P. Terenzio Afro

di G.B. CONTE, in Letteratura latina. Manuale storico dalle origini alla fine dell’Impero romano, Milano 2011, pp. 76-84 = ID., E. PIANEZZOLA, Lezioni di letteratura latina. Corso integrato. 1. L’età arcaica e repubblicana, Milano 2010, pp. 145-157.

 

Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana. Cod. Vat. lat. 3868, P. Terenti Afri Comoediae VI (sec. IX), f. 2r. Il ritratto di Terenzio sul frontespizio.

 

  1. Un commediografo moderno, per un nuovo contesto culturale

 

Terenzio è stato, insieme a Plauto, il commediografo più significativo della letteratura latina. Se è vero che, all’epoca, le commedie del Sarsinate riscossero un consenso di pubblico ben più ampio, va tenuto presente che il teatro terenziano fu espressione degli ideali coltivati dalle nuove élite intellettuali di Roma e che proprio Terenzio, molto più di Plauto, è indispensabile per comprendere la letteratura latina del II secolo a.C. e i suoi sviluppi successivi.

Le pur controverse notizie biografiche antiche, infatti, inseriscono Terenzio al centro di quella che gli storici moderni usano chiamare l’«età degli Scipioni». Il suo debutto teatrale si colloca due anni dopo la battaglia di Pidna (168 a.C.), che segnò la definitiva vittoria sui Macedoni e che costituì un momento cruciale nell’affermazione di Roma in Oriente e nell’evoluzione dei suoi rapporti con la cultura ellenistica. Di qui in avanti, per circa vent’anni, si ebbe un lungo periodo di pace, in cui l’Urbe consolidò la propria posizione di potenza imperiale.

Ricostruzione a disegno della colonna, con fregio e statua, eretta a Delfi nel 167 a.C. da L. Emilio Paolo a seguito della sua vittoria su Perseo di Macedonia a Pidna. Copertina di H. Kähler, 1965.

La data di Pidna, il 168, è uno spartiacque anche da un secondo punto di vista: il trionfo di Lucio Emilio Paolo, che trascinava dietro al suo carro i tesori della corte macedone, fu quasi un simbolo dell’appropriazione di un mondo. In seguito alla vittoria furono deportati a Roma mille ostaggi achei, tra cui intellettuali, come lo storico Polibio: l’uomo che nella sua opera, per la prima volta da parte greca, svilupperà un matura riflessione sulle cause del successo di Roma come potenza egemone. L’appropriazione del mondo greco si sviluppò, dunque, su più livelli distinti: modificazioni nel gusto e nella mentalità, crescita dei consumi di lusso e dei consumi d’arte, interessi per nuovi modelli etici e ideologici (quest’ultimo aspetto prese forza attraverso nuovi modi di relazioni culturali). Un grande clan aristocratico romano, la gens Cornelia Scipiones, diventò un centro di elaborazione di cultura grecizzante, non più passivamente importata o mediata a un livello popolare, ma ricondotta alla più alta dignità teorica. In questo senso fu significativa la presenza presso gli Scipioni del grande filosofo stoico Panezio di Rodi, come dello stesso Polibio; mentre andava diffondendosi, con l’insegnamento di Cratete di Mallo (attivo nell’Urbe dal 168), un nuovo tipo di eloquenza e di dottrina retorica.

Il nuovo indirizzo culturale e ideologico, che trovava il suo centro di propagazione nel circolo degli Scipioni, portò proprio con Terenzio a innovazioni importanti anche nella poesia scenica.

 

 

  1. Una biografia incerta e romanzata

 

Della biografia di Terenzio poco può essere stabilito con certezza. Originario di Cartagine, come attesta anche il suo cognomen (Afer, «Africano»), il poeta sarebbe nato intorno al 185/4 a.C.; tuttavia, il fatto che quest’ultimo sia attestato come l’anno della scomparsa di Plauto rende la notizia sospetta – era usuale nelle biografie antiche sincronizzare le date di nascita e di morte di autori che venivano, in qualche modo, a “succedersi” nell’eccellenza in un determinato genere letterario), e oggi appare più probabile una data di circa dieci anni anteriore. Anche l’aneddoto secondo cui Terenzio avrebbe letto il suo primo lavoro – l’Andria – al grande commediografo Cecilio Stazio, ricevendone incoraggiamento, potrebbe essere costruito apposta per collegare due diverse generazioni letterarie. In ogni caso, a pochi anni dalla conclusione della Seconda guerra punica, il poeta sarebbe giunto a Roma come schiavo di un certo senatore Terenzio Lucano, anche se non è chiaro in quale precisa occasione.

Tutte le fonti antiche sottolineano gli stretti rapporti di Terenzio con Scipione Emiliano e Lelio, che furono sicuramente suoi protettori. E il poeta stesso, in alcune commedie, accenna al sostegno ricevuto da illustri amici (Heautontimorùmenos, v. 23 ss.; Adelphoe, v. 15 ss.). Su questi rapporti correvano all’epoca voci denigratorie di vario tipo, secondo cui i veri autori delle opere terenziane sarebbero stati gli stessi Scipione e Lelio (questo tipo di illazione ha paralleli, com’è noto, anche nella biografia di Shakespeare). È chiaro che queste dicerie vadano inquadrate nel clima della rovente polemica letteraria e politica che caratterizzava quegli anni.

Terenzio sarebbe morto nel 159, o comunque ben prima della Terza guerra punica, nel corso di un viaggio in Grecia intrapreso per scopi culturali. Il dato, se autentico, è interessante, perché questo tipo di viaggio sarebbe ben presto divenuto caratteristico nella formazione dei Romani colti (un episodio del genere è riferito, per esempio, anche a proposito della scomparsa di Virgilio). I dettagli sulle circostanze della morte (Terenzio sarebbe annegato) sono poco credibili e fanno pensare a un voluto accostamento con la morte per annegamento attestata anche per il grande commediografo greco Menandro, suo riconosciuto ispiratore.

Il riferimento principale alla biografia terenziana è la Vita Terentii, contenuta nel De viris illustribus di Svetonio (composta intorno al 100 d.C. e tramandata come introduzione al commento a Terenzio di Elio Donato, del IV secolo d.C.). Svetonio utilizzava ampiamente eruditi di età repubblicana, ma la qualità delle sue informazioni è controversa, dato che molti particolari della vita erano oggetto – fin dai tempi stessi di Terenzio – di voci contrastanti e di polemiche. Il commento di Donato è una delle migliori opere del genere giunte fino ad oggi, e trasmette buone informazioni su questioni di tecnica teatrale e di messa in scena delle commedie.

 

Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana. Cod. Vat. lat. 3868, P. Terenti Afri Comoediae VI (sec. IX), f. 3r. Maschere.

 

  1. Le sei commedie superstiti

 

Di Terenzio restano sei commedie tramandate per intero, la cui estensione ammonta complessivamente a circa 6.000 versi. La cronologia è attestata con sufficiente precisione dalle didascalie anteposte alle singole opere nei manoscritti medievali, nelle quali è confluita gran parte del lavoro filologico e delle ricerche erudite dei grammatici tardoantichi.

I modelli greci utilizzati da Terenzio, e dichiarati nei prologhi, appartengono tutti alla tradizione della Commedia Nuova greca: Menandro, Difilo e il meno celebre Apollodoro di Caristo (commediografo greco del III sec. a.C.). Gli intrecci terenziani non si discostano dunque da quelli caratteristici del modello ellenico e della palliata tradizionale romana: giovani innamorati, genitori che li contrastano, schiavi indaffarati a soddisfare i desideri dei loro padroncini e, quasi sempre, alla fine, il riconoscimento che risolve la situazione.

Di seguito si offre un breve riassunto della trama di ciascuna delle sei commedie superstiti:

 

Andria | Modello greco è l’omonima commedia di Menandro, contaminata con la Perinthia dello stesso autore. La ragazza di Andro, da cui il titolo dell’opera, è Glicerio, abbandonata nella fanciullezza e allevata da una cortigiana. Di lei si innamora Pànfilo, già fidanzato con Filùmena, figlia di Cremète. Quest’ultimo, informato della relazione adulterina del genero, va su tutte le furie e manda a monte le nozze del giovane con Filùmena, nonostante i tentativi del padre di Pànfilo di salvare il matrimonio, già da tempo combinato. La situazione si complica per i tentativi piuttosto goffi di Davo, servo del giovane, di aiutare il padroncino. L’intreccio si scioglie con l’agnizione finale: si scopre, infatti, che anche Glicerio è figlia di Cremète, il quale, senza difficoltà, la concede in sposa a Pànfilo al posto di Filùmena.

Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana. Cod. Vat. lat. 3868, P. Terenti Afri Comoediae VI (sec. IX), f. 10v. Andr. III vv. 459-480. Scena con Lesbia, Glicerio, Miside, Panfilo, Davo e Simone.

 

Hècyra | Commedia dalla sorte particolarmente travagliata, rielabora un testo dallo stesso titolo (che significa «La suocera») di Apollodoro di Caristo, contaminato con gli Epitrèpontes («L’arbitrato») di Menandro. La trama ruota attorno al personaggio di Sòstrata, madre di Pànfilo e suocera di Filùmena. Sòstrata è un personaggio completamente diverso dalla figura stereotipata della madre gelosa del figlio e ostile alla nuora; anzi, si adopera ad appianare le gravi incomprensioni fra i due promessi sposi. Si scopre, infatti, che Filùmena, prima del matrimonio, è stata messa incinta da uno sconosciuto durante un festino notturno; Pànfilo vorrebbe abbandonarla, ma, alla fine, risulterà che è stato lo stesso giovane a mettere incinta la fidanzata. Conquistato dall’indole dolce e remissiva della moglie, Pànfilo si riconcilia con lei, rinunciando all’amore per la cortigiana Bacchide, la quale si adopra anch’essa per favorire la riconciliazione fra gli sposi.

Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana. Cod. Vat. lat. 3868, P. Terenti Afri Comoediae VI (sec. IX), f. 68v. Sostrata.

 

Heautontimorùmenos | Il titolo greco (Terenzio rielabora un’omonima commedia di Menandro) significa «Il punitore di se stesso». Protagonista è il vecchio Menedèmo, che per punirsi di aver spinto suo figlio Clinia ad arruolarsi in Asia, ostacolandone le nozze con una ragazza di umili origini, si è autocondannato a lavorare duramente la terra con le proprie mani fino al ritorno del giovane. Quando questi rientra in patria, il vecchio lo accoglie con un affetto più intenso e maturo; e, dopo una serie di imbrogli e di equivoci, Clinia riesce anche a sposare la ragazza che da tempo amava – nel frattempo, costei si è rivelata essere figlia di Cremète, amico di Menedèmo.

Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana. Cod. Vat. lat. 3868, P. Terenti Afri Comoediae VI (sec. IX), f. 46v. Dialogo fra Menedèmo e Cremete.

 

Eunuchus | Rielaborazione di una commedia omonima menandrea, commista di alcune situazioni tratte dal Kòlax («L’adulatore») dello stesso autore greco. L’etera Taide, concubina del soldato Trasone, è, in realtà, innamorata del giovane Fedria. Trasone riporta alla compagna Pànfila, una ragazzina che le era cresciuta accanto come una sorella e successivamente era stata venduta come serva. Il fratello di Fedria, Cherea, innamoratosi di Pànfila, si traveste da eunuco per farsi consegnare in custodia la ragazza. Trasone, geloso di Fedria, vorrebbe riprendere con la forza Pànfila a Taide, ma è costretto a lasciar perdere. Il falso eunuco viene smascherato, ma si scopre che Pànfila era una cittadina ateniese e Cherea può sposarla; Taide, invece, decide di tenersi Fedria come amico del cuore.

Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana. Cod. Vat. lat. 3868, P. Terenti Afri Comoediae VI (sec. IX), f. 30v. Cherea vestito da eunuco.

 

Phormio | Modello è l’Epidikazòmenos («Il pretendente») di Apollonio di Caristo. Il parassita Formione, attraverso svariate peripezie, riesce ad aiutare due cugini, Fedria e Antifone, a sposare le ragazze di cui sono rispettivamente innamorati. Anche qui funziona il meccanismo dell’agnizione, perché, verso la fine del dramma, si scopre che Fanio, amata da Antifone, finora creduta orfana, è, in realtà, la figlia illegittima di Cremète, padre di Fedria e zio dello stesso Antifone.

Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana. Cod. Vat. lat. 3868, P. Terenti Afri Comoediae VI (sec. IX), f. 81r. Dialogo tra Formione e Geta.

 

Adelphoe | Rielabora la commedia menandrea dallo stesso titolo («I fratelli»), traendo tuttavia una scena dai Synapothnèskontes («Coloro che muoiono insieme») di Difilo. Si mette a confronto due diversi sistemi di educazione: Demea ha allevato con grande rigore il figlio Ctesifone, mentre ha concesso in adozione l’altro figlio, Eschino, al fratello Micione, che lo ha educato nella più grande libertà. Demea considera Eschino uno scapestrato corrotto dal lassismo del fratello, e la sua opinione si rinsalda quando si viene a sapere che il ragazzo ha rapito una fanciulla. Ma, in realtà, Eschino ha commesso il rapimento per conto del fratello, che Demea considera irreprensibile. Dopo varie vicissitudini, tutto si appiana: la commedia, però, ha un finale di difficile interpretazione, dove Demea sembra formulare, quasi con dispetto, più che con sincera convinzione, il proposito di adottare i metodi permissivi – facili, ma pericolosi – del fratello e di mostrarsi, d’ora in poi, condiscendente con tutti.

Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana. Cod. Vat. lat. 3868, P. Terenti Afri Comoediae VI (sec. IX), f. 52r. Ad. I vv. 49-80; 81-89. Dialogo fra Demea e Micione.

 

 

  1. Il declino del teatro popolare e la nascita di un teatro d’élite

La novità del teatro terenziano non si fonda solo su un profondo ripensamento della tecnica teatrale rispetto ai modelli della tradizione, ma – come si è anticipato – si fa portavoce delle istanze culturali provenienti da settori importanti delle élite politiche romane del II secolo, particolarmente influenzate dalla cultura greca e decise a diffondere i propri ideali attraverso un rinnovamento in campo letterario e artistico, anche a prezzo di deludere le aspettative del grande pubblico.

Con Plauto, infatti, il genere comico era stato un ineguagliabile momento di intrattenimento popolare. Poco importa, da questo punto di vista, quanto fosse profondamente raffinata l’arte plautina, con la sua imprevedibile fantasia ritmica e verbale. Di fatto, le commedie di Plauto riuscivano ad avere successo presso il grande pubblico quanto nessun’altra forma di comunicazione letteraria del tempo. Sicuramente Plauto divertiva e appassionava anche chi non fosse per nulla sensibile alle problematiche culturali degli originali menandrei. Sul piano dei contenuti, infatti, il suo teatro non sottoponeva il pubblico a sforzi di apprendimento e di meditazione: tutto era assorbito e bruciato dal fuoco di fila delle invenzioni comiche. Le trame offrivano gli spettatori un convenzionale canovaccio di riferimento, senza che si scavasse troppo nella psicologia dei personaggi in azione.

Anche il teatro di Terenzio accettò l’inquadramento convenzionale e ripetitivo di queste trame, senza produrre alcuno sforzo di originalità. Ma, a differenza di Plauto, l’interesse non era nel gioco verbale da cui scaturiva l’effetto comico; ora l’attenzione era tutta rivolta ai significati, cioè alla sostanza umana messa in gioco dagli intrecci della commedia stessa. Nella sua opera Terenzio si propose quindi il difficile compito di servirsi di un genere tradizionale e fondamentalmente popolare per comunicare sensibilità e interessi nuovi, maturati nell’ambito ristretto di una élite, sociale e culturale insieme. Le gravi difficoltà da lui incontrate nel rapporto con il pubblico (e con alcuni colleghi teatranti) si possono ricondurre a questa tensione innovativa.

Tra le commedie rimaste, una in particolare, l’Hècyra, ebbe una sorte esemplarmente infelice presso il pubblico romano: alla prima rappresentazione, nel 165, gli spettatori le preferirono un’esibizione di funamboli, nonostante la bravura di Ambivio Turpione, l’attore e impresario teatrale di tutte le commedie terenziane); alla seconda, nel 160, tutti se ne andarono, quando – nel bel mezzo della rappresentazione – si sparse la voce che contemporaneamente stava cominciando uno spettacolo di gladiatori; solo alla terza (ancora nel 160) lo spettacolo poté arrivare a conclusione.

Attore con maschera comica. Mosaico, ante 79 d.C. dalla Villa di Cicerone, Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Un teatro di individui, non di maschere | Le vicende delle commedie terenziane sono sintomatiche del declino del teatro popolare latino – che, nell’epoca successiva, sarebbe andato rapidamente accelerando – e del progressivo divaricarsi dei gusti del pubblico di massa e dell’élite colta, nutrita di raffinata cultura greca. In effetti, il teatro di Terenzio mette in scena gli ideali di rinnovamento culturale dell’aristocrazia scipionica; all’autore interessa soprattutto l’approfondimento psicologico dei personaggi e per questo rinuncia all’esuberanza comico-fantastica, che tanto aveva contribuito al successo del teatro plautino. Ma è bene intendersi: spesso Terenzio, più che alla rappresentazione psicologica dell’individuo, sembra interessato a quella di tipi umani: il giovane innamorato, la ragazza a lui teneramente devota, il padre tradizionalista e preoccupato per la felicità del figlio, la prostituta capace di buoni sentimenti e di genuino altruismo.

Per questo motivo alcuni critici moderni, non senza una certa forzatura, hanno potuto accostare il teatro terenziano ai Caratteri di Teofrasto (IV sec. a.C.). Tuttavia, benché tipizzati, anche se non dotati di forte personalità individuale, i personaggi di Terenzio sono spesso anticonvenzionali: la suocera per niente bisbetica, ma anzi pensosa della felicità della nuora, o la prostituta moralmente migliore di tanta gente “perbene” sono i caratteri largamente innovativi rispetto alle aspettative del pubblico. L’approfondimento psicologico comportava una notevole riduzione della comicità, che avrà senz’altro contribuito allo scarso successo dell’autore presso il pubblico di massa: attraverso la rappresentazione di una suocera arcigna e brontolona, o di una cortigiana avida, strappare qualche risata sarebbe sicuramente risultato più facile.

L’humanitas | La palliata latina era sempre stata, per sua natura, ancorata alle situazioni familiari: suoi tipi fissi erano il giovane innamorato e scapestrato e il vecchio padre ingannato. In Terenzio, invece, questi rapporti diventarono veramente autentici legami umani, sentiti con maggiore serietà problematica.

