indiani che ho elencato avvengono in pubblico, proprio come le bestie, e hanno tutti lo stesso colore di pelle, molto simile a quello degli Etiopi. Il loro seme, che emettono nelle donne, non è affatto bianco come per gli altri uomini, ma scuro come la loro pelle: tale è anche il seme genitale degli Etiopi. Tra gli Indiani questi sono quelli che abitano più lontano dai Persiani, verso il vento di Noto, [102] e non sono mai stati sudditi del re Dario. Altri Indiani, invece, confinano con la città di Caspatiro e con il territorio dei Pattii; sono stanziati, rispetto agli altri Indiani, verso l’Orsa e il vento di Borea, e conducono uno stile di vita simile a quello dei Battriani. Costoro sono i più bellicosi fra gli Indiani e sono questi ad andare alla ricerca dell’oro: in questa regione, infatti, si trova un deserto di sabbia.

Ebbene, in questo deserto e nella sabbia vivono formiche di taglia inferiore a quella dei cani e maggiore di quella delle volpi; di queste ve ne sono anche presso il Re dei Persiani, catturate proprio lì. Queste formiche, dunque, scavandosi la propria tana sottoterra, portano in superficie la sabbia proprio come le formiche che si trovano presso i Greci (proprio alla stessa maniera) e anche nell’aspetto sono estremamente simili ad esse: ma la polvere che sollevano è aurifera. Proprio per impadronirsi di questa sabbia gli Indiani fanno delle spedizioni nel deserto, dopo aver aggiogato ciascuno tre cammelli, due maschi ai lati a tirare, legati con una fune, e una femmina in mezzo. Il cammelliere monta sopra quest’ultima, assicurandosi di aggiogarla dopo averla allontanata dai cuccioli quanto più piccoli possibile. I loro cammelli, infatti, quanto a velocità non sono inferiori ai cavalli e, oltre a ciò, [103] sono molto più resistenti nel portare carichi pesanti. Non descrivo l’aspetto del cammello, dal momento che i Greci lo conoscono; dirò invece ciò che i Greci non sanno: il cammello, nelle zampe posteriori, ha quattro ossa femorali e quattro ginocchia; il membro tra le zampe posteriori è rivolto [104] verso la coda.  Gli Indiani, quindi, in questa maniera e avvalendosi di questo modo di aggiogare gli animali, si spingono alla ricerca dell’oro, dopo aver calcolato per farne rapina, quando il caldo è più ardente: a causa del caldo, infatti, le formiche stanno nascoste sottoterra. Per queste persone il sole più caldo è quello del mattino, non già, come per gli altri, quello di mezzogiorno, ma dal suo sorgere fino allo sgombero del mercato: durante questo lasso di tempo il sole brucia molto di più che in Grecia a mezzogiorno, tanto che si dice che in quelle ore la gente se ne sta ammollo in acqua; a mezzogiorno, dunque, brucia press’a poco allo stesso modo gli Indiani e gli altri uomini; sul far del pomeriggio, il sole diventa per loro come per gli altri quello del mattino, e a mano a mano che dal meriggio si allontana concede sempre maggior refrigerio, finché, al tramonto, fa [105] oltremodo fresco. Dopo esser giunti sul luogo con dei sacchi, gli Indiani, non appena li hanno riempiti di sabbia, tornano indietro il più velocemente possibile: infatti, le formiche, avvertendo immediatamente il loro odore, a quanto dicono i Persiani, si lanciano all’inseguimento. Nessun altro essere ha una velocità pari alla loro, sicché, se gli Indiani non prendessero vantaggio nella corsa, mentre le formiche vanno raccogliendosi, nessuno di loro troverebbe scampo. I maschi dei cammelli, vista la loro inferiorità nella corsa, quando iniziano a farsi trascinare, vengono slegati, uno dopo l’altro; mentre le femmine, ricordandosi dei piccoli che hanno abbandonato, non danno segno di fiacchezza. Gli Indiani, dunque, a detta dei Persiani, si procurano in questo modo la maggior parte dell’oro; altro oro, seppure in quantità minore, viene estratto dal sottosuolo.

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Bibliografia di approfondimento:

G.W. Regenos, A Note on Herodotus III 102, CJ 34 (1939), 425-426.

E.S. McCartney, The Gold-Digging Ants, CJ 49 (1954), 234.

K. Karttunen, India in Early Greek Literature, Helsinki 1989, 41-46.

E.M. Murphy – J.P. Mallory, Herodotus and the cannibals, Antiquity 72 (2000), 388-394.

P. Li Causi – R. Pomelli, L’India, l’oro, le formiche: storia di una rappresentazione culturale da Erodoto a Dione di Prusa, Hormos 3-4 (2001-2002), 177-246, in part. 181-195.

Sall. Cat. 29 (Il Senato conferisce pieni poteri a Cicerone per combattere Catilina)

di Sallustio, La congiura di Catilina, L. Storoni Mazzolani (cur.), Milano, BUR, 2013, 124-125; testo latino: J.C. Rolfe – J.T. Ramsey (eds.), Sallust, I: The War with Catiline; The War with Jugurtha (edited and revised; first published 1921). Loeb classical library, 116, Cambridge-London, HUP, 2013, 66-67.

 

Ea cum Ciceroni nuntiarentur, ancipiti malo permotus, quod neque urbem ab insidiis priuato consilio longius tueri poterat neque, exercitus Manli quantus aut quo consilio foret, satis compertum habebat, rem ad senatum refert, iam antea uolgi rumoribus exagitatam. itaque, quod plerumque in atroci negotio solet, senatus decreuit, darent operam consules, ne quid res publica detrimenti caperet. ea potestas per senatum more Romano magistratui maxuma permittitur: exercitum parare, bellum gerere, coercere omnibus modis socios atque ciuis, domi militiaeque imperium atque iudicium summum habere; aliter sine populi iussu nullius earum rerum consuli ius est.

 

Come apprese queste notizie, Cicerone si turbò per la duplice minaccia, poiché non era più in suo potere proteggere l’Urbe dai pericoli con la sola sua previdenza né era sufficientemente informato sull’entità delle forze di Manlio o delle sue intenzioni. Perciò, portò a conoscenza del Senato la cosa, che correva già sulle bocche di tutti.

Il Senato emanò il decreto che ordina ai consoli di provvedere affinché la Repubblica non subisca alcun danno: secondo il costume romano, al magistrato, tramite il Senato, vengono conferiti i più ampi poteri, come richiamare l’esercito, fare la guerra, tenere sotto la più rigorosa disciplina i cittadini e gli alleati, esercitare, infine, i poteri supremi civili e militari; altrimenti, senza l’autorizzazione del popolo romano, al console non è lecito nessuno di questi provvedimenti.

 

M. Tullio Cicerone. Busto, marmo, copia di B. Thorvaldsen da originale romano. København, Thorvaldsens Museum.

 

La nuova retorica dello spazio nell’elegia erotica ovidiana

di P. Monella, La nuova retorica dello spazio nell’elegia erotica ovidiana, in Amicitiae templa serena. Studi in onore di Giuseppe Aricò, a cura di L. Castagna – C. Riboldi, vol. II, Milano 2008, pp. 1121-1153.

Ovidio e l’urbanitas: alcune premesse

Il presente contributo si propone di mettere in luce come la profonda ‘ristrutturazione’ del genere elegiaco operata da Ovidio – legata soprattutto allo ‘scioglimento’ delle tensioni e delle contraddizioni che avevano caratterizzato in precedenza lo sviluppo dell’elegia – influenzi a più ampio raggio la costruzione simbolica dello spazio in opere come gli Amores, l’Ars amatoria, i Remedia amoris.

Uno studio sullo spazio nelle opere giovanili di Ovidio non può non partire dalla centralità e dagli sviluppi dell’ideologia dell’urbanitas, sulla quale, come è noto, è fiorita una ricca bibliografia[1]. Partendo da tali premesse, si cercherà qui di proporre una riflessione più ampia sul rimaneggiamento da parte di Ovidio delle principali coordinate spaziali elegiache, dalla città, alla campagna, al viaggio, nella chiave di una dialettica di fondo tra spazi interni, coincidenti principalmente con Roma stessa, e spazi esterni.

Nella mia tesi di dottorato, cui si farà più volte riferimento in queste pagine[2], ho  cercato di mostrare come l’universo spaziale properziano si strutturasse in modo assai coerente intorno all’Urbe, e costituisse un riflesso simbolico dell’ideologia dell’eros come esperienza totalizzante. Nella poesia di Properzio la città di Roma aveva rappresentato l’emblema spaziale della scelta biografica e poetica elegiaca, in quanto sede esclusiva della domina e degli amori della coppia. La rappresentazione degli spazi esterni, inclusa ogni forma di allontanamento o di viaggio, ripeteva nel dualismo ‘interno vs. esterno’ la polarità di fondo dell’elegia latina, che vedeva contrapposte una scelta di vita esclusivamente interna all’ethos elegiaco, ed una irriducibilmente esterna ad esso.

Nel corso di queste pagine vedremo nel dettaglio come il venir meno nell’elegia ovidiana di tale tensione irrisolta produca l’effetto di scompaginare la compattezza, e in certo senso la schematicità, dell’uso simbolico dello spazio ‘esterno’.

Scena erotica. Mosaico, I sec. d.C. da Centocelle. Berlin, Kunsthistorisches Museum.

L’appropriazione della topografia urbana

Già sul piano della contrapposizione tra lo spazio ‘interno’ della domus e quello costituito dai luoghi urbani della vita galante, un confronto diretto tra due elegie vicine per temi e spunti, quali Prop. 2, 6 e Ov. Am. 3, 4, potrà offrire una prima conferma – ed  esemplificazione sui testi – delle premesse qui esposte.

Come osservavo nella mia te[3], la ricorrenza dei dettagli urbanistici di Roma nelle elegie properziane è molto spesso associata alla prospettiva del tradimento, o comunque ad una disgregazione ‘centrifuga’ della coppia. In questa sede sarà possibile solo ricordare come in un’elegia come Prop. 2, 6 sia ravvisabile la contrapposizione ‘minimale’ tra lo spazio interno al limen, rispettato – anzi, amato – da personaggi come Alcesti e Penelope (insomma dagli exempla della fedeltà femminile: vv. 23-24); e quello esterno, identificato con Roma corrotta, cui invece appartiene Cinzia. Al tema di fondo dell’elegia properziana, ovvero l’inutilità della custodia per le puellae che non siano fedeli di per sé, unita all’identificazione dei mores libertini con lo spazio della città[4], risponde direttamente Ov. Am. 3, 4, riprendendo tra l’altro anche l’exemplum canonico di Penelope, e, ancor più significativamente, il ‘delicato’ riferimento ai miti di fondazione di Roma stessa visti quali radice prima dell’adulterio in città[5]. Ma il punto d’osservazione, dall’elegia properziana a quella ovidiana, è radicalmente mutato: nella prima, era il poeta stesso a paventare il tradimento della donna, e ad esprimere la propria rabbia in tirate moralistiche contro la corruzione dell’Urbe; in Ovidio, al contrario, il poeta veste i panni dell’amante, esortando anzi il vir tradito a rinunciare alla custodia della donna. Possiamo dunque apprezzare al meglio il rovesciamento dell’atteggiamento ovidiano nei confronti della realtà della metropoli ellenizzata: in Prop. 2, 6 il carattere libertino della vita cittadina costituisce una minaccia al foedus elegiaco, al punto da provocare la reazione ‘catoniana’ del poeta. In Ov. Am. 3, 4, invece, esso appare il presupposto su cui si fonda la stessa liaison amorosa: la ‘chiusura’ dell’amata nello spazio domestico non può più diventare, per un amante elegiaco dimentico della frequente condizione di exclusus amator in cui è costretto a versare, garanzia paradossale di fides da parte della donna. La furtiva Venus del poeta non tentenna più nell’identificarsi senza ripensamenti passatisti con lo spazio urbano e la sua vita galante.

