Incontro tra Ettore e Andromaca

Omero, Iliade VI 440-493, in Omero, Iliade (con un saggio di W. Schadewaldt, intr. e tr. di G. Cerri, comm. di A. Gostoli), vol. 1, Milano 2007, pp. 406-411.

 

440 τὴν δ᾽ αὖτε προσέειπε μέγας κορυθαίολος Ἕκτωρ·

«ἦ καὶ ἐμοὶ τάδε πάντα μέλει γύναι· ἀλλὰ μάλ᾽ αἰνῶς

αἰδέομαι Τρῶας καὶ Τρῳάδας ἑλκεσιπέπλους,

αἴ κε κακὸς ὣς νόσφιν ἀλυσκάζω πολέμοιο·

οὐδέ με θυμὸς ἄνωγεν, ἐπεὶ μάθον ἔμμεναι ἐσθλὸς

445 αἰεὶ καὶ πρώτοισι μετὰ Τρώεσσι μάχεσθαι

ἀρνύμενος πατρός τε μέγα κλέος ἠδ᾽ ἐμὸν αὐτοῦ.

εὖ γὰρ ἐγὼ τόδε οἶδα κατὰ φρένα καὶ κατὰ θυμόν·

ἔσσεται ἦμαρ ὅτ᾽ ἄν ποτ᾽ ὀλώλῃ Ἴλιος ἱρὴ

καὶ Πρίαμος καὶ λαὸς ἐϋμμελίω Πριάμοιο.

450 ἀλλ᾽ οὔ μοι Τρώων τόσσον μέλει ἄλγος ὀπίσσω,

οὔτ᾽ αὐτῆς Ἑκάβης οὔτε Πριάμοιο ἄνακτος

οὔτε κασιγνήτων, οἵ κεν πολέες τε καὶ ἐσθλοὶ

ἐν κονίῃσι πέσοιεν ὑπ᾽ ἀνδράσι δυσμενέεσσιν,

ὅσσον σεῦ, ὅτε κέν τις Ἀχαιῶν χαλκοχιτώνων

455 δακρυόεσσαν ἄγηται ἐλεύθερον ἦμαρ ἀπούρας·

καί κεν ἐν Ἄργει ἐοῦσα πρὸς ἄλλης ἱστὸν ὑφαίνοις,

καί κεν ὕδωρ φορέοις Μεσσηΐδος ἢ Ὑπερείης

πόλλ᾽ ἀεκαζομένη, κρατερὴ δ᾽ ἐπικείσετ᾽ ἀνάγκη·

καί ποτέ τις εἴπῃσιν ἰδὼν κατὰ δάκρυ χέουσαν·

460 “Ἕκτορος ἥδε γυνὴ ὃς ἀριστεύεσκε μάχεσθαι

Τρώων ἱπποδάμων ὅτε Ἴλιον ἀμφεμάχοντο”.

ὥς ποτέ τις ἐρέει· σοὶ δ᾽ αὖ νέον ἔσσεται ἄλγος

χήτεϊ τοιοῦδ᾽ ἀνδρὸς ἀμύνειν δούλιον ἦμαρ.

ἀλλά με τεθνηῶτα χυτὴ κατὰ γαῖα καλύπτοι

465 πρίν γέ τι σῆς τε βοῆς σοῦ θ᾽ ἑλκηθμοῖο πυθέσθαι».

ὣς εἰπὼν οὗ παιδὸς ὀρέξατο φαίδιμος Ἕκτωρ·

ἂψ δ᾽ ὃ πάϊς πρὸς κόλπον ἐϋζώνοιο τιθήνης

ἐκλίνθη ἰάχων πατρὸς φίλου ὄψιν ἀτυχθεὶς

ταρβήσας χαλκόν τε ἰδὲ λόφον ἱππιοχαίτην,

470 δεινὸν ἀπ᾽ ἀκροτάτης κόρυθος νεύοντα νοήσας.

ἐκ δ᾽ ἐγέλασσε πατήρ τε φίλος καὶ πότνια μήτηρ·

αὐτίκ᾽ ἀπὸ κρατὸς κόρυθ᾽ εἵλετο φαίδιμος Ἕκτωρ,

καὶ τὴν μὲν κατέθηκεν ἐπὶ χθονὶ παμφανόωσαν·

αὐτὰρ ὅ γ᾽ ὃν φίλον υἱὸν ἐπεὶ κύσε πῆλέ τε χερσὶν

475 εἶπε δ᾽ ἐπευξάμενος Διί τ᾽ ἄλλοισίν τε θεοῖσι·

«Ζεῦ ἄλλοι τε θεοὶ δότε δὴ καὶ τόνδε γενέσθαι

παῖδ᾽ ἐμὸν ὡς καὶ ἐγώ περ ἀριπρεπέα Τρώεσσιν,

ὧδε βίην τ᾽ ἀγαθόν, καὶ Ἰλίου ἶφι ἀνάσσειν·

καί ποτέ τις εἴποι πατρός γ᾽ ὅδε πολλὸν ἀμείνων

480 ἐκ πολέμου ἀνιόντα· φέροι δ᾽ ἔναρα βροτόεντα

κτείνας δήϊον ἄνδρα, χαρείη δὲ φρένα μήτηρ».

ὣς εἰπὼν ἀλόχοιο φίλης ἐν χερσὶν ἔθηκε

παῖδ᾽ ἑόν· ἣ δ᾽ ἄρα μιν κηώδεϊ δέξατο κόλπῳ

δακρυόεν γελάσασα· πόσις δ᾽ ἐλέησε νοήσας,

485 χειρί τέ μιν κατέρεξεν ἔπος τ᾽ ἔφατ᾽ ἔκ τ᾽ ὀνόμαζε·

«δαιμονίη μή μοί τι λίην ἀκαχίζεο θυμῷ·

οὐ γάρ τίς μ᾽ ὑπὲρ αἶσαν ἀνὴρ Ἄϊδι προϊάψει·

μοῖραν δ᾽ οὔ τινά φημι πεφυγμένον ἔμμεναι ἀνδρῶν,

οὐ κακὸν οὐδὲ μὲν ἐσθλόν, ἐπὴν τὰ πρῶτα γένηται.

490 ἀλλ᾽ εἰς οἶκον ἰοῦσα τὰ σ᾽ αὐτῆς ἔργα κόμιζε

ἱστόν τ᾽ ἠλακάτην τε, καὶ ἀμφιπόλοισι κέλευε

ἔργον ἐποίχεσθαι· πόλεμος δ᾽ ἄνδρεσσι μελήσει

πᾶσι, μάλιστα δ᾽ ἐμοί, τοὶ Ἰλίῳ ἐγγεγάασιν».

 

Pittore anonimo. Commiato di Ettore da Andromaca e il figlio. Pittura vascolare a figure rosse su cratere apulo a colonnette, 370-360 a.C. ca. Museo Archeologico Nazionale di P.zzo Jatta, Ruvo di Puglia (Bari).

Pittore anonimo. Commiato di Ettore da Andromaca e il figlio. Pittura vascolare a figure rosse su cratere apulo a colonnette, 370-360 a.C. ca. Museo Archeologico Nazionale di P.zzo Jatta, Ruvo di Puglia (Bari).

440 A lei, a sua volta, diceva il grande Ettore all’elmo ondeggiante:

«Preme certo anche a me tutto questo, donna; ma provo tremenda

vergogna di fronte ai Troiani e Troiane dai pepli fluenti,

se, come un vile, m’imbosco al riparo dalla guerra;

né così mi detta il mio cuore, perché imparai ad esser prode

445 sempre e fra i Troiani a battermi in prima fila,

per fare onore alla splendida gloria del padre mio e di me stesso.

Questo so bene, nell’animo e nel cuore:

verrà il giorno in cui dovrà perire la sacra Ilio

e Priamo e la gente di Priamo guerriero.

450 Ma non tanto dei Troiani m’affligge la pena avvenire,

né di Ecuba stessa né di Priamo sovrano

né dei fratelli miei, che numerosi e gagliardi

cadrebbero in mezzo alla polvere per mano dei loro nemici,

quanto di te, allorché un Acheo vestito di bronzo

455 ti trascini piangente, portandosi via la tua libertà:

e allora, vivendo ad Argo, a casa d’un’altra faresti la tela

e andresti a prendere acqua alla fonte Messeide o all’Iparea

assai contro voglia, peserà su di te un dovere gravoso;

e un giorno qualcuno dirà vedendoti in lacrime:

460 “Questa è la moglie di Ettore, che primeggiava in battaglia

fra i Troiani domatori di cavalli, quando combatteva a Troia”.

Così qualcuno dirà: e sarà per te nuova pena,

in mancanza di un uomo capace di strapparti alla vita di schiava.

Ma morto piuttosto mi copra la terra gettatami sopra,

465 prima ch’io senta il tuo urlo, oppure ti sappia rapita!».

Detto così, Ettore splendido tese le braccia a suo figlio:

ma si voltò indietro il bambino piangendo sul petto alla balia

dalla bella cintura, spaventato alla vista del padre,

perché ebbe timore del bronzo e del cimiero crinito,

470 come lo vide oscillare pauroso giù dalla cresta dell’elmo.

Risero allora di cuore suo padre e la nobile madre;

subito l’elmo si tolse dal capo Ettore splendido,

e lo depose a terra tutto scintillante;

quando poi ebbe baciato e palleggiato in braccio suo figlio,

475 disse rivolto in preghiera a Zeus e a tutti gli dèi:

«O Zeus, e voi, altri dèi, fate sì che mio figlio diventi

Anche lui, come già io, glorioso fra tutti i Troiani,

altrettanto forte e capace di avere Troia in potere;

e un giorno dica qualcuno: “è molto meglio del padre”,

480 mentre ritorna dalla battaglia; e porti con sé le spoglie cruente

dopo aver ucciso il nemico, ne goda in cuore la madre».

Detto così, rimise in braccio alla sposa

suo figlio; quella lo prese sul petto odoroso

insieme ridendo e piangendo; ne ebbe pietà il marito a vederla,

485 la sfiorò con la mano, articolò la voce e disse:

«Mia cara, non affliggerti troppo in cuor tuo:

nessuno contro il destino potrà sprofondarmi nell’Ade;

ma penso che nessun uomo sia sfuggito alla sorte,

né un vile né un valoroso, una volta venuto alla luce.

490 Tornata dentro la cassa, datti da fare con i tuoi lavori,

con la tela e la conocchia, e alle ancelle da’ ordine

che attendano al loro; spetterà la guerra agli uomini,

a tutti – e soprattutto a me – quanti vivono a Troia».

Sol tibi signa dabit

da F. Piazzi, A. Giordano Rampioni, Multa per aequora: Letteratura, antologia e autori della lingua latina. Vol. 2, Augusto e la prima età imperiale, Bologna 2004, pp. 43-44; 46.

 

Eclissi solare, 20 marzo 2015.

Eclissi solare, 20 marzo 2015.

Virgilio, Georgiche I 463-471.

Dalla parte didascalica dedicata ai fenomeni naturali Virgilio passa al famoso finale dei presagi della morte di Cesare. Sono cupamente presenti i prodigi naturali che preannunciano tristi avvenimenti per i Romani. L’uccisione di Cesare è fatto tragico non solo in sé, ma soprattutto per le sventure che ne conseguono […]

Il passaggio fra la parte didascalica e il finale è fornito dalla convinzione degli antichi che fenomeni come le macchie solari presagiscono catastrofi sulla terra. Solem, l’astro premonitore, in posizione iniziale del secondo emistichio, costituito da un’interrogativa retorica quis audeat (con il verbo in rejet), sarà ripreso insistentemente dall’anaforico ille (vv. 464 e 466). Ed è l’ultima immagine di luce che scompare; seguono elementi di fosca oscurità: caecus tumultus (v. 464), operta bella (v. 465), obscura ferrugine (v. 467), fino alla totale scomparsa della luce, noctem (v. 468), per sempre, aeternam. Contribuiscono a determinare la cupezza del quadro il suono della u presente in questi versi e particolarmente insistente nel v. 467: cum caput obscura nitidum ferrugine texit in un gioco di parallitterazioni certo non casuale; il voluto accostamento obscura/nitidum rende più vivo il contrasto tra luce ed oscurità. Cadenza la premonizione la iunctura del signa dare al v. 471, riprende il sol tibi signa dabit del v. 463.

Tutti gli elementi della natura concorrono ad essa: la terra (tellus), il mare (aequora ponti), e anche gli animali, vivi rappresentanti della terra e del cielo, connotati da aggettivi dal significato magico-religioso, obscenaeque canes importunaeque volucres, personificazione del tristo messaggio soprannaturale, in un verso in cui il polisindeto e il prevalere degli spondei conferiscono solennità al dettato poetico […]

 

Sol tibi signa dabit[1]. Solem quis dicere falsum[2]

audeat? Ille etiam caecos[3] instare tumultus

saepe monet fraudemque et operta tumescere[4] bella;

ille etiam exstincto miseratus Caesare Romam,

cum caput obscura nitidum[5] ferrugine texit

impiaque aeternam timuerunt saecula noctem[6].

Tempore quamquam illo tellus quoque et aequora ponti

obscenaeque canes importunaeque volucres

signa dabant[7].

 

…il sole ti darà segni. Chi oserebbe dir falso

il sole? Spesso esso avverte persino il sopravvenire

del tumulto che rende ciechi, la preparazione di frodi e di guerre nascoste.

Quando Cesare fu assassinato, perfino esso ebbe pietà di Roma,

allorché coprì  di fosca caligine il volto luminoso

e le empie generazioni temettero una notte eterna.

Peraltro, in quell’occasione, davano segni anche la terra

e le distese del mare, le cagne in calore e gli uccelli

funesti.

***

Note:

 

[1] Spesso il sole preannuncia tumulti e guerre.

[2] Falsum ha la radice del verbo fallere, «ingannare, trarre in errore», quindi qui «falso» nel senso di «menzognero».

[3] Caecus in senso passivo, ma non è escluso anche il valore attivo «che rende ciechi», naturalmente a causa della passione, in questo caso, politica.

[4] Tumescere è incoativo di tumere ed ha la stessa radice di tumultus; l’immagine su cui Virgilio insiste è quella di un bubbone che si gonfia senza che nessuno se ne accorga (caecus tumultus; operta bella).

[5] L’oscuramento del sole, sottolineato dalla posizione delle parole in modo tale che i due termini contrastanti obscura e nitidum siano accostati, è dovuto al raccapriccio per quanto era accaduto. Così al sole vengono attribuiti sentimenti umani.

[6] Impius è un aggettivo spesso usato da Virgilio con riferimento alla guerra (impius miles; impius Mars); qui si allude alle guerre civili oltre che all’uccisione di Cesare; l’uso di saecula (plur. poetico) fa allusione, per opposizione, ai saecula aurea.

[7] Obscenus è recuperato qui con il significato originario magico-religioso «di cattivo augurio» (da cui deriverà quello nella lingua comune di «sudicio, laido» in senso materiale e morale); vengono così indicati tutti gli elementi della natura: il cielo, attraverso il sole, il mare, la terra, attraverso le obscenaeque canes, e l’aria, attraverso gli importunaeque volucres.

Discorso di Antonio ai funerali di Cesare – 20 marzo 44 a.C.

Cassio Dione, Storia romana, XLIV 36-50, 2 (cit. passim), in Cassio Dione, Storia romana (libri XLIV-XLVII), volume terzo (trad. e note di G. Norcio), Milano 2000, pp. 56-81.

William Hilton, Marc Antony Reading the Will of Caesar. Olio su tela, 1834.

William Hilton, Marc Antony Reading the Will of Caesar. Olio su tela, 1834.

36. «Se quest’uomo fosse morto da privato cittadino, e anch’io mi trovassi a essere un privato, non avrei bisogno, o Quiriti, di fare un lungo discorso e di enumerare tutte le imprese da lui compiute, ma dopo aver speso poche parole sulla sua ascendenza, sulla sua educazione, sulle sue abitudini e – se fosse stato il caso – anche su ciò che egli avrebbe fatto nell’interesse della Res Publica, avrei potuto terminare il mio discorso, per non annoiare coloro che non avessero avuto familiarità con lui. [2] Ma siccome egli è morto mentre deteneva il summum imperium su di voi, e siccome io ho ricevuto e detengo il secondo posto di comando, sono costretto a fare un duplice discorso, uno come erede designato, l’altro come console, e a non tralasciar nulla di ciò che è mio dovere di dire, ma a esporre ciò che tutto il popolo ad un’unica voce celebrerebbe – se potesse avere un’unica voce. [3] So bene che è difficile esprimere in modo adeguato ciò che voi provate, difficile essere all’altezza di tale compito. Quale discorso potrebbe eguagliare le sue grandi imprese? E voi che siete avidi di ascoltare appunto perché le conoscete, non sarete benevoli giudici del mio discorso. [4] Se io mi trovassi a parlare davanti a gente che non l’avesse conosciuto, mi sarebbe molto facile convincerla, sbalordendola con la grandezza delle imprese; ma siccome voi le avete conosciute, è inevitabile che il mio discorso risulti inferiore alla loro grandezza. [5] Persone straniere, anche se fossero diffidenti per invidia, accetterebbero, malgrado questa loro diffidenza, tutto ciò che direi; ma voi siete necessariamente insaziabili di ascoltare, appunto perché lo amavate! Voi avete ricavato il maggior vantaggio dalle virtù di Cesare e perciò esigete un elogio di tali virtù non con indifferenza, come cosa a voi estranea, ma con affetto, come cosa che vi appartiene. [6] Mi sforzerò dunque di soddisfare i vostri desideri il più a lungo possibile, convinto che voi non giudicherete la mia condotta sulla base della debolezza del mio discorso, ma compenserete con il mio zelo ciò che manca alle mie parole. 37. Parlerò innanzitutto della sua stirpe: non voglio dirvi che essa è nobilissima – quantunque il fatto che essere virtuoso non per sol merito personale, ma anche per disposizione ereditaria, influisca non poco sulla natura della virtù. [2] Infatti, coloro che non discendono da nobile stirpe possono apparire virtuosi, ma i bassi natali possono talvolta mettere a nudo la loro cattiva natura; quanti invece possiedono un germe di virtù derivante da lontani antenati hanno necessariamente una virtù spontanea e duratura. [3] Tuttavia ciò che massimamente io esalto in Cesare non è il fatto che la sua più recente famiglia derivi da molti nobili antenati, e la più antica derivi da re e da dèi; esalto in primo luogo la sua stretta parentale con la nostra città (Cesare, infatti, discende da coloro che hanno fondato Roma!), [4] e poi il fatto che egli non solo ha confermato pienamente la fama che presenta i suoi antenati come uomini accolti tra gli dèi per la propria virtù, ma l’ha anche accresciuta. Perciò, se nel passato qualcuno poteva dubitare che Enea fosse figlio di Venere, adesso ci può credere! [5] In passato ci sono stati uomini ritenuti a torto figli di divinità; ma nessuno potrebbe negare che gli antenati di quest’uomo furono dèi! Lo stesso Enea e alcuni suoi discendenti furono re; ma Cesare fu di tanto superiore a loro, in quanto, mentre quelli regnavano su Lavinium e Alba Longa, egli non volle regnare su Roma, [6] e mentre quelli posero le fondamenta alla nostra città, egli l’ha innalzata tanto che è riuscito, tra l’altro, a fondare colonie più grandi delle città sulle quali quelli regnarono. 38. Così dunque stanno le cose riguardo alla sua stirpe. […] [2] È mai possibile che un uomo straordinariamente dotato da un fisico eccellente e di uno spirito adatto in massimo grado e allo stesso modo alle operazioni di pace e di guerra e non sia stato allevato nella maniera migliore? Eppure è raro che un uomo bellissimo sia anche particolarmente resistente alle fatiche, [3] è raro che un uomo robustissimo di corpo sia anche particolarmente assennato, ed è molto raro che la stessa persona sia eccellente tanto nel parlare quanto nell’agire. E costui lo fu davvero! Parlo davanti a persone che l’hanno conosciuto, così che io non potrei affatto mentire, perché verrei ad essere scoperto come bugiardo, né ingrandire i suoi meriti, perché otterrei proprio il contrario di ciò che mi prefiggo. [4] Se io facessi una cosa simile, sarei sospettato, e non a torto, di essere un millantatore, e tutti penserebbero che io avrei fatto apparire il suo valore inferiore al concetto che di esso voi avete. Qualunque discorso fatto su questo argomento, se contenesse anche solo una minima parte di menzogna, non sarebbe per Cesare un elogio, ma piuttosto un rimprovero! [5] Gli ascoltatori, avendolo conosciuto, non accetterebbero le menzogne e si rifugerebbero nella verità; così, trovando subito soddisfazione in essa, saprebbero nello stesso tempo quale tipo di uomo egli dovette essere e, confrontando tra loro le due immagini, noterebbero le mancanze. Basandomi dunque sulla verità, affermo che Cesare ebbe un corpo adatto a ogni fatica e uno spirito straordinariamente versatile, [6] che poté disporre di incredibili doti innate e che ricevette un’educazione completa e accurata. Per questo è del tutto naturale che comprendesse con il massimo acume ogni necessità e sapesse spiegarla nel modo più convincente; che potesse disporre e regolare le cose nella maniera più saggia; che non si facesse sorprendere da alcuna casualità piombatagli addosso tra capo e collo; che non ignorasse nessun piano segreto riguardante il futuro. [7] Egli conosceva ogni cosa prima che venisse compiuta ed era preparato ad ogni imprevisto che potesse capitare; sapeva perfettamente trovar ciò che veniva accuratamente nascosto e nascondere abilmente ciò che era manifesto, fingere di sapere ciò che non sapeva e nascondere ciò che non conosceva, [8] far accordare tra di loro gli avvenimenti e trarre da essi le necessarie conclusioni, e infine portare a compimento ogni cosa, una per una. 39. La prova sta nel fatto che nell’impiego del suo patrimonio è stato nello stesso tempo molto economo e generoso, attento nel conservare con cura i propri beni, prodigo nello spendere con larghezza il denaro acquistato, molto affezionato ai parenti, eccettuati quelli del tutto indegni. [2] Non ha trascurato chi si trovava in difficoltà, né ha invidiato l’uomo fortunato, ma ha aiutato questo ad accrescere la sua fortuna e ha fornito a quello ciò che gli mancava, dando a chi denaro, a chi terre, a chi magistrature, a chi cariche sacerdotali. [3] Con gli amici e con i consociati si è comportato in modo ammirevole: non ha disprezzato e non ha offeso nessuno; egualmente cordiale con tutti, ha ricambiato i favori ricevuti con doni molte volte maggiori. Si è guadagnato la simpatia degli altri con benefici; non ha umiliato il potente e non ha abbattuto chi s’innalzava, [4] ma era lieto che molti lo eguagliassero, come se attraverso tutti costoro egli stesso acquistasse splendore, potenza e onore. In tal modo dunque egli si è comportato con gli amici e i conoscenti. [5] Con i nemici non è stato né spietato né implacabile: ha lasciato impuniti molti di coloro che lo avevano combattuto in guerra, e ad alcuni di essi ha offerto anche cariche e magistrature. Aveva un’innata e profonda tendenza alla virtù; non solo non aveva cattiveria, ma credeva che neppure gli altri potessero averne.