Questo approfondimento rifletteva insieme la sincera adesione al modello di Menandro e la circolazione di ideali “umanistici” di origine ellenica nelle cerchie più evolute della Roma contemporanea. Così si spiega l’introduzione di un concetto chiave come quello di humanitas – influenzato dal greco φιλανθρωπία – che trova la sua espressione più significativa in una famosa battuta dell’Heautontimorùmenos, homo sum: humani nihil a me alienum puto (che è diventata un po’ l’emblema dell’ideale classico dell’humanitas). Questa elaborazione concettuale, ovviamente, non rappresenta un’isolata invenzione di Terenzio, ma è in piena sintonia con la cultura dell’età scipionica. In questo concetto («riconoscere e rispettare l’uomo in ogni uomo», come è formulato da Alfonso Traina) confluiscono vari filoni del pensiero greco, ma tipicamente romana è la sintesi costruttiva e “ottimistica” dell’ideale umanistico, ispirato da pragmatismo attivo.

La consapevole rinuncia alla vis comica | L’elemento che a Giulio Cesare appariva come il difetto principale dell’arte di Terenzio era l’assenza di vis («slancio», «energia») della sua virtus comica. Tale mancanza dipendeva, tuttavia, da una scelta consapevole del poeta e non da una sua presunta incapacità di scrivere commedie improntate al gusto della palliata tradizionale.

Non è certamente casuale che la commedia terenziana di maggior successo presso i suoi contemporanei – l’Eunuchus – sia pure quella in cui meno si affacciassero questi temi psicologici e umanistici. Si trattava, infatti, del più riuscito tentativo da parte dell’autore in direzione della comicità plautina: il dramma mette in scena un romanzesco travestimento (un giovane si finge eunuco per avere in consegna l’amata) e un burlesco personaggio (plautineggiante) del «soldato fanfarone». In ogni caso, la notevole qualità di questo testo dimostra in Terenzio anche delle attitudini puramente comiche e drammaturgiche, che spesso la critica moderna è stata portata a sottovalutare.

Muse e maschere teatrali (dettaglio). Bassorilievo su sarcofago, 200 d.C. ca. Berlin, Altes Museum.

 

  1. La poetica e il rapporto con i modelli

Sebbene la sua fortuna «scolastica» abbia condizionato la sua immagine letteraria, sarebbe sbagliato pensare a Terenzio come a una sorta di predicatore o di autore educativo, in quanto il suo interesse per i contenuti morali e culturali non andava mai a discapito della tecnica drammaturgica. Al contrario, egli è stato uno dei letterati latini più professionali, più consapevoli degli aspetti tecnici del proprio mestiere. Le sue preferenze per la Commedia Nuova e, in particolare, per Menandro mostrano bene la coesistenza di questi due aspetti: il poeta ateniese gli offriva sia un modello culturale – collegato all’interesse di Terenzio per valori come l’humanitas – sia un modello letterario, vale a dire un raffinato esempio di stile e di tecnica drammatica. Proprio lavorando a fondo sui modelli ellenici, Terenzio trovò modo di esprimere sia la propria impostazione ideale sia la propria vocazione letteraria.

Il rispetto dell’illusione scenica e la rinuncia al metateatro | Le commedie di Menandro erano state – come si è visto – un modello importante anche per Plauto, ma questi non era stato particolarmente aderente a quell’esempio: la verosimiglianza, il cardine della poetica menandrea, non fu per Plauto un valore assoluto. Nella palliata plautina, infatti, il gioco scenico finiva facilmente per diventare fine a se stesso, mettendo in crisi l’aderenza alla realtà dell’intreccio drammatico: è ciò che è stato definito “metateatro” plautino.

Terenzio curò, invece, molto di più la coerenza e l’impermeabilità dell’illusione scenica: lo sviluppo dell’azione non prevedeva mai esiti “metateatrali”. Venivano anche rigorosamente eliminate quelle battute dei personaggi che non avessero diretta motivazione interna allo svolgimento drammatico, ma che si rivolgevano liberamente al pubblico (interrompendo l’illusione scenica e rivelando così, come un commento esterno all’azione, quale fosse il meccanismo drammatico che regolava e costruiva l’invenzione comica). In pratica, la palliata di Terenzio non apriva al suo interno nessuno spazio di autocoscienza. Questi momenti di riflessione venivano tutti concentrati nello spazio del prologo.

Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana. Cod. Vat. lat. 3868, P. Terenti Afri Comoediae VI (sec. IX), f. 35v. Prologo dell’Heautontimorumenos.

La nuova funzione del prologo | Nella Commedia Nuova il prologo era generalmente concepito come uno spazio espositivo, in cui l’autore dava informazioni preliminari necessarie alla comprensione della trama (non erano illustrati solo gli antefatti dell’azione, ma si anticipava anche una parte dello sviluppo e si accennava allo scioglimento finale: la scena di agnizione o simili colpi di scena). Questo metteva il pubblico in una posizione “panoramica”, più attenta allo sviluppo dell’azione e capace di apprezzare gli effetti di ironia via via impliciti nella situazione scenica (equivoci, errori di prospettiva, ecc.).

L’importanza data al prologo come istituzione letteraria è la principale innovazione tecnica di Terenzio rispetto al teatro plautino. Il poeta rinunciava a usare i prologhi in funzione informativa, anche a costo di qualche oscurità nello svolgimento dell’intreccio, e li adoperava, invece, per esprimere personali prese di posizione in rapporto alla commedia di volta in volta messa in scena: chiariva il rapporto con i modelli greci utilizzati e rispondeva a critiche dei suoi avversari su questioni di poetica. È evidente che questo nuovo tipo di prologo presupponeva un pubblico più colto rispetto a quello delle commedie plautine, un pubblico più attento a problemi di gusto e di tecnica, e senz’altro anche più ristretto e selezionato.

Questo uso dei prologhi rendeva Terenzio avvicinabile a figure come Ennio, Accio e Lucilio, che nella loro pratica letteraria davano sempre più spazio a momenti di riflessione critica e poetica, avvicinandosi così all’ideale alessandrino del «poeta-filologo». Non a caso, Terenzio tendeva a sottolineare il suo distacco dalla “vecchia” generazione di commediografi, che comprendeva i poeti raccolti intorno ai grandi nomi di Plauto e di Cecilio Stazio. Il principale avversario, che Terenzio citava indirettamente nei suoi prologhi, era noto da altre fonti come un poeta comico minore, Luscio di Lanuvio.

 

Menandro. Busto, copia romana da originale di Cefisodoto il Giovane e Timarco di Prassitele (IV sec. a.C.). Moskow Hermitage.

 

La contaminatio | Nel prologo dell’Andria Terenzio ribatte all’accusa di contaminare fabulas (v. 16), cioè, a quanto pare, di “rovinare” i suoi modelli greci creando inopportune mescolanze, ibridi di testi diversi (da qui gli studiosi moderni hanno adottato il termine «contaminazione» per indicare, in genere, la tecnica di incrociare modelli letterari diversi in un unico testo). Il poeta sottolinea che anche i tanto venerati Nevio, Plauto, Ennio non fecero diversamente con i loro modelli greci. Così, per esempio, la prima scena dell’Andria è tratta da un’altra commedia di Menandro, la Perinthia, dove tuttavia, a quanto si apprende da Donato, Terenzio avrebbe sostituito a un dialogo tra marito e moglie un dialogo tra padrone e servo. Ben si comprende, dunque, come la contaminatio non fosse un processo di trasposizione meccanica.

A quale idea dell’azione drammatica sia funzionale la contaminatio è spiegato nel prologo dell’Heautontimorùmenos, dove Terenzio contrappone un tipo di commedia «statica» (stataria) a una commedia piena di effetti e con azione assai movimentata (motoria è chiamata nel commento di Donato). Quello che viene rifiutato è, in sostanza, la farsa popolare di tipo plautino, con le sue scene animate da inseguimenti e litigi e i suoi personaggi caricaturali: «Perché non tocchi sempre far la parte del servo che corre, del vecchio arrabbiato, / del vorace scroccone, del sicofante sfrontato, / dell’avido lenone a me che sono anziano» (vv. 37 ss.). È chiaro che Terenzio opponeva a questo stile sanguigno un ideale di arte più riflessiva, più attenta alle sfumature, più verosimile: insomma, un’arte tale da fondare l’azione drammatica sul dialogo, non sul movimento scenico e sul clamore.

Le affermazioni programmatiche di Terenzio sull’uso dei modelli greci (adattamenti, contaminazioni, ecc.) sono per i moderni difficili da riscontrare nella pratica, perché dei suoi originali – per esempio, i testi di Menandro da lui citati come fonte nei prologhi – non sono pervenuti che scarsi e casuali frammenti. Il problema dell’originalità è perciò difficile da analizzare in modo definitivo. Ciò che si riesce a distinguere è che Terenzio si attenne piuttosto fedelmente alle linee degli intrecci menandrei, senza tuttavia mai rinunciare ad approfondire gli interessi che più lo toccavano. Ciò riporta ai contenuti della sua arte, che riguardano i caratteri e i problemi di un’umanità “borghese”.

 

 

  1. Lo stile e la lingua: una rivoluzione sottovoce

Nel nuovo contesto dell’età degli Scipioni e nell’ottica di una personale e originale rielaborazione dei modelli greci, è comprensibile che lo stile espressivo di Terenzio (proprio perché l’autore stesso non intese metterlo in primo piano) fosse, in genere, l’aspetto più trascurato dalla critica e dai lettori. La prima superficiale impressione è quella di una piatta uniformità, soprattutto per chi mette a confronto la lingua terenziana con l’indiavolata “officina verbale” di Plauto.

