La città arcaica: urbanistica e funzioni

di E. Lippolis, G. Rocco, Archeologia greca. Cultura, società, politica e produzione, Milano-Torino 2011, pp. 127 sgg.

Atene (Attica). Agorà del Ceramico, in fase pisistratide: 1) fontana di sud-est; 2) recinto della cosiddetta Heliàia; 3) edificio F; 4) edificio D; 5) edificio C; 6) sala ipostila; 7) edificio absidato; 8) sacello; 9) stoá basíleios; 10) area di culto di Efesto; 11) area di culto di Ares; 12) Altare dei Dodici Dèi (da Lippolis, 2011).

Atene (Attica). Agorà del Ceramico, in fase pisistratide: 1) fontana di sud-est; 2) recinto della cosiddetta Heliàia; 3) edificio F; 4) edificio D; 5) edificio C; 6) sala ipostila; 7) edificio absidato; 8) sacello; 9) stoá basíleios; 10) area di culto di Efesto; 11) area di culto di Ares; 12) Altare dei Dodici Dèi (da Lippolis, 2011).

La formazione della città arcaica è avvenuta in base a processi diversi, che hanno dato luogo a modelli distinti: nella Grecia continentale è più frequente il caso di agglomerati che si espandono nel corso di uno sviluppo lungo e progressivo, ma esistono anche insediamenti formati da nuclei abitativi dispersi, che possono tendere con il tempo a saldarsi in un unico organismo urbano; altre póleis, invece, sono l’esito di un atto di fondazione.

Nei primi due casi l’insediamento si forma intorno a un’acropoli fortificata, oppure alla confluenza di vie di comunicazioni importanti, laddove le comunità rurali potevano essersi incontrate per dar vita a scambi e commerci. La città si sviluppa secondo uno schema radiale che, sulla base di processi di concentrazione demografica, si espande progressivamente lungo le direttrici viarie, costituite per lo più da antichi tracciati, spesso di fondovalle, che legano il centro al territorio di pertinenza (chōra). L’altura più eminente è in genere sede dell’acropoli, a volte trasformazioni di una cittadella fortificata micenea (Atene, Tebe), che, da luogo delle origini, diventa luogo della memoria collettiva e della rappresentazione sociale, accogliendo le sedi dei culti poliadi. Attorno a questa, sfruttando occasionalmente anche le sue possibilità di difesa, si sviluppa il nucleo abitato, la città bassa (ásty), spesso circondata essa stessa da mura, all’esterno della quale si estendono le necropoli. In questo caso le strade possono assumere un andamento concentrico attorno alla collina, mentre le abitazioni si dispongono senza alcuna pretesa di regolarità lungo i terrazzamenti naturali, o nelle depressioni tra le colline, o formando nuclei abitativi separati che si salderanno solo con il tempo (Argo, Atene).

Un caso ancora diverso prevede la pianificazione urbana in un luogo vergine, con la suddivisione e la distribuzione del terreno in appezzamenti regolari (klēroi) e la destinazione di alcuni di questi agli spazi destinati alle funzioni che riguardano la vita comunitari. Lo schema prevede allora una maglia urbana organizzata sulla base di lotti (oikópeda) di forma rettangolare allungata, delimitati da strade a loro volta organizzate secondo una gerarchia di ampie vie principali (plateîai) intersecate da più strette vie secondarie (stenōpoí). Questo tipo di impianto a maglia regolare, noto come impianto per strigas, sembra essere la riealaborazione, forse con la mediazione di Cipro (Enkomi-Alasia, 1500 a.C., mostra un sistema ortogonale con unità abitative pienamente sviluppate), di principi da tempo elaborati in ambito orientale, dove è stato possibile contare su evoluti principi teorici di geometria, applicati ai complessi problemi di allineamento insiti nel tracciamento topografico.

Lo schema si ritrova in empória e abitati marittimi di età orientalizzante, come attestano i casi di Vroulià, a Rodi, e di Mileto, dove

Mileto (Ionia). La città arcaica:  a) collina di Kalabaktepe, con il santuario di Artemide Kithónē;  b) collina di Zeytintepe, con il santuario di Afrodite;  c) santuario di Atena;  d) santuario di Apollo Delphínios;  e) mura arcaiche. (elaborazione grafica da von Graeve, 2009)

Mileto (Ionia). La città arcaica:
a) collina di Kalabaktepe, con il santuario di Artemide Kithónē;
b) collina di Zeytintepe, con il santuario di Afrodite;
c) santuario di Atena;
d) santuario di Apollo Delphínios;
e) mura arcaiche. (elaborazione grafica da von Graeve, 2009)

recenti ricerche hanno dimostrato che in età arcaica la città era già basata su un impianto pianificato: l’insediamento, sulla stessa penisola poi occupata dalla città di V secolo, era tanto esteso da comprendere a sud la collina di Kelabaktepe, con il luogo di culto di Artemide Kithónē, e forse anche la più occidentale altura di Zeytintepe, con l’importante santuario orientalizzante di Afrodite; più a nord, il centro urbano includeva l’antico tempio di Atena, e, sull’insenatura che sarà poi la Baia dei Leoni, il témenos di Apollo Delphínios, da cui partiva, seguendo la via sacra, la processione diretta a Didime e ai due santuari extraurbani dipendenti dalla stessa pólis, l’Artemísion e l’Apollōnion. La città arcaica era cinta da una fortificazione, come attestano consistenti tratti di mura rinvenuti a sud di Kalabaktepe. Come a Smirne, il tessuto urbano presenta già a questa data una suddivisione in lotti regolari di forma rettangolare, di superficie più ridotta quelli dei quartieri nord, più ampi quelli a sud; gli oikópeda, divisi da strette strade, hanno abitazioni già relativamente complesse, con più vani organizzati attorno a un cortile centrale. Le due diverse zone residenziali, divise da un’ampia fascia libera, probabilmente di pertinenza delle aree pubbliche e sulla quale gravitano i santuari urbani centrali, mostrano inoltre un lieve scarto nell’orientamento, sensibile anche nella successiva rifondazione.

Mentre dati recenti mostrano che non è possibile individuare schemi regolari nella fondazione di città coloniali da parte di Mileto (sia Olbia, sia Istros e Panticapeo mostrano piuttosto uno sviluppo di tipo radiale), invece Apollonia e Ambracia, colonie di Corinto, dagli inizi del VI secolo evidenziano spazi urbani e abitazioni organizzati secondo una griglia ortogonale, e così Chersonēssós, colonia dei Megaresi di Herákleia, sul Mar Nero.

Ipotesi di restituzione dell'abitato di Smirne del VII secolo a.C. (elaborazione grafica da R.V. Nicholls, 1958).

Smirne (Ionia). Ipotesi di restituzione dell’abitato del VII secolo a.C. (elaborazione grafica da R.V. Nicholls, 1958).

Le città coloniali occidentali mostrano un analogo sistema di organizzazione dello spazio urbano. La prima fase della colonizzazione, nel corso dell’VIII secolo, ha lasciato ben poche tracce archeologiche e l’inizio della realizzazione di veri e propri impianti urbani si pone in un momento successivo, nei casi più precoci a partire dalla prima metà del VII secolo.

Come a Smirne e Mileto, anche Mégara Hyblaîa e a Policoro, nell’area di Siris, le mura, inizialmente un semplice aggere di terra su basamento in pietra e a volte costituite da tratti parziali di un circuito che verrà completato solo in seguito (come a Metaponto e a Naxos), risalgono a questa seconda fase e realizzano il segno visibile dell’identità di una pólis ormai formata. Le mura, infatti, permettono, tramite le porte, spesso situate in corrispondenza delle principali vie di accesso, il controllo stesso dell’ingresso in città, oltre a separare fisicamente l’ásty dalla chōra di pertinenza. A partire dalla metà del VI secolo, le fortificazioni urbane, oltre a comprendere più sofisticati apprestamenti per la difesa, assumono un carattere più rappresentativo, con la costruzione di torri e una maggiore monumentalizzazione degli accessi.

