L’epitafio per i morti alle Termopili (Simonid. fr. 531 PMG)

di F. FERRARI, La porta dei canti. Storia e antologia della lirica greca, Bologna 2000, pp. 318-320; cfr. ID. et al., Bibliothèke. Storia della letteratura, antologia e autori della lingua greca. Per il Liceo classico. Con espansione online – vol.1. Ionia ed età arcaica, Bologna 2012, pp. 725-726.

 

Gli ultimi giorni alle Termopili. Illustrazione di P. Connolly.

 

 

Del celeberrimo carme, imitato anche dal giovane Leopardi nella Canzone all’Italia, tutto si discute: dall’autenticità all’occasione, dal genere poetico all’ideologia. Difficilmente esso sarà stato cantato sul luogo del glorioso evento: lo esclude lo stesso ἐν Θερμοπύλαις iniziale in luogo di un ἐνθάδε, «qui», o simili. Ma neppure trova serio appoggio nel testo la fortunata ipotesi di Wilamowitz (1913, 140 n. 3), che, facendo pausa dopo ἀνδρῶν ἀγαθῶν (v. 6), anziché dopo χρόνος in fine di v. 5 (così da connettere il genitivo ἀνδρῶν a ἐντάφιον del v. 4), interpretava il brano come parte di un lamento funebre (θρῆνος) dedicato ad altri morti, nel quale pertanto il valore dei caduti alle Termopili, e in particolare di Leonida, sarebbe stato introdotto come motivo consolatorio. Più coerente con l’articolazione sintattica del brano sembra piuttosto l’ipotesi di C.M. Bowra (CPh 28, 1933, 277-281), che lo riferiva ai morti delle Termopili, celebrati tuttavia presso un recinto sacro situato altrove, verisimilmente a Sparta, in occasione di pubbliche onoranze commemorative. Entro tale contesto di esecuzione ben si comprenderebbe l’accento posto sul ricordo (μνᾶστις) e sul carattere di «encomio» anziché di «cordoglio funebre» (γόος) assunto dalla celebrazione. E l’insistenza sulla sacralità dei caduti (la tomba assume funzione di altare; la gloria dell’Ellade attende al culto del loro recinto) sembra sottintendere un processo di eroizzazione, altrimenti ben attestato in relazione ai caduti delle guerre persiane.

Non poco ha sconcertato anche lo stile, in cui sono state ravvisate anticipazioni della retorica sofistica: non altro anzi che «una esercitazione retorica (lo stile “gorgiano” vi trionfa goffamente)» sarebbe il brano per B. Marzullo; ma pur se sconcertano varie singolarità, la studiata serie di antitesi ai vv. 2 s., piuttosto che presupporre le isocolie e i paradossi gorgiani, sembra rispecchiare la predilezione della poesia arcaica per cola nominali paratatticamente allineati. E quanto alla dimensione effettivamente stereotipa assunta dall’ἀρετή nell’elogio di Leonida, di per sé sorprendente in un poeta teso altrove alla conquista di un’etica relativistica basata proprio sulla ridefinizione del concetto di ἀρετή (cfr. frr. 522; 541; 542; 579 PMG), anche tale tratto andrà correlato alla specifica occasione e alle istanze dei committenti.

Con tutto ciò, sembra difficile negare che la fama del carme è largamente sproporzionata ai suoi pregi: il disegno nitido e fermo delle opposizioni iniziali si stempera nell’enfasi di maniera del susseguente elogio.

 

Τῶν ἐν Θερμοπύλαις θανόντων

εὐκλεὴς μὲν ἁ τύχα, καλὸς δ’ ὁ πότμος,

βωμὸς δ’ ὁ τάφος, πρὸ γόων δὲ μνᾶστις, ὁ δ’ οἶκτος ἔπαινος·

ἐντάφιον δὲ τοιοῦτον οὔτ’ εὐρὼς

5 οὔθ’ ὁ πανδαμάτωρ ἀμαυρώσει χρόνος.

ἀνδρῶν ἀγαθῶν ὅδε σηκὸς οἰκέταν εὐδοξίαν

Ἑλλάδος εἵλετο· μαρτυρεῖ δὲ καὶ Λεωνίδας,

Σπάρτας βασιλεύς, ἀρετᾶς μέγαν λελοιπὼς

κόσμον ἀέναόν τε κλέος.

 

Oplita con elmo (forse Leonida I). Statua, marmo, V secolo a.C. ca. Museo Archeologico di Sparta.

 

vv. 1-3: Τῶν ἐν Θερμοπύλαις θανόντων… ἔπαινος: «Dei morti alle Termopili gloriosa (è) quella sorte (ἁ τύχα = ἡ τύχη), bello (καλός, sulla linea di Tirteo 10, 1) quel destino e altare quella tomba e piuttosto che lamenti (vi è) ricordo (μνᾶστις = μνῆστις) e il compianto (si è fatto) elogio». – Θερμοπύλαις: le Termopili, il passo tra il monte Callidromo e il golfo Maliaco, attraverso il quale si entrava nella Grecia centrale. – πότμος: il «destino di morte», come talora in Omero, cfr. ad es. Iliade XVI 857 = XXII 363, Odissea XIV 274. – βωμὸς δ’ ὁ τάφος: Leopardi, nella canzone All’Italia riprende l’espressione parafrasando: «la vostra tomba è un’ara». La tomba sarà venerata come un altare in seguito alla eroizzazione dei morti: cfr. Eschilo, Coefore 106 αἰδουμένη σοι βωμὸν ὣς τύμβον πατρός [sono parole del coro delle vergini portatrici di libagioni] «onorando come un altare la tomba di tuo padre». – πρὸ γόων: è correzione di Eichstädt [1797] per il tràdito προγόνων; in questo caso πρό indica preferenza. – ὁ δ᾽ οἶκτος ἔπαινος: «il compianto (è) un elogio»; il concetto diventerà un topos dei λόγοι ἐπιτάφιοι: cfr. Platone, Menesseno 246a-248d, Iperide, Epitafio 42 οὐ γὰρ θρήνων ἄξια πεπόνθασι, ἀλλ᾽ ἐπαίνων μεγάλων πεποιήκασι «infatti non hanno subito una sorte degna di lamenti, quanto piuttosto hanno compiuto imprese degne di grandi elogi».

vv. 4-5: ἐντάφιον δέ … χρόνος: «Infatti, (δέ, con funzione esplicativa) tale sudario (ἐντάφιον, agg. neutro sostantivato) né la muffa né il tempo che tutto doma (lo) oscureranno». – τοιοῦτον: cioè intessuto di gloria, ricordo, elogio. – εὐρώς: l’uso metaforico, come segno di disfacimento e usura, anche in Teognide 452 s. «né mai si attacca alla mia pelle scuro verderame né muffa (εὐρώς), ma serba inalterata la purezza del suo fiore». – πανδαμάτωρ: epiteto omerico del sonno, cfr. Iliade XXIV 5 e Odissea IX 373: qualifica il tempo anche in Bacchilide 13, 205 s. ὅ τε πανδαμάτωρ χρόνος.

vv. 6-9: ἀνδρῶν ἀγαθῶν … ἀέναόν τε κλέος: «Questo recinto sacro di uomini valorosi ha scelto come custode (οἰκέταν [= -την], propr. lo schiavo addetto alla cura della casa) la gloria dell’Ellade, e ne è testimone anche Leonida, re di Sparta, che ha lasciato grande fregio di virtù e fama perenne». – ὅδε σηκός: l’ὅδε deittico segnala la concreta presenza del σηκός nel momento dell’esecuzione: si deve trattare di un santuario edificato non alle Termopili, ma altrove; Pausania III 14, 1 ricorda un tempietto spartano dedicato a Leonida. – μαρτυρεῖ δὲ καὶ Λεωνίδας: «che cosa testimoni Leonida in particolare – osserva Marzullo – non sapremmo dire: il richiamo, con ogni sua articolazione, appare generico e convenzionale»: forse l’accento batte sul contrasto Ellade/Sparta, nel senso che il valore di Leonida si pone come vanto non solo di Sparta ma di tutta la Grecia.

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La spedizione di Serse e Mardonio contro la Grecia

di D. MUSTI, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Milano 2010, pp. 287-293; bibl. pp. 318-319.

 

 

Nel 485 Dario era stato colto dalla morte nel corso dei preparativi per una nuova spedizione punitiva, che doveva essere ormai rivolta contro la Grecia interna, e fare tesoro delle deficienze messe in luce dalla spedizione del 490. Serse ne ereditava il disegno: si trattava in primo luogo di far valere la specifica qualità militare di una grande potenza territoriale come l’impero persiano, doveva perciò essere una grande spedizione di terra, affiancata e sostenuta dalla flotta. Nell’autunno del 481 le truppe di terra sono raccolte in Asia Minore, e vi tengono i quartieri d’inverno; nel giugno del 480 Serse fa loro varcare l’Ellesponto su due ponti di barche e, procedendo lungo la costa, raggiunge Terme in Macedonia.

Da parte greca, nello stesso lasso di tempo, si era tenuto un congresso all’Istmo degli Stati greci decisi a resistere ai Persiani. Si proclamò una pace generale fra i Greci; si richiamarono in patria gli esuli politici (così, tra l’altro, Aristide rientrò ad Atene): gli inviati di Serse, che chiedevano sottomissione ai Greci, riservando la punizione agli Ateniesi e agli stessi Spartani, furono rimandati indietro (e a Sparta addirittura messi a morte). Tuttavia, nel Peloponneso il re poteva contare sulla solidarietà della nemica di Sparta, Argo; Corcira promise un aiuto navale, che inviò solo con ritardo; Gelone di Siracusa rifiutò di associarsi alla resistenza greca, senza il conferimento di una posizione di comando almeno parziale, che i Greci tuttavia gli negarono[1].

La storia della spedizione di Serse, dal versante greco, è innanzitutto nella sequenza delle diverse linee di difesa successivamente adottate. Prima ancora del passaggio dell’Ellesponto da parte persiana, Peloponnesiaci, Ateniesi e Beoti sperimentarono lo sbarramento dei passi dell’Olimpo alla valle di Tempe, ma verificarono l’impossibilità della difesa e l’aggirabilità dell’Olimpo. La rinuncia a quel primo sbarramento comportava l’arretramento alla prossima strozzatura della strada verso la Grecia centro-meridionale, ma perciò anche l’abbandono della Tessaglia; ai Tessali, fra cui primeggiavano i signori di Larissa (i nobili Alevadi), non restò che sottomettersi al re persiano, con cui resero definitive le intese già per tempo avviate segretamente.

Le Termopile costituivano uno stretto varco tra il mare (che certo doveva essere presidiato da una flotta greca) e le pendici dell’Eta, i cui passaggi potevano permettere un aggiramento della posizione sulla sinistra, solo se mal sorvegliati. A difendere il passo furono inviati 4000 opliti peloponnesiaci al comando di Leonida, cui si congiunsero le forze dei popoli della Grecia centrale, Focesi, Locresi e Beoti; la flotta greca si attestò presso il tempio di Artemide sulla costa settentrionale dell’Eubea. Intanto la flotta persiana, mentre Serse giungeva (fine luglio del 480) alle Termopile, muoveva da Terme, per raggiungere dal mare la medesima posizione: al capo Sepia un’improvvisa e violenta tempesta provocò l’affondamento di molte navi. Qualche giorno dopo le navi persiane potevano ancorarsi ad Afete, proprio di fronte all’Artemisio; in due scontri, un discreto numero di navi nemiche finirono nelle mani dei Greci; l’attacco successivo, da parte persiana, si scontrò con una durissima resistenza e si concluse con gravi perdite.

Le Termopile e il passo (o sentiero) Anopaia (Anopea) (da P.W. Wallace, «AJA» 84, 1980, p. 18).

Molto più fortunata fu invece l’avanzata dei barbari per via di terra; essi tentarono l’aggiramento del passo sulla sinistra e vi riuscirono grazie alla negligente difesa da parte focese di un sentiero, una via (la famigerata Anopea), la cui presenza era stata del resto segnalata ai barbari da un disertore greco. Fra i Greci che erano a difesa del passo si diffuse il panico; la fuga fu generale: i 300 opliti spartani, lì presenti al comando del re Leonida, sacrificarono la loro vita «per obbedire agli ordini della città»; con loro si sacrificarono 700 Tespiesi, ma in totale perirono circa 4000 Greci. Ormai per la flotta la posizione dell’Artemisio diventava indifendibile, e ne seguiva l’abbandono dell’Eubea e il rientro dei diversi contingenti navali greci.

Allo sfondamento della posizione delle Termopile faceva seguito il dileguarsi dei Focesi, e la resa dei Beoti e dei Locresi Opunzi; è incerto se Delfi, che prima dell’arrivo persiano aveva tenuto un atteggiamento di prudenza e di sostanziale cedimento nei confronti delle richieste del re, sia stata saccheggiata[2]. È certo invece, e illuminante ai fini dell’intero problema della qualità della coscienza nazionale greca, che la spedizione persiana mette in luce diversità di comportamenti nell’àmbito del mondo greco e il formarsi di una solidarietà forte piuttosto fra i Greci delle regioni meridionali della penisola, che sono anche quelle in cui la forma cittadina ha avuto maggiore sviluppo. È insomma vero che si forma una solidarietà nazionale greca, ma è anche vero (ed è un dato fermo nel tempo) che questa solidarietà nazionale è assai lontana dall’identificarsi con l’intera area della grecità culturale e politica, ha invece l’asse portante in Atene e, per il momento, in Sparta: una situazione, questa, che prelude all’altra, in cui Atene diventerà la punta avanzata di tale coscienza, senza che vi si accompagnino reali progetti di unificazione politica della Grecia intera[3].

Ad Atene viene presa la decisione di abbandonare la città, di trasferire donne, bambini e suppellettili o animali a Salamina, ad Egina e soprattutto a Trezene, nel Peloponneso, una decisione di cui ci conserva una formulazione, rielaborata in età più tarda, una recente scoperta epigrafica (1959), il “decreto di Temistocle”, rinvenuto appunto a Trezene. Torna utile a Temistocle un oracolo che consiglia di affidarsi alla difesa di uno xylinon teichos, un «muro di legno», che egli interpreta come metaforica allusione alle navi[4]. Atene è abbandonata (circa agosto 480) alle devastazioni dei Persiani.

La flotta greca si concentra a Salamina, al comando dello spartano Euribiade; quella nemica, dalle acque dell’Eubea, raggiunge il Falero. Ateniesi, Egineti e Megaresi ottengono che i Greci affrontino i Persiani nel canale tra Salamina e l’Attica, e non all’altezza dell’Istmo, che avrebbe garantito la sicurezza del solo Peloponneso. Una sera di settembre del 480 la flotta persiana, che contava contingenti fenici e ionici, forza il canale, mentre truppe persiane sbarcano a terra, nell’Attica, e nell’isoletta di Psittalia (H. Gheorghios? O Lipsokoutala?), sita nel canale. Lo scontro avvenne al mattino, sotto gli occhi del re, che aveva fatto installare il suo trono sulla costa ateniese: agilità, capacità di manovra, esperienza dei luoghi giocarono a favore della flotta greca, che riuscì a sospingere quella persiana verso la costa attica, producendo in essa gravissime perdite; un corpo di opliti ateniesi, che si trovava a Salamina, sbarcava ora a Psittalia, facendo strage della guarnigione persiana.

La battaglia di Salamina (da N.G.L. Hammond, «JHS» 76, 1956, p. 33).

La tradizione ateniese presenta la battaglia di Salamina come una vittoria decisiva; non tutti gli storici moderni sono dello stesso parere. Per Beloch, la perdita di qualche centinaio di navi, all’Artemisio prima e a Salamina poi, poco avrebbe tolto per sé ai grandiosi successi ottenuti da Serse con la sua spedizione[5]. Questa considerazione è vera solo in parte: nella guerra di mare, certamente, la sconfitta subita a Salamina era di rilevantissime dimensioni e l’umiliazione per i Persiani cocente. Ma è anche vero che l’impero persiano era una potenza territoriale, la sua forza militare nazionale quella di terra e, non avendo subito per terra una qualunque sconfitta da parte greca, Serse poteva pensare di avere da giocare ancora la sua migliore carta e di dover ancora sperimentare la fortuna delle armi sul terreno più favorevole e congeniali ai Persiani. Prova ne è il fatto che la flotta rientra in Asia pochi giorni dopo la battaglia, mentre l’esercito è ricondotto dal re negli accampamenti invernali in Tessaglia, quindi affidato al comando di Mardonio, in previsione di un nuovo attacco, questa volta per via di terra, contro i Greci: Serse stesso si trasferisce a Sardi, in attesa degli eventi. I Greci, dal canto loro, recuperano posizioni nelle Cicladi e in Tracia; ma solo all’anno successivo (479) è riservata la ripresa dello scontro militare diretto. Mardonio, dopo aver invano sollecitato gli Ateniesi alla resa, anche servendosi degli equivoci uffici del re di Macedonia (Alessandro I), invade la Beozia e poi devasta nuovamente Atene (giugno 479), mentre la città è evacuata per la seconda volta.