Tuttavia, una considerazione più attenta dello stile può dire molto sulla poetica e sulle intenzioni di Terenzio. I suoi personaggi non si abbandonano a tirate imprevedibili, dense di immagini e di giochi ritmico-verbali, dove si rimescolano parodie letterarie, doppi sensi, metafore e allusioni di ogni tipo; l’impressione è più vicina a quella di una conversazione quotidiana. L’elemento che più distingue Terenzio nel quadro della commedia latina (e del teatro latino, in genere, si potrebbe dire) è la sua costante e controllata preoccupazione per il verosimile (un concetto che aveva preso sempre più importanza nella letteratura e nell’estetica greca di età ellenistica).

Guardando il linguaggio adottato dal poeta alla luce di Plauto, sembra che la materia linguistica sia stata selezionata, perfino addirittura censurata. Acquistano spazio, invece – ed è sintomatico –, le parole astratte, quelle che rendono possibile e interessante l’analisi psicologica dei caratteri. In sei commedie, tutte incentrate su intrighi d’amore, la parola «bacio» (come ha osservato Alfonso Traina) non compare più di due volte in tutto. In Terenzio gli innamorati non si baciano, di regola; e si parla poco, in genere, di corpi, di mangiare, di bere, e naturalmente di sesso; i personaggi non usano scambiarsi crude parole di insulto, né quelle della lingua quotidiana, né quelle reinventate dalla creatività poetica (come accadeva, invece, in Aristofane e in Plauto). Le figure socialmente più basse della palliata – il servo, l’etera, il parassita – sono presenti anche qui, ma non portano in scena la loro particolare carica linguistica.

La restrizione, o la censura, del linguaggio serve, come si è visto, ad assicurare il predominio di certi contenuti. Eppure, ci si può chiedere che effetto facesse questo tipo di linguaggio sul pubblico romano del tempo. È chiaro che, in un certo senso, lo stile medio e pacato di Terenzio fosse più quotidiano di quello plautino, ma ciò non significa assolutamente che Terenzio, per essere verosimile, riproducesse realisticamente la parlata colloquiale dell’epoca. Egli si adeguava, sì, a una lingua in qualche modo reale e realmente parlata, ma si trattava nondimeno di un lessico settoriale, utilizzato dalle classi urbane di buona educazione e cultura. L’effetto doveva essere piuttosto idealizzato rispetto ai gusti del pubblico romano. Il più celebre e citato giudizio critico su Terenzio, dovuto alla penna di Cesare, insisteva appunto su questa tendenza idealizzante del suo stile, definito puri sermonis amator.

La restrizione, o selezione, del lessico aveva, quindi, il suo corrispettivo nella forte riduzione della varietà metrica rispetto a Plauto e ai suoi numeri innumeri: sono, perciò, scarse le parti propriamente liriche, mentre molto contenuta è l’estensione dei cantica (parti cantate o declamate con l’accompagnamento musicale) in rapporto ai diverbia (parti recitative).

Fattucchiera e due donne. Mosaico, ante 79 d.C. Pompei, Villa di Cicerone. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

 

  1. La fortuna di Terenzio

Non tutte le commedie di Terenzio – si è detto – ebbero successo di fronte all’impaziente pubblico del tempo: sono note, infatti, le vicende della difficile rappresentazione dell’Hècyra. Volcacio Sedigito, poeta del II secolo più volte ricordato per la sua graduatoria poetica (“canone”), poneva Terenzio soltanto al sesto posto, non solo dopo Cecilio Stazio, Plauto e Nevio, ma pure dopo due commediografi minori, Licinio Imbrice e Atilio, che seguirono probabilmente le orme di Plauto.

Eppure, Terenzio continuò a tenere la scena anche dopo la sua scomparsa ed ebbe sempre il favore dei critici più dotti e sensibili, che apprezzarono soprattutto la purezza del suo linguaggio (la lingua urbana dei ceti colti, si è detto), nonché la raffinatezza dello stile. Cicerone, nell’epigramma esametrico riportato nella Vita Terenti, attribuisce al poeta un linguaggio scelto (lecto sermone) insieme a una certa urbanità (come loquens) e a una spiccata dolcezza del dire (omnia dulcia dicens). Cesare, negli esametri più volte citati, che gli sono attribuiti nella stesa Vita svetoniana, pone Terenzio tra i comici sommi e lo definisce, come si è visto, «innamorato della purezza di linguaggio», ma lo giudicò «un Menandro dimezzato» (dimidius Menander), per mancanza di vis comica.

Moderazione dei sentimenti, valori etici apprezzati anche dai cristiani (soprattutto da S. Agostino), purezza di lingua che faceva di Terenzio un modello di stile: queste furono le cause che introdussero ben presto le commedie del poeta nella scuola. E con la scuola vennero i commenti, come quello, più volte ricordato, di Elio Donato.

Nel X secolo Rosvita, monaca del monastero tedesco di Gandersheim, compose sei commedie in prosa rimata modellate sulle commedie terenziane: intrecci di storie edificanti con il cristiano lieto fine del trionfo della virtù.

Il Medioevo, come l’Antichità, dedicò commenti a Terenzio. Dante citava dei versi terenziani, forse mediati da Cicerone. Il Rinascimento rinnovò l’interesse per il suo teatro attraverso volgarizzamenti e adattamenti poetici: perdute sono le traduzioni di alcune commedie fatte dall’Ariosto per il teatro degli Estensi, mentre si conserva la traduzione dell’Andria fornita dal Machiavelli.

Molière fu grande ammiratore e imitatore di Terenzio. E dal Seicento in poi furono molte le traduzioni delle commedie terenziane nelle varie lingue europee.

Una così eccezionale fortuna, dovuta principalmente – come si è visto – ai contenuti «educativi» del suo teatro, ha portato forse la critica moderna a sottolineare troppo in Terenzio una sorta di impegno etico-sociale; rimane comunque indispensabile valutare questa esperienza artistica nel concreto quadro della cultura romana di «età scipionica» e anche, per quanto possibile, in rapporto alla letteratura drammaturgica greca che gli servì da ispirazione.

 

 

  1. Bibliografia

 

Edizioni critiche di R. Kauer, W.M. Lindsay, Oxford 1926 (ed. riveduta, 1958), e di J. Marouxeau, Paris 19674 (I vol.), 19643 (II), 19663 (III), quest’ultima con versione francese; di J. Barsby, Cambridge (Ma.), London 2001, 2 voll., con versione inglese. Tra i vari commenti moderni alle singole commedie il più recente è quello dell’Eunuchus, a cura di J. Barsby, Cambridge 1999. Si ricordano anche Hècyra, a cura di S. Ireland, Warminister 1990; Adelphoe, a cura di R.M. Martin, Cambridge 1976 e A.S. Gratwick, Warminister 1987.

Introduzioni generali: G. Norwood, The Art of Terence, Oxford 1923; H. Haffter, Terenzio e la sua personalità artistica, trad. e aggiornamenti a cura di D. Nardo, Roma 1969; B.A. Taladoire, Térence. Un théâtre de la jeunesse, Paris 1972; W.G. Forehand, Terence, Boston 1985 ; S.M. Goldberg, Understanding Terence, Princeton 1986; R.L. Hunter, The New Comedy of Greece and Rome, Cambridge 1985. Sullo stile vd. soprattutto: A Traina, Vortit barbare. Le traduzioni poetiche da Livio Andronico a Cicerone, Roma 1974(2), p. 167 ss.; Id., Forma e suono: da Plauto a Pascoli, Roma 1977, p. 181 ss. Una bibliografia generale è quella di G. Cupaiolo, Bibliografia terenziana (1470-1983), Napoli 1985.

L’importante commento di Elio Donato è stato edito da P. Wessner, Leipzig 1902-08. Vd., in proposito, L. Holz, Donat et la tradition de l’enseignement grammatical, Paris 1981, pp. 15-36.

Studi sulla fortuna: H. Hagendahl, Latin Fathers and the Classics, Göteborg 1958; G.E. Duckworth, The Nature of Roman Comedy. A Study in Popular Entertainment, Princeton 1952, pp. 396-433; M. Barchiesi, Un tema classico e medievale: Gnatone e Taide, Padova 1963 (su Terenzio nel Medioevo e in Dante).

Per le traduzioni ricordiamo: A. Ronconi, Terenzio, Le Commedie, Firenze 1960; O. Bianco, Terenzio, Commedie, Torino 1993 (rist. 2004); F. Bertini – V. Faggi, Le Commedie, Milano 2006; L. Piazzi, Adelphoe, Heautontimorumenos, Milano 2006; L. Pepe, Andria, Hecyra, Milano 2006. Singole commedie: A. Petrucci, Gli Adelphoe, Roma 19923, e D. Del Corno, I fratelli, Milano 200215; G. Zanetto, Andria, Milano 20012, e M.R. Posani, Andria, Bologna 1990; G. Zanetto, Eunuco, Milano 1999; M. Cavalli, La suocera, Milano 19944; G. Gazzola, Il punitore di se stesso, con intr. di D. Del Corno, Milano 20018; G. Zanetto, Formione, Milano 1991.

Ulteriori studi: C.R. Dodwell, The Vatican Terence and its Model, in Anglo-Saxon Gestures and the Roman Stage, Cambridge 2000, pp. 1-21; C.R. Morey, The Vatican Terence, CPh 26 (1931), pp. 374-385.