Anche gli spazi pubblici, per i quali si riservano vaste superfici non edificate, vengono costruiti e monumentalizzati nel tempo. L’agorà, luogo d’incontro della comunità politica, è situata generalmente alla confluenza della viabilità principale anche nelle città a sviluppo radiale (Atene, agorà del Ceramico). Nella composizione dell’impianto urbano pianificato la piazza agorale può semplicemente occupare un’area riservata, corrispondente a un certo numero di lotti inedificati, in una zona centrale dell’insediamento, assumendo quindi una forma regolare: a Poseidonia, per esempio, sub-colonia achea di Sibari, meglio nota grazie alle ricerche di Emanuele Greco, una vasta fascia mediana dell’impianto è riservata fin dall’inizio non solo all’agorà, che ne occupa la porzione centrale, ma anche a due importanti santuari urbani, posti a sud (Heráion) e a nord (Athēnáion) della piazza. In altri casi la maglia non appare uniforme e gli incroci delle strade non sono ortogonali, forse perché paralleli a più antichi assi di percorrenza (Mégara Hyblaîa); il sistema può allora presentare quartieri con orientamenti diversi, spiegabili anche con la morfologia irregolare di un terreno collinoso, in cui le stesse strade si pongono preferibilmente sul crinale delle alture: in questo caso l’agorà si può trovare a fare da cerniera, assumendo un perimetro irregolare che ha richiesto in seguito interventi finalizzati a definire la forma e a dissimulare gli scarti direzionali delle strade e dei quartieri limitrofi. Questo è ad esempio il caso delle agoraì di Selinunte, dove le esplorazioni di Dieter Mertens pongono l’agorà sulla collina di Manuzza, a congiungere tratti di maglia urbana a diverse direzioni, e della stessa Mégara Hyblaîa, in cui sono state identificate le varie tappe della monumentalizzazione, a partire dalla prima formazione della piazza agorale all’inizio del VII secolo, fino alle successive trasformazioni avvenute nella seconda metà del secolo, con la costruzione di edifici di culto e di una stoá a definire il lato nord, ma in modo da lasciare libera, al di là di questa, una delle strade principali ad andamento est-ovest dell’impianto urbano; il portico chiude la piazza ma al tempo stesso, essendo parzialmente aperto anche sulla strada retrostante, ne costituisce un vero e proprio propileo d’accesso. In questo processo di trasformazione monumentale la stoá riveste d’altra parte un ruolo considerevole: edificio particolarmente idoneo per lo sviluppo in lunghezza a creare quinte urbane, assume nel tempo articolazioni planimetriche più complesse e, a partire dalla metà del VI secolo, comincia ad articolarsi nella configurazione a squadra, confermandosi come il tipo architettonico più idoneo a definire uno spazio libero, urbano o santuariale.

Selinunte (Sicilia). Planimetria generale (elaborazione grafica da Mertens, 2006).

Selinunte (Sicilia). Planimetria generale (elaborazione grafica da Mertens, 2006).

I santuari nell’agorà di Mégara Hyblaîa evidenziano però anche il significato sacrale del centro civico della pólis, tanto che il suo confine può essere segnalato da hòroi esattamente come un témenos; soprattutto nelle città coloniali l’agorà ospita infatti un herōon dedicato all’eroe fondatore, ma il culto stesso giustifica e accompagna con il sacrificio le attività politiche; in quest’ambito si inquadra la presenza del focolare sacro di Hestia all’interno del prytanḗion, iniziale nucleo di aggregazione nel quale si riconosce la comunità civica; gli edifici per banchetti rituali (hestiatória), identificati ai margini delle agoraì di Selinunte e forse di Mégara Hyblaîa, potevano assolvere a occasioni diverse, ma sempre a esigenze di questo tipo. Ad Atene, il complesso noto come edificio F, sul margine orientale dell’agorà del Ceramico, da un momento imprecisato diviene probabilmente il prytanikòs oîkos, una struttura destinata ad accogliere alcune delle attività istituzionali dei pritani, i magistrati che presiedevano le riunioni del consiglio cittadino, la boulḗ.

Mégara Hyblaîa (Sicilia). Planimetria dell’agorà, fase della fine del VII secolo a.C. (elaborazione grafica da Mertens, 2006).

Mégara Hyblaîa (Sicilia). Planimetria dell’agorà, fase della fine del VII secolo a.C. (elaborazione grafica da Mertens, 2006).

Nel progressivo processo di specializzazione delle funzioni, l’agorà, come luogo della vita civica, aggrega infatti lungo i suoi margini gli edifici funzionali allo svolgimento delle attività politiche dipendenti dal regime stesso della pólis, o può costituire essa stessa il luogo dell’assemblea cittadina, l’ekklēsía, che nell’abitato arcaico si svolge nello spazio libero della piazza, prima che si formi un tipo edilizio dedicato, l’ekklēsiastḗrion. Di quest’ultima tipologia un esempio è quello della colonia achea di Metaponto, costruito nell’agorà alla fine del VII secolo ancora con materiali deperibili e che nella ricostruzione della metà del secolo successivo viene organizzato con due terrapieni di pianta semicircolare, sostenuti da un muro di contenimento (análēmma); sulle due pendenze, contrapposte ai lati di uno spazio centrale, potevano prendere posto i partecipanti all’assemblea. L’edificio metapontino costituisce l’esempio più antico di un tipo di cui gli sviluppi più recenti sono rappresentati dall’ekklēsiastḗrion circolare nell’agorà di Poseidonia. In questo come in altri casi le fasi più antiche sono state certamente costruite con materiali deperibili, come le impalcature lignee (ìkria) sistemate provvisoriamente attorno a uno spazio centrale dell’agorà di Atene, l’orchḗstra, luogo dedicato in questo caso a rappresentazioni sceniche legate a particolari festività. Lo spazio libero dell’agorà può inoltre ospitare in particolari occasioni agoni sportivi: nell’agorà di Corinto come in quella di Argo è attestata l’esistenza di piste per gare atletiche svolte durante specifiche cerimonie religiose e a Gortina di Creta il termine stesso di “corridori” (dromeîs) indicava e distingueva i cittadini di pieno diritto dagli altri. La piazza principale della pólis, quindi, è anche il suo cuore vitale e il suo simbolo civico; sacra e inviolabile, ospita culti e cerimonie, eroici e divini, che diventano occasione aggregativa della dimensione politica, sempre più emergente e consapevole.

Metaponto (Basilicata). Pianta della seconda fase dell’ekklēsiastḗrion dell’agorà (da Lippolis, Livadiotti, Rocco, 2007; elaborazione grafica da Mertens, 2006).

Metaponto (Basilicata). Pianta della seconda fase dell’ekklēsiastḗrion dell’agorà (da Lippolis, Livadiotti, Rocco, 2007; elaborazione grafica da Mertens, 2006).

L’architettura del tempio

di G. Rocco (a cura di), in E. Lippolis, M. Livadiotti, G. Rocco, Architettura greca. Storia e monumenti del mondo della pólis dalle origini al V secolo, Milano-Torino 2007, pp. 863-883.

 

1.L’ordine dorico

L’ordine dorico e il capitello dorico (elaborazione grafica da G. Rocco, 1994).

L’ordine dorico e il capitello dorico (elaborazione grafica da G. Rocco, 1994).

L’ordine dorico, così come più in generale l’ordine architettonico, costituisce una formalizzazione del sistema costruttivo trilitico sviluppatasi in Madrepatria e nelle colonie occidentali; si compone quindi di elementi verticali portanti (colonne, ante, pilastri) ed elementi orizzontali portati (trabeazione). Nell’ordine dorico le colonne si presentano prive di base e con proporzioni inizialmente piuttosto pesanti. La colonna è costituita da un fusto, di forma assimilabile a un tronco di cono, la cui superficie è generalmente ritmata da scanalature verticali dal profilo leggermente concavo; a raccordare il fusto alla struttura orizzontale portata, la trabeazione, è un capitello, formato da un ampio abaco parallelepipedo, il vero e proprio piano d’appoggio per l’architrave, collegato al sottostante fusto da un elemento, l’echino, assimilabile a un solido di rotazione la cui generatrice presenta un profilo iperboloidico. Alla base di quest’ultimo vi sono alcuni anelli concentrici rilevati, gli anuli, mentre ancora al di sotto si trova il collarino, costituito dalla parte terminale superiore del fusto scanalato, dal quale la separano alcune incisioni a sezione triangolare, l’hypotrachḗlion, forse il ricordo di una qualche corona decorativa che mascherava il raccordo tra fusto in legno e capitello in pietra nelle fasi iniziali di formazione dell’ordine.

Altre forme di sostegni verticali che arricchiscono il repertorio di possibilità compositive sono il pilastro e l’anta, i quali si presenteranno nei due ordini con proprie forme caratteristiche. Da un punto di vista strutturale, nell’anta si identifica la particolare configurazione assunta dalla testa dei muri longitudinali di un edificio. L’anta dorica è caratterizzata da un’evidente asimmetria dei suoi risvolti, più ampi verso l’interno del pronao, ridotti verso l’esterno. Ciò si spiega con le caratteristiche planimetriche del tempio periptero dorico, in cui l’edificio della cella non è strutturalmente legato alla circostante peristasi; l’ampiezza del risvolto interno dell’anta, infatti, è determinata dall’allineamento con le colonne presenti tra le ante stesse e dal fatto che partecipa con queste a sostenere il medesimo architrave; il risvolto esterno, invece, non essendo allineato con le colonne della peristasi, deriva dalla configurazione della trabeazione, poiché dipende dalla dimensione del triglifo angolare e dalla sottostante regula. Nell’ordine dorico l’anta è priva di base, come la colonna, ed è coronata da uno specifico capitello, comune anche al pilastro, composto da un abaco parallelepipedo posto su un profilo a becco di civetta, il kýma dorico, alla cui base si trova un collarino costituito da una semplice fascia aggettante.