Scena conviviale. Affresco, I secolo a.C. dalla Casa degli Amanti (IX 12, 6-8), Pompei.

 

Il ‘trionfo’ di questa compiuta appropriazione della dimensione urbana da parte del mondo elegiaco si celebra, come è noto, nel primo libro dell’Ars amatoria, nella sezione dedicata all’inventio della ‘preda’ amorosa (Ars 1, 41-264). La lista dei  ‘luoghi di caccia’, ricca di dettagli topografici, offerta in Ars 1, 67-78 ad uso degli uomini, viene riproposta quasi negli stessi termini, nel terzo libro, al pubblico femminile[6].

Inutile soffermarsi sull’evidente consacrazione di Roma come luogo dell’amore libertino all’interno del poema erotico-didascalico: essa non potrebbe essere più esplicita là dove (Ars 1, 51-52) si raccomanda al giovane in cerca di avventure di non spingersi oltre le mura della città (le uniche eccezioni si rintracceranno, più avanti, a Baia e nel tempio suburbano di Diana)[7], visto che Roma offre già quanto di meglio si potrebbe desiderare (vv. 51-60) – inutile, dunque, intraprendere a tal fine una longa… via (v. 52)[8]. Non sfugga peraltro come la consacrazione forse più incisiva della compenetrazione tra Roma, amore elegiaco e vita galante, che ritorna nell’Ars pochi versi più avanti rispetto a quelli citati (v. 60: mater in Aeneae constitit urbe sui), si ritrovava già nell’elegia degli Amores che meglio di qualunque altra aveva aperto la via all’esperimento letterario dell’Ars, ossia Ov. Am. 1, 8, (vv. 39-42), l’elegia della lena:

 

Forsitan inmundae Tatio regnante Sabinae

noluerint habiles pluribus esse viris;

nunc Mars externis animos exercet in armis,

at Venus Aeneae regnat in urbe sui.

 

Il punto focale di tale immagine, quello su cui inevitabilmente si è appuntato l’interesse degli esegeti, è costituito dal nodo inestricabile con cui l’amore elegiaco è legato a Roma, anzi alla stessa romanità incarnata dalla figura di Enea – con i suoi ovvi ‘risvolti augustei’[9]. Nelle parole della lena si celebra lo scioglimento di un nodo irrisolto dell’elegia tibulliana, ma soprattutto properziana: le remore o, se si preferisce, la diffidenza nei confronti degli aspetti della modernità incarnati nella ‘vita galante’ della metropoli. Il polo  verso il quale la poesia properziana manifestava insieme attrazione e paura – la vita galante cittadina con le sue tentazioni ‘centrifughe’ rispetto alla monogamia elegiaca – viene ora identificata da Ovidio con l’amore elegiaco stesso: la riconciliazione dell’elegia con lo spazio dell’Urbs non potrebbe essere più completa[10].

 

Amore fra un satiro e una ninfa. Affresco, ante 79 d.C., dalla Casa di Cecilio Giocondo, Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Gli Amores: verso una retorica ‘aperta’ dello spazio

Per compiere un passo in avanti nell’analisi delle strutture spaziali dell’elegia erotica ovidiana, sarà il caso di interrogarsi ora riguardo al trattamento subito dal tema del viaggio a partire dagli Amores, per passare poi all’Ars amatoria, non senza una postilla riguardante i Remedia amoris.

All’interno degli Amores, tra le numerose variazioni sul tema, la più ‘ortodossa’, da molti punti di vista, è costituita dal viaggio di Corinna (Ov. Am. 2, 11)[11]. In primo luogo, l’elegia risponde estensivamente alle forme della ‘generic composition’ individuate da Francis Cairns: si tratta di un προπεμπτικόν (carme di buon viaggio) che include, dal v. 43 in poi, un προπεμπτικόν (componimento per il ritorno di un viaggiatore). Tale inclusione, argomenta Cairns, se pure non normativa per il genre del προπεμπτικόν (non si rinviene, ad es., in Prop. 1, 8), doveva però occorrere abbastanza spesso: almeno un augurio o comunque un’allusione al ritorno doveva essere topica nei componimenti odeporici, e “può dunque essere che l’inclusione di un προπεμπτικόν all’interno di un προπεμπτικόν costituisca, nella formula di quest’ultimo, un’alternativa in sostituzione di una allusione topica al ritorno”[12].

In secondo luogo, ‘ortodosso’ rispetto alle convenzioni elegiache appare il tema del rifiuto del viaggio in quanto motivo di separazione tra gli amanti. Ma in verità a quest’ultimo motivo è ispirato, di fatto, soltanto lo σχετλιασμός iniziale[13], mentre lo sviluppo del componimento dimostra una semplice adesione allo sviluppo canonico del sotto-genere προπεμπτικόν, non esclusi gli auguri di buon viaggio e la prefigurazione della scena del ritorno[14].

Se in 2, 11 Ovidio aveva scelto di ripercorrere i modelli retorici o comunque topici del προπεμπτικόν, tenendosi sostanzialmente vicino ai più tradizionali atteggiamenti elegiaci nei confronti dello spazio ‘esterno’ della navigazione, nell’altra elegia del viaggio all’interno degli Amores, ovvero 2, 16, il gusto della variazione e dell’incrocio tra spunti topici differenti porta ad una rielaborazione delle coordinate spaziali in relazione alla vicenda amorosa a dir poco sorprendente.

La situazione iniziale di Am. 2, 16 ci presenta Ovidio nella città natia, Sulmona, le cui laudes occupano la prima parte del componimento (Ov. Am. 2, 16, 1-10). Il distico rappresentato dai vv. 11-12 introduce ex abrupto in questo luminoso quadro campestre sia l’elemento erotico, sia quello che sarà d’ora in poi il tema dominante dell’elegia – la lontananza tra gli amanti:

 

At meus ignis abest. verbo peccavimus uno!

quae movet ardores est procul; ardor adest.

 

In uno studio dedicato soprattutto alla struttura dell’elegia in suddetta, Lenz ha argomentato che da questo distico di sapore e struttura epigrammatica Am. 2, 16 si sviluppa in due direzioni: senza l’amata, al poeta sarebbe sgradito persino stare in cielo; con lei, sarebbe disposto ad andare dappertutto[15].

Al livello sintagmatico, per quanto riguarda la successione dei temi e la loro simmetrica rispondenza reciproca, l’elegia presenta senz’altro una struttura più complessa[16], tuttavia la lettura di Lenz individuava già con efficacia il nodo centrale intorno a cui essa si dipana: la ‘costruzione’ dello spazio in relazione all’etica amorosa.

A tal fine Ovidio fa confluire nel testo una quantità impressionante di suggestioni  intertestuali, provenienti non solo dall’elegia romana, ottenendo il risultato solo in apparenza paradossale di riscrivere dalle fondamenta, in modo ormai di fatto indipendente dai modi, o dovrei dire dalle ossessioni elegiache, le coordinate spaziali in cui la sua liaison amorosa si iscrive.

Innanzitutto, Sulmona. Qui si colloca l’io poetico mentre l’amata è lontana. Già i versi incipitari, influenzati dalla topica dell’ἐγκώμιον χώρας[17], presentano lo spazio della terra dei Peligni come tutt’altro che periferico o sgradevole: la città di Roma è del tutto assente. L’Abruzzo rappresenta il centro a partire dal quale cui la voce poetica misura, dai vv. 11-12 in poi, la distanza dell’amata, e in cui, nella perorazione finale, il poeta invita la donna a raggiungerlo (Ov. Am. 2, 16, 47-52). Con una prima, evidente, libertà rispetto alle rigide convenzioni elegiache, il centro gravitazionale della vicenda amorosa viene traslato dalla metropoli al luogo natale del poeta[18].

L’affrancarsi di Ovidio dai canoni topici del genere ha stimolato le più diverse interpretazioni biografistiche dell’elegia, secondo il presupposto per cui ciò che non è topico deve avere una peculiare origine nella vita del poeta. Brandt, cogliendo peraltro giustamente il rapporto tematico tra questa elegia e la già discussa Am. 2, 11, immagina che la lontananza di Corinna sia dovuta proprio al viaggio per mare di cui il poeta aveva già cantato in quella elegia, e fa di 2, 16 di fatto un’appendice di 2, 11: al προπεμπτικόν seguirebbe dunque un κλητικὸς ὕμνος, una ulteriore ed accorata richiesta di ritorno[19]. Per parte propria, Della Corte reagisce all’interpretazione di Pöschl, fondata principalmente sull’analisi dei topoi letterari confluiti nell’elegia in esame, proponendo che essa non si rivolga a Corinna, bensì alla prima moglie di Ovidio, la quale, per via della propria infertilità, avrebbe avuto uno screzio col marito mentre i due si trovavano presso i rura paterna del poeta, e per questo si sarebbe ritirata a Roma[20].

Sarà forse più fruttuoso tornare ai motivi letterari e alla loro variazione e combinazione, partendo dalla suddivisione dell’elegia nelle quattro sezioni individuate dal Pöschl:

  1. Assenza dell’amata. La florida Sulmona è una sede insopportabile, ma lo sarebbero anche le sedi degli dèi (vv. 1-16);
  2. Presenza dell’amata. Dummodo cum domina, persino i viaggi più spaventosi sarebbero graditi al poeta (vv. 17-32);
  3. Ancora assenza dell’amata. Senza di lei persino Sulmona somiglia ai luoghi più orridi;
  4. Presenza (prefigurata) dell’amata. Sulmona diverrebbe il luogo del loro amore.