William Holmes Sullivan, Julius Caesar, Act III, scene 2, the Antony's Speech.

William Holmes Sullivan, Julius Caesar, Act III, scene 2, The Antony’s Speech.

40. Giunto ormai a questo punto del mio discorso, comincerò a parlare degli uffici pubblici da lui ricoperti. Se egli fosse vissuto appartato, forse non avrebbe potuto rivelare le sue alte qualità; ma essendosi sollevato a grandissima altezza ed essendo divenuto il più potente non solo tra i suoi contemporanei, ma anche tra tutti gli uomini che abbiano mai esercitato il potere pubblico, ha potuto rivelarle nel modo più chiaro. [2] Quasi tutti gli uomini hanno mostrato, nella potenza, la loro debolezza; Cesare invece si è rivelato ancor più forte. Infatti, intraprendendo imprese corrispondenti alle sue capacità, si è mostrato degno di esse, ed è stato il solo uomo che, avendo ottenuto con il suo valore un così grande successo, non l’ha né screditato né sciupato capricciosamente. [3] Tralascio le sue splendide vittorie militari e i magnifici spettacoli da lui offerti dei Ludi che gli spettavano di volta in volta, quantunque siano stati tali che basterebbero a dare grande lustro a qualsiasi cittadino. Però, in confronto alle eccezionali imprese da lui compiute in seguito, mi sembrerebbe di occuparmi di inezie se m’intrattenessi su di esse. Dirò soltanto ciò che ha fatto come magistrato. [4] E neppure in quest’ambito riferirò tutte le cose da lui compiute, perché la mia esposizione non potrebbe essere completa e perché riuscirei molto noioso a voi che le conoscete. 41. Quest’uomo, innanzi tutto, quando fu pretore in Hispania, non permise che quel popolo sedizioso, sotto l’apparenza della pace, si comportasse da nemico. Anziché passare nell’ozio tutto il tempo del suo mandato, ha voluto compiere imprese utili alla nostra patria, e poiché non volevano di propria volontà cambiare condotta di vita, li fece rinsavire loro malgrado. [2] Egli ha tanto superato tutti i condottieri che nel passato si sono coperti di gloria nelle guerre contro gli Ispanici, quanto il mantenere una posizione è più difficile che il conquistarla, e il far in modo che il nemico non insorga di nuovo, quando le sue forze sono ancora intatte, è più utile che il sottometterlo la prima volta. [3] Per questo voi gli decretaste il trionfo e lo eleggeste subito console. E apparve in modo assai chiaro che egli non avesse intrapreso la guerra per puro desiderio di combattere, né per gloria personale, ma in considerazione degli eventi futuri. […] 42. Sarebbe troppo lungo elencare tutto ciò che egli ha fatto in città durante il consolato; guardate poi quante e quali cose ha compiuto da quando lasciò Roma e intraprese la guerra gallica! [2] Non solo non è stato di peso agli alleati, ma li ha anche aiutati, poiché non nutriva sospetti su di loro, e inoltre vedeva che avevano subito dei danni. Sottomise i nemici, non solo quelli che confinavano con gli alleati, ma tutte le popolazioni che abitano la Gallia, conquistando molti territori e innumerevoli città, delle quali noi in passato non conoscevamo neppure i nomi. [3] […] Portò a termine l’impresa così rapidamente, che voi foste informati della sua vittoria prima ancora di sapere che aveva iniziato la guerra: una vittoria così completa da rendere la Gallia un’ottima base di partenza per la conquista della Celtica[1] e della Britannia. [4] E ora la Gallia è sottomessa, quella Gallia che mandò contro di noi gli Ambroni e i Cimbri […]. [5] Con la sua intraprendenza e il suo ardire ha conquistato per noi luoghi che non sapevamo che esistessero e di cui non conoscevamo neppure i nomi; ha reso accessibili località prima sconosciute, e navigabili regioni prima inesplorate. 43. Se alcuni uomini, invidiosi della sua fortuna, anzi della vostra, non avessero provocato disordini e non lo avessero costretto a tornare a Roma prima del termine stabilito, egli avrebbe certamente soggiogato tutta la Britannia insieme alle isole che la circondano e tutta la Celtica fino al mare settentrionale, cosicché noi avremmo avuto in avvenire come frontiera non più terre e popoli, ma il cielo e il mare lontano. [2] Per questo voi, vedendo la grandezza dei suoi piani, le sue imprese e la sua fortuna, gli assegnaste un imperium perpetuum, voglio dire un imperium di otto anni consecutivi: cosa che non aveva mai ottenuto nessuno, da quando esiste la Res Publica. Tanto eravate convinti che egli aveva realmente conquistato tutte quelle terre per voi, e non sospettavate minimamente che egli potesse usare la sua potenza contro di voi. [3] Voi volevate che egli si fermasse ancora a lungo in quei luoghi; ma quelli che consideravano la Res Publica come loro proprietà privata e non come cosa di tutti, non gli permisero di conquistare le restanti regioni e vi impedirono di diventarne padroni, ma sfruttando il fatto che Cesare fosse troppo occupato, osarono ordire molte ed empie trame, in modo da costringervi a invocare il suo aiuto. 44. Per questo motivo, rinunciando ai suoi piani, egli corse subito in vostra difesa e liberò tutta l’Italia dai pericoli che la minacciavano: […] allora fu costretto a intraprendere la guerra civile. [4] E che bisogno ho di dire con quanto coraggio salpò contro Pompeo, benché fosse inverno, con quale ardire lo attaccò, benché fosse padrone di tutti quei luoghi, e con quale valore lo vinse, benché quello avesse un esercito molto più numeroso? Se uno volesse enumerare uno per uno tutti i suoi atti, dimostrerebbe che quel famoso Pompeo si comportò come un bambino: tanto inferiore si rivelò nell’arte della guerra in tutta quella campagna! 45. Ma non voglio tralasciare quest’argomento: infatti neppure Cesare menò vanto della sua vittoria, maledicendo la dura necessità! Ma dopo che il destino ebbe deciso nel modo più giusto le sorti della battaglia, chi tra i nemici catturati per la prima volta uccise, chi non onorò? E non solo dei senatori e dei cavalieri e in generale dei cittadini romani, ma anche degli alleati e dei popoli sottomessi. [2] Di costoro nessuno fu ucciso, nessuno fu punito, fosse un privato o un principe; non fu punito nessun popolo, nessuna città. Alcuni si schierarono dalla sua parte, altri ottennero perdono e onori, tanto che allora tutti compiansero i morti. [3] Ebbe tale eccesso di umanità, che lodò coloro che aveva collaborato con Pompeo, ai quali mantenne tutti i privilegi che avevano ricevuto da lui, e condannò invece il comportamento di Farnace e di Orode perché, pur dichiarandosi amici, non l’avevano aiutato. [4] Proprio per questo fece subito una guerra contro l’uno e si accingeva a farla contro l’altro. E avrebbe certamente risparmiato anche Pompeo, se l’avesse preso vivo. La prova l’abbiamo nel fatto che non lo inseguì subito, ma permise che fuggisse con suo comodo, [5] e apprese con dolore la sua morte, e poco dopo uccise gli autori della strage, anziché elogiarli, e detronizzò Tolemeo perché, sebbene fosse ancora un ragazzo, aveva permesso che Pompeo venisse ucciso. 46. Non c’è bisogno che io dica come, dopo quei fatti, egli sistemò gli affari d’Egitto e quante ricchezze portò da lì a Roma. Avendo fatto una spedizione contro Farnace, signore di gran parte del Ponto e dell’Armenia, arrivò contemporaneamente nello stesso giorno la notizia che aveva marciato contro di lui, che era giunto presso di lui, che lo aveva attaccato e che lo aveva vinto. [2] […] Come avrebbe infatti potuto vincere così facilmente quella guerra, se non avesse avuto un intelletto sano e un fisico vigoroso? [3] E dopo che anche Farnace si era dato alla fuga, egli si apprestava a marciare subito contro i Parti; ma, avendo alcuni facinorosi provocato a Roma dei disordini, fu costretto a tornare in mezzo a noi. Qui sistemò le cose in modo tale da togliere ogni timore che vi sarebbero stati altri tumulti. [4] Però nessuno fu ucciso, nessuno fu esiliato, nessuno fu oltraggiato per ciò che era successo, non perché ci fossero giusti motivi per punire molti cittadini, ma perché Cesare pensava che i nemici vanno uccisi senza pietà, mentre i propri concittadini vanno perdonati, anche se alcuni di essi non lo meritano. [5] Per questo egli si batté valorosamente contro gli eserciti stranieri, ma fu generoso verso i cittadini turbolenti, anche se fossero indegni della sua generosità per quello che avevano fatto. Si comportò poi allo stesso modo anche in Africa e in Hispania, rimandando liberi tutti quegli avversari sconfitti che non erano già stati da lui una prima volta catturati e perdonati. [6] Considerava infatti non generosità ma pazzia perdonare uomini che lo avevano varie volte insidiato: era convinto che è dovere di un uomo degno di questo nome perdonare chi ha commesso un primo errore, senza serbare un rancore inconciliabile e concedendo anche onori, e sbarazzarsi di color che permangono ostinati negli stessi errori. [7] Ma perché sto parlando di queste cose? Egli salvò perfino molti di costoro, dando a ciascuno dei suoi sostenitori e a coloro che lo avevano aiutato per vincere la battaglia la facoltà di salvare uno degli uomini catturati.

George Edward Robertson, Mark Antony's Oration. Olio su tela.

George Edward Robertson, Mark Antony’s Oration. Olio su tela.

47. La prova più convincente che egli ha compiuto tutte queste cose per un’innata bontà e non per ostentazione o in vista di un qualche tornaconto – com’è il caso di molti che fanno il bene proprio per questo – si ha nel fatto che dovunque e in tutte le circostanze si è dimostrato sempre lo stesso: né l’ira l’ha inasprito, né il successo guastato, né la vittoria cambiato, né la potenza modificato. [2] Eppure è assai raro che un uomo messo alla prova in così numerose e importanti imprese, che si sono susseguite una dopo l’altra – imprese che egli ha già felicemente condotto a termine, o che non ha ancora condotto a termine, o che sa che dovrà affrontare –, si comporti sempre bene e allo stesso modo, senza commettere un’azione violenta o dannosa, se non per vendicarsi di passati torti, allo scopo di premunirsi contro torti futuri. [3] Anche questo è sufficiente per dimostrare la sua bontà. E che Cesare fosse un discendente di dèi lo mostra il fatto che egli salvava coloro che meritavano di essere salvati, non cercava di far punire da altri quelli che lo avevano combattuto, e sapeva guadagnarsi il favore di chi in passato aveva sbagliato. [..] 48. Fu per questi motivi e per tutta la sua opera legislativa e di ricostruzione, importante per se stessa, ma di scarsa rilevanza rispetto a tutte le altre cose che fece in seguito (che io non ho bisogno di esporre dettagliatamente), che voi lo amaste come un padre, lo aveste caro come un benefattore, lo colmaste di onori mai concessi a nessun altro, [2] e voleste averlo dictator perpetuus della vostra città e di tutto l’Impero. Foste pienamente d’accordo sui numerosi titoli onorifici da conferirgli, che giudicavate inferiori ai suoi meriti, affinché, se ciascuno di essi, considerato singolarmente e alla luce delle usanze, non fosse sufficiente ai fini della completezza dell’onore e della potenza, potesse essere completato dagli altri. [3] Così lo eleggeste pontifex maximus per gli dèi, console per voi, summus imperator per i soldati, dictator per i nemici. E perché enumerare tutti questi titoli, quando voi, per tralasciare tutti gli altri, lo chiamaste con un solo nome pater patriae? 49. Ma questo padre, questo sommo pontefice, l’inviolabile, l’eroe, il dio… ahimè, è morto! È morto non vinto dalla malattia, né disfatto dalla vecchiaia, né ferito lontano dalla sua città in qualche guerra, né rapito all’improvviso da qualche sciagura! Qui, dentro le mura, è stato insidiato l’uomo che aveva felicemente condotto una spedizione in Britannia [2] ed è stato tratto in agguato l’uomo che aveva ampliato il pomerium della città; nella sede del Senato è stato sgozzato l’uomo che aveva costruito a sue spese un’altra sede. È morto inerme il valoroso guerriero, nudo l’autore della pace, nel tribunale il giudice, nella sede del comando il magistrato; è stato ucciso dai cittadini l’uomo che nessun nemico aveva potuto uccidere, neppure quando cadde nel mare; è stato ucciso dai suoi compagni l’uomo che tante volte aveva loro perdonato. [3] Dove sono finite, o Cesare, la tua bontà e la tua inviolabilità, e le leggi? Sei stato assassinato spietatamente dagli amici, tu, che facesti tante leggi perché nessuno fosse ucciso dai tuoi avversari! Giaci scannato in quel Foro per il quale tante volte passasti incoronato; sei caduto trafitto dalle ferite su quella tribuna dalla quale tante volte parlasti al popolo! [4] Ahimè, canizie insanguinata, toga lacerata, che tu – a quanto sembra – solo per questo indossasti, perché fossi in essa ucciso!»[2].

Antony's Oration over Caesar's Body.

Antony’s Oration over Caesar’s Body.

50. Per questo discorso di Antonio il popolo dapprima si commosse, poi si adirò, e infine s’infiammò talmente che corse a cercare gli uccisori di Cesare e condannò i senatori, perché avevano permesso che fosse ucciso l’uomo per cui avevano decretato che s’innalzassero ogni anno preghiere agli dei e sulla salute e fortuna del quale avevano giurato, e che avevano dichiarato inviolabile come i tribuni. [2] Dopo di ciò afferrarono la salma di Cesare: gli uni volevano portarla nella Curia dov’era stato ucciso, gli altri in Campidoglio per essere lì cremato. Ma i soldati si opposero per il timore che prendessero fuoco anche il teatro e i templi; allora lo collocarono sulla pira lì nel Foro, dove si trovavano.

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Note:

[1] Indica la Germania, o meglio la parte occidentale di essa, conquistata a seguito della vittoria sugli Elvezi e su Ariovisto.

[2] Chi legge questo discorso non può fare a meno di confrontarlo con quello pronunciato da Antonio nella notissima tragedia di Shakespeare. Il tema è lo stesso: ma quanta differenza tra i due discorsi! Qui Antonio fa una rassegna lunga e dettagliata di tutte, o meglio di molte imprese di Cesare; il discorso, pur contenendo alcuni luoghi non privi di valore artistico (spicca tra tutti il passo finale), risulta nel suo complesso un po’ monotono e prolisso. Quello che leggiamo nella tragedia di Shakespeare è, nella sua brevità, un capolavoro di efficacia espositiva e di finezza artistica. Shakespeare sceglie pochi avvenimenti della vita di quell’uomo straordinario, e ce li presenta per mezzo di immagini vivacissime e ricche di colore. Ma non dobbiamo stupirci per questa differenza: Cassio Dione è un compilatore, sia pure di alto livello; Shakespeare è un grandissimo poeta, che convince e commuove il lettore.

Idus Martii DCCX a. U. c.

Plutarco, Vita di Cesare 62-67

Testo greco: Bernadotte Perrin (a cura di), Plutarch’s Lives, Cambridge-London 1919; traduzione italiana: Plutarco, Alessandro – Cesare (introd. di D. Magnino e A. La Penna), a cura di D. Magnino, Milano 200721.

Busto di C. Giulio Cesare. Marmo. Kunsthistorisches Museum Wien.

Busto di C. Giulio Cesare. Marmo. Kunsthistorisches Museum Wien.