L’elemento orizzontale portato dell’ordine, la trabeazione, è a sua volta composta da tre parti principali: l’architrave, il fregio e la cornice. L’architrave, direttamente sovrapposto ai capitelli, svolge una prevalente funzione strutturale ed è costituito da un parallelepipedo liscio coronato da una semplice fascia, la taenia, al di sotto della quale, a intervalli regolari, si posizionano brevi listelli, le regulae, dal cui bordo inferiore sporgono piccoli elementi di forma cilindrica o troncoconica, le guttae. Al di sopra dell’architrave è il fregio, che nell’ordine dorico è caratterizzato dall’alternanza di triglifi e metope; i triglifi, di forma rettangolare allungata, presentano una superficie segnata da profondi intagli triangolari verticali (glifi) separati da fasce piane (femori) e coronata da una fascia orizzontale aggettante (capitello del triglifo); le metope, quadrangolari e piane, sono pure bordate superiormente da una bassa fascia aggettante e possono presentare scene figurate, dipinte o scolpite. L’alternanza di triglifi e metope nel fregio trova stretta corrispondenza nell’architrave, dove le regulae sono disposte in corrispondenza dei triglifi e presentano la medesima ampiezza.

L’anta dorica (elaborazione grafica da G. Rocco, 1994).

L’anta dorica (elaborazione grafica da G. Rocco, 1994).

La trabeazione è completata dalla cornice, elemento sporgente chiaramente destinato a proteggere i prospetti dall’acqua meteorica. È possibile distinguere una cornice orizzontale, che corre tutto intorno all’edificio, e una cornice frontonale, disposta lungo le falde dei lati brevi del tetto. La cornice orizzontale si compone di due parti, la sottocornice e il gocciolatoio; la prima è costituita dai mutuli, elementi parallelepipedi aggettanti, inclinati verso l’esterno e separati da intervalli regolari, le viae; essi presentano sulla faccia inferiore gli stessi elementi già descritti per le regulae, le guttae, ma disposti su più file parallele. I mutuli hanno la stessa larghezza dei triglifi e delle regulae e si allineano con questi, ma sono presenti anche in corrispondenza e al centro delle metope dove, in età arcaica, si differenziano per una minore ampiezza. Il gocciolatoio è costituito da una fascia piana desinente in basso in una profonda incisione la cui funzione primaria è proprio quella di impedire all’acqua piovana di scorrere lungo gli elementi della trabeazione. A coronamento del gocciolatoio è comunemente un kýma dorico, che raccorda la cornice al bordo del tetto costituito dalle tegole di bordo con le antefisse o dalla síma. La cornice frontonale, che racchiude e protegge il timpano, si presenta invece priva di sottocornice e si configura come un elemento sporgente, concavo nella superficie inferiore, che funziona da gocciolatoio, a sua volta coronato e raccordato al timpano da ulteriori kýmata dorici.

Da notare la stretta corrispondenza, sulla verticale, di alcune delle parti della trabeazione: infatti regulae, triglifi e mutuli, oltre a essere della stessa ampiezza, sono posti in allineamento esatto. Anche al di sopra delle metope, al centro, è posto uno dei mutuli della sottocornice, al quale però non corrisponde una regula all’altezza dell’architrave. Si ritiene generalmente che il motivo di questa stretta corrispondenza potrebbe risiedere nella derivazione dell’ordine da una primitiva costruzione in legno, di cui gli elementi stessi ricorderebbero parti specifiche della carpenteria e i loro rapporti reciproci. Questa tesi non è universalmente accettata e il tema centrale del dibattito, ancora molto acceso, si riduce alla definizione del modello originario sul quale si venne a configurare l’ordine. Ci si confronta quindi principalmente tra chi sostiene che l’ordine sia il risultato di una sorta di pietrificazione dell’originario modello ligneo e chi invece ritiene che si tratti di un’architettura formatasi attraverso l’assimilazione dei caratteri decorativi e formali maturali presso più antiche ed evolute civiltà mediterranee, specie quella egizia, o mutuati da elementi decorativi da tempo consolidatisi nell’arte ellenica.

La trabeazione dorica (elaborazione grafica da G. Rocco, 1994).

La trabeazione dorica (elaborazione grafica da G. Rocco, 1994).

 

2.Il problema del conflitto angolare

Nella trabeazione dorica, l’insieme regula-triglifo-mutulo rispetta un’esatta corrispondenza; analogamente, nell’ambito dell’ordine, tale combinazione di elementi doveva allinearsi rispettivamente con l’asse dei sostegni verticali, ante e colonne, e con il centro degli intercolumni e disporsi inoltre in corrispondenza dell’angolo dell’edificio. Qualora tali regole entrino in contrasto tra loro, si determina quel particolare fenomeno noto come “conflitto angolare”.

Un’ipotetica architettura arcaica lignea in cui l’architrave presenti uno spessore contenuto, pari alla larghezza del triglifo, rappresenta una situazione ideale in cui entrambe le esigenze, quella di allineare il triglifo con la colonna e quella di disporlo in angolo, si troverebbero a essere soddisfatte. In questo caso, quindi, il conflitto angolare non sussiste.

Nel momento in cui gli originari elementi dell’architettura dorica vennero costruiti in pietra, a causa delle caratteristiche meccaniche del materiale, meno elastico del legno, si impose un ridimensionamento delle parti componenti l’ordine, che si risolse in un marcato aumento dimensionale sia delle colonne sia dell’architrave. Persa quindi la corrispondenza dimensionale fra ampiezza del triglifo e spessore dell’architrave, ne derivò l’impossibilità di collocare il triglifo al tempo stesso in corrispondenza dell’asse della colonna e dell’angolo della peristasi, venendosi così a produrre il conflitto angolare; rapportare il triglifo alla stessa misura dell’architrave avrebbe d’altronde significato un aumento considerevole dell’altezza del fregio, con perdita di proporzionalità tra le componenti della trabeazione, mentre traslare verso l’interno l’architrave d’angolo sarebbe stato staticamente inconcepibile.

Il problema del conflitto angolare e le sue soluzioni (elaborazione grafica da G. Rocco, 1994).

Apparentemente il problema prevede solo due soluzioni: o il triglifo trova posto sull’asse della colonna e in angolo si trova una porzione di metopa pari alla metà della differenza tra larghezza del triglifo e spessore dell’architrave, come proposto da Vitruvio (De Architectura, IV 3, 2, 4), oppure il triglifo viene posto in angolo e allora l’ultima metopa risulta ampliata della stessa misura. Mentre la prima soluzione è pressoché sconosciuta al mondo greco, la seconda, presente sporadicamente in alcuni edifici di età arcaica nella Madrepatria, era largamente diffusa in Occidente e diede spunto all’elaborazione di una soluzione più raffinata, finalizzata a mantenere il più possibile invariate le relazioni reciproche tra le parti.

Il conflitto angolare venne presto risolto nella Madrepatria attraverso l’adozione di un espediente noto come “contrazione angolare”: si trattava infatti di recuperare quel valore eccedente, cioè la metà della differenza tra larghezza del triglifo e spessore dell’architrave, contraendo adeguatamente l’interasse d’angolo e lasciando invariato il fregio. Un sistema alternativo, elaborato in Occidente forse per influsso cicladico, con maggiore efficacia ma con minor rigore, si concretò nella doppia contrazione angolare, che ripartiva in maniera asimmetrica l’eccedenza tra gli ultimi due intercolumni d’angolo, rendendo meno percepibile la contrazione, ma disallineando anche la seconda colonna dal corrispondente triglifo.

Naturalmente si tratta di semplificazioni: nella realtà, proprio per rendere tali variazioni dimensionali meno percepibili, furono adottati schemi più complessi, in cui una parte dell’eccedenza, circa due terzi, veniva assorbita dalla contrazione dell’intercolumnio d’angolo, semplice o doppia, mentre il terzo residuo veniva risolo ampliando gli elementi del fregio in corrispondenza degli intercolumni interessati.

 

3.L’ordine ionico

L’ordine ionico (elaborazione grafica da G. Rocco, 2003.)

L’ordine ionico (elaborazione grafica da G. Rocco, 2003.)

L’ordine ionico, al pari del dorico, nasce dalla formalizzazione del sistema costruttivo trilitico; si compone quindi di elementi verticali portanti (colonne, ante, pilastri) ed elementi orizzontali portati (trabeazione). Sviluppatosi in un contesto profondamente diverso, quale l’Egeo centrale e la vicina costa microasiatica, giunge alla formulazione di un linguaggio fortemente influenzato dalle vicine civiltà anatoliche e orientali.