 

La situazione iniziale (il poeta in campagna invita qualcuno a raggiungerlo) è già, come osserva giustamente Pöschl,  un tema oraziano, ma tanto in  Hor. Carm. 1, 7 quanto in 3, 29 l’invito è rivolto ad amici (rispettivamente Munazio Planco e Mecenate), dunque del tutto estraneo ad un contesto erotico. La ricchezza dei riferimenti tematici dell’elegia è scandagliata più compiutamente dal commento di McKeown[21], il quale richiama innanzitutto, giustamente, le ‘elegie della lontananza’ di Tibullo e Properzio (Tib. 1, 3 e Prop. 1, 17). In entrambi i casi, però, ci trovavamo dinanzi allo schema usuale della costruzione elegiaca dello spazio: la sede della domina, e sede degli amori della coppia, rimaneva a Roma, mentre il poeta-amante se ne era colpevolmente allontanato, pagandone il fio. In Ov. Am. 2, 16, invece, è il poeta a trovarsi fuori Roma, eppure in uno spazio perfettamente conciliabile con l’amore elegiaco, mentre è la donna a viaggiare. Né alla condizione di Ovidio si confanno motivi quali quello del rifugio nel rus visto come remedium amoris[22], o come luogo in cui l’amata può almeno stare al riparo dalla corruzione cittadina (vd., ad es., Prop. 2, 19). La memoria letteraria di Ovidio si colloca invece probabilmente all’incrocio fra diverse suggestioni provenienti dal Corpus Tibullianum – tra di loro discordanti –, e tuttavia sembra non identificarsi con nessuna di queste. In primo luogo, lo stesso McKeown richiama le elegie ‘rustiche’ di Tibullo, nelle quali il poeta desidera vivere con la donna in una campagna idillica (ma mai connotata topograficamente), tuttavia in esse la prospettiva dell’unione tra gli amanti nel mondo campestre rimane sempre nell’àmbito del sogno irrealizzato: nella poesia tibulliana l’io poetico non si presenta mai, come in Ov. Am. 2, 16, come effettivamente residente in campagna, e, tanto meno, da lì invita una domina in viaggio a raggiungerlo[23]. Un altro scenario tibulliano confrontabile potrebbe individuarsi in Tib. 2, 3, dove Nemesi risulta quasi reclusa in campagna, ‘strappata’ dalla città e dunque all’amore di Tibullo, o ancora nelle pseudo-tibulliane Ps.-Tib. 3, 14 e 3, 15, in cui l’io poetico di Sulpicia dapprima lamenta di essere costretta a passare il proprio compleanno ad Arezzo, lontana dal suo Cerinto, e poi annuncia di aver ottenuto di rimanere a Roma[24].

Eppure il termine di raffronto più interessante per la nostra elegia ci potrà venire da un altro testo: la decima ecloga di Virgilio, nella quale Gallo, poeta-amante elegiaco, si rifugia nello spazio non-urbano, addolorato per la lontananza dell’amata.  Proprio le profonde differenze che separano Ovidio da quel modello ‘fondante’ per la concezione elegiaca dello spazio ne mostreranno la distanza dall’intera tradizione elegiaca che da quel paradigma, per molti versi, discendeva.

Gallo è stato abbandonato da Licoride, il cui viaggio per terre lontane e inospitali implica la prospettiva del tradimento e del discidium. La ‘fuga’ del poeta nello spazio rarefatto delle selve, gravido di significati metaletterari[25], non costituisce che un tentativo di salvarsi dalla pena amorosa ‘elegiaca’ nel mondo bucolico, e insieme, come abbiamo suggerito in conclusione del capitolo 3, di sfuggire alla propria stessa vita dedita al ‘duro Marte’, alle campagne militari.

Volto femminile. Affresco, ante 79 d.C. dalla casa di Fabio Rufo, Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

 

Viceversa, in Ov. Am. 2, 16 non ricorre alcun elemento direttamente riconducibile ad un viaggio della donna. Il poeta esordisce presentando se stesso a Sulmona, e il me tenet del verso incipitario (ripreso al v. 34, quando la scena ritorna nei rura paterna dell’Abruzzo) indica, se non “un soggiorno forzato”[26], almeno la lontananza dalla dimora usuale – che le convenzioni elegiache, non si dimentichi, volevano collocata a Roma. Lo svolgimento argomentativo dell’elegia mostra una propria coerenza, seppure non particolarmente perspicua, se immaginiamo che l’unico ‘viaggiatore’ cui si faccia riferimento sia Ovidio stesso. Egli è trattenuto nella terra natale, lontano da Roma (v. 1: me tenet); se anche fosse trasportato (v. 13: ponar) tra gli dèi, senza la donna non lo vorrebbe; siano maledetti i costruttori delle longae… viae (che l’hanno portato a Sulmona, v. 17); o almeno fosse stato dato al poeta di percorrere tali strade insieme alla sua donna: in questo caso anche le destinazioni più disagevoli, e persino un naufragio, sarebbero sarebbero stati tollerabili (vv. 18-32; al v. 17 si auspica che le puellae siano iuvenum comites nei viaggi, e non viceversa); ma, avendo il poeta raggiunto Sulmona senza la fanciulla amata, persino il viaggio in un luogo così ameno si trasfigura in un esilio nelle terre più orride (vv. 33-40). Eloquente, in tal senso, lo spergiuro rimproverato alla donna ai vv. 41-46: ella aveva giurato al poeta di essergli sempre comes, termine che, dopo il citato v. 17, ritiene molto della propria connotazione come ‘compagno di viaggio’, e invece l’ha lasciato partire solo – da qui l’invito a raggiungerlo (vv. 47-52).

Se dunque la prima parte della nostra analisi era incentrata sullo statuto di Sulmona intesa come rus, appare adesso più produttiva una chiave di lettura incentrata sul tema del viaggio, della lontananza[27]. Su questo piano le ‘novità’ di Ov. Am. 2, 16 rispetto alla tradizione elegiaca risultano più profonde di quanto non apparisse in precedenza.

Inizieremo col dire che in 2, 16 il poeta-amante viaggia. Nulla di veramente insolito, in ambito elegiaco, se non che sino ad Ovidio l’innamorato che ha intrapreso un viaggio, allontanandosi da Roma e dalla puella, è cosciente di avere così abbandonato lo spazio dell’eros, pagandone lo scotto (vd. Tib. 1, 3 o Prop. 1, 17). Oppure ha deliberatamente abbandonato, con Roma, la propria scelta esistenziale (vd. Prop. 2, 31). Le cose non stanno così per il protagonista di 2, 16. In linea con le convenzioni del genere suona la topica invettiva pronunziata ai vv. 15-16 contro le longae viae (iunctura questa che abbiamo imparato a riconoscere come marca ricorrente di una precisa ossessione elegiaca) e i loro costruttori:

 

Solliciti iaceant terraque premantur iniqua,

in longas orbem qui secuere vias!

 

Molto meno lo è la ‘conciliazione’ con esse proposta ai versi seguenti (vv. 17-18):

 

Aut iuvenum comites iussissent ire puellas,

si fuit in longas terra secanda vias!

 

La prospettiva del viaggio, persino nei suoi aspetti più ‘orridi’, viene recuperata all’orizzonte elegiaco a patto che l’unione tra gli amanti si perpetui anche durante il suo svolgimento[28]. Il che implica la perdita, da parte dello spazio ‘interno’ di Roma, del proprio statuto di dimensione esclusiva dell’esperienza amorosa: a differenza di Tibullo in Feacia, o di Properzio in balia della tempesta in 1, 17, Ovidio non desidera il ritorno; a differenza del Properzio in rotta per Atene, egli non rinuncia all’eros. Semplicemente, pur dopo aver raffigurato il proprio spostamento nei termini di un vero e proprio viaggio – si veda la maledizione alle longae viae, oltre all’intera sezione dedicata a viaggi ben più disagevoli di quello da lui compiuto (vv. 19-32) –, conclude l’elegia prefigurando la ricreazione dell’armonia tra gli amanti in uno spazio diverso da quello canonico della metropoli[29].

Considerato che l’ipotesi più economica per la ‘localizzazione’ della puella in Am. 2, 16 rimane quella di immaginarla ancora a Roma – il testo non offre segnali che vadano in una direzione diversa –, il rimprovero rivolto dal poeta nella conclusione del componimento suona particolarmente paradossale[30]: in ultima analisi, ella è rimbrottata per non aver voluto allontanarsi da Roma. Questo ruolo di ‘accompagnatrice’ era già stato assunto sia da Licoride, sia da Nemesi e Cinzia[31], ma qualcosa di importante è avvenuto: nella tradizione dell’elegia latina l’amante accompagnato in viaggio per horrida castra, o nei rura, o nella gelida Illiria, era il dinamico rivale dell’amante elegiaco, il quale rimaneva invece prigioniero dalla propria desidia.

A venir messo in crisi, dunque, non è solo – e forse non è principalmente – il ruolo centrale della città di Roma nella strutturazione delle coordinate spaziali elegiache, bensì l’intero sistema di opposizioni sulla scala ‘interno vs. esterno’, staticità vs. dinamicità. Nella poesia ovidiana, come ha argomentato nel modo più convincente Labate parlando di ‘retorica della contiguità’ e di ‘riconciliazione’ dell’elegia con la società, si allenta la tensione di fondo del Lebenswahl, la tensione da cui scaturivano e si alimentavano, oltre alle mille contrapposizioni di cui si sostanzia l’‘ideologia elegiaca’, anche tali forme di polarizzazione simbolica dello spazio[32].

L’amante ovidiano, già negli Amores, e in modo ancor più evidente nell’Ars, se da una parte vive oramai la dimensione dell’urbanitas senza più contraddizioni, dall’altra, non più soggetto alla schiavitù della desidia ed alla dimensione totalizzante dell’eros, paradossalmente non avverte più il bisogno di ‘chiudere’ il proprio universo spaziale negli angusti confini dei moenia cittadini.

Donna seduta con kithara. Affresco, 50-40 a.C. ca. dalla Villa di P. Fannius Synistor, Boscoreale.

 

Viene così pienamente recuperato all’elegia erotica un tema sin qui dotato di un perimetro limitato e problematico: l’offerta da parte dell’amante di affrontare qualunque viaggio per raggiungere l’amata o per non lasciarla sola[33]. Le tracce di tale motivo si potrebbero al più ravvisare nel contesto didascalico dell’elegia tibulliana di Priapo (Tib. 1, 4, 41-46: in questo caso si tratta di un puer), nell’elegia properziana del viaggio (e del naufragio) degli amanti (Prop. 2, 26b), o ancora nelle elegie della rusticatio forzata come Tib. 2, 3 o Prop. 2, 19, in cui il poeta è costretto ad un trasferimento cui si mostra, almeno all’inizio, restio. Da qui muove probabilmente Prop. 3, 16, laddove sull’iter notturno per raggiungere Cinzia a Tivoli si addensano foschi presagi di morte. In continuità con tale filone possiamo collocare l’elegia ovidiana del fiume, Ov. Am. 3, 6, la cui singolare combinazione del motivo properziano della ‘convocazione fuori porta’ con quello del παρακλαυσίθυρον merita una particolare attenzione.

Il poeta sta raggiungendo la sua donna in un luogo imprecisato, ma evidentemente fuori dalle mura della città, dato che la sua via è impedita da un torrente in piena. L’occasione viene messa a frutto per rivolgere al rigagnolo una vera e propria supplica, del tipo di quella rivolta allo ianitor in Ov. Am. 1, 6[34]. La peroratio ovidiana si trasforma ben presto in un catalogo mitologico erudito, culminante nella storia di Ilia e del fiume Aniene[35]. È evidente come Ovidio, con l’enfatizzare la tensione ‘dinamica’ e le difficoltà del suo iter anche tramite il ricorso alla memoria mitica di Perseo e dell’infaticabile viaggiatore Trittolemo (Ov. Am. 3, 6, 9-16), ci offra con questa elegia un altro esempio della propria retorica dello spazio, ormai lontanissima dalla staticità elegiaca e dai suoi significati esistenziali. Forse qualche suggestione in più potremmo derivare dalla proprio lettura dell’elegia come estrema variazione del motivo dell’exclusus amator.