  1. οὕτω δὴ τρέπονται πρὸς Μᾶρκον Βροῦτον οἱ πολλοί, γένος μὲν ἐκεῖθεν εἶναι δοκοῦντα πρὸς πατέρων, καὶ τὸ πρὸς μητρὸς δὲ ἀπὸ Σερουιλίων, οἰκίας ἑτέρας ἐπιφανοῦς, γαμβρὸν δὲ καί ἀδελφιδοῦν Κάτωνος. τοῦτον ἐξ ἑαυτοῦ μὲν ὁρμῆσαι πρὸς κατάλυσιν τῆς μοναρχίας ἤμβλυνον αἱ παρὰ Καίσαρος τιμαὶ καὶ χάριτες, οὐ γὰρ μόνον ἐσώθη περὶ Φάρσαλον ἀπὸ τῆς Πομπηΐου φυγῆς, οὐδὲ πολλοὺς τῶν ἐπιτηδείων ἔσωσεν ἐξαιτησάμενος, ἀλλὰ καὶ πίστιν εἶχε μεγάλην παρ᾽ αὐτῷ. καὶ στρατηγίαν μὲν ἐν τοῖς τότε τὴν ἐπιφανεστάτην ἔλαβεν, ὑπατεύειν δὲ ἔμελλεν εἰς τέταρτον ἔτος, ἐρίσαντος Κασσίου προτιμηθείς· λέγεται γὰρ ὁ Καῖσαρ εἰπεῖν ὡς δικαιότερα μὲν λέγοι Κάσσιος, αὐτὸς μέντοι Βροῦτον οὐκ ἂν παρέλθοι. καί ποτε καί διαβαλλόντων τινῶν τὸν ἄνδρα, πραττομένης ἤδη τῆς συνωμοσίας, οὐ προσέσχεν, ἀλλὰ τοῦ σώματος τῇ χειρὶ θιγὼν ἔφη πρὸς τοὺς διαβάλλοντας «Ἀναμενεῖ τοῦτο τὸ δέρμα Βροῦτος», ὡς ἄξιον μὲν ὄντα τῆς ἀρχῆς δι᾽ ἀρετήν, διὰ δὲ τὴν ἀρχὴν οὐκ ἂν ἀχάριστον καί πονηρὸν γενόμενον. οἱ δὲ τῆς μεταβολῆς ἐφιέμενοι καί πρὸς μόνον ἐκεῖνον ἢ πρῶτον ἀποβλέποντες αὐτῷ μὲν οὐκ ἐτόλμων διαλέγεσθαι, νύκτωρ δὲ κατεπίμπλασαν γραμμάτων τὸ βῆμα καὶ τὸν δίφρον ἐφ᾽ οὗ στρατηγῶν ἐχρημάτιζεν ὧν ἦν τὰ πολλὰ τοιαῦτα· «καθεύδεις, ὦ Βροῦτε», καὶ «οὐκ εἶ Βροῦτος». ὑφ᾽ ὧν ὁ Κάσσιος αἰσθόμενος διακινούμενον ἡσυχῇ τὸ φιλότιμον αὐτοῦ, μᾶλλον ἢ πρότερον ἐνέκειτο καί παρώξυνεν, αὐτὸς ἰδίᾳ τι καί μίσους ἔχων πρὸς τὸν Καίσαρα δι᾽ αἰτίας ἃς ἐν τοῖς περὶ Βρούτου γεγραμμένοις δεδηλώκαμεν. εἶχε μέντοι καί δι᾽ ὑποψίας ὁ Καῖσαρ αὐτὸν, ὥστε καί πρὸς τοὺς φίλους εἰπεῖν ποτε· «τί φαίνεται βουλόμενος ὑμῖν Κάσσιος; ἐμοὶ μὲν γὰρ οὐ λίαν ἀρέσκει λίαν ὠχρὸς ὤν». πάλιν δὲ λέγεται, περὶ Ἀντωνίου καί Δολοβέλλα διαβολῆς πρὸς αὐτὸν, ὡς νεωτερίζοιεν, ἐλθούσης, «οὐ πάνυ», φάναι, «τούτους δέδοικα τοὺς παχεῖς καί κομήτας, μᾶλλον δὲ τοὺς ὠχροὺς καί λεπτοὺς ἐκείνους» Κάσσιον λέγων καί Βροῦτον.
  2. ἀλλ᾽ ἔοικεν οὐχ οὕτως ἀπροσδόκητον ὡς ἀφύλακτον εἶναι τὸ πεπρωμένον, ἐπεὶ καὶ σημεῖα θαυμαστὰ καὶ φάσματα φανῆναι λέγουσι. […] ἔστι δὲ καὶ ταῦτα πολλῶν ἀκοῦσαι διεξιόντων, ὥς τις αὐτῷ μάντις ἡμέρᾳ Μαρτίου μηνὸς, ἣν Εἰδοὺς Ῥωμαῖοι καλοῦσι, προείποι μέγαν φυλάττεσθαι κίνδυνον ἐλθούσης δὲ τῆς ἡμέρας προϊὼν ὁ Καῖσαρ εἰς τὴν σύγκλητον ἀσπασάμενος προσπαίξειε τῷ μάντει φάμενος «αἱ μὲν δὴ Μάρτιαι Εἰδοὶ πάρεισιν» ὁ δὲ ἡσυχῇ πρὸς αὐτόν εἴποι «ναί πάρεισιν, ἀλλ᾽ οὐ παρεληλύθασι». πρὸ μιᾶς δὲ ἡμέρας Μάρκου Λεπίδου δειπνίζοντος αὐτόν ἔτυχε μὲν ἐπιστολαῖς ὑπογράφων, ὥσπερ εἰώθει, κατακείμενος ἐμπεσόντος δὲ λόγου ποῖος ἄρα τῶν θανάτων ἄριστος, ἅπαντας φθάσας ἐξεβόησεν «ὁ ἀπροσδόκητος» μετὰ ταῦτα κοιμώμενος, ὥσπερ εἰώθει, παρὰ τῇ γυναικί, πασῶν ἅμα τῶν θυρῶν τοῦ δωματίου καὶ τῶν θυρίδων ἀναπεταννυμένων, διαταραχθεὶς ἅμα τῷ κτύπῳ καὶ τῷ φωτὶ καταλαμπούσης τῆς σελήνης, ᾔσθετο τὴν Καλπουρνίαν βαθέως μὲν καθεύδουσαν, ἀσαφεῖς δὲ φωνὰς καὶ στεναγμοὺς ἀνάρθρους ἀναπέμπουσαν ἐκ τῶν ὕπνων ἐδόκει δὲ ἄρα κλαίειν ἐκεῖνον ἐπὶ ταῖς ἀγκάλαις ἔχουσα κατεσφαγμένον. οἱ δὲ οὔ φασι τῇ γυναικὶ ταύτην γενέσθαι τὴν ὄψιν ἀλλὰ ἦν γάρ τι τῇ Καίσαρος οἰκίᾳ προσκείμενον οἷόν ἐπὶ κόσμῳ καὶ σεμνότητι τῆς βουλῆς ψηφισαμένης ἀκρωτήριον, ὡς Λίβιος ἱστορεῖ, τοῦτο ὄναρ ἡ Καλπουρνία θεασαμένη καταρρηγνύμενον ἔδοξε ποτνιᾶσθαι καὶ δακρύειν. ἡμέρας δ᾽ οὖν γενομένης ἐδεῖτο τοῦ Καίσαρος, εἰ μὲν οἷόν τε, μὴ προελθεῖν, ἀλλ᾽ ἀναβαλέσθαι τὴν σύγκλητον εἰ δὲ τῶν ἐκείνης ὀνείρων ἐλάχιστα φροντίζει, σκέψασθαι διὰ μαντικῆς ἄλλης καὶ ἱερῶν περὶ τοῦ μέλλοντος, εἶχε δέ τις, ὡς ἔοικε, κἀκεῖνον ὑποψία καὶ φόβος, οὐδένα γὰρ γυναικισμὸν ἐν δεισιδαιμονίᾳ πρότερον κατεγνώκει τῆς Καλπουρνίας, τότε δὲ ἑώρα περιπαθοῦσαν, ὡς δὲ καὶ πολλὰ καταθύσαντες οἱ μάντεις ἔφρασαν αὐτῷ δυσιερεῖν, ἔγνω πέμψας Ἀντώνιον ἀφεῖναι τὴν σύγκλητον.
  3. ἐν δὲ τούτῳ Δέκιμος Βροῦτος ἐπίκλησιν Ἀλβῖνος, πιστευόμενος μὲν ὑπὸ Καίσαρος, ὥστε καὶ δεύτερος ὑπ᾽ αὐτοῦ κληρονόμος γεγράφθαι, τοῖς δὲ περὶ Βροῦτον τὸν ἕτερον καὶ Κάσσιον μετέχων τῆς συνωμοσίας, φοβηθεὶς μὴ τὴν ἡμέραν ἐκείνην διακρουσαμένου τοῦ Καίσαρος ἔκπυστος ἡ πρᾶξις γένηται, τούς τε μάντεις ἐχλεύαζε καὶ καθήπτετο τοῦ Καίσαρος, ὡς αἰτίας καὶ διαβολὰς ἑαυτῷ κτωμένου πρὸς τὴν σύγκλητον ἐντρυφᾶσθαι δοκοῦσαν ἥκειν μὲν γὰρ αὐτὴν κελεύσαντος ἐκείνου, καὶ προθύμους εἶναι ψηφίζεσθαι πάντας ὅπως τῶν ἐκτὸς Ἰταλίας ἐπαρχιῶν βασιλεὺς ἀναγορεύοιτο καὶ φοροίη διάδημα τὴν ἄλλην ἐπιὼν γῆν καὶ θάλασσαν εἰ δὲ φράσει τις αὐτοῖς καθεζομένοις νῦν μὲν ἀπαλλάττεσθαι, παρεῖναι δὲ αὖθις ὅταν ἐντύχῃ βελτίοσιν ὀνείροις Καλπουρνία, τίνας ἔσεσθαι λόγους παρὰ τῶν φθονούντων; ἢ τίνα τῶν φίλων ἀνέξεσθαι διδασκόντων ὡς οὐχὶ δουλεία ταῦτα καὶ τυραννίς ἐστιν; ἀλλ᾽ εἰ δοκεῖ πάντως, ἔφη, τὴν ἡμέραν ἀφοσιώσασθαι, βέλτιον αὐτὸν παρελθόντα καὶ προσαγορεύσαντα τὴν βουλὴν ὑπερθέσθαι. ταῦθ᾽ ἅμα λέγων ὁ Βροῦτος ἦγε τῆς χειρὸς λαβόμενος τὸν Καίσαρα, καὶ μικρὸν μὲν αὐτῷ προελθόντι τῶν θυρῶν οἰκέτης ἀλλότριος ἐντυχεῖν προθυμούμενος, ὡς ἡττᾶτο τοῦ περὶ ἐκεῖνον ὠθισμοῦ καὶ πλήθους, βιασάμενος εἰς τὴν οἰκίαν παρέδωκεν ἑαυτὸν τῇ Καλπουρνίᾳ, φυλάττειν κελεύσας ἄχρι ἂν ἐπανέλθῃ Καῖσαρ, ὡς ἔχων μεγάλα πράγματα κατειπεῖν πρὸς αὐτόν.
  4. Ἀρτεμίδωρος δὲ Κνίδιος τὸ γένος, Ἑλληνικῶν λόγων σοφιστὴς καὶ διὰ τοῦτο γεγονὼς ἐνίοις συνήθης τῶν περὶ Βροῦτον, ὥστε καὶ γνῶναι τὰ πλεῖστα τῶν πραττομένων, ἧκε μὲν ἐν βιβλιδίῳ κομίζων ἅπερ ἔμελλε μηνύειν, ὁρῶν δὲ τὸν Καίσαρα τῶν βιβλιδίων ἕκαστον δεχόμενον καὶ παραδιδόντα τοῖς περὶ αὐτὸν ὑπηρέταις, ἐγγὺς σφόδρα προσελθών, «τοῦτο», ἔφη «Καῖσαρ, ἀνάγνωθι μόνος καὶ ταχέως· γέγραπται γὰρ ὑπὲρ πραγμάτων μεγάλων καὶ σοὶ διαφερόντων». δεξάμενος οὖν ὁ Καῖσαρ ἀναγνῶναι μὲν ὑπὸ πλήθους τῶν ἐντυγχανόντων ἐκωλύθη, καίπερ ὁρμήσας πολλάκις, ἐν δὲ τῇ χειρὶ κατέχων καὶ φυλάττων μόνον ἐκεῖνο παρῆλθεν εἰς τὴν σύγκλητον […]
  5. ἀλλὰ ταῦτα μὲν ἤδη που φέρει καὶ τὸ αὐτόματον· ὁ δὲ δεξάμενος τὸν φόνον ἐκεῖνον καὶ τὸν ἀγῶνα χῶρος, εἰς ὃν ἡ σύγκλητος ἠθροίσθη τότε, Πομπηΐου μὲν εἰκόνα κειμένην ἔχων, Πομπηΐου δὲ ἀνάθημα γεγονὼς τῶν προσκεκοσμημένων τῷ θεάτρῳ, παντάπασιν ἀπέφαινε δαίμονός τινος ὑφηγουμένου καὶ καλοῦντος ἐκεῖ τὴν πρᾶξιν ἔργον γεγονέναι. καὶ γὰρ οὖν καὶ λέγεται Κάσσιος εἰς τὸν ἀνδριάντα τοῦ Πομπηΐου πρὸ τῆς ἐγχειρήσεως ἀποβλέπων ἐπικαλεῖσθαι σιωπῇ, καίπερ οὐκ ἀλλότριος ὢν τῶν Ἐπικούρου λόγων ἀλλ᾽ ὁ καιρὸς, ὡς ἔοικεν, ἤδη τοῦ δεινοῦ παρεστῶτος ἐνθουσιασμὸν ἐνεποίει καὶ πάθος ἀντὶ τῶν προτέρων λογισμῶν. Ἀντώνιον μὲν οὖν πιστὸν ὄντα Καίσαρι καὶ ῥωμαλέον ἔξω παρακατεῖχε Βροῦτος Ἀλβῖνος, ἐμβαλὼν ἐπίτηδες ὁμιλίαν μῆκος ἔχουσαν· εἰσιόντος δὲ Καίσαρος ἡ βουλὴ μὲν ὑπεξανέστη θεραπεύουσα, τῶν δὲ περὶ Βροῦτον οἱ μὲν ἐξόπισθεν τὸν δίφρον αὐτοῦ περιέστησαν, οἱ δὲ ἀπήντησαν, ὡς δὴ Τιλλίῳ Κίμβρῳ περὶ ἀδελφοῦ φυγάδος ἐντυχάνοντι συνδεησόμενοι, καὶ συνεδέοντο μέχρι τοῦ δίφρου παρακολουθοῦντες. ὡς δὲ καθίσας διεκρούετο τὰς δεήσεις καὶ προσκειμένων βιαιότερον ἠγανάκτει πρὸς ἕκαστον, ὁ μὲν Τίλλιος τὴν τήβεννον αὐτοῦ ταῖς χερσὶν ἀμφοτέραις συλλαβὼν ἀπὸ τοῦ τραχήλου κατῆγεν ὅπερ ἦν σύνθημα τῆς ἐπιχειρήσεως, πρῶτος δὲ Κάσκας ξίφει παίει παρὰ τὸν αὐχένα πληγὴν οὐ θανατηφόρον οὐδὲ βαθεῖαν, ἀλλ᾽, ὡς εἰκὸς, ἐν ἀρχῇ τολμήματος μεγάλου ταραχθείς, ὥστε καὶ τὸν Καίσαρα μεταστραφέντα τοῦ ἐγχειριδίου λαβέσθαι καὶ κατασχεῖν. ἅμα δέ πως ἐξεφώνησαν ὁ μὲν πληγεὶς Ῥωμαϊστί «μιαρώτατε Κάσκα, τί ποιεῖς;» ὁ δὲ πλήξας Ἑλληνιστὶ πρὸς τὸν ἀδελφόν «ἀδελφέ, βοήθει». τοιαύτης δὲ τῆς ἀρχῆς γενομένης τοὺς μὲν οὐδὲν συνειδότας ἔκπληξις εἶχε καὶ φρίκη πρὸς τὰ δρώμενα, μήτε φεύγειν μήτε ἀμύνειν, ἀλλὰ μηδὲ φωνὴν ἐκβάλλειν τολμῶντας, τῶν δὲ παρεσκευασμένων ἐπὶ τὸν φόνον ἑκάστου γυμνὸν ἀποδείξαντος τὸ ξίφος, ἐν κύκλῳ περιεχόμενος καὶ πρὸς ὅ τι τρέψειε τὴν ὄψιν πληγαῖς ἀπαντῶν καὶ σιδήρῳ φερομένῳ καὶ κατὰ προσώπου καὶ κατ᾽ ὀφθαλμῶν διελαυνόμενος ὥσπερ θηρίον ἐνειλεῖτο ταῖς πάντων χερσίν ἅπαντας γὰρ ἔδει κατάρξασθαι καὶ γεύσασθαι τοῦ φόνου. διὸ καὶ Βροῦτος αὐτῷ πληγὴν ἐνέβαλε μίαν εἰς τὸν βουβῶνα. λέγεται δὲ ὑπό τινων ὡς ἄρα πρὸς τοὺς ἄλλους ἀπομαχόμενος καὶ διαφέρων δεῦρο κἀκεῖ τὸ σῶμα καὶ κεκραγώς, ὅτε Βροῦτον εἶδεν ἐσπασμένον τὸ ξίφος, ἐφειλκύσατο κατὰ τῆς κεφαλῆς τὸ ἱμάτιον καὶ παρῆκεν ἑαυτόν, εἴτε ἀπὸ τύχης εἴθ᾽ ὑπὸ τῶν κτεινόντων ἀπωσθεὶς, πρὸς τὴν βάσιν ἐφ᾽ ἧς ὁ Πομπηΐου βέβηκεν ἀνδριάς. καὶ πολὺ καθῄμαξεν αὐτὴν ὁ φόνος, ὡς δοκεῖν αὐτὸν ἐφεστάναι τῇ τιμωρίᾳ τοῦ πολεμίου Πομπήϊον ὑπὸ πόδας κεκλιμένου καὶ περισπαίροντος ὑπὸ πλήθους τραυμάτων, εἴκοσι γὰρ καὶ τρία λαβεῖν λέγεται καὶ πολλοὶ κατετρώθησαν ὑπ᾽ ἀλλήλων, εἰς ἓν ἀπερειδόμενοι σῶμα πληγὰς τοσαύτας.
  6. Κατειργασμένου δὲ τοῦ ἀνδρός ἡ μὲν γερουσία, καίπερ εἰς μέσον ἐλθόντος Βρούτου ὥς τι περὶ τῶν πεπραγμένων ἐροῦντος, οὐκ ἀνασχομένη διὰ θυρῶν ἐξέπιπτε καὶ φεύγουσα κατέπλησε ταραχῆς καὶ δέους ἀπόρου τὸν δῆμον, ὥστε τοὺς μὲν οἰκίας κλείειν, τοὺς δὲ ἀπολείπειν τραπέζας καὶ χρηματιστήρια, δρόμῳ δὲ χωρεῖν τοὺς μὲν ἐπὶ τὸν τόπον ὀψομένους τὸ πάθος, τοὺς δὲ ἐκεῖθεν ἑωρακότας. Ἀντώνιος δὲ καὶ Λέπιδος οἱ μάλιστα φίλοι Καίσαρος ὑπεκδύντες εἰς οἰκίας ἑτέρας κατέφυγον. οἱ δὲ περὶ Βροῦτον, ὥσπερ ἦσαν ἔτι θερμοὶ τῷ φόνῳ, γυμνὰ τὰ ξίφη δεικνύντες, ἅμα πάντες ἀπὸ τοῦ βουλευτηρίου συστραφέντες ἐχώρουν εἰς τὸ Καπιτώλιον, οὐ φεύγουσιν ἐοικότες, ἀλλὰ μάλα φαιδροὶ καὶ θαρραλέοι, παρακαλοῦντες ἐπὶ τὴν ἐλευθερίαν τὸ πλῆθος καὶ προσδεχόμενοι τοὺς ἀρίστους τῶν ἐντυγχανόντων, ἔνιοι δὲ καὶ συνανέβαινον αὐτοῖς καὶ κατεμίγνυσαν ἑαυτούς ὡς μετεσχηκότες τοῦ ἔργου καὶ προσεποιοῦντο τὴν δόξαν, ὧν ἦν καὶ Γάϊος Ὀκτάουϊος καὶ Λέντλος Σπινθήρ. οὗτοι μὲν οὖν τῆς ἀλαζονείας δίκην ἔδωκαν ὕστερον ὑπὸ Ἀντωνίου καὶ τοῦ νέου Καίσαρος ἀναιρεθέντες καὶ μηδὲ τῆς δόξης, δι᾽ ἣν ἀπέθνῃσκον, ἀπολαύσαντες ἀπιστίᾳ τῶν ἄλλων, οὐδὲ γὰρ οἱ κολάζοντες αὐτοὺς τῆς πράξεως, ἀλλὰ τῆς βουλήσεως τὴν δίκην ἔλαβον […].
Abel de Pujol, César se rendant au sénat aux Ides de Mars.

Abel de Pujol, César se rendant au sénat aux Ides de Mars.