Le forze peloponnesiache si riuniscono intanto all’Istmo, al comando dei reggenti Eurianatte e Pausania; un’avanguardia riesce a mettere Megara in salvo dalla minaccia dei Persiani che, passando per Decelea, si ritirano in Beozia, sulla sinistra (cioè a nord) del fiume Asopo, poco oltre le pendici settentrionali del monte Citerone; alle sue pendici vengono invece ad attestarsi i circa 50.000 Greci raccolti ormai a Megara, e procedenti vero la Beozia (12.000 opliti dal Peloponneso, 8000 da Atene, Megara e Platea e, per il resto, truppe leggere), contro un nemico di forze doppie. La dinamica della battaglia di Platea presenta due fasi ben distinte. Dapprima le forze si fronteggiano; più in alto sono i Greci, i quali poi, senza rinunciare alla posizione dominante, eseguono una manovra di accostamento al nemico, trasferendosi sui colli che delimitano verso sud la valle dell’Asopo, e occupando così lo spazio che va da Platea fino ad una altura che si erge al di sopra della fonte Gargafia. In una seconda fase, Pausania fa arretrare il suo centro e trasferisce l’ala destra allo sbocco di un passo del Citerone (Dryoskephalai), lasciando gli Ateniesi all’altezza di Platea; nel corso di questa manovra si sviluppa l’attacco persiano contro uno schieramento ormai disarticolato. Pausania riesce però a tener fronte all’attacco, fino alla ricostruzione di un solido fronte, costituito col sopraggiungere di Corinzi e di altri, e nel contrattacco travolge i Persiani, soprattutto dopo che lo stesso Mardonio è caduto sul campo. Nelle mani dei Greci finisce ora l’accampamento persiano, ma il luogotenente di Mardonio, Artabazo, riesce a portare in salvo circa 40.000 soldati sopravvissuti allo scontro[6].

 

***

 

[1] Erodoto, VII 1 sgg.; sull’episodio della richiesta di aiuto a Gelone, 153-171 (e per la sua interpretazione, per il rapporto Sicilia-Sparta, v. quanto scrivo in «Kokalos» 30-31, 1984-85, pp. 343-345). Sulle forze persiane d’invasione, cfr. VII 184 sgg., 228, e anche 60, 87 (ca. 2.640.000 armati e altrettanti inservienti, secondo i calcoli erodotei, largamente congetturali e da ridurre drasticamente).

[2] Sulla spedizione di Serse, della διάβασις dell’Ellesponto fino alle Termopile, Erodoto, VII 54-239.

[3] In favore dell’idea del formarsi di una coscienza nazionale greca nel corso e per effetto delle guerre persiane, alquanto sfumato il giudizio di Beloch, GG2 II 1, pp. 65 e 75 sg.

[4] Sul “decreto di Temistocle” da Trezene, cfr. W.H. Jameson, in «Hesperia» 29, 1960, pp. 198-223; Id., ibid., 32, 1963, pp. 385 sgg.; L. Moretti, in «RFIC» 92, 1964, pp. 117-124; L. Braccesi, Il problema del decreto di Temistocle, Bologna 1968; M. Sordi e altri autori, in «RSA» 1, 1971, pp. 197-217. La flotta greca conta 310 navi per Eschilo, 370 per Erodoto.

[5] Dalla battaglia dell’Artemisio fino alla battaglia di Salamina e alla ritirata di Serse, Erodoto, VIII 1-120 (sull’Artemisio già VII 175-177; 183; 192-196); Eschilo, Persiani 290-510. Beloch, GG2 II 1, p. 51, considera di poco conto le perdite persiane, solo perché le navi erano fornite «da sudditi»; ma proprio in esse risiedeva la forza di attacco per mare dell’impero achemenide! Per Erodoto, VII 89-99, le triremi persiane erano 1207, le altre navi dei barbari 3000.

[6] Erodoto, VIII 121-144; IX 1-85, dall’indomani di Salamina fino alla battaglia di Platea. Sotto Mardonio combattono anche (va ricordato) Beoti, Locresi, Tessali, Macedoni e Focesi medizzanti.

 

***

 

Bibliografia:

 

La spedizione di Serse e Mardonio: H. Delbrück, Die Perserkriege und die Burgunderkriege, Berlin 1887; G. Giannelli, La spedizione di Serse da Terme a Salamina, Milano 1924; C. Hignett, Xerxes’ Invasion of Greece, Oxford 1963; T. Cuyler Young, 480-479 B.C. A Persian Perspective, «IA» 15, 1980, pp. 123 sgg.

Sugli schieramenti greci (pro e contro la Persia): J. Wolski, «Historia» 22, 1973, pp. 3 sg. (sul significato di medismós): J. Holladay, Medism in Athens, 508-480 B.C., «G&R» 25, 1978, pp. 174 sgg.; D. Gillis, Collaboration with the Persians, Wiesbaden 1979; D.E. Graf, Medism: the Origin and Significance of the Term, «JHS» 104, 1984, pp. 15 sgg. (sulla continuità del nome Medi dai primi Achemenidi fino a Dario, quando si va affermando l’idea del dominio e il nome dei Persiani).

Temi collegati: Ph. Gauthier, Le parallèle Himère-Salamine au Ve et au IVe siècle av. J.Ch., «REA» 1966, pp. 5 sgg.; K. Meister, Das persisch-karthagische Bündnis von 481 v. Chr., «Historia» 19, 1970, pp. 607 sgg. (contro la storicità dei tentativi di alleanza persiano-cartaginese, affermati da Eforo, Diodoro, Giustino).

Termopile, Artemisio, Salamina: Y. Béquignon, La vallée du Spercheios, des origines au IVe siècle, Paris 1937 ; P.A. Brunt, The Hellenic League against Persia, «Historia» 2, 1953, pp. 125 sgg. ; A. Daskalakis, Problèmes historiques autour de la battaille des Thermopyles, Paris 1962 ; J.F. Lazenby, The Strategy of the Greeks in the Opening Campaign of the Persian War, «Hermes» 92, 1964, pp. 264 sgg. (ferma rivalutazione del ruolo dell’Artemisio); A.R. Burn, Thermopylai Revisited; and Some Topographical Notes on Marathon and Plataiai, in Festschr. F. Schachermeyr, Berlin 1977, pp. 89 sgg.; P.W. Wallace, The Anopaia Path at Thermopylai, «AJA» 84, 1980, pp. 15 sgg.; Id., Aphetai and the Battle of Artemision, in Studies Dow, Durham, N.C. 1984, pp. 305 sgg.

Sul “decreto di Temistocle”, altra bibliografia, oltre quella indicata nelle note di testo: N. Robertson, False Documents at Athens. Fifth Century History and Fourth Century Publicists, «Historical Reflections» 2, 1976, pp. 3 sgg.; M.M. Henderson, The Decree of Themistocles, «AClass» 20, 1977, pp. 85 sgg.; F.J. Frost, Troizen and the Persian War. Some New Data, «AJA» 82, 1978, pp. 105 sgg.; H.B. Mattingly, The Themistokles Decree from Troizen: Transmission and Status, in Classical Contributions. Studies in hon. of M.F. McGregor, Locust Valley, N.Y. 1981, pp. 79 sgg.; per l’autenticità: N.G.L. Hammond, The Narrative of Herodotus VII and the Decree of Themistocles at Troezen, «JHS» 102, 1982, pp. 75 sgg.

Salamina: N.G.L. Hammond, The Battle of Salamis, «JHS» 76, 1965, pp. 32 sgg.; A. Masaracchia, «Helikon» 9-10, 1969-70, pp. 68 sgg.; sull’identificazione di Psyttaleia: E. Bayer, «Historia» 18, 1969, p. 640 (Lipsokoutala); P.W. Wallace, «AJA» 73, 1969, pp. 293 sgg. (idem); sullo svolgimento della battaglia in part.: G. Roux, Eschyle, Hérodote, Diodore, Plutarque racontent la bataille de Salamine, «BCH» 98, 1974, pp. 51 sgg.; J. Delorme, Deux notes sur la bataille de Salamine, ibid. 102, 1978, pp. 87 sgg. (la linea dei Greci non si contrappone a quella persiana longitudinalmente, tra l’isola e l’Attica, ma trasversalmente, tra Kynosoura = Kap Varvári, e Keratópyrgos).

Battaglie di Platea, Micale, e altri eventi: E. Kirsten, Athener und Spartaner in der Schlacht bei Plataiai, «RhM» 86, 1937, pp. 50 sgg.; sul “giuramento di Platea”, cfr. P. Siewert, Der Eid von Plataiai, München 1972 (per l’autenticità); L. Prandi, Un falso documento del IV sec. a.C. Il giuramento di Platea, «RIL» 112, 1978, pp. 39 sgg.; W.K. Pritchett, Plataiai, «AJPh» 100, 1979, pp. 145 sgg.; P.W. Wallace, The Final Battle at Plataiai, in Studies pres. to E. Vanderpool, Princeton, N.J. 1982, pp. 183 sgg.; L. Boffo, Gli Ioni a Micale, «RIL» 111, 1977, pp. 83 sgg.; E. Luppino Manes, Il decreto ateniese di atimia contro Artemio di Zeleia, prosseno degli Ateniesi, «RSA» 12, 1982, pp. 241 sgg.; L. Prandi, Platea. Momenti e problemi della storia di una polis, Padova 1988.

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Callimaco di Cirene

di I. BIONDI, Callimaco, in Storia e antologia della letteratura greca. 3. L’Ellenismo e la tarda grecità, Messina-Firenze 2004, pp. 155-167.

 

 

 

 

Callimaco: la voce più significativa della poesia ellenistica

 

Il Bello. Ritratto funebre, tavola lignea dipinta, II sec. d.C. ca. dal Fayyum. Moskva, Puškin Museum.

 

Callimaco nacque a Cirene, colonia greca di Thera, a nord della Grande Sirte, negli anni fra il 315 e il 310 a.C., da famiglia aristocratica. I suoi si vantavano di discendere dal fondatore stesso della città, un figlio di Polimnesto, il quale aveva mutato il proprio nome, Aristotele, in quello di Batto, che nel dialetto libico locale significava «sovrano». Il padre di Callimaco portava lo stesso nome dell’antico capostipite; e proprio negli anni in cui nacque il poeta, la famiglia godeva di grande fama e prosperità grazie all’appoggio di Ofella, generale del re Tolemeo I, che nel 322 a.C. aveva conquistato Cirene. È probabile che Callimaco abbia trascorso a Cirene gli anni della giovinezza e vi abbia completato la prima fase della propria formazione culturale; verso il 290 o il 285 a.C. (nessuna delle due date è certa!), egli lasciò la città per trasferirsi ad Alessandria, dove, verso il 270 a.C., ebbero inizio la sua vita a corte e la sua attività nella Bibliotheca, destinata a continuare fino alla sua morte.

Il poeta ebbe così a disposizione il materiale raro ed erudito che tanto lo appassionava e che lasciò un’impronta indelebile in tutta la sua produzione; gli anni dal 270 al 245 a.C. furono forse i più fecondi della sua vita. Il poeta continuò a godere del favore di Tolemeo II Filadelfo, che governò l’Egitto fino al 246 a.C. e, in seguito, di Tolemeo III Evergete, sposo di Berenice, figlia di Megas e originaria di Cirene, dalla quale Callimaco ottenne una particolare protezione. In questo periodo (246-245 a.C.) il poeta ebbe modo di conoscere un altro grande intellettuale del suo tempo, Apollonio Rodio, con il quale intrattenne un rapporto assai complesso e, a quanto sembra, anche polemico. La data della scomparsa di Callimaco ci è sconosciuta, ma non dovrebbe essere di molto posteriore al 244 a.C.

 

Tolomeo III Evergete. Busto, copia romana in marmo da originale ellenistico di III sec. a.C., dalla Villa dei Papiri (Ercolano). Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

 

La tradizione dei testi

 

La maggior parte della vastissima opera di Callimaco è andata perduta; degli scritti eruditi rimangono solo pochi frammenti, mentre ci è giunta completa – a parte qualche trascurabile lacuna – la raccolta dei sei Inni (A Zeus, Ad Apollo, Ad Artemide, A Delo, Per i lavacri di Pallade, A Demetra). Ciò fu dovuto a un anonimo grammatico che li inserì, verso il VI secolo d.C. (o, secondo altri, nel X secolo), in una raccolta che iniziava con gli inni omerici. L’Anthologia Palatina, compilata intorno alla metà dell’XI secolo, ci ha conservato sessantatré epigrammi (cinque derivano da altre fonti), che, pur non rappresentando l’intera produzione callimachea in questo genere, ne sono comunque un significativo esempio. Per gli Aitia, i Giambi, l’Ecale e altri componimenti abbiamo a disposizione un congruo numero di papiri, alcuni dei quali sono posteriori di pochi anni alla morte del poeta, mentre altri giungono fino al VII secolo d.C.

L’opera poetica di Callimaco fu anche oggetto di commenti grammaticali e storici da parte di un valido studioso della poesia ellenistica, Teone di Artemidoro, vissuto sotto il principato di Augusto e di Tiberio. Al suo lavoro si aggiunse, verso la fine del I secolo, quello di Epafrodito; da questi commenti derivano le διηγήσεις («argomenti», «riassunti») delle opere del poeta, contenute nel Papiro Milanese 18, che risale al II secolo. A questa tradizione si affianca quella indiretta, proveniente dagli scritti di dotti bizantini come Areta e Costantino Cefala (entrambi del X secolo) e Michele Choniates (fine del XII secolo), allievo di Eustazio, arcivescovo di Tessalonica, ai quali la produzione poetica callimachea era ben nota. La perdita della tradizione diretta può essere spiegata come conseguenza del bellum Latinum (IV Crociata) e del barbaro saccheggio che devastò Costantinopoli nel 1204, distruggendo l’esemplare o i pochi esemplari delle opere del poeta fino ad allora sopravvissuti.

 

P. Oxy. XI, 1362 (II sec.). Pagina manoscritta del fr. 178 Pf. dagli Aitia di Callimaco.

 

Opere di erudizione e di critica

 

Il vastissimo insieme delle opere erudite di Callimaco, andato quasi completamente perduto, può essere in parte ricostruito nelle linee e nei contenuti essenziali attraverso l’elenco dei titoli, tramandatoci dal lessico Suda. Possiamo così distinguere un gruppo di opere a carattere geografico (Sui fiumi dell’Europa, Sui fiumi dell’ecumene), forse ricollegabili con la polemica che divise Callimaco e Apollonio Rodio a proposito dell’itinerario seguito dagli Argonauti nel loro viaggio di ritorno. Una paradossografia, il primo testo di questo genere giunto fino a noi, che contiene la descrizione delle «cose strane e meravigliose» (παράδοξα καί θαυμάσια) del Peloponneso, dell’Italia e di tutta la terra. Un gruppo di opere di interesse naturalistico, che però rivela anche intenti nomenclatorii e storici (Sugli uccelli, Sui venti, Sui nomi dei mesi per popoli e per città, Sulla fondazione di isole e città). In un ambito più strettamente letterario, la massima testimonianza dell’erudizione di Callimaco furono i Pinakes (πίνακες τῶν ἐν πάσῃ παιδείᾳ διαλαμψάντων καὶ ὧν συνέγραψαν, «registri» o «tavole di tutti coloro che si distinsero in ogni settore della cultura e di ciò che scrissero»), una monumentale bibliografia ragionata, a carattere enciclopedico, di tutti i principali scrittori in lingua greca, suddivisa in vari settori, a seconda del genere. Nell’ambito delle varie sezioni, che erano almeno dieci (lirica, tragedia, filosofia, ecc.), gli autori erano catalogati in ordine alfabetico; ogni nome era accompagnato da una sintetica biografia (ampliata in seguito da Ermippo di Smirne), seguita dai titoli delle opere, corredati, quando era possibile, dall’incipit di ciascun testo. Allo stesso genere apparteneva anche un’altra opera, una «lista» (ἀναγραφή) di tutti i poeti drammatici, disposti in ordine cronologico, che si fondava forse su un analogo lavoro di Aristotele, le Didascalie. Tutti questi scritti, frutto delle ricerche di Callimaco nella Biblioteca di Alessandria, contribuirono a conferire anche alla sua poesia un carattere di straordinaria preziosità culturale e formale, che sarebbe poi divenuto elemento peculiare dell’intera letteratura ellenistica.