Va da sé che tale motivo mantiene la propria salda presenza nell’elegia ovidiana, soprattutto come rimando ad un topos divenuto una vera e propria marca di genere per l’elegia latina[36], mentre le pagine dedicate da Copley ad Am. 1, 6 ne denunciano la mancanza di pathos e la natura “imitativa ed arcaistica”, venata da esagerazioni parodiche[37]. Eppure, come abbiamo avuto occasione di dire, il ruolo-chiave del παρακλαυσίθυρον nella poesia elegiaca inteso come simbolo della condizione esistenziale dell’innamorato consisteva proprio nella sua capacità di simbolizzare lo ‘scacco’ esistenziale subito da quest’ultimo, i vincla che lo tengono legato ad uno spazio, quello dei limina dell’amata, che non è quello del possesso pieno ed appagante, ma da cui tuttavia non può allontanarsi: un simbolo di quell’immobilità proveniente dalla desidia. In un’elegia come Am. 3, 6, al contrario, la supplica dell’innamorato (elemento che rimanda direttamente alla topica della vigilatio ad clausas foras) è giocosamente rivolta ad una sorta di custos inanimato che impedisce il viaggio dell’amante fino alla donna. Ci troviamo di fronte ad una sorta di rovesciamento dei significati simbolici del παρακλαυσίθυρον: non più una tensione ‘centripeta’, destinata a rimanere insoddisfatta e dunque emblema della desidia dell’innamorato, bensì una spinta dinamica, ‘centrifuga’, arrestata solo per il momento da un impedimento fisico contingente[38].

L’elegia degli Amores in cui la rifondazione ovidiana delle categorie fondamentali dell’elegia latina si esprime forse nel modo più compiuto è Am. 1, 9, nella quale “il rovesciamento della tradizione elegiaca è naturalmente operato da Ovidio in piena, esibita consapevolezza: si trattava di contraddirla in un punto fondamentale, l’atteggiarsi a poeta maledetto, prigioniero compiaciuto della nequitia[39]. Non è difficile dimostrare come in un componimento così importante dal punto di vista ideologico la retorica dello spazio giochi un ruolo fondamentale: tutta la sezione centrale del lungo parallelo tra amante e soldato è occupata dall’assimilazione alla nuova etica erotica ovidiana delle categorie spaziali elegiache (Am. 1, 9, 7-20).

Il passaggio si apre e si chiude con due riferimenti al motivo dell’exclusus amator (vv. 7-8 e 19-20), ma resta sostanzialmente incentrato sul tema del viaggio, e più precisamente della longavia (v. 9): quest’ultima conserva i topici connotati negativi che la tradizione elegiaca aveva fissato per lei, ma proprio in virtù di questi si trasforma da simbolo del rifiuto elegiaco dello spazio esterno, e dunque della vita attiva del cittadino-soldato, in emblema di un ethos amoroso fondato sulla dinamicità, divenuto ormai paragonabile alla vita militare anche da questo punto di vista[40]. Come abbiamo notato, in Am. 2, 11 il viaggio di Corinna era dapprima avversato, quindi, senza particolare pathos, accettato in conformità alle regole della topica del προπεμπτικόν; in Am. 2, 16 il trasferimento di Ovidio a Sulmona veniva accettato come evento traumatico, ma ‘rimediabile’ tramite un analogo spostamento dell’amata; e nell’elegia del torrente, Am. 3, 16, l’iter campestre di Ovidio è giustificato dalla necessità di raggiungere l’amata. Quando in Am. 1, 9 il viaggio diviene addirittura marca identificatrice dell’amore elegiaco, siamo ormai solo ad un passo dai precetti di Ars 2,  223-250, in cui la disponibilità a muoversi viene prescritta a chiunque cerchi di realizzare il modello, di ormai lontana origine elegiaca, del perfetto amante[41].

 

Scena erotica. Lampada, terracotta, I sec. d.C. Lyon, Musée gallo-romain de Fourvière.

 

Ma, prima di giungere all’approdo didascalico della retorica ovidiana dello spazio, sarà opportuno completare il quadro relativo agli Amores, mostrando come già nella prima silloge poetica ovidiana lo sfaldarsi della compattezza dell’universo spaziale elegiaco – finora saldamente costruito su una raggiera di opposizioni polari aventi come centro la città di Roma in quanto sede dell’amata – riguardi a più livelli la costruzione dello spazio data dal Sulmonese. A partire dalla rimozione della diffidenza nei confronti delle ‘gite fuori porta’: quei viaggi nei sobborghi nelle vicinanze di Roma che in elegie come Prop. 2, 32 o 4, 8 la domina compieva da sola, aprendo con la propria fuga dallo spazio urbano dell’amore elegiaco prospettive (anche assai concrete) di infedeltà, quelle stesse escursioni ora Ovidio le compie con la propria donna, che però è ormai, in Am. 3, 13, la moglie[42].

Anche sul rapporto con l’Egitto ci si potrà soffermare brevemente, pur limitandoci alla poesia elegiaca degli Amores. Inutile ricordare come per la cultura romana del I sec. a.C. esso abbia rappresentato un referente insieme culturale e politico con cui confrontarsi inevitabilmente[43], ed è noto il ruolo che, specialmente dopo Azio, l’Egitto assume nella propaganda augustea. Per questi motivi le lodi di Tibullo al Nilo e al dio egiziano Osiride all’interno dell’elegia per il compleanno di Messalla (Tib. 1, 7, 23-54) hanno sviluppato un vivace dibattito critico, in cui la scelta di ‘lodare’ l’Egitto è stata ricollegata, volta per volta, all’influsso della poesia celebrativa di Callimaco[44]; ad una strategia encomiastica nei confronti di Messalla che passa attraverso un accostamento con il dio Osiride (quasi un’apoteosi poetica)[45]; ad una volontà di rendere omaggio alla politica egiziana di Augusto[46]; o piuttosto ad un atto di libertà del poeta legato al circolo di Messalla Corvino nell’ignorare il ‘tabù politico’ dell’Egitto[47]. Anche l’altra menzione tibulliana dell’oriente egiziano (quella dei riti isiaci in 1, 3, 23-32) ha attratto l’attenzione degli studiosi, in quanto l’invocazione alla dea per la propria salvezza segue immediatamente una dichiarazione di scetticismo sull’efficacia dei rituali di Iside praticati da Delia, ed essa appare in contrasto – forse ironico – con i riferimenti presenti nel testo alla religiosità romana[48], tanto da generare il sospetto che in Tib. 1, 3 si manifesti una vera e propria ostilità nei confronti dei culti orientali così à la page nella Roma contemporanea[49]. Sul versante properziano, chiara risulta l’adesione alla propaganda anti-egiziana augustea nella notissima elegia ‘aziaca’ (vd. Prop. 3, 11, 29-72), ma non si dimentichino le motivazioni tutte ‘personali’ del divertito risentimento del poeta contro il culto egiziano di Io (Prop. 2, 33, 1-22). Qui lo spunto tibulliano (vd. Tib. 1, 3, 25-26) della diffidenza verso culti che prescrivano periodi di castità rituale viene ampliato ed esplicitato, generando una diretta invettiva contro la stessa terra nilotica, che arrivano a toccare il nodo scoperto del contrasto Roma-Egitto (Prop. 2, 33, 20: cum Tiberi Nilo gratia nulla fuit).

Niente dell’ambiguità tibulliana né dell’ostilità properziana sopravvive nelle due menzioni dell’Egitto all’interno degli Amores. Le preghiere rivolte ad Iside in Am. 2, 13 da un Ovidio preoccupato per la salute di Corinna non sembrano velate dallo scetticismo o addirittura dalla celata polemica di Tib. 1, 3: il culto di una delle principali divinità egiziane è adottato senza alcun grado di problematicità, e ad esso non è accostata alcuna divinità quiritaria – come Lucina – bensì la greca Ilizia[50]. Il Nilo citato in Am. 3, 6, 39-42 come nume fluviale innamorato convive a pochi versi di distanza dal ‘romano’ Aniene assai meglio di come come Properzio gli avesse permesso di fare col Tevere in 2, 33, 20. Ed in Am. 2, 2, 25-26 nel tempio di Iside, come nei teatri, si celebrano i riti mondani degli incontri galanti di cui il poeta viveur si compiace, e verso cui invita il custos Bagoo ad essere tollerante. Il culto egiziano alla moda è ridotto a semplice pretesto per convegni furtivi: la poesia ovidiana è lontana abbastanza dal trauma delle guerre civili da poter obliterare tutte le tensioni simboliche ad esso collegate, ed assimilarlo alla propria retorica dell’urbanitas.

 

Cerimonia religiosa. Mosaico, I sec. a.C. ca. dal «Mosaico con scena nilotica». Palestrina, Museo Archeologico Nazionale.

 

Anche sul piano dell’uso simbolico della metafora della navigazione il confronto con Properzio mostra la relativizzazione delle simbologie spaziali elegiache. Su tale tema avevamo concluso il nostro capitolo properziano, indicando come il viaggio del poeta verso Atene in Prop. 3, 21 divenisse il suggello dell’allontanamento dallo spazio dell’amore, e dunque del discidium definitivo; e come, su un diverso piano di astrazione, in Prop. 2, 24, 15-18 l’immagine dell’approdo della nave al porto rappresentasse la conclusione simbolica del viaggio del poeta fuori dall’ethos elegiaco, e il suo votarsi alla Bona Mens. Appressandoci alla fine della raccolta ovidiana in tre libri degli Amores, leggendo quella che si presenta come l’elegia ovidiana del discidium, ovvero Am. 3, 11, il testo ci dà l’impressione (surrogata da un preciso rapporto intertestuale) di trovarci di fronte allo stesso ‘viaggio’ metaforico dell’ultima elegia del terzo libro di Properzio (Ov. Am. 3, 11, 29-30)[51]:

 

Iam mea votiva puppis redimita corona

lenta tumescentes aequoris audit aquas.

 

Se non che, già in porto e con la poppa inghirlandata per il festoso ormeggio alle sponde della guarigione dall’amore, la nave di Ovidio subisce solo tre versi dopo un inatteso ‘dirottamento’ (vv. 33-38). L’amante ha cambiato idea, la bellezza della donna lo richiama dalla sua fuga (v. 37: nequitiam fugio – fugientem forma reducit). La nave si diriga ora piuttosto, a vele spiegate, verso l’amore della donna (vv. 51-52):

 

Lintea dem potius ventisque ferentibus utar,

ut, quam, si nolim, cogar amare, velim.

 

Di fronte al repentino mutamento di tono tra le due sezioni dell’elegia, non è mancato chi abbia diviso la tràdita 3, 11 in due elegie distinte (a partire dal v. 33, appunto)[52]. Ma piuttosto che davanti all’errore di un copista ci troveremo più probabilmente davanti alla volontà ovidiana di variare, svuotandola di pathos, l’ultima espressione properziana di quella retorica ‘chiusa’ dello spazio che aveva caratterizzato il genere elegiaco[53].

Pesca degli amorini. Mosaico, III-IV sec. d.C. Piazza Armerina, Villa del Casale.

 

L’Ars amatoria: una grammatica dell’eros ‘dinamico’

Il naturale approdo della presente analisi è costituito dall’Ars amatoria, laddove, come già anticipato, è possibile vedere la nuova retorica ovidiana degli spazi ‘esterni’ farsi una grammatica, divenire prescrittiva.