 

  1. Così tutti si volgono a Bruto che sembrava discendere, per parte di padre, dall’antico Bruto e per parte di madre dai Servilii, un’altra casata famosa, ed era genero e nipote di Catone. Ma gli impedivano di prendere l’iniziativa di dissolvere il potere di uno solo, onori e favori che gli erano venuti da parte di Cesare. Non solo infatti egli era stato salvato a Farsalo dopo la fuga di Pompeo, e non solo per sua intercessione erano stati risparmiati molti suoi amici, ma per di più egli godeva di grande fiducia presso Cesare. Così quell’anno, tra coloro che erano praetores, egli ebbe la praetura di maggior prestigio[1], e sarebbe stato console di lì a tre anni, essendo stato preferito al suo concorrente Cassio. Si dice che Cesare avesse affermato che Cassio[2] ragionasse meglio, ma non sarebbe comunque passato davanti a Bruto. Una volta, quando era già in corso la congiura, alcuni denunciarono Bruto a Cesare, ma egli non prestò fede e indicando con la mano se stesso disse agli accusatori: «Bruto aspetterà questo corpo», intendendo dire che egli era degno, per la sua virtù, del potere, ma appunto per la sua virtù non sarebbe stato né irriconoscente né malvagio. Ma coloro che aspiravano al rivolgimento di regime, e guardavano a lui solo, o a lui per primo, non osavano parlargliene direttamente, ma di notte riempivano di scritte la sua tribuna e il seggio sul quale da praetor amministrava la giustizia; la maggior parte di queste scritte diceva: «Tu dormi, o Bruto»; «Tu non sei Bruto». A seguito di tutto ciò, Cassio si accorse che l’ambizione di Bruto andava a poco a poco riscaldandosi, e più di prima insistentemente lo incitava, anche perché egli aveva personalmente qualche motivo d’odio contro Cesare per le ragioni che ho esposto nella biografia di Bruto. Cesare comunque nutriva qualche sospetto su di lui, tanto che una volta disse agli amici: «Che vi pare che mediti Cassio? A me non piace tanto: è troppo pallido». Un’altra volta, a proposito di un’accusa di sedizione rivolta contro Antonio e Dolabella[3], egli disse: «Non ho paura di questi che sono grassi e con i capelli ben curati, bensì di quegli altri, pallidi e magri», intendendo alludere a Bruto e Cassio.
  2. Ma sembra davvero che quel che è fissato non sia tanto inatteso quanto inevitabile, giacché dicono che allora ci furono segni prodigiosi e apparizioni […] Si può anche avere la testimonianza di molti che raccontano che un indovino gli aveva predetto di guardarsi da un gran pericolo in quel giorno del mese di marzo che i Romani chiamano Idi; venuto quel giorno, Cesare entrando in Senato[4] salutò l’indovino e prendendolo in giro disse: «Le Idi di marzo son giunte»; e quello tranquillamente: «Sì, ma non sono ancora passate». Il giorno prima, M. Lepido lo aveva invitato a pranzo: egli, come era solito fare, firmava delle lettere stando disteso a mensa, e caduto il discorso su quale fosse la morte migliore, anticipò l’intervento di tutti esclamando: «Quella inattesa!». Dopo cena si coricò, come era solito, accanto alla moglie; ed ecco che contemporaneamente si spalancarono tutte le porte e le finestre della camera: sconvolto dal rumore e dalla luce della luna che brillava[5], si accorse che Calpurnia dormiva profondamente, ma nel sonno emetteva voci confuse e lamenti inarticolati: le sembrava infatti di piangere il marito tenendolo tra le braccia ucciso. Alcuni, invece, affermano che la donna non ebbe questa visione; le parve invece di lamentarsi e piangere per aver visto crollare un fastigio che stava sulla casa di Cesare[6], aggiuntovi per ornamento ed onore in seguito a una delibera del Senato – come racconta T. Livio. La mattina successiva lei pregò Cesare di non uscire, se era possibile, ma di rimandare la seduta del Senato; se però non faceva alcun conto dei suoi sogni, almeno indagasse il futuro mediante altri sacrifici di divinazione. A quanto sembra un certo sospetto e timore presero anche Cesare: precedentemente, infatti, non aveva notato in Calpurnia alcuna debolezza femminile derivante da scrupoli religiosi, mentre ora la vedeva oltremodo sconvolta. Quando, pur dopo aver compiuto molti sacrifici, gli auguri dissero che i segni non erano per lui propizi, decise di mandare Antonio a sciogliere l’assemblea.
  3. In questo momento, D. Bruto, soprannominato Albino, che godeva della fiducia di Cesare tanto che era stato da lui inserito tra i secondi eredi[7], ma che anche partecipava alla congiura con l’altro Bruto e Cassio, temendo che se Cesare avesse lasciato passare quel giorno la congiura potesse essere svelata, scherniva gli auguri e criticava Cesare dicendo che gli attirava su di sé accuse e calunnie da parte del Senato cui sembrava essere trattato con boria; esso si era riunito per suo ordine ed erano tutti pronti a votare perché egli avesse il cognomen di rex nelle province fuori dall’Italia e portasse la corona regale quando ivi viaggiava per terra e per mare. Se ora qualcuno avesse a dire ai senatori che stavano in seduta di sciogliere la riunione e ritrovarsi poi quando Calpurnia avesse avuto sogni migliori, quali sarebbero stati i discorsi degli invidiosi? O chi avrebbe tollerato gli amici di Cesare se avessero tentato di dire che questa non era la schiavitù degli uni e la tirannia dell’altro? Ma, aggiungeva D. Bruto, se proprio sembrava giusto considerare infausto quel giorno, meglio che si presentasse di persona a parlare in Senato e aggiornasse poi la seduta. Nel dir questo Bruto prese per mano Cesare e lo condusse fuori. Si era di poco allontanato dalla porta ed ecco lo schiavo di un’altra famiglia desiderò parlargli, e siccome ne fu impedito dalla gran calca si aprì la strada a forza verso la casa e si affidò a Calpurnia, pregandola di tenerlo custodito fino al ritorno di Cesare in quanto aveva comunicazioni importanti da fargli.
  4. Artemidoro, originario di Cnido[8], insegnante di lettere greche e per questo familiare di alcuni degli amici di Bruto, tanto che venne a sapere la maggior parte di ciò che si stava tramando, venne con un libello contenente quanto intendeva denunciare. Vedendo però che Cesare riceveva ogni scritto e lo passava ai suoi segretari, gli si avvicinò e disse: «Questo, Cesare, leggilo tu solo e presto! Si tratta di cose grosse, che riguardano te!». Cesare lo prese, ma non poté leggerlo per la massa di chi gli si faceva incontro, anche se spesso si accinse a farlo e così, tenendolo in mano e conservando solo quello, entrò in Senato […]
  5. Ma in un certo senso fatti di questo genere sono governati dal caso; però il luogo[9], che accolse in sé quella lotta e quell’uccisione, luogo nel quale si riunì allora il Senato, e che aveva una statua di Pompeo, ed era un ambiente di quelli aggiunti come ornamento da Pompeo al teatro, dimostrò che il fatto fu opera di un dio che indirizzava e guidava là l’azione. Si dice che Cassio, prima del fatto, volgesse lo sguardo alla statua di Pompeo e lo invocò anche se si dichiarasse seguace delle dottrine di Epicuro; ma evidentemente la situazione particolare, in presenza del pericolo, sostituiva alla razionalità precedente un senso di eccitazione. Dunque Bruto Albino tenne fuori Antonio, che era uomo di fiducia di Cesare e robusto, incominciando con lui a bella posta un lungo discorso; all’entrare di Cesare il Senato si alzò in atto di omaggio, e gli amici di Bruto si disposero in parte dietro il suo seggio, mentre alcuni gli andarono incontro per unire le loro richieste a quelle di Tillio Cimbro, che lo supplicava per il fratello esule, e continuarono le loro suppliche accompagnandolo sino al suo seggio. Sedutosi egli respingeva le richieste, e quando essi insistettero con maggior forza, egli si irritò con ciascuno; allora Tillio gli afferrò con ambedue le mani la toga e gliela tirò giù dal collo: questo era il segnale dell’azione. Per primo Casca[10] lo colpì con il pugnale al collo, con un colpo non profondo né mortale, ma logicamente era turbato al principio di una grande azione, tanto che Cesare si voltò, afferrò il pugnale e lo tenne fermo. E contemporaneamente i due urlarono: il colpito, in latino: «Scelleratissimo Casca, che fai?», e il feritore, in greco, rivolgendosi al fratello: «Fratello, aiutami!»[11]. Iniziò così, e quelli che non ne sapevano niente rimasero sbigottiti e tremanti di fronte a quanto avveniva, e non osavano né fuggire, né difendersi e neppure aprir bocca. Quando ognuno dei congiurati ebbe sguainato il pugnale, Cesare, circondato, e ovunque volgesse lo sguardo incontrando solo colpi e il ferro sollevato contro il suo volto e i suoi occhi, inseguito come una bestia, venne a trovarsi irretito nelle mani di tutti; era infatti necessario che tutti avessero parte alla strage e gustassero del suo sangue[12]. Perciò anche Bruto gli inferse un colpo all’inguine. Dicono alcuni che mentre si difendeva contro gli altri e urlando si spostava qua e là, quando vide che Bruto aveva estratto il pugnale si tirò la toga sul capo e si lasciò andare, o per caso, o perché spinto dagli uccisori, presso la base su cui poggiava la statua di Pompeo. Molto sangue bagnò quella statua, tanto che sembrava che Pompeo presiedesse alla vendetta del suo nemico che giaceva ai suoi piedi e agonizzava per il gran numero delle ferite. Si dice che ne abbia ricevute ventitré[13], e molti si ferirono tra loro mentre indirizzavano tanti colpi verso un solo corpo.
  6. Ucciso Cesare, i senatori, benché Bruto si fosse fatto avanti per dire qualcosa sull’accaduto[14], non rimasero sul posto, ma fuggirono tutti fuori dalle porte, e nel fuggire riempirono il popolo di confusione e di panico, tanto che gli uni chiudevano le case, gli altri lasciavano banchi e negozi, alcuni si recavano di corsa sul luogo del delitto per vedere quel che era successo, altri ne venivano via dopo aver visto. Antonio e Lepido, che erano amici intimi di Cesare, fuggirono a rifugiarsi in case non loro[15]. Ma quelli che stavano con Bruto, eccitati come ancora erano per la strage perpetrata, tenendo in evidenza i pugnali sguainati, tutti insieme si riunirono fuori del Senato e mossero verso il Campidoglio[16], non simili a fuggiaschi, ma molto decisi e animosi, invitando alla libertà il popolo e accogliendo tra le loro fila gli optimates nei quali s’imbattevano. Alcuni addirittura si mescolarono a loro e salirono sul Campidoglio, quasi che avessero preso parte a quell’azione, e se ne attribuivano la gloria, come C. Ottavio e Lentulo Spintere. Costoro pagarono più tardi la loro vanteria, quando furono uccisi da Antonio e dal giovane Cesare[17], e non ne ricavarono neppure la fama per la quale morirono, giacché nessuno la credeva autentica. E d’altro canto chi li punì, non li punì per il fatto, ma per l’intenzione […].
Vincenzo Camuccini, La morte di Cesare. Olio su tela, 1804-1805. Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma.

Vincenzo Camuccini, La morte di Cesare. Olio su tela, 1804-1805. Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.

[1] Nel 44 M. Bruto fu preator urbanus, nonostante avesse maggior diritto a rivestire quella carica Cassio, che fu invece praetor peregrinus.

[2] Dalla tradizione concorde è presentato come l’ispiratore e principale organizzatore della congiura.

[3] Afferma Cicerone (Phil. II 34) che già nell’estate del 45 a.C., nella Gallia Narbonensis, Trebonio aveva cercato di attirare Antonio nel complotto; proprio perché Antonio non aveva rivelato la macchinazione, pur non condividendola, sarebbe poi stato risparmiato alle Idi di marzo.

[4] Diversamente dal solito la riunione non si tenne quel giorno nella Curia, che si trovava nel Foro, ma in una delle esedre della Curia Pompeia, vicina al teatro di Pompeo.

[5] Gli astronomi hanno calcolato che la luna dovesse essere all’ultimo quarto, e che perciò dovette sorgere quella notte parecchio tardi; il fatto sarebbe quindi da collocarsi verso il mattino.

[6] Cesare abitava in quel momento nella dimora ufficiale del pontifex maximus, e cioè nella Regia che si trovava all’estremità orientale del Foro, tra la via Sacra e il tempio di Vesta.

[7] Si definiscono così coloro che in linea successoria subentrano agli eredi diretti in caso di loro premorienza, qualora il testatario non abbia la possibilità di modificare l’espressione delle sue volontà.

[8] Artemidoro, figlio di Teopompo, godeva dell’amicizia di Cesare che proprio in suo onore dichiarò libera la città di Cnido dopo la battaglia di Farsalo.

[9] Curia Pompeia, forse una delle esedre della Porticus Pompeia, vicina al teatro che Pompeo aveva fatto costruire nel 52. Augusto la fece poi dichiarare locus sceleratus.

[10] P. Servilio Casca Longo era stato designato tribunus plebis per il 43. Sembra che rimproverasse a Cesare di averlo lasciato povero, e che per questo avesse preso parte alla congiura.

[11] Sono varie le tradizioni sullo svolgimento dei fatti per quel che riguarda le esclamazioni degli attori. Cassio Dione parla di silenzio; Svetonio di una sola espressione iniziale: «Ma questa è violenza!»; altre fonti coloriscono in vario modo le vicende drammatizzandole. Più verosimile il silenzio, che dà alla scena un che di tragicamente surreale.

[12] I termini greci usati hanno anche una connotazione rituale, e certo la morte di Cesare fu intesa come un rito sacrificale.

[13] La stessa cifra in tutte le fonti, fuorché in Nicolao di Damasco che parla di trentacinque ferite. Secondo il medico Antistio (così ci riferisce Svetonio), una sola fu mortale.

[14] Il tentato intervento di Bruto mirava a provocare, con una pronuncia del Senato, la legalizzazione dell’accaduto; il non averla ottenuta fu la ragione prima del fallimento politico dei propositi che i congiurati intendevano attuare.

[15] Non si sa dove si fosse rifugiato Antonio; Lepido riparò sull’isola Tiberina, ove aveva l’esercito con il quale doveva partire per la Gallia Narbonensis e l’Hispania Citerior. Con quelle truppe egli presiederà nella notte successiva la città e praticamente darà il colpo di grazia alle speranze dei congiurati.

[16] Risulta da altre fonti che questo gruppo sostò nel Foro per sollecitare un consenso che non venne; di conseguenza salirono tutti sul Campidoglio con il pretesto di rendere grazie agli dèi, ma in realtà con l’intenzione di occupare un luogo facilmente difendibile.

[17] Si tratta di Ottaviano, così definito perché divenuto figlio di Cesare per adozione testamentaria.

 

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Cassio Dione, Storia Romana XLIV 9, 1-13,1; 14, 2-22, 2

 

Busto di C. Giulio Cesare. Marmo, I secolo ca., da Pantelleria. Museum of Natural Science, Houston.

Busto di C. Giulio Cesare. Marmo, I secolo ca., da Pantelleria. Museum of Natural Science, Houston.

Testo Greco: Dio’s Roman History. Cassius Dio Cocceianus, Earnest Cary, Herbert Baldwin Foster, William Heinemann (a cura di), London-New York 1914. Traduzione italiana: Cassio Dione, Storia romana (libri XLIV-XLVII), vol. III, a cura di G. Norcio, Milano 20002