 

 

Gli Aitia: struttura e contenuti

 

I quattro libri degli Aitia, l’opera principale di Callimaco, rappresentano anche la testimonianza più completa e significativa della sua poesia e della sua poetica, che, nei secoli successivi, avrebbe avuto vasta risonanza nella letteratura latina. L’opera comprende un numero notevole di componimenti in distici elegiaci (finora ne sono stati identificati una quarantina), nei quali si narrano le «cause» (αἴτια) di miti, riti sacri, festività, eventi storici o ritenuti tali, appartenenti alla cultura del mondo ellenico o, più genericamente, a quella dell’area mediterranea. Quasi certamente, i due libri inziali furono composti in periodi diversi dal III e dal IV, che presentano differenti caratteristiche e sembrano perciò appartenere alla fase più matura, o addirittura tarda, della produzione di Callimaco.

Il I libro, dopo un’elegia autobiografica a carattere introduttivo (Elegia contro i Telchini), in cui Callimaco espone i punti chiave della sua poetica, contiene la descrizione dell’incontro del poeta con le Muse e il racconto di una di esse, Clio, su riti sacrificali in uso a Paro e sulla nascita delle Cariti. Trattando poi dei sacrifici in onore di Apollo, che si celebravano ad Anafe, un’isola del Mare Cretico, Callimaco vi inserisce una breve digressione, dedicata al viaggio degli Argonauti, di ritorno dalla Colchide a Iolco. La narrazione diverge in modo significativo da quella di Apollonio Rodio (Argonautiche IV); e non è escluso che proprio da ciò abbia avuto origine la polemica fra i due, di cui parlano le fonti antiche (se pure ci fu veramente). In seguito, Callimaco paragona i riti di Anafe a quelli di Lindos in onore di Eracle. Anche in questo caso, Apollonio Rodio (Argonautiche I, 1218-1220) appare in disaccordo con Callimaco nel descrivere il personaggio di Eracle; il poeta di Cirene, tuttavia, riconfermò in seguito le proprie scelte nell’Inno ad Artemide (vv. 159-161). Sempre nel I libro, Callimaco descrive anche la storia di Lino e Corebo, un mito poco noto di origine argiva, l’origine del culto di Diana Leucadia, quella dell’offerta espiatoria ad Aiace e gli avvenimenti connessi con la fondazione di Mallos, antichissima città della Cilicia.

Clio. Mosaico delle Nove Muse (dettaglio). Rodi, Palazzo dei Gran Maestri di Rodi.

Il contenuto del II libro, a causa della perdita delle διηγήσεις, i brevi «riassunti» delle varie composizioni in esso raccolte, ci è meno noto; esso comprendeva, in una successione che non conosciamo, le elegie sulla fondazione di alcune città della Sicilia, la storia di Busiride, il crudele re egizio ucciso da Eracle, e quella di Falaride, tiranno di Agrigento.

Il III libro, nella sistemazione definitiva, si apriva con l’Epinicio per Berenice, in cui era esposto l’αἴτιον dell’istituzione dei Giochi Nemei da parte di Eracle, che confermava la volontà di Callimaco di trattare l’impresa dell’eroe in toni diversi dall’epos. Seguivano poi gli αἴτια delle Tesmoforie, feste in onore di Demetra, quelli riguardanti il sepolcro di Simonide, e i miti delle fonti di Argo, dell’ospite di Isindo, di Artemide Ilitia, di Frigio e di Euticle di Rodi.

Il IV libro, che iniziava con un’invocazione del poeta alle Muse, comprendeva una serie di sedici αἴτια, di cui non ci è giunto quasi altro che l’incipit. L’ultimo di essi trattava un episodio del mito argonautico; in questo modo, l’intera opera si chiudeva con una struttura ad anello, riallacciandosi al già ricordato episodio del I libro. In seguito, però, probabilmente nello stesso periodo in cui inserì all’inizio degli Aitia l’Elegia contro i Telchini e all’inizio del III libro l’Epinicio per Berenice, Callimaco pose a chiusura dell’opera la Chioma di Berenice, che pure aveva avuto una tradizione autonoma come elegia celebrativa.

Un certo numero di frammenti, quasi tutti brevi e non sempre ben leggibili, come pure l’αἴτιον sul culto di Peleo e quello sugli Iperborei, non hanno ancora trovato sistemazione definitiva all’interno dell’opera.

La struttura di base degli Aitia sembra essere un colloquio del poeta con le Muse; egli, infatti, racconta di essere stato trasportato in sogno in Beozia, sul monte Elicona, là dove un tempo Esiodo, intento a pascolare il suo gregge, aveva incontrato anch’egli le Muse (Teogonia, vv. 22 sgg.). Qui il giovane Callimaco avrebbe conversato con le dee presso la fonte Castalia, interrogandole sui più svariati argomenti e facendo tesoro delle risposte ottenute dalle figlie di Zeus, divine depositarie di ogni memoria. Il motivo del sogno, esplicito riferimento all’opera esiodea, ebbe poi fortuna anche nella letteratura latina, tanto che fu ripreso da Ennio nei proemi del I e del VII libro degli Annales.

Accanto all’espediente narratologico del colloquio con le Muse, ben evidente nel I e del II libro, compaiono però altri accorgimenti per introdurre nuovi temi: una diretta apostrofe al protagonista dell’αἴτιον, accompagnata da un invito al racconto; un dialogo a domanda e risposta, tecnica che forse compare qui per la prima volta in un’opera in versi; una conversazione fra amici a simposio; il monologo di un oggetto che racconta la propria storia, come accade anche nella tradizione epigrammatica. Infine, soprattutto nel III e nel IV libro, il poeta sembra abbandonare ogni preoccupazione di organicità narrativa e si limita a una semplice giustapposizione degli episodi, come accade con l’Epinicio per Berenice, che apre il III libro, e con la Chioma di Berenice, che conclude il IV.

 

Muse e maschere teatrali (dettaglio). Bassorilievo su sarcofago, 200 d.C. ca. Berlin, Altes Museum.

 

 

La poetica di Callimaco

 

La Chioma di Berenice, forse la più nota fra le composizioni di Callimaco, ci è giunta solo parzialmente nell’originale greco; possiamo disporre però della sua “versione” latina, composta da Catullo (Carmen LXVI) in distici elegiaci e tradotta nel 1803 da Ugo Foscolo. Lo spunto per la Chioma fu offerto a Callimaco da un evento accaduto poco dopo l’ascesa al trono di Tolemeo III Evergete, nel 244: appena assunto il potere, il sovrano dovette abbandonare l’Egitto per prendere parte a una campagna militare in Siria. In quell’occasione la sposa del re, Berenice, appartenente alla casa regale di Cirene, fece voto solenne di consacrare ad Afrodite la sua bellissima chioma, se il marito fosse tornato sano e salvo. Così, al rientro di Tolemeo, la regina mantenne la promessa e offrì i suoi capelli nel tempio di Arsinoe-Afrodite. Tuttavia, dopo qualche tempo, la chioma recisa della donna scomparve dal santuario e l’astronomo di corte, Conone, credette di identificarla in un nuovo gruppo di stelle da lui osservato, a cui diede appunto il nome di “Chioma di Berenice”. In questo modo, egli intendeva significare che gli dèi avevano voluto compensare, oltre all’amore coniugale, anche la pietas religiosa della regina, con il καταστερισμός (la «trasformazione in astro») dei suoi riccioli. Nella composizione di Callimaco è la chioma stessa a parlare, fiera dell’onore accordatole dagli dèi, ma anche rattristata per essere stata per sempre separata dal capo regale di Berenice. La bella sposa di Tolemeo era infatti solita prendersi grande cura dei suoi capelli, cospargendoli di preziosi profumi; ma come avrebbero potuto opporsi, le morbide ciocche della regina, al taglio crudele del ferro?

 

τί πλόκαμοι ῥέξωμεν, ὅτ’ οὔρεα τοῖα σιδή[ρῳ

εἴκουσιν; Χαλύβων ὡς ἀπόλοιτο γένος,

γειόθεν ἀντέλλοντα, κακὸν φυτόν, οἵ μιν ἔφηναν

50       πρῶτοι καὶ τυπίδων ἔφρασαν ἐργασίην.

ἄρτι [ν]εότμητόν με κόμαι ποθέεσκον ἀδε[λφεαί,

καὶ πρόκατε γνωτὸς Μέμνονος Αἰθίοπος

ἵετο κυκλώσας βαλιὰ πτερὰ θῆλυς ἀήτης,

ἵππο[ς] ἰοζώνου Λοκρίδος Ἀρσινόης,

55  ἤ[λ]ασε δὲ πνοιῇ με, δι’ ἠέρα δ’ ὑγρὸν ἐνείκας

Κύπρ]ιδος εἰς κόλπους      ἔθηκε

 

      Cosa faremo noi trecce, se monti sì grandi cedono

al ferro? Possa perire la stirpe dei Càlibi,

che, mala pianta, sorgente da terra, lo rivelarono

50       per primi, e mostrarono l’arte dei magli!

Da poco, recisa di fresco, mi rimpiangevan le chiome sorelle,

ed ecco il fratello di Memnone l’Etiope

si slanciava ruotando le ali screziate, vento ferace,

destriero della Locride Arsinoe, cinta di viole:

55  con il soffio mi [spinse], e, portandomi per l’umido aere,

mi pose nel grembo di Cipride (…)[1]

 

Ambrogio Borghi, La regina Berenice (o Chioma di Berenice). Statua, marmo, 1878. Monza, Musei Civici.

 

La raffinata eleganza del brano citato, la grazia gentile dell’omaggio che non ha niente di ostentato né di servile, la preziosità dei riferimenti eruditi (il vento leggero «fratello di Memnone l’Etiope» è Zefiro, i «monti sì grandi» sono i massicci dell’Athos, attraverso cui Serse fece scavare un canale, per permettere il passaggio alla sua flotta da guerra, nel 480 a.C.) ci offrono un’eloquente testimonianza dello stile di Callimaco e di quella poetica alla quale egli rimase fedele per tutta la vita, a noi nota attraverso i numerosi accenni presenti in varie opere. Da questo punto di vista, ci appare particolarmente significativa l’elegia autobiografica che Callimaco, ormai vecchio, premise, in forma di prologo, al I libro degli Aitia. In essa il poeta respinge le critiche che sono state mosse alla sua arte, bollando gli avversari con il nome di “Telchini”, i maligni demoni figli di Ponto, il mare, e di Gea, la terra, il cui sguardo era carico di un potere malefico, che furono fulminati da Zeus per aver cercato di rendere sterile l’isola di Rodi, bagnandola con l’acqua infernale dello Stige.

Callimaco si difende dalle accuse dei suoi avversari, che gli rinfacciano, per velenosa invidia di non essere mai stato capace di affrontare composizioni poetiche veramente impegnative, ma di essersi limitato a “giocare” con i versi, come un ragazzo, benché la sua età sia ormai più che matura. Ma egli può addurre a suo sostegno la più autorevole delle testimonianze, quella del dio stesso della poesia, che gli è stato prodigo di consigli fin dal momento in cui il poeta si accinse per la prima volta a scrivere, dopo aver appoggiato la tavoletta sulle ginocchia. Il particolare non è privo di importanza; infatti, al poema di vasto respiro, non sostenuto da un’adeguata cura formale e destinato all’ascolto, si sostituisce la composizione di breve dimensione, perfetta nel suo nitore, destinata alla lettura e al giudizio di un pubblico scelto per sensibilità e cultura; doctus non meno dell’autore, come lo definiranno i poeti latini che, a partire da Catullo, assimilarono a fondo la lezione di Callimaco. Quest’ultimo ribadì i concetti-base della sua poetica anche in altre opere; leggiamo, ad esempio, l’epigramma XXVIII:

 

ἐχθαίρω τὸ ποίημα τὸ κυκλικόν, οὐδὲ κελεύθωι

χαίρω τίς πολλοὺς ὧδε καὶ ὧδε φέρει,

μισέω καὶ περίφοιτον ἐρώμενον, οὐδ᾽ ἀπὸ κρήνης

πίνω· σικχαίνω πάντα τὰ δημόσια.

 

 

    Odio il poema ciclico, né una strada

mi piace che molti porti qui e lì.

Non sopporto un amante vagabondo, né dalla pubblica fonte

bevo: schifo ogni bene comune[2].

 

La metafora della κρήνη, la «fontana pubblica», richiama, per contrasto, un’altra immagine: quella della sorgente purissima, limpida e remota, che la massa non può contaminare:

 

105     ὁ Φθόνος Ἀπόλλωνος ἐπ᾽ οὔατα λάθριος εἶπεν

‘οὐκ ἄγαμαι τὸν ἀοιδὸν ὃς οὐδ᾽ ὅσα πόντος ἀείδει’.

τὸν Φθόνον ὡπόλλων ποδί τ᾽ ἤλασεν ὧδέ τ᾽ ἔειπεν·

‘Ἀσσυρίου ποταμοῖο μέγας ῥόος, ἀλλὰ τὰ πολλά

λύματα γῆς καὶ πολλὸν ἐφ᾽ ὕδατι συρφετὸν ἕλκει.

110     Δηοῖ δ᾽ οὐκ ἀπὸ παντὸς ὕδωρ φορέουσι μέλισσαι,

ἀλλ᾽ ἥτις καθαρή τε καὶ ἀχράαντος ἀνέρπει

πίδακος ἐξ ἱερῆς ὀλίγη λιβὰς ἄκρον ἄωτον’.

 

 

105     L’Invidia furtiva all’orecchio disse ad Apollo:

«Non apprezzo il poeta che non canta neanche quanto il mare».

Apollo l’Invidia col piede scacciò, e disse così:

«Grande è il flutto del mare d’Assiria, ma spesso

sozzure di terra e molto fango sull’acqua trascina.

110     Ma a Deò non da ogni dove recano acqua le api,

ma quella che pura e incontaminata zampilla

da sacra sorgiva, piccola stilla, è l’offerta migliore»[3].

 

Il tono deciso dei testi fin qui citati testimonia assai bene l’asprezza della polemica che divideva i letterati di Alessandria e che li spingeva a un dissidio intellettuale senza esclusione di colpi. Un ulteriore documento di questo acceso scontro fra eruditi proviene da un commento antico al prologo degli Aitia, in cui si elencano addirittura i nomi di alcuni dei personaggi contro cui erano diretti gli strali di Callimaco; e probabilmente anche l’Ibis, un poemetto andato perduto, notissimo ai poeti romani e soprattutto a Ovidio, che forse lo ebbe come modello per la sua omonima composizione, altro non era che un virulento attacco contro Apollonio Rodio. Tale almeno era l’opinione comune dei grammatici antichi, che però non siamo in grado di verificare, a causa delle scarsissime notizie in nostro possesso.

Donna seduta con kithara. Probabilmente si tratta di un ritratto della regina Berenice II, mentre si esercita al canto. Affresco (dettaglio), 50-40 a.C. ca. dalla Villa di P. Fannius Synistor, Boscoreale.

 

Ma l’atteggiamento polemico di Callimaco non riguardava solamente l’accurato labor limae formale, da lui ritenuto indispensabile e che non sarebbe stato possibile in scritti di vasta mole; l’erudizione e la novità dovevano risaltare con brillante evidenza nella scelta, oltre che nella trattazione dei contenuti. È questa la «fonte intatta», il «sentiero non calpestato da alcuno» a cui il poeta allude più volte, per sottolineare l’originalità delle sue composizioni. In quest’ottica, egli affrontò spesso l’arduo compito di superare e di rovesciare tradizioni poetiche ormai ben consolidate e rese insigni da grandi nomi, compreso quello di Omero, utilizzando la tecnica dell’oppositio in imitando, tanto ardita quanto geniale. Ne abbiamo un esempio nell’Epinicio per Berenice, che ci è giunto grazie a due diversi ritrovamenti papiracei, pubblicati uno nel 1941 e l’altro nel 1977. Il tono generale della lirica ricorda Pindaro, un autore con cui Callimaco condivideva sia l’alto concetto di sé che quello dell’originalità della propria arte; inoltre, il poeta tebano aveva anche esaltato, nella Pitica IV, il trionfo di Arcesilao, un sovrano che aveva svolto un ruolo preminente nell’antica storia di Cirene, patria amatissima di Callimaco.