Nell’ordine ionico le colonne si presentano con proporzioni piuttosto slanciate e sollevate su una base modanata. La base presenta varianti tipiche delle diverse aree in cui l’ordine si sviluppa: di queste, la base attica è composta da una scozia, bordata da due sottili listelli e inserita tra due modanature a toro, liscio o decorato con motivi a treccia o a embrice; la base asiatica, invece, è formata da una sequenza di due gole bordate da coppie di tondini e sormontate da un toro generalmente scanalato. A quest’ultima tipologia si affianca la base cosiddetta samia, costituita da un’alta spira scanalata sormontata da un toro, pure scanalato. Sia la base attica sia quella asiatica possono a loro volta essere sollevate su plinti parallelepipedi. La colonna è formata da un fusto, rastremato e molto snello, la cui superficie è generalmente ritmata da scanalature verticali del profilo a sezione semicircolare; alle estremità, il fusto si espande leggermente, costituendo, subito sopra il diametro inferiore (imoscapo), un’apofige inferiore e, subito sotto il diametro superiore (sommoscapo), un’apofige superiore, entrambe concluse da un listello e da un tondino; a differenza delle scanalature dell’ordine dorico, quelle della colonna ionica terminano in corrispondenza delle apofigi in un volume concavo a quarto di sfera, il cymbium.

A raccordare il fusto alla struttura orizzontale portata, la trabeazione, è un capitello, che nell’ordine ionico assume una varietà di forme, attestate soprattutto in età arcaica, come il capitello a volute, orizzontali o verticali, a corona di foglie ricadenti, detto anche “a palma”, a echino semplice, a toro, semplice o scanalato. La più nota, che poi si affermerà come la soluzione canonica, è il capitello a volute orizzontali, composto principalmente da un elemento a volute, il pulvino, sovrapposto a un echino, strutturalmente simile all’analogo elemento del capitello dorico, ma generalmente caratterizzato da un profilo a ovolo decorato con un motivo a ovoli e lancette, il kýma ionico. Il pulvino è caratterizzato da due facce parallele, con due coppie di avvolgimenti a spirale, le volute, a sezione concava o convessa, raccordate tra loro da un tratto orizzontale, il canale delle volute; la terminazione dell’avvolgimento delle spirali può essere costituito da un semplice uncino, come accade negli esemplari di età arcaica, o dall’occhio della voluta, elemento circolare che può presentare varie decorazioni o essere lavorato a parte, in materiale diverso, e incastonato; due palmette mascherano il raccordo tra l’attacco delle volute e l’echino. Sui lati, il collegamento tra le volute delle facce contrapposte è costituito dal balaustrino, formato da due volumi troncoconici contrapposti e separati, a partire da una certa data, da un elemento centrale, il balteo; la superficie è generalmente scolpita con decorazioni di tipo vegetale. Al di sopra del pulvino è l’abaco che, assente negli esemplari arcaici, è generalmente profilato a ovolo o a gola rovescia; questo, analogamente al corrispettivo elemento dell’ordine dorico, costituisce il vero e proprio piano d’appoggio per l’architrave.

La base ionica: a) attica; b) asiatica; c) samia (elaborazione grafica da G. Rocco, 2003).

La base ionica: a) attica; b) asiatica; c) samia (elaborazione grafica da G. Rocco, 2003).

La particolare configurazione del capitello a volute, con due prospetti differenziati, quello frontale a volute e quello laterale a balaustrino, determina evidenti difficoltà nella collocazione dell’elemento in angolo, difficoltà che emergono sia nel caso di colonnati disposti a squadra, sia nei templi peripteri; inizialmente, tale problema fu forse evitato limitando l’impiego di capitelli a volute alla sola fronte dell’edificio e ricorrendo per i lati a tipologie meno problematiche (capitelli a toro o a echino semplice). Successivamente, ma di certo già a partire dalla seconda metà del VI secolo, venne adottata una soluzione più sofisticata che consiste nel disporre i prospetti a volute, invece che su due piani paralleli, su due piani adiacenti e ortogonali, in modo da presentare le facce a volute su entrambi i prospetti di una peristasi; l’impianto rettangolare del pulvino determina però l’interferenza delle volute dei due prospetti adiacenti, che venne risolta piegando a 45° la porzione più esterna di queste. Le due facce interne a contatto, quelle che presentano i balaustrini e che fanno da riscontro ai corrispondenti elementi dei capitelli lungo i due lati ortogonali della peristasi, potevano presentare volute intere o parti di voluta in base alle proporzioni più o meno allungate del pulvino. Un’altra soluzione, apparsa in età tardoclassica nel Peloponneso, cioè in un’area di cultura principalmente dorica, non comprendendo a fondo la tettonica del capitello ionico elude il problema sviluppando un elemento con volute inclinate a 45° su tutti e quattro i prospetti […].

L’elemento orizzontale portato dell’ordine, la trabeazione, può essere composto da tre parti, l’architrave, il fregio e la cornice, o solo da architrave e cornice. L’architrave, costituito da un parallelepipedo liscio o scandito sulla faccia esterna con due o tre fasce progressivamente aggettanti, è generalmente coronato da una o più modanature di raccordo con il fregio; quest’ultimo può presentare sul prospetto decorazioni figurate continue, dipinte o scolpite. Anche il fregio è coronato da modanature che non solo lo raccordano alla sottocornice, ma inquadrano e sottolineano le specchiature decorate. La soluzione bipartita, che comprende solo architrave e cornice, è presente soprattutto in edifici arcaici di minore impegno costruttivo e, in forma più costante, nelle architetture ioniche microasiatiche di età tardoclassica; nelle trabeazioni bipartite, contestualmente all’assenza del fregio, viene introdotta una consistente sottocornice, prevalentemente costituita da un elemento “a dentelli” (parallelepipedi aggettanti separati da spazi vuoti, le viae), che contribuisce ad accentuare lo sporto del gocciolatoio. Quest’ultimo completa la cornice e conclude la trabeazione in entrambe le tipologie: caratterizzato da consistente aggetto, è finalizzato a proteggere i prospetti e i fregi figurati dall’acqua meteorica e presenta un soffitto profilato a cavetto e un prospetto costituito da una fascia verticale piana coronata da una modanatura ionica. Nel caso dell’ordine ionico, il gocciolatoio situato lungo i lati lunghi dell’edificio non si differenzia da quello obliquo, che corre lungo i lati del timpano.

Il capitello ionico a volute (elaborazione grafica da G. Rocco, 2003).

Il capitello ionico a volute (elaborazione grafica da G. Rocco, 2003).

4.Le correzioni ottiche

Nelle architetture, soprattutto templari, doriche e ioniche sono state osservate alcune deviazioni della geometria naturale delle parti componenti, note come “correzioni ottiche”, la cui natura intenzionale e gli scopi per cui furono applicate sono stati a lungo dibattuti. Questi accorgimenti sicuramente riflettono l’estrema raffinatezza a cui era giunta la progettazione nelle aree di cultura greca e, insieme, l’alto grado di sensibilità estetica che doveva caratterizzare non solo gli architetti ma la società greca nel suo complesso.

Allo stato attuale delle conoscenze sembra che le prime correzioni ottiche siano apparse nel corso del VI secolo, quando in edifici templari sia ionici sia dorici furono apportate alterazioni nella geometria di alcuni elementi, ma è soprattutto con gli inizi del secolo successivo che, specie nella progettazione dorica, la loro applicazione divenne un motivo ricorrente.

Nell’ambito delle correzioni ottiche è possibile operare una distinzione di massima tra curvature delle superfici, inclinazioni di assi o piani verticali, variazioni dimensionali degli elementi dell’ordine. Alla prima tipologia appartengono sia la curvatura dello stilobate e della trabeazione sia quel rigonfiamento del fusto delle colonne noto con il termine greco di éntasis.

Atene. Partenone, rappresentazione esagerata della curvatura dello stilobate (elaborazione grafica da G. Rocco, 1994).

Atene. Partenone, rappresentazione esagerata della curvatura dello stilobate (elaborazione grafica da G. Rocco, 1994).

La curvatura dello stilobate consiste nella trasformazione della superficie che costituisce il piano d’appoggio dell’elevato del tempio (peristasi e corpo centrale) in una superficie sferica: l’entità del grado di curvatura è molto bassa, con una freccia contenuta nell’ordine di 1,5-2 mm per metro lineare. Questo tipo di correzione, che spesso coinvolge l’euthyntēría e l’intera crepidine, in area dorica appare alla metà del VI secolo nel tempio di Apollo a Corinto, in quello di Aphaîa II a Egina, nel pre-Partenone ad Atene; l’applicazione raggiungerà le realizzazioni più sofisticate in età classica, nel Partenone e nel tempio di Atena ed Efesto, sempre ad Atene. In ambito ionico, precoce esempio di tale correzione può essere considerata la versione semplificata, riconducibile più che a una curva a un’ampia poligonale, nel tempio arcaico di Artemide a Efeso, mentre risale agli inizi del V secolo l’applicazione in area coloniale, riscontrata nel tempio ionico di Locri, costruito probabilmente da maestranze samie.