  1. ἐνταῦθα οὖν αὐτοῦ ὄντος οὐδὲν ἔτι ἐνδοιαστῶς οἱ ἐπιβουλεύοντές οἱ ἔπραττον, ἀλλ᾽ ὅπως δὴ καὶ τοῖς πάνυ φίλοις ἐν μίσει γένηται, ἄλλα τε ἐπὶ διαβολῇ αὐτοῦ ἐποίουν καὶ τέλος βασιλέα αὐτὸν προσηγόρευον, καὶ πολὺ τοῦτο τοὔνομα [2] καὶ κατὰ σφᾶς διεθρύλουν. ἐπειδή τε ἐξίστατο μὲν αὐτὸ καὶ ἐπετίμα πῃ τοῖς οὕτως αὐτὸν ἐπικαλοῦσιν, οὐ μέντοι καὶ ἔπραξέ τι δι᾽ οὗ ἂν ἄχθεσθαι τῷ προσρήματι ὡς ἀληθῶς ἐπιστεύθη, τὴν εἰκόνα αὐτοῦ τὴν ἐπὶ τοῦ βήματος [3] ἑστῶσαν διαδήματι λάθρᾳ ἀνέδησαν. καὶ αὐτὸ Γαΐου τε Ἐπιδίου Μαρύλλου καὶ Λουκίου Καισητίου Φλάουου δημάρχων καθελόντων ἰσχυρῶς ἐχαλέπηνε, καίτοι μήτε τι ὑβριστικὸν αὐτῶν εἰπόντων, καὶ προσέτι καὶ ἐπαινεσάντων αὐτὸν ἐν τῷ πλήθει ὡς μηδενὸς τοιούτου δεόμενον. καὶ τότε μὲν καίπερ ἀσχάλλων ἡσύχασεν· 10. ὡς μέντοι μετὰ τοῦτο ἐσιππεύοντα αὐτὸν ἀπὸ τοῦ Ἀλβανοῦ βασιλέα αὖθίς τινες ὠνόμασαν, καὶ αὐτὸς μὲν οὐκ ἔφη βασιλεὺς ἀλλὰ Καῖσαρ καλεῖσθαι, οἱ δὲ δὴ δήμαρχοι ἐκεῖνοι καὶ δίκην τῷ πρώτῳ αὐτὸν εἰπόντι ἔλαχον, οὐκέτι τὴν ὀργὴν κατέσχεν, ἀλλ᾽ ὡς καὶ ὑπ᾽ αὐτῶν ἐκείνων προσστασιαζόμενος ὑπερηγανάκτησε. [2] καὶ ἐν μὲν τῷ παρόντι οὐδὲν δεινὸν αὐτοὺς ἔδρασεν, ὕστερον δέ σφων προγραφὴν ἐκθέντων ὡς οὔτε ἐλευθέραν οὔτ᾽ ἀσφαλῆ τὴν ὑπὲρ τοῦ κοινοῦ παρρησίαν ἐχόντων περιοργὴς ἐγένετο, καὶ παραγαγών σφας ἐς τὸ βουλευτήριον κατηγορίαν τε αὐτῶν ἐποιήσατο καὶ ψῆφον ἐπήγαγε. [3] καὶ οὐκ ἀπέκτεινε μὲν αὐτούς, καίτοι καὶ τούτου τινῶν τιμησάντων σφίσι, προαπαλλάξας δὲ ἐκ τῆς δημαρχίας διὰ Ἑλουίου Κίννου συνάρχοντος αὐτῶν ἀπήλειψεν ἐκ τοῦ συνεδρίου. καὶ οἱ μὲν ἔχαιρόν τε ἐπὶ τούτῳ, ἢ καὶ ἐπλάττοντο, ὡς οὐδεμίαν ἀνάγκην ἕξοντες παρρησιαζόμενοι κινδυνεῦσαι, καὶ ἔξω τῶν πραγμάτων ὄντες τὰ [4] γιγνόμενα ὥσπερ ἀπὸ σκοπιᾶς καθεώρων· ὁ δὲ δὴ Καῖσαρ καὶ ἐκ τούτου διεβλήθη, ὅτι δέον αὐτὸν τοὺς τὸ ὄνομά οἱ τὸ βασιλέως προστιθέντας μισεῖν, ὁ δὲ ἐκείνους ἀφεὶς τοῖς δημάρχοις ἀντ᾽ αὐτῶν ἐνεκάλει. 11. τούτων δ᾽ οὖν οὕτω γενομένων τοιόνδε τι ἕτερον, οὐκ ἐς μακρὰν συνενεχθέν, ἐπὶ πλέον ἐξήλεγξεν ὅτι λόγῳ μὲν διεκρούετο τὴν ἐπίκλησιν, [2] ἔργῳ δὲ λαβεῖν ἐπεθύμει. ἐπειδὴ γὰρ ἐν τῇ τῶν Λυκαίων γυμνοπαιδίᾳ ἔς τε τὴν ἀγορὰν ἐσῆλθε καὶ ἐπὶ τοῦ βήματος τῇ τε ἐσθῆτι τῇ βασιλικῇ κεκοσμημένος καὶ τῷ στεφάνῳ τῷ διαχρύσῳ λαμπρυνόμενος ἐς τὸν δίφρον τὸν κεχρυσωμένον ἐκαθίζετο, καὶ αὐτὸν ὁ Ἀντώνιος βασιλέα τε μετὰ τῶν συνιερέων προσηγόρευσε καὶ διαδήματι ἀνέδησεν, εἰπὼν ὅτι ‘τοῦτό σοι ὁ [3] δῆμος δι᾽ ἐμοῦ δίδωσιν,’ ἀπεκρίνατο μὲν ὅτι ‘Ζεὺς μόνος τῶν Ῥωμαίων βασιλεὺς εἴη,’ καὶ τὸ διάδημα αὐτῷ ἐς τὸ Καπιτώλιον ἔπεμψεν, οὐ μέντοι καὶ ὀργὴν ἔσχεν, ἀλλὰ καὶ ἐς τὰ ὑπομνήματα ἐγγραφῆναι ἐποίησεν ὅτι τὴν βασιλείαν παρὰ τοῦ δήμου διὰ τοῦ ὑπάτου διδομένην οἱ οὐκ ἐδέξατο. ὑπωπτεύθη τε οὖν ἐκ συγκειμένου τινος αὐτὸ πεποιηκέναι, καὶ ἐφίεσθαι μὲν τοῦ ὀνόματος, βούλεσθαι δὲ ἐκβιασθῆναί πως λαβεῖν αὐτό, [4] καὶ δεινῶς ἐμισήθη. κἀκ τούτου τούς τε δημάρχους ἐκείνους ὑπάτους τινὲς ἐν ταῖς ἀρχαιρεσίαις προεβάλοντο, καὶ τὸν Βροῦτον τὸν Μᾶρκον τούς τε ἄλλους τοὺς φρονηματώδεις ἰδίᾳ τε προσιόντες ἀνέπειθον καὶ δημοσίᾳ προσπαρωξυνον. 12. γράμματά τε γάρ, τῇ ὁμωνυμίᾳ αὐτοῦ τῇ πρὸς τὸν πάνυ Βροῦτον τὸν τοὺς Ταρκυνίους καταλύσαντα καταχρώμενοι, πολλὰ ἐξετίθεσαν, φημίζοντες αὐτὸν ψευδῶς ἀπόγονον ἐκείνου εἶναι· ἀμφοτέρους γὰρ τοὺς παῖδας, τοὺς μόνους οἱ γενομένους, μειράκια ἔτι ὄντας ἀπέκτεινε, καὶ [2] οὐδὲ ἔγγονον ὑπελίπετο. οὐ μὴν ἀλλὰ τοῦτό τε οἱ πολλοί, ὅπως ὡς καὶ γένει προσήκων αὐτῷ ἐς ὁμοιότροπα ἔργα προαχθείη, ἐπλάττοντο, καὶ συνεχῶς ἀνεκάλουν αὐτόν, ‘ὦ Βροῦτε Βροῦτε’ ἐκβοῶντες, καὶ προσεπιλέγοντες ὅτι ‘Βρούτου [3] χρῄζομεν.’ καὶ τέλος τῇ τε τοῦ παλαιοῦ Βρούτου εἰκόνι ἐπέγραψαν ‘εἴθε ἔζης,’ καὶ τῷ τούτου βήματι ῾ἐστρατήγει γὰρ καὶ βῆμα καὶ τὸ τοιοῦτο ὀνομάζεται ἐφ᾽ οὗ τις ἱζόμενος δικάζεἰ ὅτι ‘καθεύδεις, ὦ Βροῦτε’ καὶ ‘Βροῦτος οὐκ εἶ.’ 13. ταῦτά τε οὖν αὐτόν, ἄλλως τε καὶ ἀπ᾽ ἀρχῆς ἀντιπολεμήσαντα τῷ Καίσαρι, ἀνέπεισεν ἐπιθέσθαι οἱ καίπερ εὐεργέτῃ μετὰ τοῦτο γενομένῳ […] καὶ μετὰ τοῦτο τὸν Κάσσιον τὸν Γάϊον, σωθέντα μὲν καὶ αὐτὸν ὑπὸ τοῦ Καίσαρος καὶ προσέτι καὶ στρατηγίᾳ τιμηθέντα, τῆς δὲ ἀδελφῆς ἄνδρα ὄντα, προσέλαβε. κἀκ τούτου καὶ τοὺς ἄλλους τοὺς τὰ αὐτά σφισι βουλομένους [3] ἤθροιζον. καὶ ἐγένοντο μὲν οὐκ ὀλίγοι· ἐγὼ δὲ τὰ μὲν τῶν ἄλλων ὀνόματα οὐδὲν δέομαι καταλέγειν, ἵνα μὴ καὶ δι᾽ ὄχλου γένωμαι, τὸν δὲ δὴ Τρεβώνιον τόν τε Βροῦτον τὸν Δέκιμον, ὃν καὶ Ἰούνιον Ἀλβῖνόν τε ἐπεκάλουν, οὐ δύναμαι [4] παραλιπεῖν. πλεῖστα γὰρ καὶ οὗτοι εὐεργετηθέντες ὑπὸ τοῦ Καίσαρος, καὶ ὅ γε Δέκιμος καὶ ὕπατος ἐς τὸ δεύτερον ἔτος ἀποδεδειγμένος καὶ τῇ Γαλατίᾳ τῇ πλησιοχώρῳ προστεταγμένος, ἐπεβούλευσαν αὐτῷ. 15. καὶ ὀλίγου γε ἐφωράθησαν ὑπό τε τοῦ πλήθους τῶν συνειδότων, καίτοι τοῦ Καίσαρος μήτε λόγον τινὰ περὶ τοιούτου τινὸς προσδεχομένου καὶ πάνυ ἰσχυρῶς τοὺς ἐσαγγέλλοντάς τι τοιουτότροπον [2] κολάζοντος, καὶ ὑπὸ τοῦ διαμέλλειν. αἰδῶ τε γὰρ αὐτοῦ καὶ ὣς ἔχοντες, καὶ φοβούμενοι, καίπερ μηδεμιᾷ ἔτι φρουρᾷ χρωμένου, μὴ καὶ ὑπὸ τῶν ἄλλων τῶν περὶ αὐτὸν ἀεί ποτε ὄντων φθαρῶσι, διῆγον, ὥστε καὶ κινδυνεῦσαι ἐλεγχθέντες [3] ἀπολέσθαι. καὶ ἔπαθον ἂν τοῦτο, εἰ μὴ συνταχῦναι τὸ ἐπιβούλευμα καὶ ἄκοντες ἠναγκάσθησαν. λόγου γάρ τινος, εἴτ᾽ οὖν ἀληθοῦς εἴτε καὶ ψευδοῦς, οἷά που φιλεῖ λογοποιεῖσθαι, διελθόντος ὡς τῶν ἱερέων τῶν πεντεκαίδεκα καλουμένων διαθροούντων ὅτι ἡ Σίβυλλα εἰρηκυῖα εἴη μήποτ᾽ ἂν τοὺς Πάρθους ἄλλως πως [4] πλὴν ὑπὸ βασιλέως ἁλῶναι, καὶ μελλόντων διὰ τοῦτο αὐτῶν τὴν ἐπίκλησιν ταύτην τῷ Καίσαρι δοθῆναι ἐσηγήσεσθαι, τοῦτό τε πιστεύσαντες ἀληθὲς εἶναι, καὶ ὅτι καὶ τοῖς ἄρχουσιν, ὧνπερ καὶ ὁ Βροῦτος καὶ ὁ Κάσσιος ἦν, ἡ ψῆφος ἅτε καὶ ὑπὲρ τηλικούτου βουλεύματος ἐπαχθήσοιτο, καὶ οὔτ᾽ ἀντειπεῖν τολμῶντες οὔτε σιωπῆσαι ὑπομένοντες, ἐπέσπευσαν τὴν ἐπιβουλὴν πρὶν καὶ ὁτιοῦν περὶ αὐτοῦ χρηματισθῆναι. 16. ἐδέδοκτο δὲ αὐτοῖς ἐν τῷ συνεδρίῳ τὴν ἐπιχείρησιν ποιήσασθαι. τόν τε γὰρ Καίσαρα ἥκιστα ἐνταῦθα ὑποτοποῦντά τι πείσεσθαι εὐαλωτότερον ἔσεσθαι, καὶ σφίσιν εὐπορίαν ἀσφαλῆ ξιφῶν ἐν κιβωτίοις ἀντὶ γραμματείων τινῶν ἐσκομισθέντων ὑπάρξειν, τοῦς τε ἄλλους οὐ δυνήσεσθαι, οἷά [2] που καὶ ἀόπλους ὄντας, ἀμῦναι προσεδόκων· εἰ δ᾽ οὖν τις καὶ τολμήσειέ που, ἀλλὰ τοὺς γε μονομάχους, οὓς πολλοὺς ἐν τῷ Πομπηίου θεάτρῳ, πρόφασιν ὡς καὶ ὁπλομαχήσοντας, προπαρεσκευάσαντο, βοηθήσειν σφίσιν ἤλπιζον· ἐκεῖ γάρ που ἐν οἰκήματί τινι τοῦ περιστῴου συνεδρεύειν ἔμελλον. καὶ οἱ μέν, ἐπειδὴ ἡ κυρία ἧκεν, ἔς τε τὸ βουλευτήριον ἅμα ἕῳ συνελέγησαν καὶ τὸν 17. Καίσαρα παρεκάλουν· ἐκείνῳ δὲ προέλεγον μὲν καὶ μάντεις τὴν ἐπιβουλήν, προέλεγε δὲ καὶ ὀνείρατα. ἐν γὰρ τῇ νυκτὶ ἐν ᾗ ἐσφάγη ἥ τε γυνὴ αὐτοῦ τήν τε οἰκίαν σφῶν συμπεπτωκέναι καὶ τὸν ἄνδρα συντετρῶσθαί τε ὑπό τινων καὶ ἐς τὸν κόλπον αὐτῆς καταφυγεῖν ἔδοξε, καὶ ὁ Καῖσαρ ἐπί τε τῶν νεφῶν μετέωρος αἰωρεῖσθαι καὶ τῆς [2] τοῦ Διὸς χειρὸς ἅπτεσθαι. πρὸς δ᾽ ἔτι καὶ σημεῖα οὔτ᾽ ὀλίγα οὔτ᾽ ἀσθενῆ αὐτῷ ἐγένετο· τά τε γὰρ ὅπλα τὰ Ἄρεια παρ᾽ αὐτῷ τότε ὡς καὶ παρὰ ἀρχιερεῖ κατά τι πάτριον κείμενα ψόφον τῆς νυκτὸς πολὺν ἐποίησε, καὶ αἱ θύραι τοῦ δωματίου ἐν ᾧ ἐκάθευδεν αὐτόμαται ἀνεῴχθησαν. [3] τά τε ἱερὰ ἃ ἐπ᾽ αὐτοῖς ἐθύσατο οὐδὲν αἴσιον ὑπέφηνε, καὶ οἱ ὄρνιθες δι᾽ ὧν ἐμαντεύετο οὐκ ἐπέτρεπον αὐτῷ ἐκ τῆς οἰκίας ἐξελθεῖν. ἤδη δέ τισι καὶ τὸ τοῦ δίφρου τοῦ ἐπιχρύσου ἐνθύμιον μετά γε τὴν σφαγὴν αὐτοῦ ἐγένετο, ὅτι αὐτὸν ὁ ὑπηρέτης βραδύνοντος τοῦ Καίσαρος ἐξεκόμισεν ἐκ τοῦ συνεδρίου, νομίσας μηκέτ᾽ αὐτοῦ χρείαν ἔσεσθαι. 18. χρονίζοντος δ᾽ οὖν διὰ ταῦτα τοῦ Καίσαρος, δείσαντες οἱ συνωμόται μὴ ἀναβολῆς γενομένης ῾θροῦς γάρ τις διῆλθεν ὅτι οἴκοι τὴν ἡμέραν ἐκείνην μενεἶ τό τε ἐπιβούλευμά σφισι διαπέσῃ καὶ αὐτοὶ φωραθῶσι, πέμπουσι τὸν Βροῦτον τὸν Δέκιμον, ὅπως ὡς καὶ πάνυ φίλος αὐτῷ δοκῶν εἶναι ποιήσῃ [2] αὐτὸν ἀφικέσθαι. καὶ ὃς τά τε προταθέντα ὑπ᾽ αὐτοῦ φαυλίσας, καὶ τὴν γερουσίαν σφόδρα ἐπιθυμεῖν ἰδεῖν αὐτὸν εἰπών, ἔπεισε προελθεῖν. κἀν τούτῳ εἰκών τις αὐτοῦ, ἣν ἐν τοῖς προθύροις ἀνακειμένην εἶχε, κατέπεσεν ἀπὸ ταὐτομάτου καὶ [3] συνεθραύσθη. ἀλλ᾽ ἔδει γὰρ αὐτὸν τότε μεταλλάξαι, οὐδὲν οὔτε τούτου ἐφρόντισε οὔτε τινὸς τὴν ἐπιβουλήν οἱ μηνύοντος ἤκουσε. καὶ βιβλίον τι παρ᾽ αὐτοῦ λαβών, ἐν ᾧ πάντα τὰ πρὸς τὴν ἐπίθεσιν παρεσκευασμένα ἀκριβῶς ἐνεγέγραπτο, οὐκ ἀνέγνω, νομίσας ἄλλο τι αὐτὸ τῶν οὐκ ἐπειγόντων [4] ἔχειν. τό τε σύμπαν οὕτως ἐθάρσει ὥστε καὶ πρὸς τὸν μάντιν τὸν τὴν ἡμέραν ἐκείνην φυλάσσεσθαί ποτε αὐτῷ προαγορεύσαντα εἰπεῖν ἐπισκώπτων ‘ποῦ δῆτά σου τὰ μαντεύματα; ἢ οὐχ ὁρᾷς ὅτι τε ἡ ἡμέρα ἣν ἐδεδίεις πάρεστι, καὶ ἐγὼ ζῶ;’ καὶ ἐκεῖνος τοσοῦτον, ὥς φασι, μόνον ἀπεκρίνατο, ὅτι ‘ναὶ πάρεστιν, οὐδέπω δὲ παρελήλυθεν.’ 19. ὡς δ᾽ οὖν ἀφίκετό ποτε πρὸς τὸ συνέδριον, Τρεβώνιος μὲν Ἀντώνιον ἔξω που ἀποδιέτριψεν. ἐβουλεύσαντο μὲν γὰρ καὶ τοῦτον τόν τε Λέπιδον [2] ἀποκτεῖναι· φοβηθέντες δὲ μὴ καὶ ἐκ τοῦ πλήθους τῶν ἀπολομένων διαβληθῶσιν ὡς καὶ ἐπὶ δυναστείᾳ ἀλλ᾽ οὐκ ἐπ᾽ ἐλευθερώσει τῆς πόλεως, ἣν προεβάλλοντο, τὸν Καίσαρα πεφονευκότες, οὐδὲ παρεῖναι τὸν Ἀντώνιον τῇ σφαγῇ αὐτοῦ ἠθέλησαν, ἐπεὶ ὅ γε Λέπιδος ἐξεστράτευτο καὶ ἐν τῷ [3] προαστείῳ ἦν. ἐκείνῳ μὲν δὴ Τρεβώνιος διελέγετο· οἱ δὲ δὴ ἄλλοι τὸν Καίσαρα ἐν τούτῳ ἀθρόοι περιστάντες ῾εὐπρόσοδός τε γὰρ καὶ φιλοπροσήγορος ἐν τοῖς μάλιστα ἦν᾽ οἱ μὲν ἐμυθολόγουν, οἱ δὲ ἱκέτευον δῆθεν αὐτόν, ὅπως ἥκιστά τι ὑποπτεύσῃ. [4] ἐπεί τε ὁ καιρὸς ἐλάμβανε, προσῆλθέ τις αὐτῷ ὡς καὶ χάριν τινὰ γιγνώσκων, καὶ τὸ ἱμάτιον αὐτοῦ ἀπὸ τοῦ ὤμου καθείλκυσε, σημεῖόν τι τοῦτο κατὰ τὸ συγκείμενον τοῖς συνωμόταις αἴρων· κἀκ τούτου προσπεσόντες αὐτῷ ἐκεῖνοι [5] πολλαχόθεν ἅμα κατέτρωσαν αὐτόν, ὥσθ᾽ ὑπὸ τοῦ πλήθους αὐτῶν μήτ᾽ εἰπεῖν μήτε πρᾶξαί τι τὸν Καίσαρα δυνηθῆναι, ἀλλὰ συγκαλυψάμενον σφαγῆναι πολλοῖς τραύμασι. ταῦτα μὲν τἀληθέστατα· ἤδη δέ τινες καὶ ἐκεῖνο εἶπον, ὅτι πρὸς τὸν Βροῦτον ἰσχυρῶς πατάξαντα ἔφη ‘καὶ σύ, τέκνον;’ 20. θορύβου δ᾽ οὖν πολλοῦ παρὰ τῶν ἄλλων τῶν τε ἔνδον ὄντων καὶ τῶν ἔξωθεν προσεστηκότων πρός τε τὸ αἰφνίδιον τοῦ πάθους, καὶ ὅτι ἠγνόουν τούς τε σφαγέας καὶ τὸ πλῆθος τήν τε διάνοιαν αὐτῶν, γενομένου πάντες ὡς καὶ κινδυνεύσοντες [2] ἐταράσσοντο, καὶ αὐτοί τε ἐς φυγὴν ὥρμησαν ᾗ ἕκαστος ἐδύνατο, καὶ τοὺς προστυγχάνοντάς σφισιν ἐξέπλησσον, σαφὲς μὲν οὐδὲν λέγοντες, αὐτὰ δὲ ταῦτα μόνον βοῶντες, ‘φεῦγε, κλεῖε, [3] κλεῖε.’ καὶ αὐτὰ καὶ οἱ λοιποὶ παραλαμβάνοντες παρ᾽ ἀλλήλων ὡς ἕκαστος διεβόων, καὶ τήν τε πόλιν θρήνων ἐπλήρουν, καὶ αὐτοὶ ἔς τε τὰ ἐργαστήρια καὶ ἐς τὰς οἰκίας ἐσπίπτοντες ἀπεκρύπτοντο, καίτοι τῶν σφαγέων ἔς τε τὴν ἀγορὰν ὥσπερ εἶχον ὁρμησάντων, καὶ τοῖς τε σχήμασιν ἐνδεικνυμένων καὶ προσεκβοώντων μὴ φοβεῖσθαι. [4] ἐκεῖνοι μὲν γὰρ τοῦτό τε ἅμα ἔλεγον καὶ τὸν Κικέρωνα συνεχῶς ἀνεκάλουν, ὁ δὲ ὅμιλος οὔτ᾽ ἄλλως ἐπίστευέ σφισιν ἀληθεύειν οὔτε ῥᾳδίως καθίστατο· ὀψὲ δ᾽ οὖν ποτε καὶ μόλις, ὡς οὔτε τις ἐφονεύετο οὔτε συνελαμβάνετο, θαρσήσαντες 21. ἡσύχασαν. καὶ συνελθόντων αὐτῶν ἐς ἐκκλησίαν πολλὰ μὲν κατὰ τοῦ Καίσαρος πολλὰ δὲ καὶ ὑπὲρ τῆς δημοκρατίας οἱ σφαγεῖς εἶπον, θαρσεῖν τέ σφας καὶ μηδὲν δεινὸν προσδέχεσθαι ἐκέλευον· οὔτε γὰρ ἐπὶ δυναστείᾳ οὔτ᾽ ἐπ᾽ ἄλλῃ πλεονεξίᾳ οὐδεμιᾷ ἀπεκτονέναι αὐτὸν ἔφασαν, ἀλλ᾽ ἵν᾽ ἐλεύθεροί τε καὶ αὐτόνομοι ὄντες ὀρθῶς πολιτεύωνται. [2] τοιαῦτα ἄττα εἰπόντες τοὺς μὲν πολλοὺς κατέστησαν, καὶ μάλισθ᾽ ὅτι οὐδένα ἠδίκουν· αὐτοὶ δὲ δὴ φοβούμενοι καὶ ὣς μή τις σφίσιν ἀντεπιβουλεύσῃ, ἀνῆλθον ἐς τὸ Καπιτώλιον ὡς καὶ τοῖς θεοῖς προσευξόμενοι, καὶ ἐκεῖ τήν τε ἡμέραν καὶ [3] τὴν νύκτα ἐνδιέτριψαν. καὶ αὐτοῖς καὶ ἄλλοι τινὲς τῶν πρώτων ἀφ᾽ ἑσπέρας, τῆς μὲν ἐπιβουλῆς οὐ συμμετασχόντες, τῆς δὲ ἀπ᾽ αὐτῆς δόξης, ὡς καὶ ἐπαινουμένους σφᾶς ἑώρων, καὶ τῶν ἄθλων ἃ [4] προσεδέχοντο μεταποιησόμενοι, συνεγένοντο. καὶ συνέβη γε αὐτοῖς ἐς τοὐναντίον τὸ πρᾶγμα δικαιότατα περιστῆναι· οὔτε γὰρ τὸ ὄνομα τοῦ ἔργου ἅτε μηδὲν αὐτοῦ προσκοινωνήσαντες ἔλαβον, καὶ τοῦ κινδύνου τοῦ τοῖς δράσασιν αὐτὸ συμβάντος ὡς καὶ συνεπιβουλεύσαντές σφισι μετέσχον. 22. ἰδὼν δὲ ταῦτα ὁ Δολοβέλλας οὐδ᾽ αὐτὸς ἠξίου τὴν ἡσυχίαν ἄγειν, ἀλλ᾽ ἔς τε τὴν ὕπατον ἀρχὴν καίπερ μηδέπω οἱ προσήκουσαν ἐσῆλθε, καὶ δημηγορήσας τι περὶ τῶν παρόντων ἐς τὸ [2] Καπιτώλιον ἀνέβη. τούτων δὲ ἐνταῦθα ὄντων, ὁ Λέπιδος μαθὼν τὰ γεγενημένα τήν τε ἀγορὰν μετὰ τῶν στρατιωτῶν τῆς νυκτὸς κατέλαβε, καὶ κατὰ τῶν σφαγέων ἅμα ἕῳ ἐδημηγόρει.