Il nucleo centrale dell’epinicio callimacheo trattava il mito di fondazione dei giochi Nemei da parte di Eracle. Ma il poeta si rifiutò di celebrare la parte più nota della vicenda, l’uccisione del leone, figlio di Ortro e di Echidna, che l’eroe dovette strangolare con le mani nude, perché la terribile belva era invulnerabile. Secondo il suo gusto, Callimaco rifuggì dai toni epici e si soffermò invece a descrivere il soggiorno di Eracle presso Molorco, l’umile campagnolo che avrebbe voluto sacrificare il suo unico montone per onorare degnamente l’ospite; e frugando con sguardo attento e curioso nelle zone più inesplorate di un’illustre tradizione (l’accoglienza di Molorco a Eracle ha il suo archetipo in quella di Eumeo a Odisseo, nel XIV libro dell’Odissea), il poeta celebrò, insieme all’αἴτιον delle solennità panelleniche, anche l’ingegnosa abilità con cui il pastore costruiva le trappole per i topi, flagello delle sue magre provviste.

Leone. Statua, marmo bianco pario, 400-390 a.C. ca. New York, Metropolitan Museum of Art.

 

Allo stesso modo, nel III libro degli Aitia, Callimaco si accinse a narrare la storia dell’antico e nobile γένος degli Acontiadi, collegato alle più remote vicende della città di Iuli, nell’isola di Ceo. Ben presto, però, la fantasia del poeta fu attratta, più che da una ricostruzione erudita, ma forse un po’ arida, dal piacere di raccontare una bella e drammatica storia d’amore, coronata, dopo molte peripezie, dall’immancabile lieto fine: la vicenda di Acontio e Cidippe.

La favola gentile fu trattata da Callimaco con la consueta originalità. Egli non si dedicò tanto a un preciso racconto dei fatti, quanto alla descrizione di ciò che più attraeva la sua fantasia: la straordinaria bellezza dei due protagonisti, la passione immediata e profonda di Acontio, la malattia oscura e crudele di Cidippe, la gioia del sogno d’amore finalmente coronato. A conclusione del racconto, il poeta, desideroso di garantirne ai suoi lettori la veridicità, citò anche la sua fonte, l’opera di Xenomede, uno studioso del V secolo a.C., autore di una storia locale dell’isola di Ceo; in questo modo, Callimaco volle dare risalto non solo alla sua capacità creativa, ma anche alla sua attenta fatica di ricercatore erudito, evidente, per altro, in ogni momento della narrazione.

 

 

I Giambi

 

Sotto questo titolo sono raccolti tredici componimenti in dialetto ionico, caratterizzato da alcuni dorismi, nei quali Callimaco sperimentò vari tipi di versi giambici. Il contenuto e le occasioni delle singole liriche sono assai vari e anche la cronologia non è sempre ben determinabile. Tuttavia, la raccolta trova un motivo di unità nella sua struttura ad anello, poiché la prima e l’ultima composizione hanno come protagonista Ipponatte e sono scritte in giambi scazonti (coliambi), il metro di cui l’antico giambografo del VI secolo fu ritenuto inventore. Nel giambo I, Callimaco immagina infatti che Ipponatte, ritornato dal regno dei morti, perduto ormai interesse alla «guerra» contro Bupalo, il suo odiato avversario, si rivolga ai letterati del Serapeo, perennemente in discordia fra loro, per esortarli alla modestia e alla concordia, con l’edificante storia della coppa di Baticle. Costui, uomo di grandi ricchezze, in punto di morte consegnò al proprio figlio Anfalce una coppa d’oro con l’incarico di consegnarla al più saggio fra i sette sapienti. Il giovane offrì allora il prezioso oggetto a Talete, che, però, lo mandò a Biante, ritenendolo più meritevole. Biante, a sua volta, ne fece dono a Periandro e così via, finché l’ultimo, Cleobulo di Lindos, restituì la coppa a Talete, che la consacrò ad Apollo Didimeo. In questo modo, ciascuno dei sette diede prova di un’umiltà e di un senso della misura che sembrano essere scomparse del tutto dal cuore dei letterati moderni, perennemente rosi dall’orgoglio e dall’invidia.

Anche il giambo II, che ha forma di favola esopica, affronta il tema della polemica letteraria. In esso si narra che un tempo anche gli animali avevano avuto da Zeus il dono della favella; ma poiché ne abusarono con sfacciata petulanza, il dio, irritato, li rese muti e aggiunse le loro voci a quelle che gli uomini già possedevano; per questo motivo Filtone si esprime come un cane ed Eudemo come un asino. Purtroppo, la mancanza di più ampie notizie su questi due personaggi ci impedisce di appurare con certezza la loro identità e di comprendere a fondo il senso dell’ironia di Callimaco.

Banchetto sul fiume. Mosaico, I sec. a.C. ca. dal «Mosaico con scena nilotica». Palestrina, Museo Archeologico Nazionale.

 

Il giambo III ha carattere morale e contiene un’aspra critica contro la corruzione dei tempi e degli uomini, che preferiscono il denaro alla virtù; di carattere analogo è il giambo V, in cui si rimprovera il comportamento scorretto e violento di un maestro di scuola nei confronti dei suoi allievi.

Il giambo IV riprendeva un tema antichissimo, quello della contesa fra piante. Un esempio di questo tipo di favola compare già nella letteratura assiro-babilonese: ne sono protagonisti la palma e il tamerisco, che, in un vivace battibecco, esaltano ciascuno le proprie qualità. In Callimaco, che afferma di narrare una favola lidia, i contendenti sono l’alloro e l’olivo, che rivendicano ciascuno per sé il primato assoluto; la parte finale del componimento, gravemente mutila, ci impedisce di comprenderne la conclusione.

Da quanto si è detto fin qui, appare evidente come, al di là della forma metrica, la poesia giambica di Callimaco abbia assai poco in comune con l’antico carattere di questo genere letterario; un’ulteriore testimonianza ci viene fornita dagli altri componimenti della raccolta, in cui il poeta trattò argomenti del tutto estranei al giambo tradizionale.

Il giambo VI, ad esempio, è una descrizione (ἔκφρασις) della statua crisoelefantina di Zeus Olimpio, opera di Fidia; i giambi VII, VIII, X e XI hanno invece carattere eziologico: nel VII, la statua stessa di Hermes illustrava una forma particolare del culto del dio, onorato in Tracia con l’appellativo di Perpheraios; nell’VIII si spiegava l’origine di una gara di corsa, attribuendone l’istituzione agli Argonauti; il X narrava le vicende dell’eroe Mopso, per spiegare il motivo per cui, in Panfilia, Afrodite veniva onorata con il sacrificio di un cinghiale. Il rito, infatti, traeva origine dalla promessa fatta da Mopso di offrire alla dea il primo animale che avrebbe ucciso a caccia. Nell’XI, Callimaco ricostruiva l’αἴτιον di un’espressione proverbiale.

Il giambo IX riprende i temi moraleggianti del III e del V, mentre nel XII, classificabile come poesia d’occasione, Callimaco, per festeggiare la bambina dell’amico Leonte, giunta al suo settimo giorno di vita, descrive i doni offerti dagli dèi alla piccola Ebe, la dea della giovinezza, figlia di Era e di Zeus, nella stessa circostanza. Particolarmente significativo è quello di Apollo: il dio della musica e della poesia compone infatti un canto in onore della fanciulla, sicuro che il trascorrere del tempo distruggerà i doni di tutti gli altri dèi, ma non il suo, che è il più bello perché è destinato a durare per sempre. Con queste parole, Callimaco riprende il tema dell’eternità della poesia, già trattato dai lirici del VI secolo (da Saffo, soprattutto), che passerà poi, con largo successo, nella letteratura latina: il celebre incipit oraziano Exegi monumentum aere perennius (Odi III 30) ne è forse l’esempio più noto.

Ragazza che gioca agli astragali. Marmo, 130-150 d.C., Berlin, Antikenmuseum.

 

Questa varietà di contenuti, in contrasto con le consuetudini ormai consolidate, dovette attirare qualche critica a Callimaco da parte di altri letterati, che avrebbero preferito una più tradizionale unità di argomenti. Ce lo dimostra il giambo XIII, in cui il poeta si difese dall’accusa di πολυείδεια, presentando l’«eterogeneità» dei temi come un pregio e non come un difetto e confermandone la legittimità con l’esempio di Ione di Chio, un versatile poeta amico di Sofocle, vissuto fra il 490 e il 421 a.C., autore di tragedie, ma anche di componimenti epici, elegiaci, lirici e filosofici. Come abbiamo già detto, nel giambo XIII, l’ultimo della raccolta, compariva di nuovo il personaggio di Ipponatte; ma le lacune del testo ci impediscono di comprenderne con chiarezza il motivo e la funzione. Con questa sua produzione, Callimaco iniziò un nuovo genere letterario, detto σπουδογέλοιον, «seriocomico»; la critica moderna lo ha giudicato assai significativo, non solo perché ci offre un’ulteriore dimostrazione del multiforme ingegno del poeta, ma anche perché esso ebbe una notevole risonanza nella letteratura latina. Infatti, nonostante l’affermazione di Quintiliano satura…tota nostra est (Institutio oratoria X 1, 93), si è ormai giunti alla convinzione che Callimaco abbia contribuito, insieme ai giambografi del VI secolo a.C. e alla commedia antica, a offrire temi e modelli alla poesia satirica latina e al genere letterario della satura, che da lui assimilò il carattere composito dei contenuti e la tendenza a esprimere concetti di elevata e perfino severa moralità con piglio disinvolto e faceto.

 

Serapide. Tavola, affresco, II-III sec. d.C. dall’Egitto.

 

 

Le poesie liriche

 

Callimaco compose anche un certo numero di poesie liriche, in cui compaiono, ancor più accentuate, quelle caratteristiche di raffinatezza formale e di ricercata varietà del metro che già si notano nella produzione giambica. A quanto pare, egli non le raccolse in un corpus a parte, distinto dalle altre opere; perciò, nel volumen che servì a un ignoto grammatico del I secolo come fonte per le διηγήσεις del Papiro Milanese 18, queste liriche sono inserite dopo gli Aitia e i Giambi.

La prima di esse era composta in endecasillabi faleci, il metro che diverrà così caro a Catullo; ne rimangono soltanto l’incipit e l’argomento, dal quale si può comprendere che il poeta cantava la storia delle donne dell’isola di Lemno, assassine dei loro uomini.

La seconda lirica era intitolata Παννυχίς, «festa notturna», ed era composta in un metro asinarteto spesso usato da Euripide, formato da un dimetro giambico unito a un verso itifallico; l’argomento ci informa che, nella parte centrale, il carme trattava le vicende dei Dioscuri e di Elena.

La terza composizione, della quale rimangono interi poco più di venti versi, era la già ricordata Apoteosi di Arsinoe, scritta poco dopo la morte della sposa di Tolemeo II Filadelfo, avvenuta nel 270 a.C. In essa il poeta dava ancora una volta prova di rara erudizione, usando un metro anapestico piuttosto inconsueto, l’archebuleo; il contenuto era caratterizzato da toni alti e patetici, soprattutto nella descrizione del lutto che aveva colpito le città d’Egitto per la morte della regina.

Arsinoe II con le fattezze di Iside-Selene. Busto, marmo, III secolo a.C. ca. Paris, Musée du Louvre.

Nel quarto carme, di cui restano circa dieci versi, in pentametri coriambici catalettici, Callimaco cantava il mito di Branco, un bellissimo pastorello di Mileto amato da Apollo, che aveva avuto dal dio il dono della profezia, trasmesso poi a tutti i suoi discendenti, la casta sacerdotale dei Branchidi.

A questi quattro componimenti lirici se ne possono aggiungere alcuni altri, di varia estensione, dei quali è rimasta traccia nei reperti papiracei e nella tradizione indiretta. Uno di essi, intitolato Γραφεῖον («Lo stilo», con cui si incidevano le parole sulla superficie cerata delle tavolette), era composto in distici elegiaci e, a quanto ci è dato sapere, trattava dello stile pungente e aggressivo della poesia satirica di Archiloco.

 

Berenice II. Alessandria d’Egitto, post 241 a.C. ca. Emidramma, AV 2, 13 g. Obverso: ΒΕΡΕΝΙΚΗΣ-ΒΑΣΙΛΙΣΣΗΣ, cornucopia, diadema e stella (simbolo dei Dioscuri).

 

 

L’Ecale

 

Questo poemetto in esametri è la prima testimonianza sicura di un nuovo genere letterario, l’epillio (ἐπύλλιον). Prima di Callimaco, il termine fu usato da Aristofane con il valore di «piccolo verso» e, in seguito, dal retore Ateneo, nel III secolo d.C., con il significato di «poemetto epico» di breve lunghezza, in cui predominano aspetti descrittivi o contenuti amorosi, piuttosto che storie di dèi e di eroi. Con questo tipo di composizione, Callimaco volle dimostrare la possibilità di una poesia diversa e più adatta ai mutati gusti del pubblico, scegliendo un argomento poco noto e sviluppandolo con grande perizia formale, oltre che con la consueta originalità e autonomia dalla tradizione. Il poemetto, che in origine doveva constare di un migliaio di versi (forse anche meno), ci è noto attraverso numerosi frammenti di varia estensione e attraverso le διηγήσεις del già citato Papiro Milanese 18. In esso Callimaco raccontava un’impresa di Teseo, la cattura del Toro di Maratona.

Sfuggito alle insidie di Medea, la terribile maga della Colchide divenuta moglie di Egeo, allora re di Atene, Teseo era tenuto sotto strettissima sorveglianza dal genitore, che temeva per la sua vita. L’eroe, però, eluso il controllo del padre, si mise in viaggio per affrontare il Toro di Maratona, un animale gigantesco e feroce che desolava la regione. Sorpreso dalla sera e da un violento temporale, Teseo fu costretto a chiedere ospitalità in un casolare, appartenente a una vecchia contadina, Ecale. Ella accolse cortesemente l’eroe e lo ricolmò di affettuose premure, offrendogli il meglio delle sue povere provviste. Dopo aver trascorso la notte in piacevole conversazione, l’eroe ripartì al sorgere dell’alba. In seguito, catturato e domato il terribile toro, Teseo ritornò dalla sua ospite per ringraziarla e per rassicurarla sul felice esito dell’impresa. Purtroppo, Ecale nel frattempo era morta; a Teseo, addolorato per la sua scomparsa, non restò che onorarne la memoria dando alla località il nome di Ecale e fondandovi un tempio dedicato a Zeus Ecalesio, con una festività annuale, in cui aveva luogo una gara di corsa.

Il poemetto, che ha carattere eziologico, testimonia l’erudizione di Callimaco non solo nella scelta dell’argomento, ma anche nei sottili collegamenti che legano il mito di Teseo a quello di Eracle, trattato nell’Epinicio per Berenice. Sappiamo infatti che per gli antichi le due figure di Eracle, di origine dorica, e di Teseo, l’eroe attico per antonomasia, erano contrapposte e complementari, come dimostra anche il fatto che si dicessero l’uno nato da Zeus, il dio del cielo, e l’altro da Poseidone, il signore del mare. Fra le fatiche di Eracle è compresa la cattura del toro di Creta; ma l’animale, una volta raggiunta l’Ellade, sfuggì all’eroe o fu liberato da lui, trovando dimora nelle campagne di Maratona, dove poi fu nuovamente catturato, questa volta da Teseo. Inoltre, il racconto dell’ospitalità offerta a Eracle da Molorco, che rappresenta una digressione descrittiva nella struttura dell’epinicio, appare molto simile, come intenti e come toni, al brano dell’epillio in cui Callimaco si sofferma a descrivere il povero casolare di Ecale, i vari utensili domestici, i rustici ma gustosi cibi da lei imbanditi all’eroe; un mondo semplice e sereno, contemplato con nostalgia dal cittadino di una grande e raffinata metropoli, che però rimpiange talvolta un genere di vita duro e povero, ma di più umana misura.