Vitruvio (De Architectura, III 4,5) spiega l’adozione della curvatura dello stilobate come l’applicazione di un accorgimento finalizzato a correggere l’effetto ottico di “insellamento” verso il basso che si verificherebbe qualora la base d’appoggio delle colonne fosse perfettamente piana. Per la realizzazione in cantiere di tale curvatura introduce il concetto di scamilli impares, rimandando per la spiegazione a un’illustrazione del suo trattato purtroppo perduta; ciò ha contribuito a generare una complessa questione, con diverse ipotesi, sul significato del termine, non ancora chiarito.

A ogni modo appare evidente l’incremento dei costi di costruzione che una tale lavorazione doveva comportare, considerando anche il fatto che la curvatura del piano d’appoggio dell’elevato implicava dirette ripercussioni sull’ordine: mantenendo infatti costante l’altezza delle colonne, è inevitabile che la curvatura si trasmetta anche alla trabeazione. È pure vero che la curvatura della parte alta della struttura, compreso il timpano, si riscontra anche indipendentemente da quella dello stilobate: il fenomeno, attestato in più edifici, è stato recentemente verificato anche in area ionica cicladica, come dimostra il fregio a profilo superiore poligonale del thēsaurós dei Sifni a Delfi, dove la curvatura dello stilobate non è presente.

Alla stessa categoria delle curvature di superfici appartiene anche l’éntasis, rigonfiamento del fusto della colonna che vede il suo diametro massimo in un punto compreso tra il primo terzo e la metà dell’altezza. L’entità dell’ingrossamento sembra variare nel tempo: molto evidente nel tempio di Hera I a Poseidonia, datato alla seconda metà del VI secolo, si riduce già nelle architetture di età classica. Appare anche in edifici ionici, come il tempio D di Metaponto, nei Propilei (colonne interne) e nell’Eretteo (portico nord) ad Atene; anche l’éntasis deve aver comportato non poche difficoltà di esecuzione e un sistema pratico di realizzazione è stato suggerito dal tracciamento geometrico inciso sulle pareti interne della cella del tempio di Apollo a Didyma. Un’applicazione particolarmente sofisticata è stata riscontrata nel Partenone, dove presentano l’éntasis  non solo le colonne, ma anche i muri perimetrali della cella.

Non tutti sono d’accordo sul fatto che si tratti effettivamente della correzione di una distorsione ottica, come affermato da Vitruvio (data l’altezza della colonna, l’occhio umano tenderebbe ad assottigliare il fusto al centro), quanto piuttosto di un tentativo di mimesi naturalistica, in cui sarebbe rappresentata la trasposizione in pietra dello schiacciamento che il peso doveva indurre nei fusti di legno delle più antiche colonne o anche, dato il significato di “tensione” implicito nella parola éntasis, la rappresentazione dello sforzo stesso di sostenere la parte alta dell’edificio.

Alla seconda tipologia di correzioni appartengono quegli interventi finalizzati alla deviazione dalla verticale dell’alzato del tempio: in particolare, i rocchi delle colonne della peristasi dei lati presentano piani di posa inclinati rispetto all’orizzontale, sia per compensare le deformazioni indotte dalla curvatura dello stilobate, sia per ottenere un’inclinazione delle colonne stesse verso l’interno del tempio; la deviazione dalla verticale può essere stata applicata solo ai lati lunghi o, come appare per esempio nel caso del Partenone e del tempio di Atena ed Efesto ad Atene, su tutti i lati della peristasi. In quest’ultimo caso appare evidente come le colonne angolari partecipino di una doppia inclinazione in quanto fanno parte di due lati tra loro ortogonali.

L’inclinazione delle colonne sarebbe stata applicata per correggere l’effetto ottico di incombenza che l’elevato altrimenti avrebbe avuto nei confronti di un osservatore posto ai piedi dell’edificio. La disposizione appare già nel tempio di Aphaîa II a Egina e si riscontra, in vari gradi, negli edifici di età successiva, attici e peloponnesiaci; tra i primi esempi in ambito ionico si registra quella delle colonne dell’Eretteo.

Atene. Partenone, appresentazione esagerata della curvatura dello stilobate e della trabeazione del Partenone (elaborazione grafica da G. Rocco, 1994).

Atene. Partenone, rappresentazione esagerata della curvatura dello stilobate e della trabeazione del Partenone (elaborazione grafica da G. Rocco, 1994).

Anche la trabeazione appare inclinata rispetto al filo verticale dei prospetti: nel Partenone è stata riscontrata una lieve inclinazione verso l’interno di architrave e fregio, a fronte di una deviazione in senso opposto del gocciolatoio. Pure i muri longitudinali della cella appaiono, oltre che rastremati, leggermente deviati verso l’interno dell’edificio, rispondendo, secondo Vitruvio, alla stessa logica, cioè la correzione dell’effetto ottico di rovesciamento delle parti alte dell’edificio.

La terza categoria di alterazioni volute alla geometria dell’architettura finalizzate a correggere eventuali distorsioni della percezione comprende le variazioni dimensionali di alcune componenti, come per esempio l’ingrossamento del diametro della colonna d’angolo di una peristasi. La ragione, secondo Vitruvio, è da ricondurre al tentativo di correggere il fenomeno ottico di assottigliamento dovuto alla luce solare, maggiormente sensibile per le colonne angolari che non possono usufruire, se non in parte, dello sfondo scuro fornito dall’ombra dei porticati e dall’edificio della cella. Altri vedono in questo accorgimento esigenze di tipo statico, connesse con la necessità di rinforzare la struttura portante agli angoli dell’edificio, laddove il carico è maggiore.

Il problema di chiarire il motivo dell’introduzione delle correzioni ottiche e, quindi, di capire se a tutte vadano attribuite le medesime finalità continua ad essere oggetto di dibattito; l’interpretazione “ottica” ha un forte sostegno nelle fonti antiche, prima fra tutte Vitruvio il quale, pure scrivendone diversi secoli dopo, rispecchia una concezione dell’ottica che affonda le sue radici in età ellenistica. A questa lettura prevalente si contrappone un’interpretazione che vede nelle deviazioni dal rigido modello geometrico teorico la volontà di trasformare l’architettura stessa in un organismo vitale, creando minime violazioni alla regola per dare l’apparenza di una tensione interna.

Ricostruzione della facciata del tempio di Zeus Olimpio, a Olimpia.

Ricostruzione della facciata del tempio di Zeus Olimpio, a Olimpia.

Il rituale funerario

di E. Lippolis – G. Rocco, Archeologia greca. Cultura, società, politica e produzione, Milano-Torino 2011, pp. 109 sgg.

 

Pittore di Gela. Scena di compianto (πρόθεσις). Pittura vascolare da una pinax di un vaso attico a figure nere. Seconda metà del VI secolo a.C. Walters Art Museum.

Pittore di Gela. Scena di compianto (próthesis). Pittura vascolare da una pinax di un vaso attico a figure nere. Seconda metà del VI secolo a.C. Walters Art Museum.

La pratica funeraria è un ambito molto importante nelle comunità greche, sia per la sua rilevanza nel sistema di culto, sia per il suo significato sociale. I sepolcreti, inoltre, costituiscono una realtà archeologica molto ben visibile, che, nonostante depredazioni e interventi di scavo non sempre accurati, risulta spesso un contesto privilegiato per studiare le comunità greche. Così, dalla prima trattazione generale sul fenomeno in Grecia, a opera di Donna C. Kurtz e John Boardmann, si è passati a esami più specifici su singoli casi o aspetti, introducendo analisi quantitative e statistiche (ad esempio Jan Morris per Atene) o insistendo sul problema della lettura qualitativa della documentazione (Bruno D’Agostino).

Pittore di Damone. Teti e le Nereidi compiangono Achille. Pittura vascolare da un’hydria corinzia a figure nere, da Corinto. 560-550 a.C. Musée du Louvre.

Pittore di Damone. Teti e le Nereidi compiangono Achille. Pittura vascolare da un’hydria corinzia a figure nere, da Corinto. 560-550 a.C. Musée du Louvre.