Come ribadito più volte dalla letteratura critica, il discrimine di fondo tra l’innamorato elegiaco e il suo doppio didascalico consiste nel ribaltamento dell’atteggiamento passivo dell’amante elegiaco in quello attivo del doctus amator: il primo è preda della propria passione, è ostaggio della propria stessa desidia, irrimediabilmente (quanto orgogliosamente) non integrato con il modello di la vita attiva del cittadino romano; il secondo mira  a reggere le fila del gioco amoroso, ad acquisire i mezzi per poter gestire la storia d’amore[54].

Al giovane del bel mondo romano che intenda fare esperienza dell’amore ‘elegiaco’ si richiede in primo luogo di andarsi a cercare l’oggetto del proprio desiderio. L’intera sezione dell’inventio nel primo libro costituisce un invito all’attivismo, e si apre proprio sulla necessità della mobilità anche solo per individuare preliminarmente l’oggetto della ‘caccia’ amorosa (Ars 1, 45-48)[55].

In questo stadio, l’àmbito delle peregrinazioni del giovane in cerca di amori è esplicitamente limitato all’Urbs ed alle sue dirette dipendenze: non è necessario intraprendere una longa via per trovare quanto a Roma è presente in abbondanza  (Ars 1, 51-60). Ma ciò non toglie che la metafora della mobilità, anzi, propriamente, del viaggiare, impronti di sé ad un livello profondo e pervasivo l’intero poema, giacché questo è attraversato sin dal proprio incipit dall’immagine ricorrente e, direi, unificante dell’amore come viaggio, ovvero navigazione o corsa di un carro. Per i molti esempi ravvisabili, basti qui richiamare solo il notissimo incipit dell’opera (Ars 1, 1-8)[56].

Anzi, la stessa poesia del διδάσκαλος amoroso è continuamente messa in relazione al medesimo campo metaforico, con un effetto di evidente analogia nei confronti dell’oggetto della didassi stessa[57].

Nonostante il secondo libro dell’Ars riguardi le tecniche per mantenere l’amore della donna già conquistata, proprio in esso troviamo, all’interno della sezione dedicata all’obsequium, un passaggio che rappresenta, in rapporto diretto con Amores 1, 9, la più compiuta enunciazione della risemantizzazione ovidiana delle categorie spaziali elegiache[58] – si tratta di Ars 2, 223-250. Su di esso mi sono soffermato in un recente articolo, le cui conclusioni mi limiterò qui a riassumere brevemente[59].

Nei passaggio citato dell’Ars il διδάσκαλος raccomanda al proprio discepolo di mostrare la propria sollecitudine verso l’amata mostrandosi pronto ad affrontare qualunque tipo di viaggio o di spostamento per raggiungerla o per accompagnarla. Ma da un’analisi più dettagliata del passaggio emerge come gli itinera prescritti da Ovidio rimandino direttamente ed esclusivamente – attraverso precise dinamiche intertestuali – alle non molte forme di mobilità di cui l’amante desidiosus aveva fatto esperienza nella produzione elegiaca precedente.

Ciascuno degli elementi che costituiscono il brano didascalico, non esclusa la figura del miles amoris, affonda le proprie radici nella tradizione letteraria elegiaca, eppure la strategia testuale messa in atto mira, tramite un’accorta collezione dei τόποι che già in quella tradizione costituivano isolate aperture verso una concezione più dinamica dello spazio, a sovvertire – proprio per mezzo dell’alfabeto della topica elegiaca – il principio di ‘chiusura’ che aveva caratterizzato la costruzione simbolica elegiaca dello spazio prima degli Amores di Ovidio[60].

Lotta fra due amorini gladiatori. Mosaico, II-III sec. d.C. villa di Bignor, Pulborough.

 

Postilla: i Remedia amoris, ovvero l’ultimo rovesciamento

Soffermandoci sull’Ars amatoria, abbiamo individuato il compimento di un processo i cui prodromi avevamo individuato negli Amores: esaurita ormai la tensione ideale che scaturiva dalla retorica elegiaca dell’esclusione, il poeta-amante degli Amores si ritrova libero dai vincoli che lo tenevano imprigionato a categorie spaziali anch’esse ‘esclusive’, chiuse, statiche. Per il doctus amator dell’Ars, poi, divenuto pienamente protagonista della propria vita sentimentale, l’orizzonte spaziale ‘aperto’ del viaggio diviene non solo una possibilità, ma una prescrizione identitaria: l’amante, per essere tale, deve essere sempre disposto a muoversi. La conquista dello spazio esterno è il presupposto per garantire successo alla conquista della puella.

Se non che, nell’ulteriore ‘postilla’ che Ovidio ha voluto aggiungere alla propria produzione elegiaca in diretta continuità (ed opposizione) con l’Ars amatoria, ovvero nei Remedia amoris, quella che abbiamo definito la nuova retorica ovidiana dello spazio elegiaco viene completamente messa da parte; l’intero processo di rielaborazione delle categorie spaziali elegiache, le cui forme anche complesse abbiamo seguito nelle pagine precedenti, ignorato – in favore di un vero e proprio ritorno alle più ‘ortodosse’ simbologie spaziali elegiache.

Ai vv. 135 ss. dei Remedia, come è noto, si sviluppa la trattazione dell’otium desidiosum (Rem. 149-150):

 

Desidiam puer ille sequi solet, odit agentes:

da vacuae menti, quo teneatur, opus.

 

In scoperta contrapposizione alla γνώμη esposta nel passaggio sopra discusso dell’Ars amatoria sull’amante ‘dinamico’ (Ars 2, 229: Amor odit inertes), viene restaurata la polarità tra amore e desidia da una parte, bona mens ed attivismo dall’altra. La riattivazione, nella rappresentazione dell’amore elegiaco, della tensione antinomica di fondo propria della ‘retorica dell’esclusione’ ricostruisce l’intero sistema di opposizioni ideologiche ad essa collegato, e tramite questo la strutturazione polarizzata dello spazio. Il Foro, così ‘problematicamente’ recuperato all’ethos elegiaco nell’Ars amatoria torna luogo anti-elegiaco per eccellenza – ad esso spetta l’onore della prima menzione tra gli spazi che possono esorcizzare lo spettro dell’amore (Rem. 151-152), seguito dallo spazio esterno delle campagne militari (vv. 153-154): la trasformazione di Egisto in adulter è stata dovuta proprio all’impraticabilità di questi due spazi (vv. 163-168).

Anche i rura riguadagnano la loro valenza ‘anti-erotica’, tornando a rappresentare, mercé uno stretto contatto (intertestuale, oltre che ideologico) con il mondo georgico virgiliano, il contraltare delle deliciae cittadine (vv. 169-198), e con essi le silvae, il luogo della caccia (Rem. 199-208)[61]. Ma il culmine della sezione dei Remedia dedicata all’uso dello spazio è rappresentato, com’è ovvio, dalle longae… viae (vv. 213-248), dai viaggi nei quali non bisogna neanche voltarsi a guardare Roma, la sede perniciosa dell’amore elegiaco, dietro le proprie spalle (v. 223).

Il senso di tale ulteriore ribaltamento delle strutture simboliche dello spazio non può essere compreso se non leggendolo nel quadro più ampio dei rapporti tra i Remedia amoris e il suo precedente diretto, l’Ars amatoria[62]. Il poemetto sui rimedi all’amore, in diretta e dichiarata opposizione alla precedente didascalica erotica ovidiana, assume l’amore – l’amore elegiaco – come idolum negativo. La sua strategia retorica è dunque inversa rispetto a quella dell’Ars. Mentre quest’ultima proponeva, sulla scia degli Amores, una conciliazione, e addirittura una prospettiva di commensurabilità tra eros elegiaco e morale comune, i Remedia, al contrario, devono tornare ad una ‘retorica della separazione’ – se è vero che, anche al livello delle strategie retoriche, il primo passo per combattere un nemico è la sua ‘costruzione’ simbolica, e quest’ultima passa attraverso la definizione dell’identità reciproca attraverso un sistema di opposizioni. In questo quadro non desta stupore che vengano recuperate anche dal punto di vista delle simbologie spaziali le categorie elegiache che tra gli Amores e l’Ars amatoria erano state così abilmente svuotate di tensione e significato, e poi persino mutate di segno: nella poesia di Tibullo o di Properzio, e poi ancora nella peculiare strategia simbolica dei Remedia amoris, tali categorie si presentavano come proiezione spaziale perfettamente coerente di un universo poetico, come è quello elegiaco prima della profonda revisione ovidiana, che si sostanzia a livello ideologico di tensioni ed antinomie laceranti.

 

 

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Note:

[1]     L’intero saggio di Labate 1984 andrà tenuto costantemente presente, e in modo particolare i primi due capitoli (Poetica ovidiana dell’elegia: la retorica della città e Amore e società: la riconciliazione dell’elegia). Sul ‘gusto modernizzante’ ovidiano e sulla sua adesione finalmente piena al mondo dell’urbanitas, simboleggiata dall’ideale del cultus, imprescindibili rimangono le pagine di Zinn 1968, 3-16, di La Penna 1979, 181-205 e, per l’Ars amatoria, di Scivoletto 1976, 57-88. Griffin 1976, 87-105 offre una discussione stimolante e non banale sulla concretezza della “life of luxury” in età augustea e sulla sua rappresentazione letteraria, mentre Holzberg 1992, 69-79 ha scritto pagine lucide e centrate sulla ‘riscrittura’ dell’ethos dell’amore elegiaco in Ovidio. Sull’importanza della separazione tra i dominî dell’eros e del mos maiorum, si vedano ancora La Penna 1979, 202-205 e Pianezzola 1999 (c), 157-159. Quest’ultimo pone l’accento sulla “doppia morale” e sull’“autolimitazione” dello spazio di validità dell’etica erotica nell’Ars amatoria di Ovidio. Altrove, Pianezzola 1999 (a), 9-42, pur riconoscendo l’esistenza di “tendenze anticonformistiche” nell’Ars, conclude escludendo da parte di Ovidio una consapevole e coerente opposizione al regime augusteo (vd. in particolare a 26). Infine, lo studio di Viarre 1988, 89-105 risulta ricco di suggestioni ma focalizzato sulle Heroides, le Metamorfosi e le opere dell’esilio.

[2]     Longa via. Rappresentazioni delle simbologie spaziali nell’elegia augustea, Dottorato di ricerca in Filologia e Cultura Greco-latina, XVII ciclo, Università di Palermo. Vd. in particolare il capitolo 4, intitolato Properzio: Roma, l’amore, il viaggio.

[3]     Si veda in particolare il paragrafo 4.2.3, intitolato I luoghi della città come spazio ‘esterno’ all’ethos elegiaco.

[4]     Sui punti di contatto tra le due elegie, vd. il commento di Brandt 1911, 152-154.

[5]     Si confronti la menzione del ratto delle Sabine in Prop. 2, 6, 19-22 con quella del crimen (l’unione tra Marte e Rea Silvia) da cui è nata la stirpe dei Romani in Ov. Am. 3, 4, 39-40.

[6]     Vd. Ars 3, 385-396. Sulle connessioni con il regime augusteo di alcuni dei monumenti citati, vd. il commento di Hollis 1977 43-48 ad Ov. Ars 1, 67-262, oltre che Labate 1984, 81-85 (con particolare attenzione all’evergetismo dell’intera famiglia del principe) e Wildberger 1998, 39-42. Assai diversa dalla lettura di Labate appare poi quella di Klodt 2001, 33 n. 80, la quale parla, per le rassegne topografiche dell’Ars ovidiana, di una ‘degradazione’ dei centri monumentali augustei al rango di “punti di incontro tra i sessi”, riconducendo l’operazione ad un’estraneità del poeta agli “obiettivi politico-morali di Augusto”.