La “Vecchia mercantessa” (Old Market Woman). Dettaglio del volto. Statua, copia romana di età Giulio-Claudia da originale ellenistico di II sec. a.C. New York, Metropolitan Museum of Art.

 

Oltre all’Ecale, Callimaco aveva composto anche un altro epillio in esametri, la Galatea, di cui restano un frammento e la διήγησις. In esso, il poeta narrava il mito della Nereide Galatea e di suo figlio Galato, capostipite del popolo dei Galati, gli stessi che, nel 278 a.C., si spinsero fino all’Ellesponto, con un’impresa che colpì vivamente i contemporanei e che avrebbe potuto fornire al poeta lo spunto per la sua opera. Se così fosse, la Galatea sarebbe da considerare una delle opere giovanili di Callimaco.

 

 

Gli Inni

 

Dell’opera di Callimaco fanno parte anche sei inni, di varia estensione, metro e lingua; i primi quattro, infatti, furono composti in esametri e in dialetto epico ionico; il quinto è in distici elegiaci, con una coloritura dorica di carattere spiccatamente letterario, che richiama assai da vicino il linguaggio di un altro grande poeta ellenistico, Teocrito. Callimaco si servì dello stesso dialetto anche nell’ultimo inno, che, però, è in esametri. Tali deviazioni dagli aspetti tradizionali del genere non devono però stupirci, perché non fanno altro che confermare un carattere della poetica callimachea, la πολυείδεια, a cui abbiamo prima accennato. Gli Inni devono essere considerati composizioni letterarie, non cultuali; e se anche alcuni di essi, come il primo, il terzo e il quarto, conservano un’impostazione che richiama l’innografia omerica, essi furono destinati certo alla recitazione, forse in ambiente simposiale. Ciò si può dedurre dalla struttura del secondo, del quinto e del sesto, che hanno carattere espositivo, con un narratore che si rivolge al pubblico, durante lo svolgimento di un rito. Questa particolarità ha indotto alcuni studiosi a stabilire un raffronto con Teocrito, tentando di ricavarne anche delle indicazioni per la datazione, che si rivela però un problema piuttosto difficile. È certo infatti che gli Inni vennero composti in un arco di tempo assai lungo; elementi interni ad essi ci permettono di stabilire che il più antico è l’inno A Zeus, databile forse fra il 283 e il 280 a.C., mentre il più tardo è quello Ad Apollo, che potrebbe risalire al periodo fra il 258 e il 247 a.C. Un accenno all’invasione dei Galati (274 a.C.) e all’apoteosi di Tolemeo Filadelfo, scomparso nel 246, ci sono utili per datare l’inno A Delo; per gli altri tre, purtroppo, non abbiamo indicazioni sufficienti.

Il contenuto degli Inni presenta un’evidente fusione di antico e di nuovo; insieme a tracce della remota tradizione rapsodica compaiono aspetti tipici della cultura ellenistica: alla celebrazione degli dèi si affianca quella del sovrano, considerato come il protagonista di sfarzose cerimonie di gusto più orientale che greco; il mondo divino è descritto con una certa vena umoristica, che ha dei precedenti in Omero (Odissea VIII 266 sgg.), come il racconto boccaccesco ante litteram degli amori di Ares e Afrodite, sorpresi da Efeso, imprigionati in una rete ed esposti al ludibrio degli altri dèi. Ma in Callimaco compare anche il gusto per la descrizione precisa e concreta, per il particolare prezioso o quotidiano, assolutamente assente nella tradizione più antica; di conseguenza, la vita degli dèi si colora, nei versi nel nostro poeta, di toni molto più umani e “borghesi”, mentre sarebbe inutile cercarvi sentimenti di autentica religiosità, ormai estranei al mondo alessandrino.

Tolomeo III Evergete, Alessandria d’Egitto, 245-222 a.C. ca. Emidramma, AE 35, 46 g. Recto: Testa diademata e barbata di Zeus-Ammone, voltata a destra.

L’inno I, A Zeus, sembra riprendere, all’inizio, schemi tradizionali, narrando la nascita e l’infanzia di Zeus con forme e linguaggio di stampo epico, a cui si unisce però la tendenza a digressioni descrittive del tutto nuove. Così, quando il poeta racconta come Rea, dopo aver partorito Zeus, cercasse invano dell’acqua per purificarsi e per lavare il neonato, la sua attenzione si sofferma a lungo, con erudizione, ma anche con vivo realismo, sull’arido paesaggio dell’Arcadia, che non ha ancora ricevuto dal grembo di Gea il dono delle acque. Prima che Rea colpisca con lo scettro il fianco sassoso del monte, per farne scaturire le impetuose fiumane prigioniere nelle viscere della terra, l’occhio del poeta coglie tutti i particolari dell’ambiente desolato dalla calura: i lecci dalle chiome disseccate dalla siccità, i segni lasciati dalle ruote dei carri nella polvere delle vie, le petraie assolate popolate di serpi, il viandante sitibondo che cerca ansiosamente un filo d’acqua, ignorando che, sotto i suoi piedi, nel seno profondo della terra, ne scorrono rapinosi torrenti. La dimensione temporale del racconto è quella arcaica del mito; ma la descrizione del paesaggio prende spunto da un’esperienza concreta, che ci richiama alla mente l’ardente estate mediterranea già descritta da Esiodo e da Alceo. Ma l’infanzia di Zeus, allattato dalla capra Amaltea e affidato da Rea alle Ninfe, fu di breve durata; divenuto precocemente adulto, il giovane dio spartì con giustizia il potere con i suoi fratelli maggiori e assegnò a tutti gli altri dèi il controllo sulle attività umane, riservando per sé solo il compito di proteggere i re, «perché non c’è niente di più divino dei sovrani, stirpe di Zeus» (Inni I, 79-80). A questo punto, all’esaltazione della potenza di Zeus si ricollega l’omaggio a Tolemeo Filadelfo, esempio terreno di regalità, che il dio supremo ha voluto subito mettere alla prova, per saggiarne le capacità. Quest’allusione, prima di qualunque tono servile o bassamente adulatorio, permette di datare l’inno con una certa sicurezza al 283 o al 282 a.C., quando Tolemeo, appena salito al trono, dovette fronteggiare la ribellione provocata dai suoi fratelli maggiori e quando forse Callimaco non era ancora stato accolto a corte; si tratterebbe perciò del più antico fra gli Inni.

 

Statua di Apollo. Marmo, copia romana del II secolo d.C. da un originale ellenistico, da Cirene. British Museum.

L’inno II, Ad Apollo, può invece essere considerato il più tardo della raccolta, perché è databile agli anni in cui Cirene ritornò sotto il potere dei Tolemei, con le nozze fra Berenice e Tolemeo III Evergete. In esso, Callimaco, dopo aver esaltato il dio e i suoi benefici nei confronti dell’umanità, secondo gli schemi dell’innologia sacra, lo celebra con l’epiteto Κάρνειος, che il poeta considera «avito», perché tipico della città di Cirene, fondata dal suo antenato Batto proprio per volere del dio. Ma oltre a questa allusione alle glorie di famiglia, l’inno contiene un altro importante accenno autobiografico, che abbiamo già preso in esame: la scena finale in cui l’Invidia, che sussurra all’orecchio di Apollo calunnie contro il poeta, viene sdegnosamente allontanata dal dio con un calcio; il tono è analogo a quello dell’Elegia contro i Telchini, che, come abbiamo visto, appartiene agli anni senili del poeta.

 

Statua di Artemide. Bronzo, IV secolo a.C. ca. Museo Archeologico del Pireo.

L’inno III, Ad Artemide, è uno dei più estesi e anche dei più vari nel contenuto, tanto da sembrare privo di unità; ma questa caratteristica, presente anche negli Aitia, ci fa supporre che Callimaco abbia scelto deliberatamente tale struttura, nel desiderio di sperimentare una nuova tecnica narrativa, applicandola a un genere letterario così antico. L’inno è databile solo approssimativamente al periodo centrale dell’attività di Callimaco (forse dopo il I libro degli Aitia). Fra i passi degni di nota per l’erudizione, possiamo ricordare un accenno al mito di Eracle e Teodamante, in polemica con il modo in cui l’aveva trattato Apollonio Rodio, e uno sfogo di preziosa dottrina nella parte finale del componimento, in cui compare un elenco di luoghi e personaggi legati al culto di Artemide, forse un po’ troppo lungo e monotono per il nostro gusto. Al contrario, ci attraggono per la loro grazia e la loro perfezione formale alcune scenette, in cui il poeta descrive con una straordinaria freschezza l’infanzia di Artemide. All’inizio, il poeta ci mostra la dea, ancora bambina, mentre cerca di convincere il padre ad accontentare i suoi desideri, standogli seduta sulle ginocchia e accarezzandogli il volto, e, anche se questo padre è Zeus, il dio supremo ci appare come un qualunque genitore affettuoso, schiavo delle moine della figlioletta e assolutamente incapace di rifiutarle qualche cosa (Inni III, 4-40). D’altra parte, che Artemide sia una bambina decisa e capace di ottenere tutto ciò che vuole, lo dimostra il suo comportamento di fronte ai Ciclopi che devono fabbricarle l’arco e le frecce. Ben lontana dall’essere spaventata dai mostruosi giganti monocoli, che le altre dee minacciano di chiamare per intimorire i loro figli quando fanno i capricci, la piccola si arrampica sulle ginocchia poderose di uno di essi, Bronte, e aggrappandosi con le manine al folto pelo che copre il petto del Ciclope, ne strappa un ciuffo lasciandogli per sempre una chiazza depilata al centro del torace (Inni III, 72-86). In questo modo, Callimaco offre un magistrale esempio del gusto alessandrino, temperando la solennità del tema con un garbato umorismo; ne è riprova la scena in cui Eracle, perennemente affamato, esorta la futura cacciatrice a non perdere tempo con piccole prede, ma a dedicare la sua attenzione soltanto a cinghiali e a tori, suscitando così il riso di tutti gli dèi, che ben conoscono il formidabile appetito del fortissimo eroe (Inni III, 144-157).

 

Guerriero galata. Statuetta, terracotta, 200 a.C. ca. dall’Egitto.

L’inno IV, A Delo, il più ampio di tutti, riprende all’inizio un tema già trattato nell’inno omerico Ad Apollo Delio. In esso si narra che, quando Latona stava per partorire, nessuna delle terre voleva accoglierla, per timore della vendetta di Hera, gelosa della rivale. Questa parte iniziale del mito offre a Callimaco l’opportunità per un’ampia digressione geografica, che evoca agli occhi del lettore un vasto quadro di paesaggio, delineato con grande novità espressiva, oltre che con profonda erudizione. Infine, Latona, disperatamente in cerca di un rifugio che il mondo intero sembra negarle, giunge all’isola di Cos; e qui avviene il più straordinario dei miracoli: Apollo, ancora chiuso nel seno materno, fa sentire la sua voce profetica, dando così prova di una precocità superiore a quella di qualunque altro dio. Prima di Callimaco, il tema della precocità divina era stato trattato solo nell’inno omerico A Hermes, ben noto e assai apprezzato dai lettori ellenistici. In questo modo, il poeta entrò in competizione con il suo illustre modello e se ne distaccò, sviluppando l’argomento in modo completamente diverso. Apollo, infatti, consiglia alla madre di non fermarsi a Cos, perché non è conveniente che egli venga alla luce in quell’isola, che pure è fertile e bella; «ma un altro dio le Moire destinano a lei [sc. a Cos], / eccelsa prole di dèi Salvatori» (Inni IV, 165-166), che governerà fino all’estremo Occidente, dove a sera riposano i cavalli del Sole. La profezia di Apollo continua alludendo all’invasione dei Celti, designati qui con il nome di “Galati”, che la Grecia dovette fronteggiare intorno al 280 a.C. Questi popoli, emigrati verso sud in cerca di nuove terre, attaccarono dapprima la Macedonia, uccisero in battaglia il re Tolemeo Cerauno e dilagarono poi nel cuore dell’Ellade. Le loro orde giunsero in prossimità del santuario di Delfi, probabilmente con l’intenzione di spogliarlo dei ricchissimi doni votivi; ma furono respinti dagli Etoli. Questo accenno permette una datazione abbastanza precisa dell’inno; e l’invenzione poetica della profezia apollinea a proposito dell’isola di Cos, mentre contribuisce, in quanto parola divina, a dare un tono di ineludibile verità al presagio della futura grandezza di Tolemeo, ne attenua al tempo stesso il tono evidentemente encomiastico.

 

Statua della cosiddetta «Atena Farnese». Copia romana dall’originale di Pirro, della scuola fidiaca, V secolo a.C. Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

L’inno V, Per i lavacri di Pallade, è scritto in distici elegiaci e non presenta alcun elemento interno che possa permettere una collocazione cronologica anche approssimativa. Oltre ad avere una metrica inconsueta per un inno, questo componimento è anche un esempio di poesia «mimetica», una forma innovativa portata a perfezione da Callimaco e da Teocrito, che conferisce all’inno la struttura di un discorso diretto, pronunciato dai protagonisti di un cerimonia rituale. In questo caso, il poeta rievoca la festa annuale di Pallade Atena ad Argo, durante la quale la statua della dea viene posta su un carro e portata a bagnarsi nelle acque del fiume Inaco. La voce narrante è quella di un banditore sacro, che invita le devote e dà loro istruzioni per il rito. Poiché l’apparizione della statua della dea rappresenta un’autentica epifania, nessun occhio maschile si deve posare sul suo simulacro, immerso nel bagno rituale; perciò, affinché nessun uomo sia tentato di cedere a una curiosità sacrilega, l’araldo narra il mito di Tiresia.

Un giorno, Pallade e la ninfa tebana Cariclo, sua inseparabile compagna e madre di Tiresia, vollero trovare sollievo alla calura pomeridiana, bagnandosi nelle fresche acque della fonte Ippocrene; Tiresia raggiunse quel luogo sacro per dissetarsi:

 

75    Τειρεσίας δ᾽ ἔτι μῶνος ἁμᾶ κυσὶν ἄρτι γένεια

περκάζων ἱερὸν χῶρον ἀνεστρέφετο·

διψάσας δ᾽ ἄφατόν τι ποτὶ ῥόον ἤλυθε κράνας,

σχέτλιος· οὐκ ἐθέλων δ᾽ εἶδε τὰ μὴ θεμιτά.

 

 

Ma ancora Tiresia solo coi cani, la guancia appena da barba

scurita, si aggirava per il luogo sacro;

mosso da sete indicibile giunse alle acque della fonte,

sciagurato: e, senza volerlo, vide la proibita visione[4].

 

Pallade Atena, adirata, alza un grido; una tenebra improvvisa, profonda come la notte, cade sugli occhi di Tiresia, che rimane immobile e muto. Ma sua madre Cariclo, disperata per il destino del figlio, invoca pietà dalla dea, che le ha finora dimostrato affetto e amicizia. Atena, pur senza mutare la legge irrevocabile che condanna alla cecità l’uomo che posi gli occhi su una nudità divina, si lascia impietosire e promette a Cariclo che suo figlio sarà compensato della perdita della vista con il dono della profezia. I suoi occhi mortali saranno ciechi per sempre, ma egli avrà la capacità di comprendere il misterioso linguaggio dei segni mandati dagli dèi, vivrà una vita lunghissima e conserverà le sue capacità di veggente anche dopo la morte.

L’inno, dunque, sviluppa anche il tema eziologico, caro a Callimaco; ma quello che maggiormente colpisce la nostra attenzione è la straordinaria capacità di suggestione che emana dai versi centrali dell’inno: la profonda calma meridiana, l’acqua della fonte, la quiete suprema che domina la montagna evocano nella fantasia del lettore un paesaggio carico di sacro mistero, in cui il sovrumano silenzio prelude a un’epifania divina, inviolabile dall’occhio umano. L’avventura di Tiresia è delineata in pochissimi versi, con tratti di una sobrietà scarna e stupendamente efficace: la visione involontaria, il grido di Pallade, l’improvvisa notte che piomba sugli occhi del giovane, suggellandovi per sempre l’immagine della dea; poi, l’immobilità di Tiresia e il suo silenzio, che lo assimilano all’incanto del paesaggio. Dopo questo momento di altissima poesia, l’inno riprende il suo ritmo più discorsivo e disteso, fino al commiato finale, quando la statua della dea, terminata la cerimonia, si appresta a far ritorno nel tempio, in mezzo alla schiera delle sue fedeli.