 

 

  1. Sitografia

 

Il testo originale delle sei commedie di Terenzio si può leggere nel sito The Latin Library, e, corredato di concordanze, lista delle parole, indici di frequenza, in IntraText. Nel progetto Perseus, il testo delle commedie latine è unito alla traduzione inglese con vocabolario e note al testo. Una traduzione italiana delle commedie si può leggere nel Progetto Ovidio.

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Esse è avere (Lucil. Sat. fr. incert. v. 1220 Marx = 1154 Terzaghi – I. Mariotti)

di G.B. CONTE, E. PIANEZZOLA, Lezioni di Letteratura latina. Materiali per il docente, Milano 2010, p. 43.

 

Una massima che avrà la vitalità del proverbio e sarà ripresa da Orazio (Sat. I 1, 62),  nil satis est – inquit – quia tanti quantum habeas sis, «non è mai abbastanza – si dice – perché tu sei soltanto ciò che possiedi», e da Petronio (Satyr. 77, 6), assem habeas assem valeas: habes, habeberis, «hai un soldo? vali un soldo: hai ricchezze? avrai anche stima».

L. Cornelio Silla e L. Manlio Torquato. Denario, Roma, 82 a.C. AR 3, 93 gr. Recto: L. Manli(us) pro q(uaestor). Testa elmata di Roma voltata a destra

METRO: esametro

 

 

tantum habeas, tantum ipse sies tantique habearis[1].

 

Quello che hai è quello che tu sei, quello che sei stimato.

 

(trad. it. di I. Mariotti – A. Cavazza Pasini)

***

Note:

[1] sies: sis.

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Gaio Lucilio

di G.B. CONTE, in Letteratura latina. Manuale storico dalle origini alla fine dell’Impero romano, Milano 2011, pp. 98-102 = Id., E. Pianezzola, Lezioni di letteratura latina. Corso integrato. 1. L’età arcaica e repubblicana, Milano 2010, pp. 208-213.

 

  1. La satira, un genere interamente romano

Maschere teatrali (Tragedia e Commedia). Mosaico, II sec. d.C. ca. dalle Terme di Decio sull’Aventino. Roma, Musei Capitolini.

Satura, ovvero «mescolanza e varietà» | Le origini del genere che i Romani chiamavano satura sono piuttosto incerte e misteriose per i dotti latini. La spiegazione antica del termine, che presuppone la derivazione dal greco σάτυρος, «satiro», è del tutto falsa: la satira, in origine, non sembra avere a che fare con i satiri né con il genere teatrale del dramma satiresco greco, caratterizzato dalla presenza di un coro di satiri che accompagnavano l’azione, alternando la recitazione alla danza. È invece sicuro che satura lanx indicasse, nella Roma arcaica, un piatto misto di primizie offerte agli dèi; di qui anche una specialità gastronomica (come un’«insalata mista») e un tipo di procedimento giuridico detto lex per saturam, quando si riunivano stralci di vari argomenti in un singolo provvedimento legislativo. Fondandosi su queste attestazioni, è probabile che, anche nell’uso letterario del termine, prevalesse il valore di «mescolanza e varietà».

Un genere senza precedenti in Grecia | Il nome, dunque, non è greco (come non lo è atellana, mentre quasi tutti gli altri generi letterari a Roma hanno nomi di origine greca). Quintiliano contrappone la satira agli altri generi, perché, come dice, satura… tota nostra est (X 1, 93) [«la satira è un genere integralmente nostro»]. I tentativi compiuti dagli stessi poeti satirici – soprattutto Orazio – di crearsi una specie di genealogia retrospettiva in Grecia, per esempio, chiamando in causa la mordacità della commedia ateniese del V secolo (di Aristofane, in particolare) o ispirandosi ai Giambi di Callimaco, non incidono su questo dato di fondo. Per quanti apporti culturali greci la satira abbia via via accolto – la stessa struttura “aperta” del genere incoraggiava innesti e mescolanze – l’impulso originario è specificamente romano.

Uno spazio per la voce personale del poeta | E questo impulso propriamente romano, ai primordi della satira, si può forse riconoscere come la ricerca di un genere letterario disponibile a esprimere la “voce personale” del poeta, a raccontare in versi momenti ed esperienze reali della sua vita. Se si considera l’epoca immediatamente anteriore a quella degli Scipiones, quella di Ennio, la produzione letteraria in latino appare già assai articolata; si nota, però, che nessuno dei generi canonici (epica, tragedia, commedia) prevede uno spazio di espressione “diretta”, in cui l’autore possa parlare di se stesso e del suo rapporto con la realtà contemporanea.

La «varietà», nuovo canone estetico della poesia alessandrina | Intanto, l’esempio dei poeti alessandrini – soprattutto di Callimaco –, che nel III secolo a.C. avevano coltivato una poesia sofisticata ed erudita, curatissima nei dettagli, aveva mostrato come si potesse creare una poesia che superasse i limiti dei generi tradizionali. Callimaco, in particolare, aveva rimescolato l’assetto tradizionale dei generi e introdotto alcuni contenuti nuovi, prima assenti in poesia: in uno stesso carme era stato capace di unire discorsi sulla sua concezione dell’arte e scenette di vita quotidiana, nonché tradizioni popolari e storie mitiche raffinatissime ed elaborate. Il canone estetico preferito era quello della «varietà» (ποικιλία), che Callimaco aveva opposto all’uniformità altisonante dell’epica narrativa.

Apollo citaredo. Affresco, dall’hospitium dei Sulpicii.

 

Le satire di Ennio: varietà di temi e interventi personali del poeta | E varietà, espressione personale dell’autore, impulso al realismo sono carattere che in qualche modo si possono riconoscere, o indovinare, anche nei frammenti delle satire enniane. Si tratterebbe, forse, di quattro o sei libri, ognuno formato da più componimenti in metro vario, principalmente in metri giambici o trocaici (ma anche esametri e forse sotadei), e vari soprattutto sono gli argomenti trattati: si possono ricostruire la scena di svariati dialoghi, un dibattito tra Vita e Morte, la favoletta di un contadino e di un’allodola, il ritratto caricaturale di un parassita; soprattutto, interventi in prima persona del poeta e accenni di autoritratto.

Tracce di autobiografismo, ma non di aggressione satirica | È verosimile anzi che vari punti della tradizione biografica relativa a Ennio derivino proprio da accenni autobiografici che il poeta disseminava nelle sue Satire. Anche per questo aspetto Ennio ha un posto importante nello sviluppo di questo atteggiamento di consapevolezza di sé da parte del poeta. Non si sa, invece, se già la sua satira contenesse spunti di polemica, e veri e propri attacchi a personaggi contemporanei. Si sarebbe inclini a cercare in Nevio – noto per i suoi strali contro la famiglia aristocratica dei Metelli – questa dimensione aggressiva del satirico: ma non è neppure certo che Nevio abbia composto delle satire; quanto alla satira di Pacuvio, non si sa nulla.

 

 

  1. Lucilio, un aristocratico fuori dal coro

 

La vicinanza al “circolo” degli Scipioni | L’opera di Lucilio si radica nello stesso ambiente culturale di Terenzio: i grandi personaggi del partito scipionico (Scipione Emiliano, Lelio), che Terenzio aveva conosciuto giovani, furono nella maturità i protettori del poeta satirico. La sua posizione sociale, però, fu ben diversa da quella del libero africano Terenzio e diversa fu anche la protezione che i suoi nobilissimi amici gli accordarono. Lucilio fu un uomo d’alto rango, colto e benestante, che non visse del proprio lavoro letterario e che non ebbe paura di farsi nemici tra i potenti: per questo, ben inserito nell’ambiente scipionico, egli poté permettersi scelte ardite, indipendenza di giudizio, verve polemica, interesse curioso per la vita contemporanea e per la politica; tutte qualità che Terenzio non poteva avere.

 

Ritratto virile di patrizio romano. Busto, marmo, fine I sec. a.C. ca. Firenze, P.zzo Medici-Riccardi.

 

  1. Il primo poeta satirico

 

Una vita per le lettere | Lucilio fu il primo letterato di alto ceto sociale a condurre una vita da scrittore, volontariamente appartata dalle cariche pubbliche e dalla vita politica attiva. La famiglia del poeta proveniva da Suessa Aurunca, nella Campania settentrionale, ed era di condizione agiata.

Nascita e morte | Secondo san Girolamo, la fonte principale, Lucilio sarebbe nato nel 148 a.C., ma altri dati della sua biografia non si accordano con questa informazione. Risulta, per esempio, che Lucilio abbia militato nel quartier generale di Scipione Emiliano durante l’assedio della città celtiberica Numanzia, ribelle ai Romani; ma l’evento risale al 133, quando Lucilio non avrebbe avuto che quindici anni. Sarebbe stato, inoltre, di una precocità letteraria notevolissima; per di più, non si capisce come mai Orazio si riferisse a lui chiamandolo senex («vecchio»; Sat. II 1, 34). Una plausibile spiegazione alternativa è che Girolamo, fuorviato da una quasi omonimia dei consoli in carica rispettivamente nel 148 e nel 180 a.C., abbia confuso il 180 con il 148. In tal caso, Lucilio sarebbe quasi un coetaneo di Terenzio, il che sarebbe accettabile. Altri, sostengono, con argomenti notevoli, una data intermedia, il 168/7 a.C., che sarebbe, in astratto, la più verosimile. Ad ogni modo, si ritiene oggi che la data di nascita vada retrodatata di almeno vent’anni. L’unica data certa, comunque, è quella di morte, il 102 a.C.