Il defunto, in un primo tempo esposto in casa (próthesis) e poi trasportato nel sepolcreto (ekphorá), in genere di notte per evitare contaminazioni rituali, è oggetto di lamentazioni e di un’accurata preparazione del corpo. Nelle varie póleis il funerale è anche occasione per cementare la solidarietà familiare o di gruppo, aspetto che si esprime nella gestione del rito e nella consumazione di un pasto comune, spesso svolto nel luogo stesso della sepoltura. Nell’area del cimitero del Ceramico di Atene, presso le tombe di età orientalizzante sono state riconosciute fosse lunghe e strette in cui venivano disposte le braci per la cottura delle carni, poi utilizzate come luogo di conservazione dei resti del pasto e del vasellame potorio e da mensa impiegato, rotto e abbandonato sul posto in segno di offerta.

Gruppo Burgon. Scena di próthesis. Pittura vascolare da un pinax attico a figure nere, 560-550 a.C. da Atene. Musée du Louvre.

Gruppo Burgon. Scena di próthesis. Pittura vascolare da una pinax attica a figure nere, 560-550 a.C. da Atene. Musée du Louvre.

La sepoltura prevede le due soluzioni dell’inumazione e della cremazione (o incinerazione). Nel primo caso la pratica, di ascendenza preistorica, consiste nella semplice deposizione del cadavere, in Grecia sempre supino, con braccia e gambe distese, custodito in fosse terragne, scavate in roccia oppure costruite con lastroni o con tegole o, ancora, all’interno di sarcofagi fittili (come a Clazomene, dove sono decorati a pittura), litici, di marmo o lignei; è attestata anche la deposizione entro giare o vasi di grandi dimensioni (enchytrismós), che per infanti e adolescenti è consuetudine molto praticata, con l’uso di contenitori ceramici di dimensioni inferiori. La cremazione, invece, è un rituale che si afferma gradualmente, a partire dalla fase sub-micenea, e si diffonde per le sepolture di adulto solo in età protogeometrica; forse importato dall’Egeo sud-orientale, si radica, però, in maniera disomogenea: non solo non viene utilizzato per le sepolture infantili, ma mostra una recessione durante l’età geometrica, che vede un ritorno all’inumazione. Il punto di osservazione privilegiato resta Atene, centro per il quale si posseggono dati consistenti, ma la situazione varia a seconda delle aree regionali. In Attica la cremazione conosce una ripresa alla fine dell’VIII secolo, con tombe di grande prestigio, per poi ridursi sensibilmente. I due riti, comunque, coesistono nel tempo, con un andamento variabile, rivelandosi quindi pratiche legate a tradizioni famigliari o di gruppo. Deve essere ricordata un’ulteriore distinzione tra cremazioni primarie e secondarie: le prime prevedono l’incinerazione del defunto in corrispondenza della stessa fossa della sepoltura e non sono attestate prima della fine dell’VIII secolo; le altre, invece, sono diffuse in tutti i periodi e distinguono in maniera netta il luogo in cui si consuma la pira funebre dalla fossa deposizionale delle ceneri, raccolte in un’urna.

Maestro del Dípylon. Anfora attica in stile mediogeometrico, 760 a.C. ca. dalla Necropoli del Ceramico. Museo Archeologico Nazionale di Atene.

Maestro del Dípylon. Anfora attica in stile mediogeometrico, 760 a.C. ca. dalla Necropoli del Ceramico. Museo Archeologico Nazionale di Atene.

A Lefkandi in Eubea la sepoltura della coppia “nobile” del cosiddetto herōon intorno alla metà del X secolo prevede, per esempio, l’uso dell’incinerazione per l’uomo e dell’inumazione per la donna sepolta nella stessa fossa, assumendo nel primo caso le caratteristiche formali di un rito di tipo eroico. Il confronto più diretto è con la descrizione del funerale di Patroclo conservata nell’Iliade, evento che avrebbe previsto una pira monumentale, sacrifici umani e offerte, libagioni di vino, l’uso di vasellame metallico pregiato, la cura rituale nella conservazione delle ceneri alla fine del rogo, deposte in un vaso di bronzo e poi collocate nella tomba. Si tratta della stessa pratica adottata in sostanza per il signore di Lefkandi e tale confronto mostra come i poemi omerici facciano in parte riferimento a realtà affermatesi nella Grecia ionica protogeometrica e poi cadute parzialmente in disuso. È di particolare interesse anche il rinvenimento di un coltello deposto presso la donna inumata, che è stato letto anche come traccia di un rito sacrificale: sarebbe stata uccisa in occasione dei funerali del suo compagno e in suo onore, secondo un costume attestato anche in altre culture e indicato con il nome hindu di satī o, nella versione inglese, suttee.

La ripresa del rito dell’incinerazione e del seppellimento entro calderoni bronzei o vasi metallici di altra forma in fasi più recenti, nell’Atene di V secolo a.C. come nella Macedonia dei sovrani proto-ellenistici, dipende da un consapevole riferimento alla tradizione eroica attestata nei poemi omerici, prima parte di un’elaborazione del sistema rappresentativo del potere dinastico e poi diffusa come segno di eroizzazione del defunto.

All’interno della tomba possono essere deposti oggetti personali, relativi all’abbigliamento, contenitori per profumi destinati a contrastare i processi di corruzione del corpo o vasellame e oggetti sia reali sia simbolici, i quali esprimono valenze aggiuntive, assolvendo funzioni rituali, allusive, o di segnalazione del prestigio, del ruolo, delle specifiche convinzioni ideologiche. L’offerta di questo corredo è regolata da un complesso sistema che mostra una forte variabilità e un linguaggio specifico, a seconda delle comunità: presenze ed esclusioni di oggetti assumono un significato preciso, rispondendo a volontà espressive individuali e collettive. Anche in questo caso, quindi, si tratta di decodificare un sistema di segni per cercare di comprendere il senso e il messaggio del rituale nel suo complesso.

In alcune comunità e in alcuni periodi l’uso di una sepoltura formale costituisce un vero e proprio diritto collegato alla specifica posizione sociale (Jan Morris). Le deposizioni si affiancano spesso a una tomba emergente, cui si attribuisce un valore particolare, per la posizione del defunto nella scala gerarchica (un antenato) o per il suo significato sociale (il capo, il potente). In genere sono ben evidenti veri e propri nuclei di sepolture con una chiara logica parentelare e in questi casi appare particolarmente interessante verificare modelli di comportamento ed eventuali variazioni nella composizione dei corredi e nella sistemazione complessiva della deposizione. Questi lotti di sepolture attestano spesso una frequentazione compresa entro l’arco di tre generazioni, aspetto che corrisponde alla verifica antropologica operata in altri contesti sulla memoria genealogica, quando è assente una tradizione scritta.

Ricostruzione planimetrica e sezione delle deposizioni presso l'edificio di Lefkandi (Eubea). Elaborazione grafica di Coulton, Catling, 1993.

Ricostruzione planimetrica e sezione delle deposizioni presso l’edificio di Lefkandi (Eubea). Elaborazione grafica di Coulton, Catling, 1993.

Sin dalla fase protogeometrica sono attestati segnali esterni che indicano la presenza della tomba e ne garantiscono la memoria: si tratta di tumuli di terra e di cippi in pietra ai quali nella fase geometrica si aggiungono grandi vasi rappresentativi. In età orientalizzante i tumuli si monumentalizzano, raggiungendo dai 6 ai 10 m di diametro e il metro di altezza e solo dal 600 a.C. nelle necropoli di Atene si diffondono veri e propri monumenti funerari, vari nella forma e più complessi nella funzione espressiva.

Insieme al defunto nella tomba si dedicano quindi alcune ceramiche di corredo, contenitori per versare e per bere, che appaiono in maniera più sistematica a partire dal protogeometrico, un aspetto che però non risulta costante, ma molto variabile nel tempo e nei luoghi. Spesso sono le tombe femminili ad assumere la funzione di esibire con maggior dovizia segni e oggetti della ricchezza familiare. Questa caratteristica costituisce un elemento persistente in diversi periodi storici e risponde a criteri di definizione etica del ruolo sessuale, che tende ad attribuire agli uomini comportamenti più austeri. Sin dall’età geometrica oggetti di pregio caratterizzano più stabilmente la deposizione femminile emergente: oltre a rari monili d’oro, sono più frequenti spilloni e fibule di bronzo o di argento; questi costituiscono, in realtà, la parte visibile dell’abbigliamento della defunta, il peplo  di tipo dorico, in primo tempo appuntato con spilloni sulle spalle e in seguito più frequentemente fermato per mezzo di due fibule abbastanza consistenti da trattenere la spessa stoffa di lana. La presenza alternativa di serie di fibule di dimensioni minori, due o tre per ogni lato, segnala invece l’uso del chitone, provvisto di maniche allacciate in questo modo sulle braccia. Tra i gioielli in tutti i periodi prevalgono anelli e orecchini, mentre sono più rari bracciali e collane, elementi che mostrano un uso improduttivo della ricchezza familiare, tesaurizzata per sempre come offerta votiva. Gli orecchini potrebbero anche aver assunto una funzione simbolica per la donna pronta al matrimonio o per lo stesso ruolo matrimoniale; la presenza degli anelli, invece, spesso con funzione sigillare, indica la responsabilità dei beni dell’oîkos, della casa in cui vive.