 

Iside-Demetra con spiga e scettro. Stele con rilievo, III-II sec. a.C. ca. dal Tempio di Iside. Dione, Museo Archeologico.

L’inno VI, A Demetra, è anch’esso un saggio di poesia «mimetica»; come nel precedente, la voce narrante è quella di un addetto alla cerimonia sacra, che si rivolge alle fedeli della dea, in attesa di celebrare le Tesmoforie dopo un giorno di digiuno rituale. Dopo il preludio, in cui si indicano alle donne le prescrizioni da seguire, mentre aspettano che giunga la processione della dea, il narratore inizia il racconto delle affannose peregrinazioni di Demetra in cerca di sua figlia Persefone, rapita da Hades. Ma la triste rievocazione delle pene della dea si chiude quasi subito: tutta la parte centrale dell’inno, che non è fra i più estesi, è dedicata al mito di Erisictone, l’eroe tessalo, figlio di re Triopa, che, per aver tentato di abbattere un bosco sacro a Demetra, fu punito da lei con una fame insaziabile. Il giovane intendeva usare il legname degli alberi consacrati per costruirsi una sala da banchetto nel suo palazzo; ma non appena ebbe vibrato il primo colpo d’ascia contro il tronco di un altissimo pioppo, la pianta emise un doloroso grido, che giunse alle orecchie della dea. Demetra, allora, assunte le sembianze di un’anziana sacerdotessa, cercò di distogliere Erisictone dal suo proposito; ma l’eroe la trattò con prepotenza e disprezzo, minacciando di colpirla con l’ascia, se avesse continuato a importunarlo. Allora Demetra riprese il suo vero, terribile aspetto e condannò il giovane sacrilego a essere tormentato implacabilmente dalla fame e dalla sete.

A questo punto, la funzione eziologica dell’inno sarebbe già compiuta, perché la punizione di Erisictone si ricollega, per contrasto, al digiuno rituale delle fedeli della dea, ormai giunta al termine. Ma Callimaco sente ancora il bisogno di dare libero sfogo alla sua fantasia e alla sua straordinaria capacità fabulatoria; il poeta, così sobrio e incisivo nel narrare l’avventura di Tiresia, cede qui al piacere del racconto. Erisictone è un principe di sangue reale e i suoi familiari non vorrebbero che il suo stato recasse loro disonore agli occhi dell’intera città; perciò, tentano in ogni modo di tener nascosta la sua terribile disgrazia, adducendo le più varie giustificazioni per le assenza del principe.

L’insaziabile voracità di Erisictone lo spingerà, dopo aver divorato tutte le scorte della reggia, a elemosinare il cibo per strada, rendendo così manifesta a tutti la sua terribile punizione.

Callimaco descrive la pena dell’eroe senza suscitare alcun senso di orrore religioso, ma inserendola nel contesto quotidiano di una realtà familiare, in cui essa crea umanissimi sentimenti di disagio e di vergogna. L’inno si chiude con un’invocazione a Demetra, perché conceda alle sue fedeli abbondanza e felicità.

 

Tolomeo III Evergete, Alessandria d’Egitto, 245-222 a.C. ca. Emidramma, AE 35, 46 g. Obverso: ΠΤΟΛEMAIOY- BAΣΙΛΕΩΣ, Aquila stante verso sinistra, sopra un fascio di saette, una cornucopia e il diadema reale.

 

Gli Epigrammi

La produzione poetica di Callimaco comprende anche un corpus di oltre sessanta epigrammi di vario argomento e di diversa estensione (dal monodistico, formato da due soli versi – un esametro e un pentametro – alla breve elegia), di cui non è possibile stabilire una cronologia interna, benché alcuni di essi contengano riferimenti storici o autobiografici. In base all’argomento trattato, essi possono essere suddivisi in quattro categorie: epigrammi funerari, votivi, erotici e letterari. Grazie a essi, Callimaco occupò una posizione di preminenza nell’ambito della prima generazione dei poeti appartenenti alla cosiddetta scuola ionico-alessandrina, per lo stile raffinato, la grazia elegante, la capacità di esprimere sia il pathos sincero che l’omaggio garbato, senza cadere mai in toni lacrimevoli o servili.

Gli epigrammi più interessanti per noi sono forse quelli letterari, in cui compaiono accenni alla poetica dell’autore, che arricchiscono e completano quelli presenti in altre opere. Grazioso e significativo, a questo proposito, l’epigramma I, Anthologia Palatina VII, 89, che ha come protagonista Pittaco, uno dei sette sapienti già ricordati nel giambo I. Il saggio vegliardo, mentre siede tranquillo in una piazzetta nella quale alcuni bambini giocano con le trottole, vene interrogato da un giovanotto in procinto di sposarsi. Poiché gli sono state offerte due possibilità, quella di unirsi a una ragazza ricca e di condizione sociale superiore alla sua, e quella di prendere in moglie una fanciulla di rango più modesto e di mezzi pari a quelli del futuro marito, il giovane vorrebbe conoscere l’opinione di Pittaco, prima di impegnarsi con l’una o con l’altra. Ma, mentre il saggio sta per rispondere, uno dei bambini, vedendo che un suo compagno sta per colpirgli la trottola, gli grida: τὴν κατὰ σαυτὸν ἔλα («Prendi quella alla tua portata!». Pittaco, allora, invita il giovane a considerare le parole del fanciullo come la risposta giusta ai suoi dubbi. Lo spirito della favoletta è simile a quello dei Giambi; e la critica è concorde nel riconoscere in essa un’ulteriore riconferma delle scelte letterarie e stilistiche di Callimaco, ben consapevole di ciò che si adattava maggiormente alla sua vena poetica.

Alla categoria degli epigrammi letterari di contenuto encomiastico appartiene il LI, scritto probabilmente dopo il 246 a.C., quando si celebrarono le nozze fra Tolemeo III Evergete e Berenice, figlia di Megas. Alludendo a una statua che raffigurava la giovane e bella sovrana, Callimaco afferma, con elegante omaggio cortigiano, che le Cariti ormai non sono più tre, ma quattro e senza la quarta «neanche le Cariti stesse sarebbero Cariti».

La stessa sorridente finezza toglie ogni senso del dramma alle sofferenze d’amore e riduce il rapporto fra innamorati a un gioco di schermaglie e di ripicche, in cui il rifiuto o l’abbandono possono causare malinconia, ma non certo profonde crisi esistenziali. Ne è esempio l’epigramma LXIII, dedicato a una ragazza di nome Conopio («Zanzaretta»), che sa essere pungente e dispettosa come il suo nome:

 

 

οὕτως ὑπνώσαις, Κωνώπιον, ὡς ἐμὲ ποιεῖς

κοιμᾶσθαι ψυχροῖς τοῖσδε παρὰ προθύροις.

οὕτως ὑπνώσαις, ἀδικωτάτη, ὡς τὸν ἐραστὴν

κοιμίζεις, ἐλέου δ᾽ οὐδ᾽ ὄναρ ἠντίασας.

5      γείτονες οἰκτείρουσι, σὺ δ᾽ οὐδ᾽ ὄναρ. ἡ πολιὴ δὲ

αὐτίκ᾽ ἀναμνήσει ταῦτά σε πάντα κόμη.

 

 

        Che tu dorma, Conopio, il sonno che a me

fai dormire presso questo gelido atrio!

Che tu dorma, perfidissima, come il tuo amante

fai dormire, e neanche in sogno ottengo pietà!

5      I vicini si commuovono, e tu neanche in sogno! Ma grigia

la chioma presto ti rammenterà di tutto ciò[5].

Ragazza in fuga. Parte della decorazione acroteriale, pietra locale, dalla Casa Sacra di Eleusi.

 

Il tema è quello del παρακλαυσίθυρον (il «lamento dell’amato presso la porta chiusa»), caro ai poeti erotici alessandrini e destinato a grande fortuna nella poesia lirica latina. La raffinatezza formale, evidenziata dall’insistito gioco delle anafore (vv. 1 e 3, 4-5), dà alla breve lirica un tono di elegante intellettualismo, assolutamente privo di dramma. Anche l’accenno finale all’inesorabile vicinanza della vecchiaia – un topos in questo genere di letteratura – esprime qui soltanto una ripicca un po’ stizzosa, unica possibilità di rivincita dell’amante respinto, non certo l’angosciosa premonizione della caducità della gioventù, della bellezza, dell’amore e della vita stessa, che rende così intense le poesie di Mimnermo.

Ma questa poesia tanto leggera e sorridente può anche trovare le espressioni più pure e intense di una mestizia raccolta e dignitosa, come accade in alcuni epigrammi sepolcrali, a cui la brevità conferisce un più profondo senso di composto dolore:

 

Δωδεκέτη τὸν παῖδα πατὴρ ἀπέθηκε Θίλιππος

ἐνθάδε, τὴν πολλὴν ἐλπίδα, Νικοτέλην.

 

 

        Dodicenne il bambino ha qui deposto il padre Filippo,

la sua grande speranza, Nicotele[6].

 

 

 

 

Una fortuna grandissima, dall’antichità ai giorni nostri

 

Dopo Omero e Menandro, Callimaco è forse il poeta greco che ha avuto più fortuna, dall’antichità ai giorni nostri. Nella letteratura latina arcaica, Ennio si ispirò al proemio degli Aitia per comporre quello degli Annales, in cui, con evidente riferimento al testo callimacheo, narra che Omero gli apparve in sogno sul monte Parnaso. Anche il genere letterario dell’epillio, ripreso da Mosco, un poeta siracusano della seconda metà del II secolo a.C., ebbe una straordinaria fortuna: i maggiori fra i poetae novi, come Elvio Cinna, Licinio Calvo e lo stesso Catullo (Carmen LXIV) si ispirarono a esso; a Catullo appartiene anche la già ricordata versione della Chioma di Berenice.

In età augustea, il poeta elegiaco Properzio considerò titolo d’onore essere definito «il Callimaco romano» e anche Orazio, Ovidio (il personaggio di Bauci, Metamorphoseon VIII, 620 sgg. si ispira a quello di Ecale) e lo stesso Virgilio si rifecero speso a temi della poesia e della poetica callimachee; perfino la Ciris, poemetto di non sicura attribuzione, che apparterrebbe agli anni giovanili di Virgilio, risente di questa influenza. Dell’importanza di Callimaco per comprendere a fondo tono e contenuto della satira latina si è già parlato.

Tuttavia, ancora più notevole della sua influenza diretta di questo autore, fu quella esercitata per molti secoli dal suo canone stilistico: della subtilitas callimachea e delle sue continue esortazioni al labor limae fecero tesoro non solo la letteratura latina, ma anche la letteratura italiana rinascimentale e neoclassica. Agnolo Poliziano, nella Giostra, e Ugo Foscolo, nelle Grazie, ebbero senza dubbio presenti il testo e lo stile del poeta cirenaico che, in tempi più vicini a noi, non mancò di ispirare anche Pascoli (Poemi conviviali) e D’Annunzio (Alcyone) con la sua elegante preziosità, frutto di erudizione e di attenta ricerca filologica.

***

Note:

[1] Callim. Aitia IV, fr. 110 Pf., 47-56, tr. G.B. D’Alessio.

[2] Callim. epigr. XXVIII, tr. G.B. D’Alessio.

[3] Callim. hymn. II, 105-112, tr. G.B. D’Alessio.

[4] Callim. hymn. V, 75-78, tr. G.B. D’Alessio.

[5] Callim. epigr. LXIII, tr. G.B. D’Alessio.

[6] Callim. epigr. XIX, tr. G.B. D’Alessio.

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La Chioma di Berenice

di Callimaco, Aitia, Giambi e altri frammenti, vol. II, traduzione e note di G.B. D’Alessio, Milano 1996, pp. 522-539.

 

Callim. Aitia IV, fr. 110 Pf. (Coma Berenices)

 

 

Fr. 110

      Πάντα τὸν ἐν γραμμαῖσιν ἰδὼν ὅρον ᾗ τε φέρονται

.       .       .       .       .       .       .

7    †η † με Κόνων ἔβλεψεν ἐν ἠέρι τὸν Βερενίκης

βόστρυχον ὃν κείνη πᾶσιν ἔθηκε θεοῖς

.       .       .       .       .       .       .

14       [σύμβολον ἐννυχίης. . .ἀεθλοσύνης?]

.       .       .       .       .       .       .

26       [μεγάθυμον?]

.       .       .       .       .       .       .

40       σήν τε κάρην ὤμοσα σόν τε βίον

.       .       .       .       .       .       .

43                                                    ].[

ἀμνά]μω[ν Θείας ἀργὸς ὑ]περφέ[ρ]ετ[αι,

45  βουπόρος Ἀρσινόης μητρὸς σέο, καὶ διὰ μέ[σσου

Μηδείων ὀλοαὶ νῆες ἔβησαν Ἄθω.

τί πλόκαμοι ῥέξωμεν, ὅτ’ οὔρεα τοῖα σιδή[ρῳ

εἴκουσιν; Χαλύβων ὡς ἀπόλοιτο γένος,

γειόθεν ἀντέλλοντα, κακὸν φυτόν, οἵ μιν ἔφηναν

50       πρῶτοι καὶ τυπίδων ἔφρασαν ἐργασίην.

ἄρτι [ν]εότμητόν με κόμαι ποθέεσκον ἀδε[λφεαί,

καὶ πρόκατε γνωτὸς Μέμνονος Αἰθίοπος

ἵετο κυκλώσας βαλιὰ πτερὰ θῆλυς ἀήτης,

ἵππο[ς] ἰοζώνου Λοκρίδος Ἀρσινόης,

55  ἤ[λ]ασε δὲ πνοιῇ με, δι’ ἠέρα δ’ ὑγρὸν ἐνείκας

Κύπρ]ιδος εἰς κόλπους      ἔθηκε

αὐτή μιν Ζεφυρῖτις ἐπιπροέ[ηκεν

. . . .Κ]ανωπίτου ναιέτις α[ἰγιαλοῦ.

ὄφρα δὲ] μὴ νύμφης Μινωίδος ο[

60       . . . . .]ος ἀνθρώποις μοῦνον ἐπι.[

φάεσ]ιν ἐν πολέεσσιν ἀρίθμιος ἀλλ[ὰ φαείνω

καὶ Βερ]ενίκειος καλὸς ἐγὼ πλόκαμ[ος,

ὕδασι] λουόμενόν με παρ’ ἀθα[νάτους ἀνάγουσα

Κύπρι]ς ἐν ἀρχαίοις ἄστρον [ἔθηκε νέον.

65                                                                                ]

]

πρόσθε μὲν ἐρχομεν. .μετοπωρινὸν [Ὠκ]εανόνδε

].ο[

ἀ]λλ’ εἰ κα[ι                ]. . . . .ν

70                                                  ]. .[.] ιτη[

Παρθένε, μὴ] κοτέσῃ[ς, Ῥαμνουσιάς· οὔτ]ις ἐρύξει

βοῦς ἔπος        ]η. . .[       ].[    ].βη

].[.]ελε.[         ].θράσος ἀ[στ]έρες ἄλλοι

]νδινειε.[         ]οσοσο[.]τεκ.[.]ω·

75  οὐ τάδε μοι τοσσήνδε φέρει χάριν ὅσ[σο]ν ἐκείνης

ἀ]σχάλλω κορυφῆς οὐκέτι θιξόμεν[ος,

ἧς ἄπο, παρ[θ]ενίη μὲν ὅτ’ ἦν ἔτι, πολλὰ πέπωκα

λιτά, γυναικείων δ’ οὐκ ἀπέλαυσα μύρων.

.       .       .       .       .       .       .

89  ο.[

90       με[

νυ[                  ].[

το.[                ]νθι[

γείτ[ονες          ]ως[

α.[       ]. . Ὑδροχ[όος] καὶ[       Ὠαρίων.

94a χ[αῖρε], φίλη τεκέεσσι.[

94b     .[       ]. . . . .[.].ν.[

 

Berenice II. Alessandria d’Egitto, 246-222 a.C. ca. Pentadramma, AV 21, 23 g. Recto: busto diademato e velato della regina, voltato a destra.

 

La chioma di Berenice[1]

 

Argomento

Dice che Conone pose tra gli astri il ricciolo di Berenice, che quella aveva promesso di dare in voto agli dèi, quando ‹il marito› fosse ritornato dalla guerra in Siria[2].