Trenta libri di satire | Lucilio scrisse trenta libri di satire, di cui si hanno frammenti (quasi tutti brevissimi) per circa 1.300 versi. Sembra che nel I secolo a.C. un grammatico, che era anche poeta illustre, Valerio Catone, abbia curato un’edizione delle satire luciliane divisa in trenta libri, l’ordine dei quali era basato su un criterio metrico (che cioè raggruppava i diversi libri a seconda dei metri in cui erano composti: i libri I-XXI tutti in esametri dattilici; i libri XXII-XXV, forse, in distici elegiaci; i libri XXVI-XXX in metri giambici e trocaici, nonché, nuovamente, in esametri), ordine che non coincideva assolutamente con quello cronologico di composizione. Si presume che Lucilio abbia pubblicato la sua prima raccolta, in cinque libri, verso il 130 a.C. e che questi siano quelli a tutt’oggi noti, sia pure frammentariamente (grazie ai grammatici), come libri XXVI-XXX.

La progressiva selezione dell’esametro | Se è così, Lucilio si orientò progressivamente verso l’esametro (segno probabile di provocazione ironica, in quanto al verso tipico dell’epica eroica e celebrativa venivano poi adattate una materia quotidiana e una dizione colloquiale, spesso popolareggiante); in esametri sarebbero poi state scritte anche le satire di Orazio, che a Lucilio si sarebbe richiamato direttamente. I singoli libri luciliani potevano consistere sia di composizioni uniche sia di più brevi unità poetiche.

Il titolo | Non è affatto sicuro che il titolo Saturae risalga a Lucilio stesso, ma Orazio usò il termine satura per designare quel genere di poesia inaugurato proprio dall’opera lucilianea; nei frammenti superstiti, l’autore chiama le sue composizioni con il nome di poemata, o anche sermones (o meglio ludus ac sermones, cioè «chiacchiere scherzose»); si è anche ragionevolmente supposto che il titolo primitivo dell’opera fosse, con nome greco, σχέδια («improvvisazioni»).

Ritratto virile. Testa, marmo, metà I sec. a.C. Roma, Museo di P.zzo Massimo alle Terme.

 

  1. Una varietà di temi e motivi

 

Un ampio spettro di argomenti | Una produzione di trenta libri non può certamente essere ricostruita sulla base di frammenti brevi e citati per lo più a causa delle particolarità grammaticali che contenevano. Per quanto si sa, Lucilio affrontò uno spettro molto ampio di argomenti.

La parodia del concilio degli dèi | Il I libro conteneva una vasta composizione nota come Concilium deorum; attraverso una parodia dei concili divini, scena tipica dell’epica (da Omero a Ennio), Lucilio prendeva di mira un certo Lentulo Lupo, personaggio inviso agli Scipioni: gli dèi decidevano di farlo morire per indigestione. La parodia, proprio perché gioco costruito a spese di altri testi letterari molto noti – anzi, spesso esemplari – comportava anche implicazioni critico-letterarie. Nel momento in cui il poeta faceva in modo che gli dèi, riuniti in assemblea per discutere di povere cose umane, si comportassero secondo il protocollo e le procedure del Senato romano, la scena letteraria del Concilium deorum veniva mostrata per quello che era, cioè nient’altro che un motivo comune e convenzionale della poesia epica, ormai privo di credibilità. Proprio contro la concezione della letteratura come vuota convenzionalità e ricorso a scene e a motivi stereotipi Lucilio voleva reagire con ironia realistica.

Il viaggio e il banchetto: due temi di grande fortuna letteraria | Il III libro delle Satire conteneva la colorita narrazione di un viaggio in Sicilia; il tema del viaggio sarebbe ritornato poi più volte nella storia del genere – per esempio, nella satira oraziana I 5 e, forse proprio ispirandosi a Lucilio, anche nel Satyricon di Petronio.

In più di una satira Lucilio forniva precetti culinari: anche questo spunto sarebbe stato poi raccolto da Orazio, e non si dimentichi che Ennio – il primo autore che abbia sicuramente scritto satire – era anche l’autore degli Hedyphagetica, un poemetto «sul mangiar bene». Nel XXX libro Lucilio descriveva un sordido banchetto; più in generale, accenni di gastronomia, connessi con il tema polemico del lusso a tavola, ricorrono in più libri: in particolare, nel XX era narrato il festino organizzato da un parvenu, tale Granio, l’antenato letterario dei più famosi Nasidieno (vd. Hor. Sat. II 8) e Trimalcione, uno dei personaggi del Satyricon.

L’amore e le questioni letterarie: una sensibilità “moderna” | Il libro XVI pare fosse dedicato alla donna amata: se ne potrebbe concludere che Lucilio fu anche l’antesignano della poesia personale d’amore, tendenza che si sarebbe ritrovata sempre più centrale nei carmi di Catullo e nell’elegia imperiale.

Sono poi ampiamente attestate disquisizioni su problemi di carattere letterario: giudizi su questioni di retorica e di poetica, e vere e proprie analisi critico-letterarie e grammaticali. In questo senso, Lucilio ricorda la cultura retorico-grammaticale di Accio, sebbene di quest’ultimo, come di Pacuvio e di altri, Lucilio deridesse il gusto enfatico e declamatorio. La critica dello stile solenne (specialmente quello della tragedia romana) è un’altra importante convergenza tra Lucilio e Callimaco, e un filo che legò Lucilio all’esperienza della poesia neoterica in età cesariana.

 

Un letterato nel suo studio. Rilievo, marmo, III-IV sec. d.C. Roma, Museo della Civiltà romana.

  1. Polemica e anticonformismo

 

I tratti tipici della satira romana: moralismo e critica sociale | Già nelle Satire di Lucilio doveva avvertirsi quel forte spirito moralistico che era destinato ad affermarsi come caratteristica dominante della successiva tradizione del genere. La critica del poeta batteva con vivo umorismo sui più diversi aspetti della vita quotidiana, rappresentati nella loro concretezza fisica e linguistica; nei frammenti pervenuti compaiono spesso spunti critici nei confronti dei costumi contemporanei, in particolare contro gli eccessi del luxus e le manie ellenizzanti. È possibile cogliere questo atteggiamento in un frammento che descrive i negotia svolti nel Foro (vv. 1228-1234 Marx; 1126-1132 Terzaghi – I. Mariotti):

 

Nunc uero a mani ad noctem festo atque profesto
totus item pariterque die populusque patresque
iactare indu foro se omnes, decedere nusquam;
uni se atque eidem studio omnes dedere et arti,
uerba dare ut caute possint, pugnare dolose,
blanditia certare, bonum simulare uirum se,
insidias facere ut si hostes sint omnibus omnes.

[«Ma oggi, da mattina a sera, sia nei festivi sia nei giorni di lavoro,
sempre, il popolo intero e i senatori, tutti, allo stesso modo,
si agitano nel Foro, senza allontanarsene mai;
e tutti si danno pensiero soltanto di una cosa:
di come possano prendersi impegni senza compromettersi,
di come riescano a combattersi con astuzia, a gareggiare in piaggerie,
a fingersi persone dabbene, a tendere insidie quasi
essi siano tutti l’uno nemico dell’altro».]

 

Una personalità anticonformista con un programma letterario organico | Non si può affermare con certezza quanto le satire luciliane – nel loro ampio sviluppo cronologico – fossero collegate da un programma unitario, ed è comunque pericoloso immaginare questo poeta come una sorta di “riformatore”. Anche l’impiego politico di Lucilio può essere stato discontinuo e oscillante: il suo rapporto con il gruppo scipionico è evidente nella prima satira, ma il poeta sopravvisse molti anni ai suoi protettori politici. È invece chiara l’esistenza di un programma letterario decisamente innovativo e organico, sostenuto da una personalità vivacemente anticonformista.

Ingresso Foro di Traiano. Inklink Studio (http://www.inklink.it/inklink/archivio.php?toc=232#)

 

Il “realismo” stilistico | La poesia di Lucilio rifiuta un unico livello di stile e si apre in tutte le direzioni; amalgama il linguaggio elevato dell’epica, rivissuto come parodia, e i linguaggi specialistici, che fino ad allora restavano esclusi dalla poesia latina (tecnicismi di retorica, scienza, medicina, sesso, gastronomia, diritto e politica), nonché forme del linguaggio quotidiano, attinte ai diversi strati sociali – perciò anche un’esorbitante quantità di grecismi. In questa prospettiva Lucilio è – come Petronio – quanto di più vicino al realismo moderno offra la letteratura latina: tende persino a simulare l’improvvisazione dei propri versi. La disarmonia dello stile luciliano è certamente una scelta meditata a un preciso programma espressivo, che fonde insieme vita e arte.

Fortuna di Lucilio | Come voce «personale» del genere satirico (ex praecordiis ecfero versum, dice un suo celebre frammento), Lucilio resterà un modello per tutti i poeti satirici latini, da Varrone in poi: soprattutto, la sua capacità di presa sul reale suonerà nuova e audace sullo sfondo della poesia latina arcaica. Orazio criticherà Lucilio come poeta del suo tempo, per la vena torrenziale e per la scarsa finitura formale – e cioè rivolgerà contro di lui i precetti della scuola callimachea, che pure, in qualche diversa misura, Lucilio stesso aveva recepito; ma lo consacrerà quale inventor della satira. D’altra parte, almeno un aspetto dell’eredità di Lucilio sarebbe andato inevitabilmente perduto: un certo tono di vivace polemica personale, anche politica, era legato a precise condizioni sociali e istituzionali. Nella Roma imperiale, la satira dovrà cercarsi nuovi bersagli. Per questo aspetto, Orazio sentirà Lucilio lontano da sé, quasi quanto la commedia aristofanea.