[7]     Vd. Ars 1, 255-262.

[8]     Il viaggio, fin qui, rimane escluso dall’ottica dell’eros, ma solo in virtù della αὐτάρκεια della città in fatto di bellezze femminili. Su questa peculiare declinazione del concetto di autosufficienza, e in generale sulle laudes Romae ovidiane, in relazione ai precedenti greci (le lodi dell’Attica) e romani, e in particolare in rapporto alle laudes Italiae di Prop. 3, 22, rimando alla dettagliata analisi di Labate 1984, 51-54, nonché al commento di Hollis 1977, 42. Negli Amores e nell’Ars anche l’insistenza sull’immagine della folla, evidenziata da Viarre 1976, 11-13, costituisce un aspetto della presenza della vita metropolitana nella poesia del Sulmonese, così come il fascino avvertito dal poeta dinanzi al fasto della Roma ‘aurea’ di Augusto (vd. Bonjour 1980, 221-230). Poco aggiungono in materia le pagine di Paratore 1967, 31-34.

[9]     Piuttosto che leggere dietro l’arguzia ovidiana un atteggiamento irriguardoso verso la propaganda ufficiale e il militarismo augusteo, come suggeriscono La Penna 1979, 189 (il quale parla di “elegante parodia”) e McKeown 1989, 222 ad Ov. Am. 1, 8, 41-42, oppure con Hollis 1977, 43 ad Ov. Ars 1, 60 la prospettiva di “accostamenti irriguardosi” tra il principe e Cupido (possibilità sfruttata, ad esempio in Ov. Am. 1, 2, 51), preferisco aderire all’impostazione di Labate 1984, 51-52, secondo la quale l’adesione entusiastica di Ovidio alla Roma augustea, seppure connotata da toni ‘frivoli’, mondani, convive, secondo la logica della ‘retorica della contiguità’, con i temi dell’ideologia augustea, costituendone anzi un originale, ma sostanzialmente non dissonante, controcanto: “La lode frivola di un poeta d’amore e la lode solenne di un poeta civile non devono contrapporsi, l’una non nega l’altra nella figura dell’ironia: sono invece due modi, letterariamente e culturalmente diversi, di tradurre lo stesso consenso, la stessa adesione ad presente”.

[10]   Sull’elegia della lena e sul ruolo di quest’ultima nell’ideologia elegiaca ‘riformata’ di Ovidio si vedano Labate 1977, 285 e Id. 1984, 89 e n. 53. Per una trattazione più ampia della figura della ruffiana in relazione soprattutto ai modelli greci e del teatro latino, si vedano Sabot 1976, 199-209 (più centrato su Ov. Am. 1, 8 e l’intratestualità ovidiana), Fedeli 1995, 307-317; Id. 1999, 32-40, oltre ai commenti di Brandt 1911, 60-61 e soprattutto di McKeown 1989, 198-201. Andrà ancora ricordato il finissimo saggio di Romano 1980, 269-292, incentrato sui rapporti tra Am. 1, 8 e l’‘elegia didattica’ dell’Ars amatoria.

[11]   Qui e nel prosieguo della trattazione la numerazione delle elegie del secondo libro degli Amores ovidiani dalla nona in poi sarà quella dei manoscritti (per cui l’elegia il cui incipit è Tu mihi, tu certe, memini, Graecine, negabas rappresenta la decima elegia del libro).

[12]   Cfr. Cairns 1972, 160. L’elegia è analizzata, per la topicità di molti suoi singoli aspetti, in più punti del saggio di Cairns sulla Generic composition: vd. Id. 1972, 53; 57; 121-122; 159-162. Ulteriore discussione sull’elegia nel quadro del genere del προπεμπτικόν nell’introduzione all’elegia di McKeown 1998, 222-224, con rimandi  bibliografici ed una rassegna di testi poetici e retorici di riferimento.

[13]   Beninteso, anche la rappresentazione a tinte fosche del viaggio per mare nella parte iniziale del componimento (vv. 1-32) svela ad un’analisi più ravvicinata la propria natura topica, a partire dall’incipit sull’impresa degli Argonauti, gravido di una memoria intertestuale che trova nel carme 64 di Catullo lo snodo verso memorie precedenti greche e latine (vd. McKeown 1998, 224-228).

[14]   Ciascuno di tali elementi, peraltro, ricorreva nella tradizione elegiaca più influenzata dal genre del προπεμπτικόν: gli auguri di buon viaggio successivi allo σχετλιασμός compaiono in Prop. 1, 8, 17-20 dopo le maledizioni del poeta dirette al viaggio dell’amata, mentre la fantasia del ritorno (ma a ruoli rovesciati, con l’innamorato colpevolmente in viaggio) occupa i versi finali (vv. 89-94) anche di Tib. 1, 3: si noti in particolare la consonanza tra Tib. 1, 3, 93-94 e Ov. Am. 2, 11, 55-56, non sfuggita ai commentatori (vd., e. g., Brandt 1911, 118 e McKeown 1998, 261-262).

[15]   Vd. Lenz 1959, 59-68. In séguito lo stesso studioso (in Id. 1962, 150-153) ha risposto all’analisi contraria di  Pöschl 1979, 257-267 (apparso originariamente nel 1959), aggiungendo precisazioni sulla simmetria aritmetica delle sezioni di versi individuabili nel componimento.

[16]   Cfr. la più articolata lettura di Pöschl 1979, 257-267.

[17]   Per cui McKeown 1998, 330 rinvia a Menandro Retore 3, 387, 10 ss.

[18]   Neanche la Sirmione o la Verona di Catullo avevano goduto di tale privilegio: in Cat. 68, 27-40 viene anzi marcata nel modo più amaro l’estraneità di Verona tanto alla vita della poesia quanto alla liaison con Lesbia.

[19]   Vd. Brandt 1911, 23-24. Sull’elegia come κλητικὸς ὕμνος, vd. anche McKeown 1998, 329.

[20]   Cfr. Della Corte 1985, 367-371 (e Pöschl 1979, 257-267).

[21]   Vd. McKeown 1998, 328-366. Una valutazione equilibrata dell’importanza delle singole fonti per questo componimento, e insieme dell’originalità ovidiana, offre Scivoletto 1976, 25-27.

[22]   Anche questo riferimento, come il precedente alle elegie del distacco in Tibullo e Properzio, è in McKeown 1998, 328. Per quanto riguarda il remedium amoris in campagna o nell’attività venatoria, il commentatore richiama naturalmente Verg. Buc. 10, 50 ss., oltre a Prop. 1, 18 e Ov. Rem. am. 169-212.

[23]   Per una più ampia discussione di tali affermazioni non posso che rimandare ancora alla mia tesi di dottorato, già citata (vd. supra, n. 2), e in particolare al paragrafo 3.2.1 La natura irreale del sogno georgico-bucolico.

[24]   Vd. ancora McKeown 1998, 328-329. Né va dimenticato come l’orgoglio della propria terra natale, in sé, costituisse un elemento non estraneo alla poesia properziana (vd. in particolare Prop. 1, 22, 12-13; 4, 1, 66-67 e 124-129).

[25]   Si veda l’interpretazione dell’ecloga in chiave metaletteraria proposta da Conte 1980, 11-43.

[26]   Così McKeown 1998, 331, citando una nota di Booth. Peraltro, lo stesso McKeown aggiunge che “tuttavia tale implicazione non diventerà evidente fino al v. 11”.

[27]   Giusta, in questo senso, l’osservazione di McKeown 1998, 223 e 329-330, secondo cui “quest’elegia (scil. Am. 2, 16) è da leggere in stretta relazione a 2, 11” (così a 329).

[28]   Un importante precedente elegiaco dell’idea di un viaggio congiunto degli amanti è rappresentato da Prop. 2, 26, 29-58, con cui l’elegia ovidiana condivide i toni cupi  nella rappresentazione del viaggio e del naufragio. Un punto di divergenza non secondario però è rappresentato dal fatto che nell’elegia properziana il poeta-amante seguiva una donna decisa a partire, come ultima risorsa per poterle rimanere accanto, mentre l’amante ovidiano, tanto in relazione al viaggio a Sulmona, quanto nelle fantasie di viaggi in compagnia dell’amata, prende egli stesso l’iniziativa, e richiede la compagnia della donna come semplice comes (sulla connotazione vagamente degradante della locuzione comes ire al v. 17 – ma si veda anche il ricorrere di comes al v. 43 – cfr. McKeown 1998, 342-343). L’immagine della donna ‘accompagnatrice’ di un uomo impegnato nella carriera militare era comparsa invece, in Properzio, nell’epistola poetica di Aretusa a Licota (Prop. 4,  3, 45-46).

[29]   Anche in elegie come Tib. 2, 3; Prop. 2, 19 o 3, 19, in cui l’innamorato si spostava in campagna per cercarvi l’unione con l’amata, egli era costretto a farlo in séguito alla ‘fuga’ della donna dalla città (Tib. 2, 3 e Prop. 2, 19) o ad un invito di lei (3, 19). Inoltre determinati aspetti di ciascuno di questi testi inducono a relativizzare la loro incidenza sul quadro complessivo delle categorie spaziali elegiache. Per quanto riguarda Tib. 2, 3, essa va comunque letta in considerazione del carattere umoristico e parodico che caratterizza l’improbabile figura dell’amante urbano improvvisatosi contadino; in Prop. 2, 19 non è prefigurata alcuna prospettiva di unione tra gli amanti nei rura o nei boschi; mentre in Prop. 3, 19 la ‘convocazione’ a Tivoli mostra un carattere episodico, e sembra più che altro finalizzata a dare la stura alle più cupe fantasie di pericoli notturni, oltre ad illustrare il tema della invulnerabilità degli amanti.

[30]   McKeown 1998, 342, riferendo un’opinione di Booth, ritiene che anche Corinna in 2, 11 sia partita al séguito di un dives amator, ma non credo che l’osservazione volesse essere estesa a 2, 16. Il commentatore, a 338, definisce l’elegia un προπεμπτικόν rivolto a Corinna, ma anche qui ritengo si riferisca al viaggio che il poeta la invita a compiere per raggiungerlo. Di opinione diversa, come sopra accennato, Brandt 1911, 23-24, il quale ritiene che la lontananza della donna in 2, 16 sia dovuta al prolungarsi dello stesso viaggio cui fa riferimento l’elegia precedente. Contro l’ipotesi di un viaggio di Corinna in terre lontane credo deponga il fatto che la sua lontananza è presentata in più punti come tale da poter essere ‘risolta’ velocemente, e per via terrestre: al v. 16 si parla di viae che solcano la terra, ma soprattutto nel finale dell’elegia (vv. 47-52) Ovidio invita la donna a raggiungerlo tramite un piccolo carro. Così McKeown 1998, 364-365: “L’essedum era un carro celtico a due ruote, con cui i Romani fecero la loro prima conoscenza in guerra, ma di cui presto si appropriarono ed adattarono come veicolo alla moda. […] Suggerendo questo mezzo di trasporto, Ovidio non solo lusinga la sua donna così attenta alla moda, ma implica anche che il viaggio sarà facile”. Vd. anche Brandt 1911, 129, che definisce il cocchio in questione “un grazioso veicolo di lusso, in particolare per viaggiatrici di sesso femminile”. Non deve infatti sfuggire che la domina è invitata a reggere ella stessa le redini del piccolo veicolo (v. 50).