Come per altri ambiti, il rituale adottato dipende quindi da un codice ben preciso, comprendente alcuni aspetti simili in tutte le comunità greche e altri variabili, in un sistema che esprime diversi livelli di informazione, da quello relativo alla pólis di appartenenza, a quelli del gruppo o della famiglia, senza escludere a volte la possibilità di comunicare specifiche attitudini culturali del defunto. Un tratto omogeneo, ad esempio, è la mancanza di attributi militari nella vestizione e nel corredo degli uomini, presentati quindi come polítai (cittadini) e non militari. Elmi, corazze, schinieri, scudi e armi da offesa sono generalmente banditi dalle sepolture dei Greci a partire dal VII secolo (a eccezione dell’area macedone, come mostra la necropoli di Sindos), almeno sino alle tombe reali macedoni della seconda metà del IV secolo, mostrando un costume che li differenzia dai popoli circostanti in Italia e nei Balcani. In rari casi nelle tombe maschili appaiono, però, coltelli o pugnali, e ancora più rara  la deposizione dello sperone, usato per montare a cavallo. Quest’ultimo segnala la funzione del cavaliere e costituisce l’unico elemento della calzatura specifica, essendone un’applicazione in metallo; è più complessa l’interpretazione della corta arma da taglio, ma è probabile che segnali una prerogativa del defunto, indicato come mágeiros (sacrificatore, macellaio), cioè come detentore del privilegio di sacrificare, attributo che soprattutto in età arcaica risulta appannaggio di alcuni gruppi sacerdotali o di specifiche famiglie. In rare rappresentazioni anche l’iconografia introduce l’attributo del coltello per indicare il sacerdote adibito all’uccisione dell’animale.

Illustrazione del contesto di scavo della Tomba della «Rich Lady», Mediogeometrico, 850 a.C. ca.

Illustrazione del contesto di scavo della Tomba della «Rich Lady», Mediogeometrico, 850 a.C. ca.

Mentre nelle póleis della Madrepatria non si usa un ricco corredo ceramico, in altre regioni, come nella Macedonia costiera (necropoli di Sindos) o nelle colonie occidentali, invece, è evidente il fenomeno contrario; nelle póleis dell’Italia e della Sicilia si registra un accrescimento durante tutto il corso del VI secolo, che segnala l’incremento economico e una significativa competizione sociale. In questi casi le stesse forme vengono iterate in due, tre esemplari, a significare la ricchezza del defunto e della sua famiglia; le scene dipinte sui reperti figurati aggiungono un ulteriore livello di definizione culturale, trasmettendo un messaggio più preciso e diretto sull’ambiente sociale del morto e in alcuni casi entrando nel merito di particolari connotazioni ideologiche. In questo modo, l’esposizione dei beni impegnati nella celebrazione del funerale, come del matrimonio, di cui si ha solo una pallida eco, diventa un’occasione di affermazione e di conferma del ruolo e delle aspettative sociali. Quest’uso rappresentativo porta a volte a eccessi e sprechi giudicati negativamente; il consumo delle risorse disponibili, anche per i materiali deperibili e non conservati, come i tessuti dei letti e dei sudari, la quantità di lamentatrici professioniste durante il trasporto funebre, il tempo impiegato nell’intera celebrazione e nella preparazione della sepoltura rappresentano voci di spesa che andavano ad aggiungersi al costo degli oggetti offerti. La pólis interviene più volte e in situazioni politiche diverse per stigmatizzare tali comportamenti, stabilendo limiti all’ostentazione del lusso. L’imposizione di leggi antisuntuarie note dalle fonti o ipotizzabili sulla base della documentazione risponde ad un’esigenza legislativa che cerca di ridurre la visibilità del contrasto sociale, ma, come ha sottolineato Jan Morris, risponde soprattutto a tendenze di comportamento che si affermano autonomamente, introducendo nuove forme espressive. Nella gara all’eccesso, del sepolcro o degli oggetti deposti, le classi aristocratiche, infatti, cercano sempre nuove forme distintive; in questa situazione anche la completa rinuncia al ricco corredo tradizionale può segnalare un nuovo modo per differenziarsi. Assumono quindi interesse altri elementi, come il monumento funerario o gli oggetti (strigile e arýballos) legati alla cultura del ginnasio, in altro modo allusivi del ruolo e dell’educazione del defunto. Anche questi divengono poi gradualmente patrimonio di strati sociali più ampi, mostrando una progressiva inversione di tendenza. Il V secolo coincide, infatti, con una diffusa rinuncia all’uso di un ricco corredo funerario o con la completa mancanza di oggetti di accompagnamento; anche in questo caso, comunque, il fenomeno non sembra riguardare alcune póleis, che presentano un marcato conservatorismo politico, come Locri Epizefiri in Occidente.

Illustrazione del corredo dalla «Tomba del Guerriero». Periodo protogeometrico, 900 a.C. ca. dall’Agorà di Atene. Museo Archeologico dell’Antica Agorà.

Illustrazione del corredo dalla «Tomba del Guerriero». Periodo protogeometrico, 900 a.C. ca. dall’Agorà di Atene. Museo Archeologico dell’Antica Agorà.

L’uso di analisi quantitative come strumento per trasformare le informazioni varie e complesse di una necropoli in una lettera del fenomeno sociale o almeno di alcuni suoi aspetti costituisce ormai un’acquisizione dell’archeologia contemporanea, ma è anche oggetto di una critica serrata. È necessario, infatti, confrontare questi risultati con una lettura qualitativa della documentazione. La ricerca tradizionale ha permesso di affinare la filologia degli oggetti, delle rappresentazioni figurate, delle forme impiegate, delle tradizioni culturali e antiquarie, costruendo un patrimonio informativo di confronto, da integrare nel processo di ricostruzione del sistema culturale esaminato. In molti casi le indicazioni qualitative permetto di leggere in maniera completamente diversa la stratificazione dei dati messa a punto. Come ha sottolineato soprattutto Bruno D’Agostino, il rapporto tra società di vivi e società dei morti, infatti, non è sempre diretto, cioè l’una non è il riflesso esatto dell’altra. Spesso, soprattutto nelle comunità urbanizzate più complesse, l’individuo e la sua famiglia al momento della sepoltura non si rappresentano secondo la loro effettiva condizione sociale e culturale, ma secondo la loro specifica percezione individuale, esprimendo o accentuando alcuni aspetti rispetto ad altri; valutazioni di ordine personale, religioso, culturale rappresentano, quindi, altrettanti filtri che condizionano le scelte effettuate.

L’identità religiosa dei Greci

di E. Lippolis – G. Rocco, Archeologia greca. Cultura, società, politica e produzione, Milano-Torino 2011, pp. 81-99.

 

Il politeismo greco

Il frontone dell'accesso ovest del Philadelphia Museum of Art, realizzato da C. Paul Jennewein nel 1933 a imitazione dei templi greci e intitolato Western Civilization. Nel dettaglio si riconoscono da sinistra verso destra: Melanione (trasformato in leone), Eros, Afrodite, Zeus, Demetra, Trittolemo e Arianna.

Il frontone dell’accesso ovest del Philadelphia Museum of Art, realizzato da C. Paul Jennewein nel 1933 a imitazione dei templi greci e intitolato Western Civilization. Nel dettaglio si riconoscono da sinistra verso destra: Melanione (trasformato in leone), Eros, Afrodite, Zeus, Demetra, Trittolemo e Arianna.

 

Nonostante una forte frammentazione culturale e politica, le diverse comunità greche erano accomunate da un politeismo uniforme, considerato, come la lingua, un segno concreto dell’identità comune. Tale carattere dipende probabilmente anche dall’apporto dell’eredità micenea, che presenta già molte figure divine attestate in età storica, con una diffusione sovraregionale. Si riscontrano, infatti, identità di nomi e qualche volta anche di epiclesi, sebbene con ruoli, competenze e rapporti in parte diversi; Zeus, Atena, Poseidone, Dioniso, Ilizia sono chiaramente ricordati nei documenti redatti nella scrittura sillabica micenea (Lineare B), accanto a diverse figure minori, che trovano quasi sempre un confronto nella cultura greca. Allo stato attuale delle conoscenze appare ancora incerta la presenza di Demetra e di Kore, che sarebbero riconoscibili solo in una testimonianza tebana, e mancano del tutto indicazioni relative a divinità importanti come Afrodite, Apollo (anche se è nota una divinità micenea Paián, in seguito epiclesi storica dello stesso Apollo) e Artemide.