Fr. 110[3]

      Avendo in disegni l’orizzonte tutto veduto, come si muovan

[gli astri sorgendo e calando] (…)

7    (…) mi osservò Conone[4] nel cielo, di Berenice

ricciolo, che ella votò a tutti gli dèi (…)

[promettendolo in dedica quando il re partì per la guerra immediatamente dopo il matrimonio, ancora mostrando] [13-14 (?)] traccia della notturna lotta[5] (…) [Tu, regina, soffristi moltissimo; eppure, io ricordo come, da fanciulla, ti eri mostrata] [26 (?)] di animo forte[6] (…) [Mi promettesti in voto con sacrifici. Il re, frattanto, aveva sottomesso l’Asia all’Egitto e per questo, io, portata in cielo, assolvo al tuo voto. Contro la mia volontà ho lasciato il tuo capo] [40] sulla tua testa lo giuro, sulla tua vita (…)[7] [Ma non ho potuto resistere al ferro, che è stato in grado di spianare il monte più alto che]

44       [il chiaro rampollo di Theia] sorvola,

45  spiedo (?) della madre tua Arsinoe, e attraverso

l’Athos passarono le navi funeste dei Medi[8].

Cosa faremo noi trecce, se monti sì grandi cedono

al ferro? Possa perire la stirpe dei Càlibi[9],

che, mala pianta, sorgente da terra, lo rivelarono

50       per primi, e mostrarono l’arte dei magli!

Da poco, recisa di fresco, mi rimpiangevan le chiome sorelle,

ed ecco il fratello di Memnone l’Etiope

si slanciava ruotando le ali screziate, vento ferace,

destriero della Locride Arsinoe, cinta di viole[10]:

55  con il soffio mi [spinse][11], e, portandomi per l’umido aere,

mi pose nel grembo di Cipride (…):

Zefiritide stessa a [tal] uopo lo (…) [aveva inviato]

(…) abitatrice della spiaggia Canopia[12].

[Perché] non della fanciulla Minoide (…) [la corona]

60       (…) agli uomini solo (…) [risplendesse],

ma fra molte [luci fossi] annoverata

pure io, la bella treccia di Berenice,

[mentre agli] immort[ali ascendevo, nell’acque] lavandomi,

[Cipride] astro [nuovo] tra gli antichi [mi pose][13].

[Infatti, sopra la Vergine e il Leone, accanto all’Orsa] [67] andando in Oceano in autunno (?) dinanzi [al lento Boote][14]. [69] Ma anche se [per tutta la notte sono nel firmamento e solo la luce del giorno mi restituisce al mare[15]], [71-72] – [non] adirarti [Vergine di Ramnunte[16]]: nessun bue bloccherà la mia parola[17] (…) [73] [neanche se mi faranno a pezzi per la mia] audacia le altre stelle (…) –

75  non mi dà questo gioia pari al dolore

per non più toccare quel capo

da cui, ancor verginale, molti ho bevuto

poveri ungenti, ma non ho goduto dei profumi di sposa[18].

[89] (…) [93] vi[cini (?)] (…) [94] l’Aquario e (…) Orione. [94a] S[alve], cara ai figli[19] (…) [94b] (…)

 

La Coma Berenices e le costellazioni vicine rappresentate da Johannes Hevelius nel suo Firmamentum Sobiescianum sive Uranographia (1687).

 

 

***

Note:

[1] L’argomento di questo componimento è stato aggiunto, alla fine della colonna che concludeva gli Aitia, in una grafia più minuta. Nel codice P. Oxy. 2258 (VI-VII sec.) l’elegia non è seguita dall’Epilogo, ma dal fr. 384. Non si può stabilire con certezza se, come mi sembra di gran lunga più verosimile, la collocazione alla fine degli Aitia risponde alle intenzioni dell’autore, che la pose a bilanciare l’Epinicio di Berenice, che apriva il III libro, o se sia invece dovuta a qualche più tardo (e più o meno occasionale) intervento editoriale.

[2] Alla partenza di Tolemeo III per la Terza guerra siriaca (246-241) la giovane moglie Berenice aveva promesso di dedicare agli dèi una ciocca della sua chioma, secondo un uso che trova paralleli dai poemi omerici (Il. XXIII 144, dove Peleo fa voto di una ciocca del figlio Achille al fiume Spercheio in caso egli ritorni da Troia) al più tardo romanzo, che offre il parallelo più stringente (Xen. Eph. V 11, 6: Anzia dedica al dio le chiome per la salvezza dell’amato Abrocome). La ciocca scomparve e l’astrologo Conone propose di vederla catasterizzata in un gruppo di stelle ancora prive di nome, collocate tra il Leone e la Vergine, Boote e l’Orsa Maggiore.

[3] Inserisco qui quello che si può ricavare dal testo callimacheo in base ai due papiri e alla tradizione indiretta. In corsivo è indicato brevemente il contenuto delle parti perdute.

[4] Nato a Samo e attivo in Sicilia e in Magna Grecia, dove entrò in strette relazioni con Archimede, l’astronomo Conone doveva essere in Alessandria negli anni ’40: incerta la sua data di morte, che precedette in ogni caso di parecchi anni quella di Archimede (212). Sono attestati suoi lavori sulle eclissi solari e sulle episemasie parapegmatiche (sulle fasi annuali delle stelle fisse).

[5] Cfr. dulcia nocturnae portans vestigia rixae in Catullo. Si è creduto di rintracciare un’eco dell’originale callimacheo in questo nesso che in Agazia, A.P. V 293, 18, è usato a indicare il bacio, propriamente «pegno della notturna lotta».

[6] Hygin. Astr. II 24 attesta anche per Callimaco l’uso dell’aggettivo magnanima («coraggiosa») riferito a Berenice, che aiutò il padre in un’azione militare (cfr. fr. 388: anche se è impossibile collegare a questo evento l’occasione del matrimonio con Tolemeo III, come suggerisce il testo di Catullo). Il testo greco è un mero tentativo di retroversione, collocato all’altezza del corrispondente passo in Catullo.

[7] La chioma riprende la formula ufficiale di giuramento per i sovrani. È naturalmente implicazione giocosa il fatto che a giurare per la testa siano i capelli, con meccanismo analogo a quello che fa giurare Apollo per se stesso in Aitia libro incerto, fr. 114, 5.

[8] L’interpretazione dei due distici è tormentatissima: a quanto pare, si riferiscono entrambi all’Athos (per la cui iperbolica altezza cfr. Canti fr. 228, 47 e 53). «Rampollo di Theia» è Borea in Ecale fr. 87 (come gli altri venti, figlio di Eos, l’Aurora, figlia a sua volta della titanessa Theia), e lo stesso senso si adatterebbe bene a questo contesto: l’Athos è il monte più alto sorvolato dal trace vento del Nord (detto qui «chiaro», in quanto dissipatore di nubi), non il monte più alto in assoluto, come implicherebbe invece l’identificazione del «rampollo di Theia» con Helios, il Sole (Bentley). L’istmo che unisce il monte alla Calcidica fu tagliato per lasciar passare la flotta persiana all’epoca dell’invasione di Serse. Del tutto oscuro è il nesso βουπόρος Ἀρσινόης: il primo termine indica propriamente uno «spiedo per buoi» ed è spiegato dagli scolii come «obelisco» (che in greco equivale a «piccolo spiedo»); sembrerebbe quindi incompatibile con l’esegesi antica la possibile equiparazione con βοσπόρος («bosforo»), nel senso generico di «stretto». Un monumentale obelisco fu effettivamente consacrato da Tolemeo II nello Arsinoeion dopo la morte della regina (Plin. Nat. Hist. XXXVI 68), ma non si vede come ciò possa quadrare nel contesto, dove è il monte Athos, che sembra essere equiparato, con estrema audacia, all’obelisco stesso. Relazioni particolari tra Arsinoe II (madre “onorifica” di Berenice: cfr. Aitia III, SH 254, 2) e l’Athos sono forse adombrate nelle Apoteosi (Canti fr. 228), ma non sembra possibile andare oltre questi vaghi accostamenti.

[9] Mitica stirpe di lavoratori del ferro, collocata per lo più in Scizia. La maledizione rivolta al primo iniziatore di qualche sciagurata usanza (per cui cfr. Eur. Hipp. 407 s.) diventerà un topos soprattutto a partire dalla poesia augustea.

[10] Il senso generale è che Zefiro, mandato dalla deificata Arsinoe, rapì la ciocca portandola in cielo. Il vento è definito «fratello (uterino) di Memnone», in quanto entrambi sono figli dell’Aurora (Eos: cfr. Hes. Theog. 378 s., 984 s.). Estremamente contorto il v. 54: l’equiparazione di Zefiro con un cavallo sembra inedita, ma è facilitata dalla frequente assimilazione dei venti a dei cavalieri, e il vento Zefiro poteva essere immaginato come «destriero» della dea, in quanto questa sedeva sulle sue spalle, secondo un’iconografia romana che potrebbe risalire all’età ellenistica (O. Zwierlein, «RhM» 130 [1987], 274-279: cfr. anche il rapimento di Psiche da parte di Zefiro in Apuleio, Met. IV 35). La tradizione del testo greco presenta una alternativa (probabilmente riflessa anche in quella del testo latino) tra Λοκρίδος e Λοκρίκος, da riferirsi rispettivamente ad Arsinoe o a Zefiro. La chiave di lettura è data dal nome della città calabrese di Locri Epizefiri, così detta dalla sua originaria collocazione sul Capo Zefirio. Per una sorta di proprietà riflessiva, se la colonia locrese traesse l’appellativo dallo Zefiro, il vento stesso avrebbe potuto ben dirsi “Locrese”. Un simile equazione è applicabile, tuttavia, anche ad Arsinoe, deificata come Afrodite e venerata come Zefiritide (v. 57) in un tempio su un omonimo Capo Zefirio, tra la costa antistante Faro e Canopo (cfr. epigramma V 1 e n.). Il vento primaverile e fecondatore è associato ad Afrodite già dall’età arcaica (Hymn. hom. VI 3 s.): la descrizione del movimento delle sue ali riecheggia un celebre passo archilocheo (fr. 181, 10 s. W.), dove l’aquila procede «velocemente per l’etere… ruotando le rapide ali» (e βαλιός è spesso glossato appunto come «veloce»). Ingegnosa, ma meno convincente, la proposta di G. Huxley, «GRBS» 21 (1980), 239-244, di spiegare l’epiteto “Locride” (da riferire ad Arsinoe) sulla base del culto locrese di Espero/Stella del Mattino, la cui identificazione con il pianeta Venere (= Arsinoe) era acquisita.

[11] Integrando ἤ[λ]ασε con A.D. Skiadas, «Athena» 68 (1965), 44, e A. Ardizzoni, «GIF» 27 (1975), 198 s. (che alla fine del v. 56 integra θῆκεν ἄφαρ καθαρούς, «mi [pose subito] nel [puro] grembo di Cipride»).

[12] È incerto se il distico 57s. sia da intendere come un inciso, o se, senza interpungere alla fine di 58, introduca la seguente proposizione finale (leggendo all’inizio di 59 ὄφρα κε con Coppola: «a tal uopo lo aveva mandato… affinché anch’io»).

[13] La «fanciulla Minoide» (v. 59) è Arianna: sul catasterismo della sua Corona, cfr. Arato 71-73. Cipride (v. 64: integrato sulla base di Catullo) è con ogni probabilità la stessa Arsinoe Zefiritide. Non perspicuo è il senso della frase «[nell’acque] lavandomi»: l’interpretazione più plausibile, anche se non del tutto convincente, la riferisce al primo sorgere dell’astro dall’orizzonte marino, ma l’integrazione di ὕδασι (Vogliano), senz’altra determinazione, non agevola la comprensione. Una interpretazione del passo in relazione alla coincidenza tra il sorgere della costellazione e quello del pianeta Venere è sostenuta da S. West, «CQ» n.s. 35 (1985), 61-66.

[14] Testo alquanto incerto, ricavato da scolii di difficile lettura: intorno alla metà del III sec. il tramonto serale della Chioma era visibile a partire dal 2 settembre, precedendo di 27 giorni quello di Boote, che seguiva immediatamente all’equinozio autunnale. La perdita del pentametro successivo rende impossibile una ricostruzione precisa del testo. in uno dei versi in lacuna ricorreva il nesso, citato negli scolii, Ἄκμονος ἶνις («figlio di Acmon/figlio dell’Incudine») a indicare Urano, il Cielo (cfr. fr. 498).

[15] Il senso del testo lacunoso sembra ricostruibile in base alla traduzione di Catullo. Nel periodo in cui la costellazione si leva la sera e tramonta la mattina (restituita al mare) è visibile tutta la notte (questo avveniva da gennaio a marzo intorno alla metà del III sec.). Tale onore non la compensa però della separazione dal capo di Berenice.

[16] Nemesi, la dea della Giustizia, venerata a Ramnunte in Attica, era identificata con la costellazione della Vergine (donde l’integrazione Παρθένε [Merkelbach] all’inizio del verso).

[17] «Un bue è sulla mia lingua» era espressione proverbiale per indicare l’impossibilità di dire liberamente quello che si pensa. L’origine della frase è incerta: gli scolii, e altre fonti lessicografiche, identificano il «bue» con il conio di una moneta che dovevano pagare come multa quelli che abusavano della libertà di parola (cfr. anche epigramma XIII 6).

[18] Per la contrapposizione tra i semplici unguenti virginali e i raffinati profumi di Afrodite, cfr. Lavacri di Pallade 15 ss.: un possibile modello è Alcmane, fr. 3, 71 s. PMG, dove, se coglie nel segno la ricostruzione di L. Guerrini, «Prometheus» 17 (1991), 204-212, agli unguenti da sposa si contrappone l’assenza di unguenti delle vergini. Ai vv. 79-89 il testo di Catullo presenta un aition a proposito delle offerte di unguenti che le giovani spose fanno a Berenice. La sezione manca nel papiro di Callimaco P. Oxy. 2258, dove l’elegia, apparentemente estrapolata dal contesto degli Aitia, è seguita dall’elegia per Sosibio (fr. 384). Pfeiffer avanza l’ipotesi che l’elegia, scritta dapprima come componimento autonomo, sia stata in seguito rielaborata da Callimaco con l’inserzione dell’aition degli unguenti e l’espunzione del distico di congedo per inserirla nella raccolta degli Aitia: Catullo avrebbe tradotto questa seconda redazione. Altre alternative possibili, ma meno convincenti, sono l’omissione (casuale o meno) di questi versi nel papiro e l’interpolazione della sezione da parte di Catullo (di sua invenzione, o traendoli da un’altra elegia callimachea, forse la stessa di fr. 387): cfr. H.J. Mette, «Hermes» 83 (1955), 500-502, e A.S. Hollis, «ZPE» 91 (1992), 21-28, ma cfr. n. al fr. 387.

[19] Il distico finale (un’apostrofe ad Arsinoe-Afrodite?) manca in Catullo, e potrebbe essere stato omesso da Callimaco al momento dell’inserzione negli Aitia (cfr. n. precedente), o piuttosto da Catullo nella sua traduzione.

 

Iside-Afrodite. Statuetta, terracotta, periodo tolemaico, dall’Egitto. Paris, Musée du Louvre.

 

***

 

Catull. Carmen LXVI (La chioma di Berenice)

 

Omnia qui magni dispexit lumina mundi,

qui stellarum ortus comperit atque obitus,

flammeus ut rapidi solis nitor obscuretur,

ut cedant certis sidera temporibus,

5    ut Triuiam furtim sub Latmia saxa relegans

dulcis amor gyro deuocet aerio:

idem me ille Conon caelesti in limine uidit

e Bereniceo uertice caesariem

fulgentem clare, quam cunctis illa deorum

10  leuia protendens bracchia pollicitast,

qua rex tempestate nouo auctatus hymenaeo

uastatum fines iuerat Assyrios,

dulcia nocturnae portans uestigia rixae,

quam de uirgineis gesserat exuuiis.

15  estne nouis nuptis odio Venus? an quod auentum

frustrantur falsis gaudia lacrimulis,

ubertim thalami quas iuxta limina fundunt?

non, ita me diui, uera gemunt, iuerint.

id mea me multis docuit regina querellis

20  inuisente nouo proelia torua uiro.

et tu non orbum luxti deserta cubile,

sed fratris cari flebile discidium?

quam penitus maestas exedit cura medullas!

ut tibi tunc toto pectore sollicitae

25  sensibus ereptis mens excidit! at ‹te› ego certe

cognoram a parua uirgine magnanimam.

anne bonum oblita’s facinus, quo regium adepta’s

coniugium, quo non fortius ausit alis?

sed tum maesta uirum mittens quae uerba locuta’s!