[31]   Vd. McKeown 1998, 342 ad Ov. Am. 2, 16, 17-18: “Il desiderio di Ovidio è paradossale, in quanto ‘ciò che egli vuole era, in un certo senso, già una pratica comune; in quanto le puellae della poesia di fatto seguivano regolarmente gli iuvenes nei lunghi viaggi… il problema era che questi iuvenes non erano mai i loro devoti poetae (vd. Booth sui vv. 15-18, il quale cita Licoride in Verg. Ecl. 10, Cinzia in Prop. 1.8 e, per inferenza, la stessa Corinna in 2,11)”. Che la situazione di Corinna in Am. 2, 11 sia la stessa, non è dimostrabile se non, appunto, per inferenza, nondimeno alla lista di Booth credo si possa aggiungere la Nemesi di Tib. 2, 3, la quale ha seguito un ricco spasimante nella campagna tanto invisa al poeta-amante cittadino.

[32]   In Prop. 1, 8 leggiamo un distico che riassume quanto più efficacemente il nucleo centrale della visione elegiaca dello spazio: illi carus ego et per me carissima Roma / dicitur, et sine me dulcia regna negat. Si può dire che il concetto della presenza dell’amata come dos loci (vd. Ov. Her. 15, 146) sia stato sostanzialmente ereditato da Ovidio, il quale però, applicandolo in modo non pregiudiziale a qualunque luogo in cui i due amanti si trovino insieme, di fatto lo usa per argomentare contro uno dei capisaldi dell’organizzazione simbolica dello spazio nei testi degli altri elegiaci.

[33]   Il motivo rientra fra quelli che non sono passati dal liber catulliano al più selettivo universo tematico elegiaco (vd. Cat. 11, 1-14, dove però era riferito a Furio e Aurelio, amici del poeta). Per un più completo catalogo di ricorrenze, vd. McKeown 1998, 343-344. Il mito che diventa l’emblema di tale forma di dedizione è sin d’ora quello di Ero e Leandro (Ov. Am. 2, 16, 31-32): ritroveremo lo stesso riferimento mitologico anche in Ars 2, 252-253, oltre che, naturalmente, nelle Heroides.

[34]   La quale a sua volta costituiva, secondo Copley 1956, 125-127, una variazione un po’ stanca del motivo prettamente romano della supplica alla porta personificata. Sulla vicinanza della perorazione ovidiana in Ov. Am. 3, 6 a quella usuale dell’exclusus amator, vd. Donini 1969, 210 e Scivoletto 1976, 24.

[35]   Donini 1969, 210-222 offre una minuta analisi dell’elegia 3, 6 dal punto di vista stilistico e dei referenti intertestuali (per i quali vd. anche Brandt 1911, 156-161). Particolarmente centrata sull’‘epillio’ di Ilia è la trattazione di Sabot 1976, 482-491.

[36]   Per i soli Amores si potrebbero annoverare tra gli accenni diretti Ov. Am. 1, 4, 61-62; 1, 8, 77-78 (nell’elegia ‘normativa’ della lena; vd. poi i precetti dell’Ars amatoria); 1, 9 15-16; 19-20; 27-28 (all’interno della ‘ridefinizione’ dell’amore elegiaco nell’elegia della militia); 2, 1, 17-18 (in cui la chiusura della porta da parte dell’amata ha il potere di far tornare alla poesia elegiaca il poeta con velleità epiche); 2, 13, 3-4 (l’‘assedio’ alla porta, qui come in 1, 9, è paragonato al proprio corrispettivo militare); 3, 8, 23-24; 3, 11, 9-16. Sul tema della inutilità della custodia alla donna, e su quello opposto della sua indispensabilità per conferire allure alla conquista del poeta, Ovidio esperisce le proprie abilità argomentative rispettivamente in Am. 3, 4 e 2, 19, mentre la stessa Am. 2, 2 (la supplica al custos Bagoo, seguita dall’invettiva di 2, 3) costituisce un esempio dello sviluppo del motivo in senso retorico di cui si compiace Ovidio (per quanto il custos non coincida necessariamente con lo ianitor: cfr. Copley 1956, 168 n. 2). Forse più interessante ancora sarebbe vedere come la ‘piccola’ porta dell’amata divenga il simbolo spaziale della stessa elegia in opposizione alla grandiosa reggia della tragedia in Am. 3, 1, 39-40 e nei versi seguenti. Come era lecito aspettarsi, un così importante aspetto dell’amore elegiaco trova compiuta codifica nell’Ars amatoria (vd. 2, 523-528, dal punto di vista degli uomini; 3, 579-588 e 611-658 da quello delle donne), e ritorna nei Remedia amoris (vv. 31-32 e 35-36). Le occorrenze marginali del tema sono raccolte da Sabot 1976, 513-516 (la quale si occupa poi di Am. 1, 6 a 517-520), mentre Copley 1956, 125-131 rivolge la propria attenzione soltanto ad Am. 1, 6, e alla supplica di Ifi ad Anassarete in Met. 14, 698-758. Sul tema vd. ancora Scivoletto 1976, 23-25.

[37]   Cfr. Copley 1959, 125-134, in particolare a 125. Dello stesso parere Sabot 1976, 517: “Ovidio sfrutta qui il motivo per se stesso e non per illustrare altre idee. Egli lo spoglia di tutti i conflitti morali, psicologici e personali, e gioca con il tema cercando di renderlo divertente. In lui, né dolore né delusione. Nessuna disputa contro un codice morale. L’originalità non risiede nel contenuto, ma nell’impiego dei diversi elementi”.

[38]   La spinta dinamica, ‘centrifuga’ dell’attivismo erotico ovidiano trova una singolare affermazione simbolica in un’elegia di cui si è occupato in modo illuminante Labate 1984, 69-78: Ov. Am. 2, 9. Come ha mostrato lo studioso, qui (come anche in Am. 1, 12) il comportamento dello stesso dio Amore, e poi i rapporti tra il dio e l’amante suo suddito, sono descritti in relazione alle categorie mentali e tramite un vocabolario propri della sfera del pubblico a Roma, e anzi propriamente dell’imperialismo romano. Tale rapporto, sostiene ancora Labate, viene esplicitato in Am. 2, 9, 17-18 (Roma, nisi inmensum vires promosset in orbem, / stramineis esset nunc quoque tecta casis). A Cupido l’amante ha rimproverato di infierire su coloro che sono già sotto il suo potere, e adesso addita l’esempio di Roma, che ha sempre rivolto la propria energia conquistatrice verso l’esterno, senza accontentarsi dei territori già ottenuti.

[39]   Così Labate 1984, 94. La bibliografia fondamentale sulla militia amoris, in cui un posto fondamentale è sempre accordato all’elegia ovidiana in esame, comprende la dissertazione di Spies 1930; Thomas 1964, 151-165; Murgatroyd 1975, 59-79; Sabot 1976, 491-502; Labate 1984, 90-97; Conte 1991, 53-57; Lucifora 1996, 153-167 . Specificamente su Ov. Am. 1, 9 si vedano il commento all’elegia di Barsby 1973, 106-114 e Pianezzola 1999 (b), 135-142 (dedicato, quest’ultimo, esclusivamente ad Ov. Am. 1, 9).

[40]   Per il nostro discorso, il punto di riferimento bibliografico più importante resta l’acuta lettura dell’elegia di Labate 1984, 90-97 sulla perdita del carattere ‘antifrastico’ della metafora del miles amoris nel segno della ‘retorica congiuntiva’ ovidiana, mirante a rendere il mondo dell’elegia latina compatibile, e dunque commensurabile, con le categorie mentali romane. Sarebbe impossibile soffermarsi ulteriormente sulla pregnanza simbolica della stessa iunctura qui scelta da Ovidio (longa via), e soprattutto sui significati che essa veicola, aspetti entrambi per cui sono costretto a rinviare ancora alla mia tesi di dottorato (vd. supra, n. 2). Dal commento di McKeown è possibile trarre una dettagliata informazione sui luoghi paralleli riguardanti: l’idea di un innamorato ‘attivo’ (si tratta di passaggi tratti esclusivamente dall’ambito greco: vd. McKeown 1989, 257-258); i disagevoli viaggi militari e il tema del viaggio degli amanti (a 264); le avverse condizioni atmosferiche per soldati ed amanti (a 266).

[41]   Di fronte all’assimilazione del tema del viaggio all’universo elegiaco operata in componimenti così pregnanti all’interno della raccolta degli Amores, la tirata contro la brama dei viaggi all’interno del noto brano relativo all’età di Saturno in Ov. Am. 3, 8, 43-44 e 49-52 evidenzia una contraddizione difficilmente sanabile, così come l’intera tirata diatribica che Labate 1984, 116 definisce “piuttosto imbarazzante” per l’interprete. A proposito dell’intera elegia, lo studioso conclude: “Chissà che qualche volta non sia consentito davvero al filologo di cavarsela con la storia dell’ingombrante ricordo di scuola” – ma per quanto riguarda in particolare l’aspetto del rifiuto della navigazione, all’influenza di una diatriba da suasoriae andrà aggiunta almeno la volontà di adeguarsi, almeno per una volta, alle più ‘ortodosse’ convenzioni elegiache. Sull’elegia si confronti anche La Penna 1979, 200. Gli spunti di polemica diatribica non sono frequenti negli Amores ovidiani: si potrebbe citare al più Ov. Am. 2, 11, 33-34, contro l’avidità degli avidi naviganti (cfr. Prop. 3, 7, l’elegia sulla morte di Peto).

[42]   Il collegamento con un aspetto preciso della realtà della vita romana accomuna la gita a Lanuvio di Cinzia in Prop. 4, 8 e quella a Faleri della moglie di Ovidio in Am. 3, 13: il motivo (o, per l’amica di Properzio, forse il pretesto) è rappresentato da un rito in onore di Giunone. Si tratta del culto di Iuno Sospita a Lanuvio (cfr. Fedeli 1965, 206 ad Prop. 4, 8, 3, ed anche Enk 1962, 406 ad Prop. 2, 32, 6); di Iuno Curitis a Faleri (cfr. Brandt 1911, 186 ad Ov. Am. 3, 13, 1). Tra l’altro, anche il rito di Giunone a Faleri sembra avere la connotazione di un rito di fertilità, di natura ierogamica (vd. ancora Brandt 1911, 186, con ulteriore bibliografia).

[43]   Come è noto, non solo l’Egitto rappresentava in questa età il vero centro culturale ed economico dell’ellenismo, ma rimase l’ultimo regno ellenistico a mantenere la propria identità e la propria autonomia, fino a divenire, nello scontro culminante della lunga stagione delle guerre civili, addirittura la controparte ‘orientale’ del blocco sociale e militare italico-occidentale aggregatosi intorno ad Ottaviano. Né si dimentichi che anche dopo l’assoggettamento del regno tolemaico Augusto si era preoccupato di riservargli uno statuto amministrativo speciale, mantenendolo sotto la propria diretta dipendenza – segno dell’importanza strategica dell’Egitto, e della particolare delicatezza delle problematiche legate alla sua gestione.

[44]   Così ad esempio Della Corte, 1966, 332.