 

Testa di M. Giunio Bruto. Marmo, 30-15 a.C. dalla zona del Tevere. Museo di Palazzo Massimo alle Terme.

Testa di M. Giunio Bruto. Marmo, 30-15 a.C. dalla zona del Tevere. Museo di Palazzo Massimo alle Terme.

  1. Questa dunque era la situazione di Cesare. I congiurati ruppero gli indugi, e per renderlo odioso anche ai suoi più fedeli amici sparsero molte calunnie nei suoi riguardi, e alla fine lo salutarono rex, usando spesso tale nome anche quando parlavano tra di loro. [2] E poiché egli respinse il titolo di rex e rimproverò coloro che usavano tale termine parlando con lui, senza però compiere un atto che potesse apertamente dimostrare che si sdegnava veramente per questo titolo, posero di nascosto un diadema sul capo della sua statua che stava sui Rostra. [3] I tribuni della plebe C. Epidio Marullo e L. Cesezio Flavo la tolsero ed egli si adirò molto, benché essi non avessero pronunziato alcuna frase offensiva, anzi lo avessero lodato dinanzi al popolo come un uomo per nulla desideroso di tale onore. In quell’occasione, seppur adirato, seppe frenarsi. 10. In seguito però, avendolo di nuovo alcuni chiamato re mentre tornava a cavallo dal Monte Albano (ed egli aveva risposto loro che il suo nome era Cesare e non rex) e poiché i tribuni avevano intentato un processo a colui che per primo lo aveva chiamato così, non seppe più trattenere l’ira, ma andò su tutte le furie, come se essi avessero voluto in tal modo provocare disordini. [2] Sul momento non prese alcun provvedimento contro di loro; ma poi, avendo i tribuni dichiarato in un pubblico avviso che non avevano più sicurezza né libertà di parola riguardo agli affari della res publica, si adirò fortemente, li mise in stato di accusa davanti al Senato e chiese una votazione. [3] Non li condannò a morte, benché alcuni senatori fossero favorevoli alla condanna, ma li destituì dalla carica, su proposta del tribuno Elvio Cinna[1], e li espulse dal Senato. I senatori si rallegrarono per questo provvedimento – o finsero di rallegrarsi – pensando che non avevano nessun bisogno di esporre liberamente la propria opinione e affrontare dei rischi: non essendo immischiati nella faccenda, guardavano all’episodio come da una vedetta; [4] Cesare però fu biasimato per quest’avvenimento, perché avendo il dovere di punire quelli che l’avevano chiamato rex, li mandò assolti, punendo invece i tribuni della plebe. 11. Oltre a questi fatti ne accadde poco dopo un altro che dimostrava ancor meglio che Cesare respingeva a parole il titolo di rex, mentre in realtà lo desiderava ardentemente. [2] Durante la festa dei Lupercalia[2] egli era entrato nella Regia e si era seduto in tribuna sul suo scranno dorato, tutto splendente nell’abito regale e con la rilucente corona d’oro sul capo; Antonio insieme ai suoi colleghi sacerdoti[3] lo salutò rex e gli pose in capo il diadema, dicendo: «È il popolo che ti da questo per mio mezzo». [3] E Cesare rispose: «Giove soltanto è il rex dei Romani!», e mandò il diadema al dio sul Campidoglio. Non si adirò, ma volle che nel verbale della seduta si scrivesse che egli aveva rifiutato il titolo di rex offertogli dal popolo attraverso il console. Si ebbe perciò il sospetto che avesse preparato l’avvenimento d’accordo con altri, che desiderasse ardentemente quel titolo e che volesse essere costretto ad accettarlo: il che gli procurò un forte odio. [4] Per questo alcuni proposero nelle elezioni che quei tribuni di cui ho parlato fossero nominati consoli, e avvicinando in privato M. Bruto[4] e gli altri spiriti audaci, li spingevano ad agire e li esortavano pubblicamente. 12. Sfruttando l’omonimia di questo Bruto con il famoso Bruto che aveva cacciato i Tarquini, misero in giro molte scritte dove dicevano che lui non era affatto un discendente di quel Bruto: infatti, quell’uomo uccise i suoi due unici figli, quando erano ancora bambini, e non lasciò eredi. [2] Tuttavia la maggior parte dei Romani fingeva di ammettere la discendenza, affinché questo Bruto fosse spinto a compiere un’impresa simile a causa della parentela con quello. E continuamente lo chiamavano gridando: «Bruto! Bruto!», e aggiungendo: «Abbiamo bisogno di un Bruto!». [3] Alla fine posero un’iscrizione sulla statua dell’antico Bruto, che diceva: «O se tu fossi vivo!», e un’altra sulla tribuna di questo Bruto – egli era allora praetor urbanus e il luogo in cui siede e giudica si chiama appunto “tribuna”), che diceva: «Tu dormi, o Bruto» e «Tu non sei un Bruto». 13. Queste circostanze indussero Bruto a ordire la congiura contro Cesare, di cui era stato sempre nemico, quantunque in seguito avesse da lui ricevuto dei benefici […] Aggiunse a sé C. Cassio[5], marito di sua sorella, anche lui perdonato da Cesare e per di più onorato con la praetura. In seguito si unirono a loro altri Romani, che nutrivano i medesimi sentimenti, [3] e non pochi per numero. Io non voglio ricordarli tutti per nome, per non tediare il lettore, ma non posso passare sotto silenzio Trebonio e D. Bruto[6], che era chiamato anche Giunio e Albino. [4] Anche costoro avevano ricevuto molti benefici da Cesare; anzi a D. Bruto, designato console per l’anno seguente, era stato affidato il governo della Gallia Cisalpina: eppure aderirono alla congiura. 15. Mancò poco che la congiura venisse scoperta per il gran numero degli aderenti e per la loro esitazione, benché Cesare non accettasse nessuna denuncia di un simile fatto e rimproverasse duramente quanti gli riferivano qualche particolare di questo genere. [2] I congiurati avevano una certa soggezione di Cesare e temevano, benché egli non avesse più una scorta, di essere uccisi da quelli che gli stavano sempre intorno. Perciò rimandavano l’impresa, tanto da correre il pericolo di essere scoperti e uccisi. [3] E avrebbero realmente subito quella sorte, se non fossero stati costretti a realizzare al più presto il loro piano anche contro voglia. Si era sparsa la voce – non sappiamo se vera o falsa, come suole accadere in simili casi – che i cosiddetti quindecemviri sacris faciundis avessero riferito il seguente responso della Sibilla: «I Parti non potranno essere vinti se non da un rex», [4] e che per questo motivo essi fossero sul punto di proporre che venisse dato a Cesare quel titolo. I congiurati credettero a questa voce, e siccome, trattandosi di un provvedimento di una certa importanza, sarebbero stati chiamati a votare anche Bruto e Cassio in quanto magistrati e non avrebbero osato opporsi, né sopportato di tacere, si affrettarono a portare a compimento la congiura prima che si discutesse in qualche modo su quella proposta. 16. Avevano deciso di eseguire l’attentato in Senato, dove sarebbe stato facile colpire Cesare, in quanto non poteva affatto sospettare di subire un danno in quel luogo. Avrebbero avuto il vantaggio delle spade, che sarebbero state portate dentro casse al posto dei documenti, mentre gli altri non avrebbero potuto reagire perché inermi. [2] Se poi qualcuno avesse osato opporsi, potevano contare sull’aiuto dei gladiatori che avevano radunato in gran numero nel teatro di Pompeo, con il pretesto che avrebbero dovuto combattere: essi, infatti, avevano ricevuto l’ordine di restare fermi in quel luogo nel peristilio. I congiurati, dunque, quando arrivò il giorno stabilito, si radunarono all’alba nel Senato e mandarono a chiamare Cesare. 17. Il dittatore era stato avvertito della congiura sia dagli indovini sia dai sogni. Infatti, nella notte precedente il giorno in cui fu ucciso, la moglie[7] aveva sognato che la casa era crollata, che il marito veniva ferito da alcuni uomini e si rifugiava nel suo grembo; anche Cesare aveva sognato di essere portato in cielo sulle nubi e di toccare la mano di Giove. [2] Accaddero per lui altri segni numerosi e ben chiari: le armi di Marte che stavano, secondo la tradizione, in casa sua in quanto pontifex maximus fecero in quella notte un gran rumore, e le porte della camera dove dormiva si spalancarono spontaneamente. [3] Inoltre i sacrifici che furono fatti per questi portenti diedero segni sfavorevoli, e gli uccelli, di cui ci si serviva per i vaticini, gli vietavano di uscir di casa. E alcuni dopo l’uccisione videro un chiaro segno anche in ciò che accadde al seggio dorato: lo schiavo, a causa del ritardo di Cesare, lo aveva portato via dal Senato, nella convinzione che non ce ne fosse più bisogno. 18. Poiché Cesare dunque, per questi motivi, tardava ad arrivare, i congiurati temettero che ci potesse essere un rinvio della seduta – corse, infatti, la voce che Cesare volesse rimanere a casa quel giorno – e che la congiura fosse stata scoperta, trascinandoli in una sicura rovina. Perciò mandarono D. Bruto, all’apparenza un suo carissimo amico, perché lo convincesse a venire. [2] Costui disperse i motivi addotti da Cesare e gli disse che i senatori desideravano ardentemente vederlo: così lo persuase. In quel momento una statua del dittatore, che si trovava nel vestibolo, cadde spontaneamente e andò in mille pezzi. [3] Ma Cesare – era proprio destino che egli perisse in quel giorno – non badò a questo portento, né diede ascolto ad un indovino che gli svelava la congiura. Prendendo da lui il libello sul quale erano esposti accuratamente tutti i preparativi della congiura, non lo lesse, pensando si trattasse di qualche supplica per nulla urgente. [4] Nel complesso era talmente fiducioso da dire, scherzando, all’indovino che gli raccomandava di star bene attento a quel giorno: «Dove sono andate a finire le tue profezie? Non vedi che il giorno che temevi è giunto, e io sono ancora vivo?». E si dice che l’indovino gli abbia risposto: «Sì, è arrivato, ma non è ancora passato». 19. Quando Cesare entrò in Senato, Trebonio trattenne fuori Antonio. Veramente avevano progettato di eliminare anche lui e Lepido; [2] temendo però, se avessero accresciuto il numero delle vittime, di essere accusati di aver ucciso Cesare per brama di potere e non per la liberazione di Roma – come si vantavano – e, pertanto, non vollero che Antonio fosse presente alla strage (quanto a Lepido, si trovava nel suburbio, perché si accingeva a partire per una spedizione militare). [3] Mentre dunque Trebonio s’intratteneva con Antonio, gli altri congiurati si accalcarono intorno a Cesare (era infatti di facile accesso e cordialissimo), o per conversare o per presentargli una supplica, affinché non avesse il minimo sospetto. [4] Quando giunse il momento, uno di essi[8], avvicinandosi a lui come per ringraziarlo di un favore ricevuto, gli tirò giù dalla spalla la toga, dando così ai congiurati il segnale convenuto. Subito essi gli piombarono addosso da ogni lato e lo colpirono. [5] Cesare, per il gran numero dei congiurati non potendo parlare, né difendersi, si coperse con il mantello e cadde trafitto da molte ferite. Questa è la verità; alcuni, però, hanno affermato che Cesare abbia detto a Bruto, mentre lo colpiva spietatamente: «Anche tu, figlio mio?». 20. Nacque un gran scompiglio fra i senatori, sia quelli che stavano in aula sia quelli che si trovavano fuori, per una disgrazia così improvvisa e anche perché non sapevano chi fossero gli assassini, né il loro numero e nemmeno le loro reali intenzioni. [2] Atterriti dal pericolo, fuggirono dove ciascuno poté, spaventando nello stesso tempo quelli che incontravano. Non dicevano nulla di chiaro, ma gridavano soltanto: «Scappa! Chiudi, chiudi!». [3] Tutti si passavano queste parole l’un con l’altro e gridavano, riempiendo la città di gemiti. Correvano dentro le botteghe e dentro le case, e lì si nascondevano, benché gli uccisori, precipitandosi così come si trovavano nel Foro, raccomandassero con i gesti e con le parole di non aver paura. [4] E mentre dicevano questo, invocavano senza interruzione il nome di Cicerone[9]. Ma la folla non credeva ai loro discorsi e tardava a calmarsi. Finalmente, con fatica, poiché vedevano che nessuno veniva ucciso né arrestato, ripresero fiducia e si calmarono. 21. Quando il Senato si fu radunato, gli uccisori parlarono a lungo contro Cesare e in difesa della democrazia, esortando i senatori ad avere fiducia e a non temere nessun male. Dicevano che avevano eliminato Cesare non per brama di potere, né per procurarsi dei guadagni, ma affinché i Romani fossero rettamente governati come cittadini liberi e indipendenti. [2] Queste parole, e soprattutto il fatto che nessuno veniva offeso, tranquillizzarono i più. Tuttavia i congiurati, temendo che qualcuno potesse tendere qualche rappresaglia, salirono sul Campidoglio, facendo credere di voler pregare gli dèi, e lì passarono il giorno e la notte. [3] Sul far della sera si unirono a loro alcuni ragguardevoli cittadini, che non avevano preso parte diretta alla congiura, ma speravano di partecipare alla gloria da essa derivante (vedevano, infatti, che i Cesaricidi venivano esaltati) e ai vantaggi che ne sarebbero scaturiti. [4] Accadde però a loro – e molto giustamente – tutto il contrario di ciò che si aspettavano: non ebbero la gloria del fatto, in quanto non vi avevano in alcun modo partecipato, e incapparono invece nei pericoli che minacciavano i veri congiurati, come se avessero davvero preso parte all’azione. 22. Visto ciò, anche P. Dolabella decise di agire: assunse il consolato, benché ancora non gli spettasse, e dopo aver tenuto un discorso davanti al popolo riguardo alla situazione che si era venuta a creare, salì sul Campidoglio. [2] Stando così le cose, Lepido, venuto a sapere di ciò che era accaduto, occupò il Foro di notte con i suoi soldati e all’alba parlò al popolo contro gli assassini.
M. Giunio Bruto. Denario, Ar. 3,59 g. 43-42 a.C. R – EID.MAR, Pileo fra due pugnali.

M. Giunio Bruto. Denario, Ar. 3,59 g. 43-42 a.C. R – EID.MAR, Pileo fra due pugnali.

[1] Colui che nella confusione seguita all’assassinio di Cesare in Senato verrà ucciso dalla folla inferocita, perché scambiato con il praetor omonimo Cornelio Cinna, uno dei congiurati (cfr. Dion., XLIV 50, 4).

[2] La festa dei Lupercalia si celebrava ogni anno a febbraio in onore di Lupercus (gr. Πάν Λυκαῖος). Lo scrittore usa qui il termine greco γυμνοπαιδίαι: le «gimnopedie» erano una festa in onore di Apollo e Artemide, che si celebrava a Sparta; in essa giovinetti scelti danzavano nudi ed eseguivano esercizi ginnici.

[3] Antonio era stato eletto flamen Dialis, ossia addetto al culto di Giove.

[4] M. Giunio Bruto (da non confondere con D. Bruto) fu figura di primo piano nella società del tempo di Cesare. Era figlio di M. Giunio Bruto, tribuno della plebe nell’83 a.C., ma fu adottato dallo zio Q. Servilio Cepione. Nacque verso l’85 a.C.; fu quaestor di Ap. Claudio in Cilicia nel 53, e sostenitore di Pompeo nella guerra civile contro Cesare. Perdonato da quest’ultimo dopo Farsalo, nel 46 ebbe il governo della Gallia Cisalpina nel 44 fu praetor urbanus. Nel 46 divorziò dalla moglie Claudia e sposò Porcia, figlia di M. Porcio Catone Uticense. Dopo la morte di Cesare fu, insieme a Cassio, il capo della guerra contro Antonio e Ottaviano, e morì a Filippi nel 42. Fu amico di Cicerone, che lo ebbe molto caro e gli dedicò tre opere (De finibus bonorum et malorum; Orator; un gruppo di Epistolae). Alla fine del Brutus il grande oratore fa un lunghissimo ed entusiastico elogio di questo suo giovane amico: Sed in te intuens, Brute, doleo, cuius in adulescentiam per medias laudes quasi quadrigis vehentem transversa incurrit misera fortuna rei publicae

[5] C. Cassio Longino fu quaestor di Crassso nella spedizione contro i Parti del 53 a.C. Dopo la sconfitta ebbe l’incarico di difendere la Syria. Fu tribunus plebis nel 49 a.C., e nella guerra civile tra Cesare e Pompeo parteggiò per quest’ultimo. Perdonato da Cesare dopo Farsalo, fu l’animatore della congiura, ma con minore autorità di Bruto. Era cognato di questi, di cui aveva sposato la sorella Giunia Terza.

[6] Era figlio di D. Bruto, console nel 77 a.C., ma fu adottato da Postumio Albino. Partecipò attivamente alla guerra gallica di Cesare, di cui godé l’affetto e la stima, e fu il principale artefice della vittoria sulla tribù gallica dei Veneti. Dopo l’assassinio di Cesare fu uno dei più accaniti nemici di Antonio. Dopo la guerra di Modena passò nella Gallia Comata, dove sperava di ricevere aiuti dal goernatore Planco: ma fu pienamente deluso. Dalla Gallia cercò di raggiungere la Macedonia, per ricongiungersi con M. Bruto, ma fu catturato e ucciso per ordine di Antonio.

[7] Calpurnia. Era la figlia di L. Calpurnio Pisone Cesonino (sposata nel 59 a.C.). Era la sua terza moglie: la prima era stata Cornelia, figlia di P. Cornelio Cinna (sposata nell’84 e morta nel 68); la seconda era stata Pompea, figlia di Q. Pomponio Rufo (sposata nel 67 e ripudiata nel 61, perché coinvolta nello scandalo del famigerato tribuno P. Clodio). Dalla prima moglie Cornelia, Cesare aveva avuto la figlia Giulia.

[8] Secondo Svet., Caes. 82, il primo a colpire Cesare sarebbe stato P. Servilio Casca. Qualche istante prima Tillio Cimbro si era avvicinato al dittatore come per chiedergli un favore. Ma egli si era rifiutato di ascoltarlo, facendo chiaramente capire che intendeva rimandare la questione ad un altro momento.