30  Iuppiter, ut tristi lumina saepe manu!

quis te mutauit tantus deus? an quod amantes

non longe a caro corpore abesse uolunt?

atque ibi me cunctis pro dulci coniuge diuis

non sine taurino sanguine pollicita’s,

35  si reditum tetulisset. is haud in tempore longo

captam Asiam Aegypti finibus addiderat.

quis ego pro factis caelesti reddita coetu

pristina uota nouo munere dissoluo.

inuita, o regina, tuo de uertice cessi,

40  inuita: adiuro teque tuumque caput,

digna ferat quod siquis inaniter adiurarit:

sed qui se ferro postulet esse parem?

ille quoque euersus mons est, quem maximum in oris

progenies Thiae clara superuehitur,

45  cum Medi peperere nouum mare, cumque iuuentus

per medium classi barbara nauit Athon.

quid facient crines, cum ferro talia cedant?

Iuppiter, ut Chalybon omne genus pereat,

et qui principio sub terra quaerere uenas

50  institit ac ferri stringere duritiem!

abiunctae paulo ante comae mea fata sorores

lugebant, cum se Memnonis Aethiopis

unigena impellens nutantibus aera pinnis

obtulit Arsinoes Locridos ales equus,

55  isque per aetherias me tollens auolat umbras

et Veneris casto collocat in gremio.

ipse suum Zephyritis eo famulum legarat,

grata Canopeis incola litoribus.

†hic dii uen ibi† uario ne solum in lumine caeli

60  ex Ariadneis aurea temporibus

fixa corona foret, sed nos quoque fulgeremus

deuotae flaui uerticis exuuiae,

uuidulam a fluctu cedentem ad templa deum me

sidus in antiquis diua nouum posuit:

65  Virginis et saeui contingens namque Leonis

lumina, Callisto iuncta Lycaoniae,

uertor in occasum, tardum dux ante Booten,

qui uix sero alto mergitur Oceano.

sed quamquam me nocte premunt uestigia diuum,

70  lux autem canae Tethyi restituit

(pace tua fari hic liceat, Rhamnusia uirgo,

namque ego non ullo uera timore tegam,

nec si me infestis discerpent sidera dictis,

condita quin imi pectoris euoluam):

75  non his tam laetor rebus, quam me afore semper,

afore me a dominae uertice discrucior,

quicum ego, dum uirgo quidem erat, muliebribus expers

unguentis, una uilia multa bibi.

nunc uos, optato quas iunxit lumine taeda,

80  non prius unanimis corpora coniugibus

tradite nudantes reiecta ueste papillas,

quam iucunda mihi munera libet onyx,

uester onyx, casto colitis quae iura cubili.

sed quae se impuro dedit adulterio,

85  illius ah mala dona leuis bibat irrita puluis:

namque ego ab indignis praemia nulla peto.

sed magis, o nuptae, semper concordia uestras,

semper amor sedes incolat assiduus.

tu uero, regina, tuens cum sidera diuam

90 placabis festis luminibus Venerem,

unguinis expertem ne siris esse tuam me,

sed potius largis affice muneribus.

sidera corruerint! iterum ut coma regia fiam,

proximus Hydrochoi fulguret Oarion!

 

 

Ambrogio Borghi, La regina Berenice (o Chioma di Berenice) – dettaglio. Statua, marmo, 1878. Monza, Musei Civici.

 

Valerio Catullo, Carmen LXVI

 

 

Colui che del vasto mondo le luci tutte scrutò,

che apprese degli astri il levare e il tramonto,

come il fiammeggiante splendore del Sole rapace si oscuri,

come in tempi fissati scompaian le stelle,

5    come, a trattenerla in segreto sotto le rocce del Latmo[1],

un dolce amore dall’orbita eterea Trivia richiami[2]:

quello stesso Conone nel firmamento mi vide,

chioma del capo di Berenice,

splendente di luce, che quella a molte dee

10  levando le terse braccia promise,

nel tempo in cui il re, strappato al recente imeneo,

andò a devastare le terre d’Assiria,

recando le dolci tracce della lotta notturna,

che per virginee spoglie aveva affrontato.

15  È forse Venere in odio alle giovani spose? Eppure,

dei genitori turbano il gaudio con false lacrimucce,

copiosamente versate sulla soglia del talamo.

No, mi aiutino gli dèi, non piangono sul serio!

Con molti lamenti me lo mostrò la regina,

20  quando lo sposo novello a truci battaglie volse lo sguardo.

E tu, abbandonata, piangesti non solo il letto ormai vuoto,

ma il triste distacco dal caro Fratello[3].

Quanto profondo l’affanno divorò il mesto tuo cuore!

Come allora, turbata in tutto il tuo petto,

25  priva di sensi, ti abbandonò la ragione! Ma te io per certo

ben conoscevo di animo forte, fin da fanciulla piccina.

Non ricordi forse l’impresa gloriosa con cui il regal connubio

ottenesti, che altri non oserebbe, pure più forte? [4]

Ma allora, congedando lo sposo, quali parole, mesta, dicesti!

30  Per Giove, quanto spesso strofinasti con la mano i tuoi occhi!

Quale dio, tanto potente, così ti ha mutata? Ché forse gli amanti

lontano dalla cara persona non voglion restare?

E in tal occasione me agli dèi tutti per il dolce sposo

promettesti, non senza sangue di tori[5],

35  se avesse ottenuto il ritorno. Quegli in tempo non lungo

prese l’Asia e al regno d’Egitto l’aggiunse[6].

E io per ciò ora, resa alla schiera celeste,

con compito nuovo assolvo ai voti di allora.

Non di mia volontà, o regina, il tuo capo lasciai,

40  non di mia volontà: lo giuro per te e per la tua testa[7];

paghi la giusta pena chi faccia per essa vano spergiuro!

Ma chi può pretendere di resistere al ferro?

Fu raso al suolo anche quel monte, che, sulle coste il più alto,

la chiara progenie di Thia[8] sorvola,

45  quando un mare nuovo generarono i Medi, e la giovane schiera

dei barbari attraverso l’Athos navigò con la flotta[9].

Cosa faranno i capelli, se tali cose cedono al ferro?

O Giove, possa perire la stirpe dei Càlibi tutta

e chi per primo a cercar sotto terra le vene

50  iniziò, e a temprar la durezza del ferro!

Le sorelle il mio fato, di me poc’anzi staccata,

lamentavano, quando di Memnone Etiope

il fratello, colpendo l’aere con ali oscillanti,

si presentò, alato destriero di Arsinoe Locride,

55  e sollevandomi vola via per le ombre dell’etere

e mi pone nel casto grembo di Venere[10].

Zefiritide stessa a tal uopo aveva mandato il suo servo,

grata abitante dei lidi Canopii.

(…) perché non solo nel vario lume del cielo

60  l’aurea corona che ornò ad Arianna le tempie[11]

fosse confitta, ma anche noi risplendessimo,

del biondo capo spoglia devota.

Me, che alle aule divine bagnata dal flutto salivo,

la dea collocò, astro nuovo, in mezzo agli antichi:

65  così, sfiorando della Vergine e del feroce Leone

le luci, unita alla Licaonia Callisto[12],

volgo al tramonto guidando il pigro Boote,

che, tardi, s’immerge appena nell’Oceano profondo[13].

Ma, anche se di notte dalle impronte di dèi son premuta,

70  e mi restituisce la luce poi a Tethys canuta[14]

– mi sia permeso, con tua pace, parlare, o Vergine Ramnusia:

per nessun timore nasconderò il vero,

neanche se mi faranno a pezzi le stelle per le empie parole,

con cui rivelo davvero ciò che custodisce il mio petto –

75  non tanto di questo mi allieto, quanto l’essere lontana

mi tormenta, l’essere sempre lontana dalla testa regale

con cui io, quando un tempo era vergine, privata di tutti

gli unguenti di sposa, di molti poveri olii mi imbevvi.

Ora voi, che, con luce agognata, la teda nuziale ha congiunto,

80  agli sposi concordi non ancora il corpo cedete,

denudando le mammelle lasciata cadere la veste,

prima che versi per me l’alabastro[15] offerte gioconde,

il vostro alabastro, di voi, che il patto serbate di un casto giaciglio.

Ma chi si concesse a impuro adulterio,

85  ah, la polvere sottile invano beva i suoi doni!

Perché non voglio offerte da chi non è degno[16].

Ma piuttosto, voi spose, la concordia sempre le vostre

dimore frequenti, e sempre, assiduo, l’amore.

E tu, o regina, quando, guardando alle stelle, la divina

90 Venere placherai nei giorni di festa,

non lasciarmi priva di sangue,

ma piuttosto fa’, con munifiche offerte,

(perché duplicare le stelle?) che io divenga ormai chioma regale!

Prossimo all’Acquario rifulgerebbe Orione[17]!

 

Marco Liberi, Berenice decide di dedicare la sua chioma ad Afrodite. Olio su tela, primo quarto del XVII sec. Muzeum Narodowe w Warszawie.

***

Note:

[1] Monte fra la Caria e la Ionia, dove la Luna (Trivia) aveva furtivi incontri con Endimione, abbandonando la sua orbita celeste.

[2] L’amore di Selene (la Luna) per il giovane Endimione (per cui cfr. già Saffo, fr. 199 V.) è qui utilizzato per spiegare le fasi lunari (in particolare la fase della luna nuova): il mito è qui collocato sul monte Latmo in Caria (cfr. A.R. IV 57, [Teocrito] XX 37-39, Cicerone, Tusculanae I 92, Strab. XIV 1, 8, Paus. V 1, 5).

[3] Nella titolatura ufficiale Berenice era sorella di Tolemeo: di fatto erano cugini.

[4] Berenice a 15 anni era stata promessa dal padre Megas al cugino Tolemeo. Dopo la morte di Megas, la madre Apama offrì invece la mano della figlia a Demetrio il Bello, fratello di Antigono Gonata, re di Macedonia. Giunto in Libia, Demetrio divenne amante di Apama e fu ucciso da un gruppo di congiurati guidato dalla stessa Berenice: all’evento seguirono le nozze con il sovrano egizio (Iustin. XXVI 3, 3-8). Cfr. anche fr. 388.

[5] Il voto si accompagna a un solenne sacrificio di tori.

[6] In un’iscrizione di Adulis (Eritrea), trascritta da Cosma II 59, il re dichiarava di dominare «tutta la regione al di là dell’Eufrate, la Cilicia, la Pamfilia, la Ionia, l’Ellesponto e la Tracia» e di avere attraversato l’Eufrate sottomettendo la Mesopotamia, Babilonia, la Susiana, la Persia, la Media, e tutto il territorio fino alla Battriana: un resoconto della campagna da parte dello stesso sovrano è conservato su papiro (FGrHist. 160). Nel 245, tuttavia, Tolemeo tornò in Egitto abbandonando quasi tutte le conquiste asiatiche, con l’eccezione di parte della Siria.

[7] Celebre la ripresa di questi versi da parte di Virgilio in Aen. VI 458 ss., dove Enea si rivolge, negli Inferi, all’abbandonata Didone. L’imitazione rivela, esplicitandoli, i moduli «patetici» che Callimaco aveva sapientemente distorto applicandoli al paradossale rapporto tra la regina e la sua chioma.

[8] Cioè Helios, il Sole, figlio di Iperione e di Thia.

[9] Serse, re dei Persiani, che nel 480 a.C. «si dice abbia perforato il monte Athos e immesso sulla terra un nuovo mare» (Scolii in Giovenale, 10, 173), tagliando l’istmo che unisce il monte alla penisola Calcidica.

[10] La «Venere celeste» che Platone (Symp. 180d sgg.) oppone alla «Venere popolare» (cfr. anche Teocrito, A.P. VI 340). Il Foscolo, che tradusse il carmen 66, si ricordò di questo verso nei Sepolcri, 179: «rendea nel grembo a Venere celeste».

[11] Altro catasterismo: la corona di Arianna (vd. carmen 64, nn. 10 e 31), trasformata in costellazione da Dioniso.

[12] Vengono indicate le costellazioni che circondano la Chioma. La Licaonia Callisto è la ninfa arcade catasterizzata in forma di Orsa.

[13] La costellazione di Boote è detta «pigra» in quanto la figura sorge in posizione orizzontale e tramonta in posizione verticale, e quindi assai più lentamente (cfr. già Od. V 272). Alcune delle sue stelle peraltro non scendono mai sotto l’orizzonte.

[14] «Tethys canuta» è il mare (cfr. Inno a Delo 17, ad Artemide 44): l’epiteto allude insieme alla veneranda età della dea (Giambo IV 52) e allo spumeggiare del mare.

[15] Di onice e di alabastro erano fatti i vasetti per gli unguenti.

[16] L’enfasi sulla «purezza» è motivo quasi ossessivo in Callimaco, e già questo rende molto improbabile l’attribuzione dei vv. 79-89  interpolazione catulliana. In particolare, per questo verso si cfr. Inno a Delo 98.

[17] Gli ultimi due distici sono particolarmente oscuri. Ha disturbato molti interpreti il sacrificio cruento per Venere, di cui riceve parte la Chioma: donde la fortunata, ma non sicura, congettura di Bentley unguinis («unguento») per sanguinis («sangue»). Disperata è invece la situazione degli ultimi due versi, dove ai numerosi problemi di testo, si aggiunge il fatto che le due costellazioni di Orione e dell’Acquario non possono in alcun modo dirsi contigue. Una soluzione insieme ingegnosa e sconcertante è quella di Lachmann, che legge al v. 93 affice (così alcuni manoscritti più recenti) in luogo di effice, con forte interpunzione alla fine del verso, e, all’inizio di 94, l’inciso sidera corruerint (correzione per cur iterent) utinam!: «ma piuttosto onorami (opp. onorala) con munifiche offerte. / Ah, possano precipitare le stelle! Diventerei la chioma della regina: / a fianco dell’Acquario rifulgerebbe Orione». L’originale catulliano proximus Hydrochoi (cfr. in Callimaco, oltre al nome dell’Acquario al v. 94, a quanto pare al nominativo, forse anche γείτ[ονες all’inizio del v. 93, con l’integrazione di Lobel basata sugli scolii) è riecheggiato probabilmente in Nonno, Dion. XXXVIII 370 γείτονες Ὑδροχόοιο (descrizione del caos provocato nel firmamento dal carro di Fetonte): cfr. A. Hollis in H. Hopkinson (ed.), Studies in the Dionysiaca of Nonnus, Cambridge 1994, 46 e n. 11. L’auspicata catastrofe cosmica sembra un po’ drastica rispetto al contesto, ma il testo tràdito, con l’unica correzione di utinam in ut iam al v. 93 (Baehrens, seguito da Marinone, che dà a proximus valore temporale), che qui, con scarsa convinzione, traduco, lascia aperti non pochi problemi.

 

 

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Scipione Nasica e il poeta Ennio: una battuta stravagante (Cic. de orat. II 68, 276)

di M. Tullio Cicerone, Dell’oratore, a cura di E. NARDUCCI, Milano 1994, pp. 506-507.

 

Corego e attori comici. Mosaico, ante 79 d.C. dalla Casa del poeta tragico, Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

 

ut illud Nasicae, qui cum ad poetam Ennium venisset eique ab ostio quaerenti Ennium ancilla dixisset domi non esse, Nasica sensit illam domini iussu dixisse et illum intus esse; paucis post diebus cum ad Nasicam venisset Ennius et eum ad ianuam quaereret, exclamat Nasica domi non esse, tum Ennius “quid? ego non cognosco vocem” inquit “tuam?” Hic Nasica “homo es impudens: ego cum te quaererem ancillae tuae credidi te domi non esse, tu mihi non credis ipsi?”

[…] Come la battuta di Scipione Nasica, che si era recato a casa del poeta Ennio e aveva chiesto di lui stando alla porta; ma la serva gli aveva detto che Ennio non era in casa. Nasica però aveva capito che la serva aveva eseguito un ordine del padrone e che questi si trovava in casa. Pochi giorni dopo, Ennio si recò da Nasica, e sulla soglia lo chiamò; Nasica gridò di non essere in casa. «Ma come? – esclamò Ennio – vuoi che non riconosca la tua voce?». Al che Nasica: «Sei proprio uno sfacciato! Quando ho chiesto di te, ho creduto alla tua serva che affermava che tu non eri in casa; e tu non credi a me in persona?».

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