[45]   Vd. Gaisser 1971, 221-229; Bright 1975, 31-46 e Id. 1978, 60. Sulla figura divina di Osiride nell’elegia (visto come dio di tutta la vegetazione, e non solo come corrispondente di Bacco), cfr. ancora Alfonsi 1968, 475-476, con ulteriori rimandi bibliografici.

[46]   Tale la tesi, nel complesso poco convincente, di Riposati 19672, 173-174.

[47]   Cfr. ancora Della Corte, 1966, 332-333 e poi Id. 1989, 198 e 202.

[48]   Vd. Hanslik 1970, 142, il quale scorge spunti di ironia verso i culti ‘esotici’, e ricorda la menzione di divinità fortemente connotate come romane, quali Saturno, i Lari, i Penati, seguìto in questo da Mills 1974, 228.

[49]   Il più convinto nello scorgere i contorni un’ostilità tibulliana verso i culti non quiritari, a partire da quello egiziano di Iside, è Morelli 1991, 181-183 e n. 30, il quale cita a raffronto anche il cenno sprezzante ai riti di Opi/Cibele in Tib. 1, 4, 67-70. Sull’ipotesi, cfr. ancora Bright 1978, 52-63 e Della Corte 1986, 7-8.

[50]   Vd. McKeown 1998, 280-281: “Specialmente date le ripercussioni della lotta contro Antonio e Cleopatra (la νέα Ἶσις di Plut. Ant. 54.9; cfr. il commento di Pelling), Iside e il suo séguito subirono una disapprovazione ufficiale, di cui troviamo un riflesso in Verg. Aen. 8.696 ss. e Prop. 3.11.39 ss. Eppure la diffusione del culto isiaco aveva raggiunto un tale séguito in questo periodo che sarebbe affrettato rinvenire in questi versi un vero e proprio affronto al regime. Per la distinzione tra i pronunciamenti ufficiali di Augusto contro i culti egiziani e le sue vedute più tolleranti sulle cerimonie private, si veda Takács (1995), specialmente a 75 ss.” [=  Takács, S.A., Isis and Sarapis in the Roman world, Leiden 1995]. Su Ilizia, basti rimandare a McKeown 1998, 288. La menzione della Gallica turma al v. 28 potrebbe rinviare ad una terza divinità, Cibele (così commenta Brandt 1911, 121 e 217-218, sostenendo che Iside e Cibele venivano spesso scambiate), ma l’oscuro riferimento a questa forma di culto costituisce un problema esegetico più complesso, che McKeown 1998, 287-288 inquadra dal punto di vista storico-religioso e della stessa costituzione del testo senza ricorrere all’ipotesi di una confusione tra Iside e Cibele.

[51]   Si confrontino i versi di Prop. 2, 24, 15-18: ecce coronatae portum tetigere carinae, / traiectae Syrtes, ancora iacta mihist. / nunc demum vasto fessi resipiscimus aestu, / vulneraque ad sanum nunc coiere mea. Vd. Brandt 1911, 180, il quale, per l’immagine del ritorno in porto della nave, cita anche Verg. Georg. 1, 303-304.

[52]   Così, ad esempio, il commento di Brandt 1911 oppure l’edizione critica di  Showerman-Goold 1977. L’ipotesi di una divisione dell’elegia viene rigettata con argomenti convincenti da Franzoi 1993, 31-40.

[53]   Per un’operazione letteraria come quella compiuta in Ov. Am. 3, 11 trovo che il quadro ermeneutico più adatto sia quello dell’‘ironia’ nel senso precisato da Conte 1991, 63-70, ovvero come ‘dialettica riflessiva’, auto-consapevolezza delle regole del genere che costituisce il presupposto fondamentale per la loro riscrittura ma insieme ne permette ancora la sopravvivenza.

[54]   Sul piano della strenuitas, seppure rivolta ad un obiettivo non contemplato tra quelli della morale tradizionale (l’amore della puella), l’etica erotica diviene dunque commensurabile a quella comune: vd. il fondamentale saggio di Labate 1984 già più volte citato, passim. Sulla novità profonda dell’Ars amatoria, al di là del suo cercato rispecchiamento della topica erotica soprattutto elegiaca, cfr. ancora  Wildberger 1998, 214-242; Conte 1991, 53-94 e 72-76 o Pianezzola 1999 (c), 143-159.

[55]   Si vedano in particolare le raccomandazioni ai giovani (Ars 1, 487-494) sull’audacia e l’intraprendenza anche ‘fisica’ degli approcci – particolarmente vivace il quadretto del corteggiatore che cerca di accostare la donna sulla lettiga o a passeggio tra i portici – o gli speculari ammonimenti alle fanciulle (3, 383-394) sull’opportunità del ‘presenzialismo’ nei luoghi d’incontro della capitale.

[56]   Sui versi incipitari, così Hollis 1977, 34: “Gli epiteti applicati alle navi ed ai carri, citae e leves, assumono particolare pregnanza poiché mobilità e volubilità sono note qualità dell’amore che Ovidio deve controllare”. Per quanto riguarda il campo metaforico della navigazione, sulle cui ascendenze omeriche cfr. Citroni 1984, 157-167 (ripreso in  Pianezzola 1991, 186), è ancora possibile citare Ov. 1, 367-368 (‘vela’ e ‘remi’ nella persuasione della fanciulla da parte dell’ancella); 399-404 (i tempora adatti per prendere il mare); 2, 9-10 (la nave dell’amante è ancora in alto mare); 337-338 (i migliori venti da usare per calibrare l’andatura); 671-672 (navigazione, agricoltura e guerra sono accostate all’attività amorosa; cfr. Labate 1984, 98-103); 275-278 (calibrare l’uso delle vele per giungere insieme alla donna alla meta dell’orgasmo); 3, 259-360 (la donna priva di bellezza è come un marinaio nella tempesta). Variazioni sul tema sono costituite da Ars 1, 381-382 (Ovidio non consiglia all’amante di camminare per vette aguzze, rischiose) e 3, 555-558 (la donna deve regere l’amante, come si fa coi cavalli, con accortezza).

[57]   In questo caso appare prevalente il Leitmotiv dell’equitazione: sempre partendo dal proemio, il primo rimando è ad Ars 1, 39-40 (hic modus, haec nostro signabitur area curru: / haec erit admissa meta terenda rota). Ad esso può essere accostato 2, 525-428, in cui pure alla metafora è attribuito un valore ‘strutturale’ nella dispositio dei temi (il poeta rinuncia ad invadere il campo delle arti magiche, e ritorna nell’ambito della didascalica propriamente erotico-libertina). In quest’ultimo passaggio la metaforica del movimento è piegata in pochi versi a tre diversi campi d’applicazione, tra i quali non si potrà negare una forma di rispecchiamento: ai vv. 525-428, il paragone con la nave riguarda, come abbiamo visto, alla poesia di Ovidio; in 429-432 la stessa immagine è riferita alla levitas degli innamorati, simile ad un’imbarcazione spinta da venti diversi; infine, ai vv. 433-434, la metafora del cocchio (più adatta a significare anche il concetto di abilità, tanto del poeta quanto dell’amante accorto) rinvia all’arte di gestire abilmente la gelosia dell’amata. Coerente con l’immagine della gara tra carri potrebbe essere Ars 2, 733-744, laddove giunto al finale del secondo il poeta richiede la palma della vittoria (tra i referenti mitici di eroi vittoriosi non manca al v. 738, subito prima della menzione di Ovidio stesso, Automedonte, campione nella corsa dei cocchi), e potremmo citare ancora Ars 3, 467-468 (dove ritorna ancora una volta il valore ‘strutturale’ dell’immagine; vd. Janka 1997, 502-503), ma soprattuto andrà tenuta presente la conclusione dell’intero poema, in cui Ovidio, terminato il lusus, dice essere tempo di discendere da un carro che scopriamo essere stato condotto dai cigni (Ars 3, 809-810). Sull’intero campo metaforico, un commento di portata generale è in Janka 1997, 324-325. Quanto alla metafora della traversata per mare, la ritroviamo in posizione ‘forte’ nella chiusa del primo libro (Ars 1, 771-772; vd. Hollis 1977, 149), e ancora in 3, 25-26; 3, 99-100; 3, 747-748 (vd. Gibson 2003, 3-5).

[58]   Andrà anche annotato come il libro si apra proprio sul motivo della congenita mobilità di Amor, fanciullo alato (Ars 2, 17-20). Nel proemio del libro, però, l’obiettivo dell’innamorato che ha ormai conquistato la propria preda è proprio di inibire questa caratteristica dell’amore – solo nella propria partner, s’intende.

[59]   Vd. Monella 2005, 125-139, cui rimando per una trattazione più dettagliata.

[60]   Sul peculiare rapporto tra l’Ars amatoria e l’elegia d’amore vd. Conte 1991, 71: nel poema didascalico “attori e comportamenti sono quelli dell’elegia ma non rispondono più a quella retorica fatta di prospettive ‘limitate’ e parziali”.

[61]   Sui rapporti tra il passaggio relativo ai rura nei Remedia amoris e le Georgiche virgiliane vd. Giordano 1992, 89-95, il quale conclude come segue: “una operazione di questo tipo, mirante ad assegnare al modello agricolo un significato alternativo rispetto a quello che esso aveva nelle Georgiche, per la riduzione di una ideologia sociale, quale era quella dell’opera virgiliana, ad un àmbito individuale, ‘privato’, quale è quello della sfera amorosa, finiva per risultare implicitamente antiaugustea” (così a 95). Mi pare che tale conclusione si possa agevolmente ribaltare, affermando che il recupero dell’ideologia romana della terra proprio in funzione ‘anti-elegiaca’, e in stretta relazione con l’intertesto virgiliano, costituisca anzi un uso per nulla dissacratorio di essa (semmai solo scopertamente strumentale). Tale ideologia infatti, oltre a riguardare la dimensione collettiva dello Stato romano per via della restaurazione dei valori quiritari propugnata da Augusto, aveva da sempre riguardato anche la sfera privata. Conte 1991, 82, per parte sua, annota che “l’agricoltura, l’attività economica tradizionale del signore romano […] è raccomandata come modello di vita in cui i tratti dell’utile quasi cedono di fronte alle preponderanti attrattive estetiche che può offrire una tenuta di campagna”. Anche la fuga nei luoghi selvaggi della caccia vanta una propria tradizione all’interno del genere elegiaco, almeno se nell’ambito della riflessione intorno alle dinamiche di tale genere riconosciamo un ruolo alla decima ecloga virgiliana, e all’immagine di Gallo che, di fronte all’abbandono di Licoride, cerca un’impossibile medicina furoris nella caccia tra i Parthenii saltus (Verg. Buc. 10,  55-60). Né si dimenticherà l’avversione di Sulpicia per l’attività venatoria cui si dedica Cerinto in Ps.-Tib. 3, 9 (vd. la topica opposizione tra Diana e Venere, che ritroviamo in Ov. Rem. 199-200, cfr. Ps.-Tib. 3, 9, 19-20). Sulle molteplici ascendenze letterarie dell’intero passaggio, cfr. Pinotti 1988, 156-157 e le singole note di commento nelle pagine seguenti.

[62]   Sui rapporti tra Ars amatoria e Remedia amoris vd. almeno Hollis 1973, 84-115; Küppers 1981, 2507-2551 e Conte 1991, 53-94.