[9] La notizia accolta qui da Cassio Dione fu diffusa da Antonio subito dopo l’uccisione di Cesare. Ma era una notizia falsa: in realtà i congiurati si erano ben guardati dal comunicare il loro progetto a Cicerone, perché non si fidavano della sua capacità di segretezza (cfr. Plut., Brut. 12, 1).

Dies sceleratus

Svetonio, De Vita Caesarum I 80-82 (Maximilian Ihm, C. Suetoni Tranquilli opera. Vol. 1. De vita Caesarum libri VIII. Teubner, Leipzig 1907= 19082).

Jean-Léon Gérôme, La mort de César. Olio su tela, 1859-67. Walters Art Museum.

Jean-Léon Gérôme, La mort de César. Olio su tela, 1859-67. Walters Art Museum.

  1. Quae causa coniuratis maturandi fuit destinata negotia, ne assentiri necesse esset. Consilia igitur dispersim antea habita et quae saepe bini terniue ceperant, in unum omnes contulerunt, ne populo quidem iam praesenti statu laeto, sed clam palamque detrectante dominationem atque assertores flagitante. peregrinis in senatum allectis libellus propositus est: «Bonum factum: ne quis senatori nouo curiam monstrare uelit!». et illa uulgo canebantur: «Gallos Caesar in triumphum ducit, idem in curiam»: Galli bracas deposuerunt, latum clauum sumpserunt. Quinto Maximo suffecto trimenstrique consule theatrum introeunte, cum lictor animaduerti ex more iussisset, ab uniuersis conclamatum est non esse eum consulem. post remotos Caesetium et Marullum tribunos reperta sunt proximis comitiis complura suffragia consules eos declarantium. subscripsere quidam Luci Bruti statuae: «utinam uiueres!» item ipsius Caesaris: «Brutus, quia reges eiecit, consul primus factus est: hic, quia consules eiecit, rex postremo factus est». conspiratum est in eum a sexaginta amplius, Gaio Cassio Marcoque et Decimo Bruto principibus conspirationis. qui primum cunctati utrumne in Campo per comitia tribus ad suffragia uocantem partibus diuisis e ponte deicerent atque exceptum trucidarent, an in Sacra uia uel in aditu theatri adorirentur, postquam senatus Idibus Martiis in Pompei curiam edictus est, facile tempus et locum praetulerunt.
  2. Sed Caesari futura caedes euidentibus prodigiis denuntiata est. paucos ante menses, cum in colonia Capua deducti lege Iulia coloni ad extruendas uillas uetustissima sepulcra dissicerent idque eo studiosius facerent, quod aliquantum uasculorum operis antiqui scrutantes reperiebant, tabula aenea in monimento, in quo dicebatur Capys conditor Capuae sepultus, inuenta est conscripta litteris uerbisque Graecis hac sententia: «quandoque ossa Capyis detecta essent, fore ut illo prognatus manu consanguineorum necaretur magnisque mox Italiae cladibus uindicaretur». cuius rei, ne quis fabulosam aut commenticiam putet, auctor est Cornelius Balbus, familiarissimus Caesaris. proximis diebus equorum greges, quos in traiciendo Rubiconi flumini consecrarat ac uagos et sine custode dimiserat, comperit pertinacissime pabulo abstinere ubertimque flere. et immolantem haruspex Spurinna monuit, «caueret periculum, quod non ultra Martias Idus proferretur». pridie autem easdem Idus auem regaliolum cum laureo ramulo Pompeianae curiae se inferentem uolucres uarii generis ex proximo nemore persecutae ibidem discerpserunt. ea uero nocte, cui inluxit dies caedis, et ipse sibi uisus est per quietem interdum supra nubes uolitare, alias cum Ioue dextram iungere; et Calpurnia uxor imaginata est conlabi fastigium domus maritumque in gremio suo confodi; ac subito cubiculi fores sponte patuerunt. Ob haec simul et ob infirmam ualitudinem diu cunctatus an se contineret et quae apud senatum proposuerat agere differret, tandem Decimo Bruto adhortante, ne frequentis ac iam dudum opperientis destitueret, quinta fere hora progressus est libellumque insidiarum indicem ab obuio quodam porrectum libellis ceteris, quos sinistra manu tenebat, quasi mox lecturus commiscuit. dein pluribus hostiis caesis, cum litare non posset, introiit curiam spreta religione Spurinnamque irridens et ut falsum arguens, quod sine ulla sua noxa Idus Martiae adessent: quanquam is uenisse quidem eas diceret, sed non praeterisse.
  3. assidentem conspirati specie officii circumsteterunt, ilicoque Cimber Tillius, qui primas partes susceperat, quasi aliquid rogaturus propius accessit renuentique et gestum in aliud tempus differenti ab utroque umero togam adprehendit: deinde clamantem: «ista quidem uis est!» alter e Cascis auersum uulnerat paulum infra iugulum. Caesar Cascae brachium arreptum graphio traiecit conatusque prosilire alio uulnere tardatus est; utque animaduertit undique se strictis pugionibus peti, toga caput obuoluit, simul sinistra manu sinum ad ima crura deduxit, quo honestius caderet etiam inferiore corporis parte uelata. atque ita tribus et uiginti plagis confossus est uno modo ad primum ictum gemitu sine uoce edito, etsi tradiderunt quidam M. Bruto irruenti dixisse: «καὶ σὺ τέκνον»; exanimis diffugientibus cunctis aliquamdiu iacuit, donec lecticae impositum, dependente brachio, tres seruoli domum rettulerunt. nec in tot uulneribus, ut Antistius medicus existimabat, letale ullum repertum est, nisi quod secundo loco in pectore acceperat. Fuerat animus coniuratis corpus occisi in Tiberim trahere, bona publicare, acta rescindere, sed metu M. Antoni consulis et magistri equitum Lepidi destiterunt.

 

Maestro di Marradi. L'assassinio di Giulio Cesare. Affresco, 1475-1500. Spencer Museum of Art, University of Kansas.

Maestro di Marradi. L’assassinio di Giulio Cesare. Affresco, 1475-1500. Spencer Museum of Art, University of Kansas.

  1. Fu questo il motivo che indusse i congiurati ad attuare il loro progetto, per non essere costretti a dare il loro assenso alla proposta. Allora fusero in uno solo i piani – fino a quel momento distinti – che avevano elaborato in gruppi di due o tre persone: anche il popolo non era più contento del presente stato delle cose, ma, di nascosto o apertamente, denigrava la tirannia e reclamava liberatori. All’indirizzo degli stranieri ammessi in Senato, fu pubblicato questo libello: «Buona fortuna! Che nessuno si prenda la briga di indicare la strada della curia ad un nuovo senatore!»; dappertutto, poi, si cantava così: «Cesare conduce in trionfo i Galli, li conduce in Senato; i Galli hanno abbandonato le bracae e indossato il laticlavio». Quando in teatro un littore ordinò di annunciare l’entrata di Q. Massimo, nominato consul suffectus per un trimestre, tutti gli spettatoti in coro gridarono che quello non era console. Durante le elezioni che seguirono alla revoca di Cesezio e Marullo si trovarono numerosi voti che li designavano come consoli. Alcuni scrissero sul basamento della statua di Lucio Bruto: «Oh, se tu fossi ancora vivo!», e di quella dello stesso Cesare: «Bruto fu eletto console per primo perché aveva scacciato i re. Costui, perché ha scacciato i consoli, alla fine è stato fatto re!». Più di sessanta cittadini cospirarono contro di lui, guidati da C. Cassio, M. Bruto e D. Bruto. I congiurati erano indecisi, in un primo tempo, se assassinarlo in Campo Marzio, durante le elezioni, quando egli avrebbe chiamato i tribuni a votare: allora alcuni lo avrebbero fatto cadere dal ponte, e altri lo avrebbero atteso giù, per sgozzarlo; oppure se assalirlo sulla via Sacra, o ancora mentre entrava in teatro. Quando però fu fissato che il Senato si sarebbe riunito alle Idi di marzo nella Curia di Pompeo, non ci furono difficoltà sulla scelta di quella data e di quel luogo.
  2. Ma la morte imminente fu annunciata a Cesare da chiari prodigi. Pochi mesi prima, i coloni condotti a Capua, in virtù della lex Iulia agraria, stavano demolendo antiche tombe per costruirvi sopra case di campagna. Lavoravano con tanto ardore che scoprirono, esplorando le tombe, una gran quantità di vasi di antica fattura e in un sepolcro trovarono una tavoletta di bronzo nella quale si diceva che vi era sepolto Capys, il fondatore di Capua. La tavola recava la scritta in lingua e caratteri greci, il cui senso era questo: «Quando saranno scoperte le ossa di Capys, un discendente di Iulo morrà per mano di consanguinei e ben presto sarà vendicato da terribili disastri dell’Italia». Di questo episodio, perché qualcuno non lo consideri fantasioso o inventato, ha reso testimonianza Cornelio Balbo, intimo amico di Cesare. Negli ultimi giorni Cesare venne a sapere che le mandrie di cavalli che aveva consacrato, quando attraversò il Rubicone, al dio del fiume, e lasciava libere di correre, senza guardiano, si rifiutavano di nutrirsi e piangevano continuamente. Per di più, mentre faceva un sacrificio, l’aruspice Spurinna lo ammonì di «fare attenzione al pericolo che non si sarebbe protratto oltre le Idi di marzo». Il giorno prima delle Idi un uccellino, con un ramoscello di lauro nel becco, volava verso la Curia di Pompeo, quando volatili di genere diverso, levatisi dal bosco vicino, lo raggiunsero e lo fecero a pezzi sul luogo stesso. Nella notte che precedette il giorno della morte, Cesare stesso sognò di volare al di sopra delle nubi e di stringere la mano di Giove; la moglie Calpurnia sognò invece che crollava la sommità della casa e che suo marito veniva ucciso tra le sue braccia; poi, d’un tratto, le porte della camera da letto si aprirono da sole. In seguito a questi presagi, ma anche per il cattivo stato della sua salute, rimase a lungo indeciso se restare in casa e differire gli affari che si era proposto di trattare davanti al Senato; alla fine, poiché D. Bruto lo esortava a non privare della sua presenza i senatori accorsi in gran numero che lo stavano aspettando da un po’, verso la quinta ora uscì. Camminando, prese dalle mani di uno che gli era venuto incontro un libello che denunciava il complotto, ma lo mise insieme con gli altri, come se volesse leggerlo più tardi. Dopo aver fatto quindi molti sacrifici, senza ottenere presagi favorevoli, entrò nella Curia, passando sopra ogni scrupolo religioso, e si prese gioco di Spurinna, accusandolo di dire il falso, perché le Idi erano arrivate senza danno per lui. Spurinna, però, gli rispose che erano arrivate, ma non erano ancora passate.
  3. 82. Mentre prendeva posto a sedere, i congiurati lo circondarono con il pretesto di rendergli onore e subito Cimbro Tillio, che si era assunto l’incarico dell’iniziativa, gli si fece più vicino, come se volesse chiedergli un favore: Cesare però si rifiutò di ascoltarlo e con un gesto gli fece capire di rimandare la cosa ad un altro momento; allora Tillio gli afferrò la toga alle spalle e mentre Cesare gridava: «Ma questa è una violenza bell’e buona!» uno dei due Casca lo ferì dal di dietro, poco sotto la gola. Cesare, afferrato il braccio di Casca, lo colpì con il suo stilo, poi tentò di buttarsi in avanti, ma fu fermato da un’altra ferita. Quando si accorse che lo aggredivano da tutte le parti con i pugnali nelle mani, si avvolse la toga attorno al capo e con la sinistra ne fece scivolare l’orlo fino alle ginocchia, per morire più decorosamente, coperse anche la parte inferiore del corpo. Così fu trafitto da ventitré pugnalate, con un solo gemito, emesso sussurrando dopo il primo colpo; secondo alcuni avrebbe gridato a M. Bruto, che si precipitava contro di lui: «Anche tu, figlio?». Esanime, mentre tutti fuggivano, rimase lì per un po’ di tempo, finché, caricato su una lettiga, con il braccio che penzolava in fuori, fu portato a casa da tre servi. Secondo il referto del medico Antistio, di tante ferite nessuna fu mortale ad eccezione di quella che aveva ricevuto per seconda in pieno petto. I congiurati avrebbero voluto gettare il corpo dell’ucciso nel Tevere, confiscare i suoi beni e annullare tutti i suoi atti, ma rinunciarono al proposito per paura del console M. Antonio e del magister equitum

Legge umana e legge divina

di I. Biondi, Storia e antologia della letteratura greca, vol. 2.A – Il teatro, Firenze 2004, pp. 215-219; testo greco di Sophocles, Antigone, in F. Storr (ed.), Sophocles. Vol.1: Oedipus the King. Oedipus at Colonus. Antigone, London-New York 1912.

 

La legge di Creonte (Antigone, vv. 162-210)

Dopo la sconfitta dell’esercito argivo e la morte di entrambi i discendenti maschi di Edipo, lo scettro passa nelle mani di Creonte, fratello di Giocasta. Proclamato signore della città, egli espone immediatamente ai sudditi il suo programma di governo: il suo primo provvedimento si fonderà sul principio che impone di onorare i caduti in difesa della patria, coprendo di infamia coloro che l’hanno tradita. Per questo motivo, Eteocle e Polinice non avranno lo stesso trattamento: il primo otterrà tutti gli onori degni del suo rango e del valore dimostrato nelle difesa di Tebe; il secondo, assalitore della propria città, sarà lasciato insepolto.

 

Testa femminile (forse di sfinge). Terracotta policroma, VI secolo a.C. dal Tempio di Apollo Ismenio di Tebe. Musée du Louvre.

Testa femminile (forse di sfinge). Terracotta policroma, VI secolo a.C. dal Tempio di Apollo Ismenio di Tebe. Musée du Louvre.

ἄνδρες, τὰ μὲν δὴ πόλεος ἀσφαλῶς θεοὶ

πολλῷ σάλῳ σείσαντες ὤρθωσαν πάλιν.

ὑμᾶς δ᾽ ἐγὼ πομποῖσιν ἐκ πάντων δίχα

165 ἔστειλ᾽ ἱκέσθαι τοῦτο μὲν τὰ Λαΐου

σέβοντας εἰδὼς εὖ θρόνων ἀεὶ κράτη,

τοῦτ᾽ αὖθις, ἡνίκ᾽ Οἰδίπους ὤρθου πόλιν,

κἀπεὶ διώλετ᾽, ἀμφὶ τοὺς κείνων ἔτι

παῖδας μένοντας ἐμπέδοις φρονήμασιν.

170 ὅτ᾽ οὖν ἐκεῖνοι πρὸς διπλῆς μοίρας μίαν

καθ᾽ ἡμέραν ὤλοντο παίσαντές τε καὶ

πληγέντες αὐτόχειρι σὺν μιάσματι,

ἐγὼ κράτη δὴ πάντα καὶ θρόνους ἔχω

γένους κατ᾽ ἀγχιστεῖα τῶν ὀλωλότων.

175 ἀμήχανον δὲ παντὸς ἀνδρὸς ἐκμαθεῖν

ψυχήν τε καὶ φρόνημα καὶ γνώμην, πρὶν ἂν

ἀρχαῖς τε καὶ νόμοισιν ἐντριβὴς φανῇ.

ἐμοὶ γὰρ ὅστις πᾶσαν εὐθύνων πόλιν

μὴ τῶν ἀρίστων ἅπτεται βουλευμάτων

180 ἀλλ᾽ ἐκ φόβου του γλῶσσαν ἐγκλῄσας ἔχει

κάκιστος εἶναι νῦν τε καὶ πάλαι δοκεῖ·

καὶ μεῖζον ὅστις ἀντὶ τῆς αὑτοῦ πάτρας

φίλον νομίζει, τοῦτον οὐδαμοῦ λέγω.

ἐγὼ γάρ, ἴστω Ζεὺς ὁ πάνθ᾽ ὁρῶν ἀεί,

185 οὔτ᾽ ἂν σιωπήσαιμι τὴν ἄτην ὁρῶν

στείχουσαν ἀστοῖς ἀντὶ τῆς σωτηρίας,

οὔτ᾽ ἂν φίλον ποτ᾽ ἄνδρα δυσμενῆ χθονὸς

θείμην ἐμαυτῷ, τοῦτο γιγνώσκων ὅτι

ἥδ᾽ ἐστὶν ἡ σῴζουσα καὶ ταύτης ἔπι

190 πλέοντες ὀρθῆς τοὺς φίλους ποιούμεθα.

τοιοῖσδ᾽ ἐγὼ νόμοισι τήνδ᾽ αὔξω πόλιν,

καὶ νῦν ἀδελφὰ τῶνδε κηρύξας ἔχω

ἀστοῖσι παίδων τῶν ἀπ᾽ Οἰδίπου πέρι·

Ἐτεοκλέα μέν, ὃς πόλεως ὑπερμαχῶν

195 ὄλωλε τῆσδε, πάντ᾽ ἀριστεύσας δόρει,

τάφῳ τε κρύψαι καὶ τὰ πάντ᾽ ἀφαγνίσαι

ἃ τοῖς ἀρίστοις ἔρχεται κάτω νεκροῖς.

τὸν δ᾽ αὖ ξύναιμον τοῦδε, Πολυνείκη λέγω,

ὃς γῆν πατρῴαν καὶ θεοὺς τοὺς ἐγγενεῖς

200 φυγὰς κατελθὼν ἠθέλησε μὲν πυρὶ

πρῆσαι κατ᾽ ἄκρας, ἠθέλησε δ᾽ αἵματος

κοινοῦ πάσασθαι, τοὺς δὲ δουλώσας ἄγειν,

τοῦτον πόλει τῇδ᾽ ἐκκεκήρυκται τάφῳ

μήτε κτερίζειν μήτε κωκῦσαί τινα,

205 ἐᾶν δ᾽ ἄθαπτον καὶ πρὸς οἰωνῶν δέμας

καὶ πρὸς κυνῶν ἐδεστὸν αἰκισθέν τ᾽ ἰδεῖν.

τοιόνδ᾽ ἐμὸν φρόνημα, κοὔποτ᾽ ἔκ γ᾽ ἐμοῦ

τιμὴν προέξουσ᾽ οἱ κακοὶ τῶν ἐνδίκων·

ἀλλ᾽ ὅστις εὔνους τῇδε τῇ πόλει, θανὼν

210 καὶ ζῶν ὁμοίως ἐξ ἐμοῦ τιμήσεται.

 

Gli dèi, o Tebani, hanno risollevato la città, dopo averla scossa con violente mareggiate. Ho inviato messaggeri per convocarvi qui, voi soli fra tutti, in primo luogo perché so come avete costantemente onorato l’autorità regale di Laio, e in seguito di Edipo, quando prese il governo della città, e poi, dopo la sua morte, siete rimasti saldamente leali ai loro figli. Ed ora che essi per duplice destino nello stesso giorno sono caduti, uccisori e uccisi con empio fratricidio, sono io che per la stretta parentela con i morti detengo il trono e il potere assoluto. È impossibile penetrare a fondo anima, intelligenza, carattere di un uomo, se costui non ha rivelato se stesso nell’esercizio del potere e delle leggi. Per me chi governa lo Stato senza attenersi alle decisioni più giuste, ma tiene la bocca chiusa per qualche paura, non da ora io lo stimo un essere spregevole; e parimenti non ho nessuna considerazione per chi tiene un amico in maggior conto della propria patria. No, io non potrei tacere – mi sia testimone Zeus che tutto vede – se mi accorgessi che la rovina, e non già la salvezza, attende i cittadini, né potrei considerare amico mio un nemico della patria, perché so bene che proprio ad essa dobbiamo la nostra salvezza e che solo navigando su uno Stato prospero possiamo assicurarci dei veri amici. Sono questi i principi in base ai quali farò grande questa città. In pieno accordo con essi è l’editto che ora ho proclamato per tutti i cittadini riguardo ai figli di Edipo. Eteocle, che è morto combattendo per la nostra città, dopo aver dimostrato con le armi tutto il suo valore, sia calato in un sepolcro e riceva tutti i riti che accompagnano sotto terra gli eroi; quanto a suo fratello, a Polinice, che ritornò dall’esilio per mettere a ferro e fuoco la terra paterna e gli altari degli dèi indigeni, e bramò dissetarsi del sangue fraterno riducendo noi altri in schiavitù, si fa divieto a questa città che alcuno gli tributi esequie o lamenti, ma sia lasciato insepolto e sfigurato, pasto di uccelli e di cani. Questo è il mio pensiero. Mai da me i malvagi riceveranno più onore degli uomini giusti; ma io onorerò chi è devoto a questa città, da vivo e da morto.