 

 

  1. Bibliografia

 

Fondamentale l’edizione di F. Marx, Leipzig 1904-05, 2 voll. (rist. Amsterdam 1963), con ampia introduzione e commento; inoltre, le due edizioni di N. Terzaghi, Firenze 19662, e di W. Krenkel, Berlin 1969, 2 voll.

Fra gli studi generali si vd. C. Cichorius, Untersuchungen zu Lucilius, Berlin 1908 (importante per la biografia e l’ambiente storico); M. Puelma Piwonka, Lucilius und Kallimachos, Frankfurt a.-M. 1949 (sui rapporti con la poesia alessandrina); I. Mariotti, Studi luciliani, Firenze 1960. Sulla satira: U. Knoche, Roman Satire, trad. ingl. Bloomington 1975; W.S. Anderson, Essays on Roman Satire, Princeton 1982; M. Coffey, Roman Satire, Bristol 1989; M. Citroni, Satira, epigramma, favola, in La poesia latina. Forme, autori, problemi, a cura di F. Montanari, Roma 1991, pp. 133-203; E. Gowers, The Loaded Table Representations of Food in Roman Literature, Oxford 1993; C. Moro, La varietà e la norma. I frammenti giambico-trocaici di Lucilio fra versificazione drammatica e alessandrinismo, Padova 1995.

Traduzioni: C. Marchesi, C. Campagna, Scrittori latini. Antologia della letteratura latina, Milano-Messina 197411; I. Mariotti, A. Cavazza Pasini, Storia e testi della letteratura latina, Bologna 1975.

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Il “pericolo” dell’esame

di G. MANZONI, Opulenta patrum. Versioni latine per il secondo biennio e il quinto anno, Bologna 2012, p. 171.

 

Fucina di un ramaio. Bassorilievo, ante 79 d.C., da Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

 

Il fascino della parola, dei suoi significati, della musicalità che produce, dei passaggi logici che può suscitare, attira in genere anche nelle aule scolastiche. Quando si va a scavare l’origine della parola e si trovano i nessi e i collegamenti con altri vocaboli e magari con altre lingue, nasce lo stupore della scoperta, la curiosità dell’indagine: a volte, anche la passione per la linguistica.

Ricordo che, come studente di Glottologia, ero rimasto entusiasta dei primi confronti indoeuropei, che sentivo instaurare a lezione da un maestro come Vittore Pisani, quando si muoveva tra vocaboli latini, greci e sanscriti. Quando parlava del “padre”, per esempio, mi affascinava pensare all’accostamento non solo al latino pater e al greco πατήρ (fin qui siamo nel campo dell’ovvio), ma anche al sanscrito pitár, al gotico fadar, e quindi al tedesco Vater e all’inglese father. Insieme all’elenco delle isoglosse c’era la spiegazione relativa alla trasformazione della radice indoeuropea nelle diverse lingue, compresa la nostra. Oppure ricordo l’accostamento, che adesso mi sembra naturale, ma che allora mi aveva sorpreso, tra il latino amica e il sostantivo amor: in latino l’amica è soprattutto l’amante, e i due vocaboli contengono la stessa radice am-, che ora tendiamo a separare dal nostro concetto moderno di “amicizia”.

Oggi, non c’è lezione di pedagogia e di didattica che non si apra con l’etimologia del verbo “educare” e del concetto di “educazione”: e così si scopre che queste attività sono un educare alla latina, che è collegato all’infinito di educere, che significa “tirare fuori”, cioè “far crescere, allevare”. Chi ce lo ricorda, non lo fa per sfoggio di erudizione, ma ci porta a comprendere il significato stesso dell’attività educativa, attraverso la spiegazione linguistica.

Anche gli studenti odierni mostrano un certo interesse per l’etimologia e la scoperta delle radici linguistiche. Soprattutto quando la storia della parola porta ad accostamenti impensati, allora l’indagine si fa più interessante e chi ascolta segue con attenzione il dipanarsi dei passaggi.

Vorrei portare due esempi. Fa sempre una certa impressione agli studenti la spiegazione dell’etimologia della parola “esame”. Essa viene dal latino examen, che contiene la stessa radice del verbo exigere, e che indicava l’oscillazione della bilancia su cui era posato l’oggetto da pesare. Quindi, l’esame è una misurazione, una pesata: potremmo dire una valutazione ponderata, in questo caso, della preparazione scolastica dell’esaminato. La spiegazione linguistica peggiora ulteriormente il morale dell’esaminando, se poi si ricorda che la parola latina più corrispondente al nostro concetto di “esame” è periculum: che è il momento in cui si deve accertare la peritia dell’alunno. Ma siccome la cosa comincia a diventare un po’ malaugurante, è meglio smettere questo percorso.

Curioso è poi il caso del verbo “cancellare”, di cui comprendiamo il significato se non usiamo la gomma o la scolorina, ma se ci mettiamo a tracciare sui testi già scritti (ma che vogliamo eliminare) alcune righe incrociate a forma di cancelli, o di graticci, in modo da far sparire ciò che è scritto sotto. Questo atto di disegnare cancelli per annullare il testo è divenuto appunto il nostro “cancellare”.

L’etimologia ci porta naturalmente a risalire alle origini linguistiche, ma non solo a questo: attraverso le parole arriviamo al formarsi delle nostre abitudini, alla storia di chi ci ha preceduto, agli usi di un tempo remoto, che scopriamo a volte così uguali e a volte così diversi dai nostri. L’indagine linguistica è anche materia delicata, ma che spesso viene affrontata con una certa approssimazione, quando si accostano “a orecchio” espressioni che sembrano simili e che poi, indagate scientificamente, si rivelano non avere alcunché in comune. Perciò, l’etimologia deve essere sorretta da basi glottologiche e rifuggire dalle spiegazioni di fantasia.

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Origini, natura e finalità del movimento sofistico

di G. REALE, I sofisti, in Il pensiero antico, Milano 2001, pp. 63-66.

 

Il significato del termine “sofista” – Prima di iniziare un discorso sulla sofistica, è indispensabile chiarire quale sia stato il significato originario e autentico del nome “sofista”. È noto, infatti, che sofista, nel linguaggio corrente, ha da tempo assunto un senso decisamente negativo: sofista vien detto colui che, facendo uso di ragionamenti capziosi, per un verso cerca di indebolire e di offuscare il vero e, per l’altro, tenta di rafforzare il falso rivestendolo delle apparenze del vero. Ma non è affatto questo il senso originario del termine, che significava semplicemente “sapiente”, “esperto del sapere”, “possessore del sapere” e, quindi, voleva dire non solo qualcosa di valido, ma qualcosa di altamente positivo. L’accezione negativa del termine sofista è diventata corrente a partire forse già da Socrate e certamente dai discepoli di questi – Platone e Senofonte – che radicalizzarono la battaglia contro i sofisti e poi con Aristotele, che codificò quanto Platone aveva detto nel modo seguente: «La sofistica è una sapienza apparente, non reale: il sofista è uno smerciatore di sapienza apparente, non reale» (79a 3 DK).

I capi d’accusa sono due e di diversa natura: a) la sofistica è un sapere apparente e non reale e, per giunta, essa b) è professata a scopo di lucro e nient’affatto per disinteressato amore di verità. A questi capi d’accusa addotti da filosofi dovettero poi aggiungersi anche quelli fatti valere dalla pubblica opinione. Questa vide nei sofisti un pericolo sia per la religione sia per il costume morale, dato che proprio su questo terreno i sofisti avevano spostato la propria attenzione. Gli aristocratici, in particolare, non perdonarono ai sofisti di aver contribuito alla loro perdita di potere e di aver dato un forte incentivo alla formazione di una nuova classe che non contava più sulla nobiltà di natali, bensì sulle doti e sulle abilità personali, che erano appunto quelle che i sofisti intendevano creare, o comunque sistematicamente educare. Resta, in ogni caso, il fatto che la responsabilità massima nello screditare i sofisti fu di Platone e lo fu, oltre che per quello che disse, per il modo particolarmente efficace in cui lo disse, con lo strumento della sua arte.

Ma vedremo subito che, se le ragioni che portarono al discredito dei sofisti agli occhi dei contemporanei e di Platone potevano apparire fondate e indiscutibili, non lo sono, invece (o lo sono solo in parte), per l’interprete che, storicamente educato, sappia porti al di sopra delle parti e giudicare in modo obiettivo. Gli studiosi sono oggi concordi nell’affermare che i sofisti furono un fenomeno storico necessario al pari di Socrate e di Platone; questi, anzi, senza i sofisti sarebbero impensabili.

Filosofo. Affresco, I sec. d.C., dalle Terme dei Sette Sapienti (Ostia).

Le ragioni del sorgere della sofistica – I sofisti hanno apportato qualcosa di totalmente nuovo e, in qualche modo, hanno operato una rivoluzione rispetto ai filosofi della φύσις: è questa rivoluzione, insieme alle ragioni che la produssero, che noi ora dobbiamo mettere in chiaro.