(trad. it. di F. Ferrari)

 

Jean-Joseph Benjamin-Constant, Antigone presso il corpo di Polinice. Olio su tela, 1868. Photothèque Musée des Augustins

Jean-Joseph Benjamin-Constant, Antigone presso il corpo di Polinice. Olio su tela, 1868. Photothèque Musée des Augustins

L’appello di Creonte ai cittadini ricorda, nell’esordio, il tono con cui gli oratori politici si rivolgevano al loro pubblico, anche se il contenuto del discorso si discosta poi dall’ideologia democratica dell’Atene del tempo di Sofocle. Nella prima parte, egli enuncia una serie di principi in cui si sottolinea come l’εὐνομία, il «buon governo», punto di riferimento di qualunque sovrano o uomo di Stato, può essere raggiunto solamente a patto di far sempre prevalere l’interesse pubblico su quello privato. Tuttavia, dopo aver enunciato il proposito di voler «rendere grande la città», sulla base di queste norme, la sua prima affermazione di potere si concretizza in un atto moralmente inquietante: il decreto con il quale si vieta la sepoltura di Polinice, motivato come una punizione per il comportamento dell’eroe, equiparato ad un manifesto tradimento. Da un certo punto di vista, la decisione di Creonte è consona alle parole con le quali egli si è appena presentato al popolo, affermando che non potrebbe mai considerare amico un uomo che si fosse dimostrato ostile a Tebe; ma è altrettanto vero che il suo accanirsi contro un morto rimane un comportamento inaccettabile sul piano religioso oltre che su quello umano. Il disagio morale implicito nell’ordine di Creonte è accresciuto dal fatto che nelle sue parole non compare neppure un accenno alla legge che impone l’obbligo di rendere onore ai defunti, mentre si sottolinea che la discriminazione di trattamento fra Eteocle e Polinice è imposta da un suo «bando» (κήρυγμα). Ciò significa che Creonte non si fa scrupolo di anteporre la propria volontà ad una «legge» (νόμος) di origine divina, pretendendo di sostituire un potere individuale a quelli universali dello Stato e della religione, senza tener conto del fatto che egli, che si atteggia a difensore della città, la espone con colpevole pertinacia ad una «contaminazione» (μίασμα) che non mancherà di attirare sui cittadini innocenti la maledizione divina, nella quale anch’egli sarà fatalmente coinvolto.

 

La legge di Zeus (Antigone, vv. 441-460)

Dopo aver emanato un bando in cui si vietano gli onori funebri al corpo di Polinice, per essere sicuro che nessuno osi violarlo, Creonte dispone alcune sentinelle a guardia del cadavere, con l’ordine di arrestare chiunque si avvicini e di condurlo da lui. Una così severa sorveglianza non tarda a dare i suoi frutti; durante un violento temporale, che appare ai soldati come un segno dell’ira divina, essi sorprendono una fanciulla, che, levando acuti lamenti, si è avvicinata ai miseri resti di Polinice, cospargendoli con un pugno di terra e offrendo una triplice libagione in onore del defunto. La ragazza è Antigone, sua sorella, che viene subito arrestata e condotta alla presenza di Creonte, che la interroga, congedando la guardia che l’ha accompagnata.

 

Κρ. – σὲ δή, σὲ τὴν νεύουσαν εἰς πέδον κάρα,

φὴς ἢ καταρνεῖ μὴ δεδρακέναι τάδε;

 

Ἀν. – καὶ φημὶ δρᾶσαι κοὐκ ἀπαρνοῦμαι τὸ μή.

 

Κρ. – σὺ μὲν κομίζοις ἂν σεαυτὸν ᾖ θέλεις

445   ἔξω βαρείας αἰτίας ἐλεύθερον·

σὺ δ᾽ εἰπέ μοι μὴ μῆκος, ἀλλὰ συντόμως,

ᾔδησθα κηρυχθέντα μὴ πράσσειν τάδε;

 

Ἀν. – ᾔδη· τί δ᾽ οὐκ ἔμελλον; ἐμφανῆ γὰρ ἦν.

 

Κρ. – καὶ δῆτ᾽ ἐτόλμας τούσδ᾽ ὑπερβαίνειν νόμους;

 

Ἀν. – οὐ γάρ τί μοι Ζεὺς ἦν ὁ κηρύξας τάδε,

οὐδ᾽ ἡ ξύνοικος τῶν κάτω θεῶν Δίκη

τοιούσδ᾽ ἐν ἀνθρώποισιν ὥρισεν νόμους.

οὐδὲ σθένειν τοσοῦτον ᾠόμην τὰ σὰ

κηρύγμαθ᾽, ὥστ᾽ ἄγραπτα κἀσφαλῆ θεῶν

455   νόμιμα δύνασθαι θνητὸν ὄνθ᾽ ὑπερδραμεῖν.

οὐ γάρ τι νῦν γε κἀχθές, ἀλλ᾽ ἀεί ποτε

ζῇ ταῦτα, κοὐδεὶς οἶδεν ἐξ ὅτου ‘φάνη.

τούτων ἐγὼ οὐκ ἔμελλον, ἀνδρὸς οὐδενὸς

φρόνημα δείσασ᾽, ἐν θεοῖσι τὴν δίκην

460   δώσειν· θανουμένη γὰρ ἐξῄδη, τί δ᾽ οὔ;

 

Cr. – (Ad Antigone.) Dico a te! Sì, dico a te che volgi il capo a terra:

neghi o ammetti di aver compiuto il fatto?

 

An. – Sì, sono stata io, non lo nego.

 

Cr. – (Alla guardia.) Vattene, tu, dove ti pare: ormai sei libero;

sei prosciolto da quella grave imputazione…

(Ad Antigone.) Quanto a te, parlami chiaramente, senza giri di parole:

conoscevi l’editto, che vietava proprio ciò che hai fatto?

 

An. – Sì, lo conoscevo; e come potevo ignorarlo? Era pubblico!

 

Cr. – Eppure hai osato trasgredire questa norma?

 

An. – Sì, perché questo editto non Zeus proclamò per me,

né Dike, che abita con gli dèi sotterranei; essi

non hanno sancito per gli uomini queste leggi.

E non avrei attribuito ai tuoi proclami tanta forza

che un mortale potesse violare le leggi non scritte,

incrollabili, degli dèi, che non da oggi né da ieri,

ma da sempre sono in vita,

né alcuno sa quando vennero alla luce.

Io non potevo, per paura di un uomo arrogante,

attirarmi il castigo degli dèi: sapevo bene

che la morte mi attende – cosa credi?

(tr. it. di F. Ferrari)

 

Il punto di forza del discorso di Antigone è rappresentato dalla frase iniziale della sua risposta:

 

Sì, perché questo editto non Zeus proclamò per me,

né Dike, che abita con gli dèi sotterranei…

 

Statua di Zeus. Bronzo, V secolo a.C. ca. Museo Archeologico Nazionale di Taranto.

Statua di Zeus. Bronzo, V secolo a.C. ca. Museo Archeologico Nazionale di Taranto.

In essa si riepilogano i principi fondamentali della morale religiosa ateniese, poiché la connessione fra Zeus e Dike, la Giustizia, considerata una figlia, è già presente nell’etica arcaica, a partire da Esiodo, per giungere fino a Solone e ad Eschilo, i cui concetti rimangono validi anche per Sofocle. Inoltre, nelle parole di Antigone, Dike è presentata come «coabitante» (ξύνοικος) delle divinità infere; questa convinzione la pone in stretto contatto con le Erinni, le divinità punitrici figlie della Notte, che abitano il mondo sotterraneo (cfr. Eschilo, Eumenidi, v. 511). Queste antichissime dee, appartenenti al mondo religioso primordiale, hanno avuto in sorte il compito di perseguitare non solo quelli che si macchiano di delitti contro gli appartenenti alla stessa stirpe, ma anche chi viola l’αἰδώς, il «rispetto» dovuto a determinate categorie di persone, fra le quali anche i defunti, poiché non hanno più la possibilità di difendersi. Antigone dimostra quindi la sua venerazione per le leggi che esistono «non da oggi né da ieri, ma da sempre», di fronte alle quali l’importanza dei decreti di Creonte appare notevolmente sminuita, tanto che essi sembrano ridursi a una puntigliosa ripicca da parte di chi, insicuro del proprio potere, si ostina a salvaguardarlo con sospettosa gelosia. Né, certo, il timore della morte può intaccare la ferma volontà della fanciulla, che dichiara con tranquilla e consapevole serenità la sua decisione di non violare un principio universale e divino, e di non venir meno agli obblighi religiosi nei confronti del fratello morto, attirandosi la collera degli dèi per timore delle minacce di un tiranno sospettoso e meschino.

L’eroismo di Antigone

di I. Biondi, Storia e antologia della letteratura greca, vol. 2.A – Il teatro, Firenze 2004, pp. 193 sg.; testo greco di Sophocles, Antigone, in F. Storr (ed.), Sophocles. Vol.1: Oedipus the King. Oedipus at Colonus. Antigone, London-New York 1912.

Pittore di Achille. Una donna alla tomba. Pittura vascolare da un lḗkythos attico con sfondo bianco, 440-430 a.C. ca., dal Pireo. Musée du Louvre

Una donna alla tomba. Lḗkythos attica a sfondo bianco (opera attribuita al Pittore di Achille), 440-430 a.C. ca., dal Pireo. Musée du Louvre.

Antigone, che ha violato il bando di Creonte rendendo simbolici onori funebri al cadavere del fratello Polinice, viene arrestata e condannata a morte. Emone, figlio di Creonte e promesso sposo di Antigone, tenta di dissuadere il padre dal crudele proposito: ma quest’ultimo, timoroso di vedere indebolita la sua autorità agli occhi dei cittadini, fa condurre Antigone a una tomba scavata nella roccia, nella quale dovrà essere sepolta viva. Di fronte all’imminenza della morte, pur convinta di aver agito secondo le norme di una giustizia ben più alta di quella umana, Antigone leva un lamento su se stessa, compiangendo di essere destinata a morire nel fiore degli anni, senza aver conosciuto nessuna gioia dell’esistenza, prima fra tutte quella delle nozze e della maternità.

 

 

 

 

 

ὦ τύμβος, ὦ νυμφεῖον, ὦ κατασκαφὴς

οἴκησις ἀείφρουρος, οἷ πορεύομαι

πρὸς τοὺς ἐμαυτῆς, ὧν ἀριθμὸν ἐν νεκροῖς

πλεῖστον δέδεκται Φερσέφασσ᾽ ὀλωλότων·

895   ὧν λοισθία ‘γὼ καὶ κάκιστα δὴ μακρῷ

κάτειμι, πρίν μοι μοῖραν ἐξήκειν βίου.

ἐλθοῦσα μέντοι κάρτ᾽ ἐν ἐλπίσιν τρέφω

φίλη μὲν ἥξειν πατρί, προσφιλὴς δὲ σοί,

μῆτερ, φίλη δὲ σοί, κασίγνητον κάρα·

900   ἐπεὶ θανόντας αὐτόχειρ ὑμᾶς ἐγὼ

ἔλουσα κἀκόσμησα κἀπιτυμβίους

χοὰς ἔδωκα. νῦν δέ Πολύνεικες, τὸ σὸν

δέμας περιστέλλουσα τοιάδ᾽ ἄρνυμαι.

καίτοι σ᾽ ἐγὼ ‘τίμησα τοῖς φρονοῦσιν εὖ.

905   οὐ γάρ ποτ᾽ οὔτ᾽ ἄν, εἰ τέκνων μήτηρ ἔφυν,

οὔτ᾽ εἰ πόσις μοι κατθανὼν ἐτήκετο,

βίᾳ πολιτῶν τόνδ᾽ ἂν ᾐρόμην πόνον.

τίνος νόμου δὴ ταῦτα πρὸς χάριν λέγω;

πόσις μὲν ἄν μοι κατθανόντος ἄλλος ἦν,

910    καὶ παῖς ἀπ᾽ ἄλλου φωτός, εἰ τοῦδ᾽ ἤμπλακον,

μητρὸς δ᾽ ἐν Ἅιδου καὶ πατρὸς κεκευθότοιν

οὐκ ἔστ᾽ ἀδελφὸς ὅστις ἂν βλάστοι ποτέ.

τοιῷδε μέντοι σ᾽ ἐκπροτιμήσασ᾽ ἐγὼ

νόμῳ Κρέοντι ταῦτ᾽ ἔδοξ᾽ ἁμαρτάνειν

915   καὶ δεινὰ τολμᾶν, ὦ κασίγνητον κάρα.

καὶ νῦν ἄγει με διὰ χερῶν οὕτω λαβὼν

ἄλεκτρον, ἀνυμέναιον, οὔτε του γάμου

μέρος λαχοῦσαν οὔτε παιδείου τροφῆς,

ἀλλ᾽ ὧδ᾽ ἔρημος πρὸς φίλων ἡ δύσμορος

920   ζῶσ᾽ εἰς θανόντων ἔρχομαι κατασκαφάς.

ποίαν παρεξελθοῦσα δαιμόνων δίκην;

τί χρή με τὴν δύστηνον ἐς θεοὺς ἔτι

βλέπειν; τίν᾽ αὐδᾶν ξυμμάχων; ἐπεί γε δὴ

τὴν δυσσέβειαν εὐσεβοῦσ᾽, ἐκτησάμην.

925   ἀλλ᾽ εἰ μὲν οὖν τάδ᾽ ἐστὶν ἐν θεοῖς καλά,

παθόντες ἂν ξυγγνοῖμεν ἡμαρτηκότες·

εἰ δ᾽ οἵδ᾽ ἁμαρτάνουσι, μὴ πλείω κακὰ

πάθοιεν ἢ καὶ δρῶσιν ἐκδίκως ἐμέ.

 (Antigone, vv. 891-928)

Frederic Leighton, Antigone.  Olio su tela, 1882.

Frederic Leighton, Antigone.
Olio su tela, 1882.

O tomba, camera nuziale, cella sotterranea, mia perpetua prigione, dove mi avvio per incontrare i miei cari, di cui il più gran numero già fra i defunti Persefone accoglie; e ultima, e di tutti la più infelice, discenderò laggiù, prima di aver raggiunto il termine della mia vita. Questa sola speranza posso ancora nutrire, che il mio arrivo sarà caro a mio padre, e sarà caro a te, madre, e a te, amato fratello: perché, quando moriste, con le mie mani vi lavai e vi adornai, e sulla vostra tomba versai libami. E ora, Polinice, ecco il premio per aver sepolto il tuo cadavere. E tuttavia fu giusto l’onore che ti resi, almeno agli occhi di chi ha mente retta. Certamente non avrei intrapreso questa audacia sfidando il volere della città né per i figli, né se avessi visto putrefarsi il corpo del mio sposo. E dunque in ossequio a quali principi ragiono così? Se avessi perduto il marito, avrei potuto trovarne un altro e avere da lui un altro figlio, se mi fosse morto un figlio; ma ora che mia madre e mio padre giacciono sotto la terra, non potrò più avere un altro fratello. In nome di questo principio ti ho reso onore al di sopra di tutto, fratello carissimo, e per questo a Creonte sono apparsa colpevole di un crimine inaudito. E mi ha afferrata per le mani e ora mi trascina così, senza nozze, senza imenei, senza aver avuto la gioia di un marito, e di nutrire dei figli; e invece così, abbandonata da tutti i miei cari, ancora viva discendo, misera, alle caverne dei morti. Ho forse violato la giustizia divina? Ma perché un’infelice come me dovrebbe rivolgersi ancora agli dèi? E a chi domanderò aiuto, se per la mia pietà mi sono guadagnata il nome di empia? Ebbene, se così par giusto agli dèi, dopo aver sofferto riconoscerò il mio errore; ma sei i colpevoli sono loro, non abbiano a soffrire pene maggiori di quelle che ingiustamente mi infliggono.

(tr.it. F. Ferrari)

 

Il brano preso in esame offre vari spunti di riflessione. In primo luogo, l’atteggiamento di Antigone ormai prossima a morte sembrò in contraddizione rispetto al suo comportamento così deciso al momento dell’arresto; anzi, il cambiamento evidenziato in questi versi parve così brusco e poco accettabile da farli considerare addirittura interpolati (fra i sostenitori di questa teoria ci fu anche un personaggio insigne come Johann Wolfgang Goethe). Tale tesi, tuttavia, appare da respingere, perché Aristotele (Retorica, 1417-1432) cita questo brano con tale precisione da non lasciare adito a dubbi sulla posizione, il numero e il contenuto dei versi; dovremmo quindi pensare a un’interpolazione molto precoce, cosa assai improbabile. In realtà, la pretesa contraddizione di Antigone non fa che accrescere lo spessore poetico del personaggio, rendendolo più ricco di sfumature e conferendo al suo eroismo un volto più umano. Nel primo colloquio con Creonte, al momento dell’arresto, quando il sovrano aveva affermato che un nemico non può mai divenire un amico, neppure dopo la morte, giustificando così la decisione di lasciare insepolto Polinice, Antigone aveva replicato di essere nata per amare, non per odiare (Antigone, vv. 522 sg.), mettendo in luce un lato del suo carattere, forse troppo spesso trascurato. Antigone è forte, decisa, convinta della validità delle sue azioni al punto da rinunciare per esse alla vita; ma questo non significa che non ami la vita e che doverla abbandonare senza averla gustata non susciti in lei un doloroso senso di frustrazione e di rimpianto; anzi, mai come in questi versi si scorge quanto sia duro e quale spirito di sacrificio richieda impostare la propria esistenza sul rispetto di valori assoluti.

Nikiphoros Lytras, Antigone di fronte al cadavere di Polinice. Olio su tela, 1865. Galleria Nazionale di Atene.

Nikiphoros Lytras, Antigone di fronte al cadavere di Polinice. Olio su tela, 1865. Galleria Nazionale di Atene.

Inoltre, nella parte centrale del brano, la ragazza, nel confermare la validità dei principi in base ai quali ha agito, sembra costruire un preciso schema giustificativo per il suo comportamento. Ella, che non avrebbe compiuto le stesse azioni per un figlio o per uno sposo, ha percepito come dovere irrinunciabile la necessità di compierle per il fratello, in nome di un legame di sangue unico, più forte di qualunque altro.

Il tema non è nuovo. In Erodoto (Historiae, III 119) si legge la storia della moglie di Intaferne, che presenta un analogo schema di ragionamento. Intaferne, un dignitario persiano sospettato di tramare contro Dario, fu arrestato con tutti i suoi figli e parenti. Poiché la moglie, recandosi di continuo alla reggia, manifestava il suo dolore con pianti e con grida, Dario ne ebbe pietà e le concesse di liberare uno solo dei suoi cari imprigionati, pensando che la donna avrebbe sicuramente scelto il marito. Invece, fra lo stupore di tutti, ella chiese che venisse rilasciato il fratello, adducendo come giustificazione che, morti il marito e i figli, ella avrebbe potuto risposarsi e divenire di nuovo madre; ma, defunto il fratello, non avrebbe mai potuto sostituirlo, essendo ormai scomparsi i loro genitori. Il motivo ha probabilmente origine dalla novellistica popolare, come dimostrerebbero situazioni analoghe descritte in racconti indiani e persiani; fra gli autori greci posteriori a Sofocle potremmo ricordare Apollodoro (Biblioteca, II 6, 4) e Luciano (Toxaris, 61; De dea Syria, 18). Quanto all’Antigone, può darsi che vi possiamo cogliere un’eco di Erodoto, amico e contemporaneo di Sofocle, o, più semplicemente, la citazione di un tema ben noto al pubblico e di consolidata tradizione, per giustificare una scelta altrimenti poco comprensibile.