Il nuovo obiettivo fu appunto quello che i naturalisti avevano o del tutto trascurato, oppure solo marginalmente appena toccato, vale a dire l’uomo e tutto ciò che è tipicamente umano. E perciò ben si comprende come i temi dominanti della speculazione sofistica divenissero etica, politica, retorica, arte, lingua, religione, educazione – cioè tutto ciò che noi oggi chiamiamo cultura umanistica. Con i sofisti, insomma, iniziò quello che, con efficace espressione, è stato detto «periodo umanistico della filosofia antica».

Noi, però, non ci potremmo spiegare questo radicale spostamento dell’asse della filosofia, se ci limitassimo a rilevare questo fattore negativo, vale a dire l’esaurimento delle risorse della filosofia della natura. Oltre e accanto a esso, agirono, in modo decisivo, le nuove condizioni storiche che vennero via via maturando nel corso del V secolo a.C. e i nuovi fermenti sociali, culturali e anche economici, che, in parte, crearono e, in parte, furono creati dalle nuove condizioni storiche.

Ricordiamo, innanzitutto, la lenta, ma inesorabile, crisi dell’aristocrazia, che andò di pari passo con il potere sempre crescente del δῆμος (del «popolo»); l’afflusso nelle città, specie in Atene, sempre più massiccio di meteci; l’ampliarsi del commercio che, superando i ristretti limiti delle singole città, portava ciascuna di esse a contatto con un mondo più ampio; il diffondersi delle esperienze e conoscenze di viaggiatori che portarono all’inevitabile raffronto fra usi, costumi e leggi ellenici ed elementi totalmente differenti. Tutti questi fattori contribuirono fortemente al sorgere della problematica sofistica. La crisi dell’aristocrazia comportò anche quella dell’antica ἀρετή, dei valori tradizionali, che appunto erano quelli tenuti in pregio dall’aristocrazia. Il crescente affermarsi del potere democratico e l’allargamento a cerchie più vaste della possibilità di accedere alle cariche pubbliche fecero crollare la convinzione che l’ἀρετή fosse legata alla nascita, cioè che virtuosi si nascesse e non si diventasse, e pose in primo piano il problema del come si acquistasse la «virtù politica». La rottura del ristretto cerchio della polis e la conoscenza di opposti costumi, leggi ed usi dovettero costituire la premessa del relativismo, ingenerando la convinzione che ciò che era ritenuto eternamente valido fosse, invece, privo di valore in altri ambienti e in altre circostanze. I sofisti seppero cogliere in modo perfetto queste istanze dell’età travagliata in cui vissero, le seppero esplicitare, dando loro forma e voce.

«Testa del filosofo». Testa, bronzo, seconda metà del V sec. a.C. ca. da un relitto dalle acque di Ponticello, Villa S. Giovanni (RC). Reggio Calabria, Museo Nazionale della Magna Grecia.

Finalità pratiche della sofistica – Quanto abbiamo finora precisato ci permette di comprendere quegli aspetti della sofistica che in passato sono stati meno apprezzati, o che, addirittura, sono stati considerati del tutto negativi. Si è, per esempio, molto insistito sul fine pratico e non più puramente teoretico della sofistica e si è considerato questo come uno scadimento speculativo e morale. I filosofi della natura ricercavano la verità per se medesima, e il fatto di avere o meno allievi era, in certo senso, accidentale; viceversa, i sofisti non ricercavano la verità per se medesima, ma avevano per scopo l’insegnamento e il disporre di discepoli era, invece, per loro essenziale. Insomma, del loro sapere i sofisti facevano una vera e propria professione.

Ora, per quanto questi giudizi contengano del vero, portano peraltro fuori strada, se non si tiene ben presente quanto segue. È vero che i sofisti compromisero in parte l’aspetto teoretico della filosofia, ma è altrettanto vero che, poiché la tematica che essi trattarono non concerneva la φύσις, ma la vita umana e i concreti problemi etico-politici, contrariamente ai naturalisti, essi dovettero essere spinti dalla necessità delle cose a finalizzare praticamente le loro riflessioni.

Ma la finalizzazione pratica delle loro dottrine ebbe anche un più alto significato: con essi, il problema educativo e l’impegno pedagogico emersero in primo piano ed assunsero un nuovissimi significato. Contro la pretesa dell’aristocrazia, la quale riteneva che la virtù fosse una prerogativa del sangue e della nascita, i sofisti intesero far valere il principio che tutti potessero, invece, acquistare l’ἀρετή, e che questa, anziché fondarsi sulla nobiltà del sangue, si basasse sul sapere.

E alla luce di questo si spiega ancor meglio il fatto che i sofisti vollero essere dispensatori del sapere, e cioè non dei semplici indagatori, ma degli educatori. E se è vero che i sofisti non estesero a tutti il proprio insegnamento, ma solo a quella élite che doveva, o voleva, accedere alla guida dello Stato, resta pur vero che, con il loro principio, spezzarono almeno il pregiudizio che vedeva l’ἀρετή necessariamente legata all’aristocrazia.

 

Allievo e maestro. Rilievo su sarcofago, III sec. d.C. dalla Via Praenestina. Roma, Museo del Tabularium.

 

Il compenso in denaro preteso dai sofisti – Siamo così in grado di affrontare e risolvere anche la spinosa questione del compenso, che i sofisti esigevano per il loro insegnamento e per la loro opera di educazione. Platone e altri antichi bollarono la venalità dei sofisti e considerarono questo costume di far pagare gli insegnamenti come un indiscutibile segno di bassezza morale. Ma Platone era, in questo giudizio, vittima del pregiudizio aristocratico (in genere, la cultura era retaggio dei “migliori” e dei ricchi, che, avendo risolto tutti i problemi della vita, si davano alla cultura come a un sublime otium e la consideravano avulsa in larga misura da tutto ciò che avesse rapporto con il guadagno e con il denaro, ritenendola puro frutto di disinteressata comunione spirituale).

Ma i sofisti non avevano fissa dimora e non avevano cespiti di guadagno e, quindi, vendo impostato il loro sapere e la loro opera nel modo che abbiamo spiegato, dovevano necessariamente farne mestiere ed esigere un compenso in denaro per sostentarsi. E si potranno certamente biasimare gli abusi di cui essi si resero responsabili; ma bisogna, in ogni caso, essere assai guardinghi nel giudicarli troppo severamente.

Pittore Duride. Scuola di scrittura su tavoletta con stilo. Dettaglio dal lato B di una kylix attica a figure rosse, inizi V sec. Berlin, Staatliche Museen.

 

Spirito panellenico della sofistica – I sofisti furono, poi, rimproverati di essere dei girovaghi, di passare di città in città e, quindi, di infrangere la fedeltà alla propria patria e, pertanto, di rompere quel legame che il Greco riteneva infrangibile. Ebbene, se per l’uomo di allora il rimprovero ben si comprende, esso diventa merito, non appena lo si collochi in una più vasta prospettiva storica: i Greci, per salvarsi politicamente e uscire dalle mortali lotte fra città, avrebbero avuto bisogno di ancorarsi a un solido ideale panellenico; e i sofisti furono espressione di questo ideale: sentirono, cioè, che gli angusti limiti della polis non si giustificavano più, non avevano più ragion d’essere e più che cittadini di una data città si sentirono cittadini dell’Ellade.

Filosofo. Busto, marmo pario, II-III sec. d.C. Museo Archeologico di Delfi.

 

Le diverse correnti della sofistica – E, per concludere, dobbiamo chiarire un ultimo punto. Non esiste un sistema filosofico sofistico o una dottrina sofistica, nel senso che è impossibile ridurre il pensiero dei vari sofisti a proposizioni comuni. Ma non è nemmeno vero che le singole dottrine costituiscano quasi delle unità fra loro incommensurabili. È vero, invece – come è stato ben rilevato – che la sofistica del V secolo a.C. rappresenti una serie di soluzioni diverse di una gamma di problemi identici.

Dobbiamo, quindi, vedere i vari sforzi differenti compiuti dai singoli sofisti ed esaminare i metodi da essi escogitati. Ma, prima di procedere a questo esame, occorre ancora precisare che, per poter intendere e valutare correttamente i sofisti, bisogna distinguerli l’uno dall’altro, senza fare di ogni erba un fascio. La sofistica, infatti, subì un’evoluzione, anzi un’involuzione piuttosto marcata, e fra i maestri della prima generazione e i discepoli della seconda corse una differenza notevole, come in parte lo stesso Platone aveva già notato. È necessario, pertanto, discernere almeno tre gruppi di sofisti: 1) i grandi e famosi maestri della prima generazione, niente affatto privi di ritegni morali e, anzi, come lo stesso Platone riconobbe, sostanzialmente degni di rispetto; 2) gli “eristi”, cioè coloro che, sfruttando il metodo sofistico ed esaltandone l’aspetto formale senza alcun interesse per i contenuti e senza ritegno morale, trasformarono la dialettica sofistica in una sterile arte di contendere con i discorsi, in una vera e propria arte della λογομαχία; 3) infine, i sofisti “politici”, che furono uomini di Stato – o aspiranti tali – che, senza più alcun ritegno morale, abusarono di certi principi sofistici per teorizzare un vero e proprio immoralismo, che sfociò nel disprezzo della «cosiddetta giustizia», di ogni legge costituita, di ogni principio morale: ma costoro, più che lo spirito autentico della sofistica, ne rappresentavano l’escrescenza patologica.

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