È più difficile stabilire in che misura il rituale greco dipenda dalle tradizioni protostoriche, sebbene in entrambi i casi siano chiaramente attestate cerimonie di offerta e di consumazione tramite il fuoco, il culto degli alberi, delle grotte, delle sommità montane. Una cesura quasi completa si registra invece nella frequentazione e nella forma dei luoghi di culto; solo in pochissimi siti, come ad Hagia Irini nell’isola di Kea, nel luogo sacro di Afrodite ed Hermes a Kato Symi (Creta) o nella grotta di Ilizia ad Amnisos (Creta) si possono registrare, anche se in maniera diversa, forme di continuità. In altri casi la documentazione archeologica risale solo fino al XII secolo a.C., come a Kalapodi, ma in genere prevale un’interruzione netta e solo qualche volta si verifica una ripresa successiva, a distanza di tempo.

Testa di divinità barbata (Zeus o Hermes). Marmo pentelico, 450-440 a.C. ca. dal Pireo. Museo Archeologico Nazionale di Atene.

Testa di divinità barbata (Zeus o Hermes). Marmo pentelico, 450-440 a.C. ca. dal Pireo. Museo Archeologico Nazionale di Atene.

Già nel corso dell’VIII secolo a.C. il pantheon greco manifesta la struttura che manterrà formalmente sino al IV-V secolo d.C. La sua definizione appare compiuta sia nei poemi omerici sia negli scritti di Esiodo, che nella Teogonia elabora un vero testo sacro. Accanto a queste opere importanti, conservate sino a oggi, esistevano altri componimenti, di cui si conservano invece solo frammenti o il tema della narrazione, materiale che formava un corpus letterario religioso molto vario, con finalità narrative, educative ed escatologiche. Di particolare importanza è anche il gruppo dei cosiddetti “Inni omerici”, dedicati ognuno a una divinità olimpica, risalenti con diverse stesure al VII-VI secolo a.C.

Il sistema complesso di dèi e dee del pantheon greco comprende una pluralità di figure con ruoli e competenze distinte; i rapporti vengono concepiti secondo le forme di parentela delle società umane, all’interno di una struttura gerarchica che assicura la stabilità dell’universo. Il modello è quello di una corte dinastica, con Zeus ed Hera al vertice, seguiti dai figli (Atena, Efesto), dalle sorelle (Hestia, Demetra) e dai fratelli (Poseidone, Ade, Ares); i gemelli Apollo e Artemide, come Hermes, sono considerati figli di Zeus e di altre dee (Latona nel primo caso, Maia nel secondo ). Dioniso e Afrodite sono esterni a questo gruppo e il loro carattere di divinità della forza vitale e dell’eros li collega in varia forma a un’origine remota, secondo alcune versioni anteriori alla storia degli dèi olimpici. La consapevolezza di una fase divina primordiale è frutto di una speculazione erudita, che elabora teorie cosmologiche con un’evidente influenza di tradizioni orientali, identificando in maniera diversa nella terra, nell’acqua, nel cielo o nella tenebra la forza creatrice dell’universo, riprodottasi attraverso generazioni successive di potenze divine. Queste entità primitive non sono in genere oggetto di culto, ad eccezione di Gaia, la terra madre, alla quale si riconosce un importante e continuo ruolo riproduttivo, fecondante e oracolare.

Le dodici divinità “olimpiche” principali vengono rappresentate come un consesso supremo governato da Zeus, al quale si affiancano altre figure divine di rango inferiore. Uno stuolo di dèi, semidei, eroi e daímones popola l’immaginario religioso dei Greci e si concretizza in una ricchissima varietà di tradizioni locali. Ogni comunità ha quindi storie sacre che la contraddistinguono e divinità protettrici particolari, alle quali viene riconosciuta la “proprietà” della regione, come Atena per Atene, Hera per Argo, Apollo per Delfi, Demetra per Eleusi.

Un’importanza particolare riveste il culto degli eroi, esteso in tutto il mondo greco ed attestato sin da fasi molto antiche. Nella versione letteraria tradizionale l’eroe è inserito all’interno di una genealogia complessa, gli vengono riconosciute origini parzialmente divine e vive in un mondo diverso da quello storico, proiettato nel passato. Accanto a ogni figura si raccolgono narrazioni che ne descrivono le azioni umane e sovrumane, la collaborazione o l’ostilità delle divinità, la possibilità di scegliere percorsi virtuosi o di cedere agli istinti negativi che condividono con gli umani. Spesso l’eroe è l’antenato di un gruppo sociale, di un’intera comunità, come di una famiglia importante, ma ancora più frequentemente è responsabile di un comportamento specifico, che viene descritto e presentato come archetipo di una tradizione rituale. In questo modo si spiega, a posteriori, l’invenzione di forme culturali di espressione collettiva, ritenute replica e memoria di un’azione iniziale compiuta dall’eroe, considerata un vero e proprio prototipo. Anche per questo motivo la funzione sociale degli eroi è di grande rilievo e la presenza di case, tombe, altari, ricordi, oggetti e testimonianze di vario genere che vengono loro attribuiti costella santuari e luoghi pubblici, diviene occasione di solidarietà collettiva e presiede alla specificità delle varie funzioni comunitarie. Eracle, in particolare, assume una funzione rappresentativa panellenica, come eroe “etnico” e culturale, fondatore di culti e dominatore delle forze selvagge della natura e delle comunità anelleniche.

Ricostruzione planimetrica del Telesterion ad Eleusi (Goette, 2001).

Ricostruzione planimetrica del Telestḗrion ad Eleusi (Goette, 2001).

Il rituale

Il rituale rappresenta la manifestazione concreta dell’attività religiosa e pervade tutti i momenti espressivi della società. Ne costituisce lo stesso elemento fondante, in quanto offre un legame d’identità, permette la trasmissione della conoscenza, consolida e norma l’unione sociale, regola infine i rapporti tra i singoli, i loro raggruppamenti e l’intera comunità. In questo senso il comportamento greco non differisce da quello di altre culture del mondo antico e post-antico, trovando molti elementi di contatto con le forme elaborate nel Medio Oriente. Riti, strumenti e funzioni, come lo stesso patrimonio mitico-narrativo, spesso dipendono da elaborazioni esterne o mostrano rispetto a esse significative analogie.

Altri elementi permettono invece di instaurare paralleli con le tradizioni sacre di popolazioni centro-europee e in altri casi prevalgono caratteri di originalità e di autonoma elaborazione. L’analisi complessiva indica, in sostanza, che il patrimonio mitico e rituale dei Greci è il prodotto di un percorso culturale lungo e complesso, che affonda le sue origini nelle esperienze protostoriche e che si è, di volta in volta, adattato alle esigenze interne e alle numerose sollecitazioni esterne, assimilate in momenti e da ambiti diversi e riformulate sempre in maniera originale. Così, se qualche volta è possibile rintracciare l’origine di alcuni comportamenti, nella maggior parte dei casi ci si può solo limitare a ricostruire il contesto storico più probabile e altre volte non si può che registrare l’esistenza di uno specifico fenomeno.

Statuetta di dea assisa in trono, con alto polos (forse Demetra). Terracotta, 550 a.C. Kinský Palace, Prague.

Statuetta di dea assisa in trono, con alto polos (forse Demetra). Terracotta, 550 a.C. Kinský Palace, Prague.

Il rituale sacro si esprime in varie occasioni, comprendendo le attività di preparazione di un evento individuale o collettivo (la partenza per la guerra, ad esempio), la processione, l’attività agonistica, il sacrificio, il banchetto collettivo, la narrazione mitica, la preghiera e l’esaltazione della divinità e della festa attraverso forme teatrali, canti e attività coreutiche. Canti, movimenti e recitazione di formule, comunque, possono caratterizzare momenti diversi dell’azione, costituendo manifestazioni complementari dell’intera performance. Il centro dell’attività sacra è rappresentato dall’altare per il sacrificio, ma anche da alcuni elementi naturali: in genere si tratta di fenditure nel piano di calpestio (per esempio nel Gáion di Atene presso l’Olympieíon), emergenze rocciose considerate sacre sulla base di un mito eziologico specifico (come la pétra agélastos di Demetra a Eleusi), anfratti e grotte naturali (per esempio il Ploutōnion del santuario di Demetra, sempre a Eleusi, oppure la grotta di Zeus sul monte Ida a Creta); in questi casi le offerte sacre possono essere versate direttamente in queste emergenze particolari, potendo utilizzare contemporaneamente anche un altare. La pratica sembra trovare confronti in età micenea, come anche il culto di alberi isolati o in gruppo, ai quali si attribuiscono significato e importanza particolari. La stessa area sacra viene indicata come álsos (letteralmente, “bosco”), indipendentemente dalla forma boschiva effettiva. L’albero sacro riceve una specifica venerazione e risulta strettamente legato alla divinità, costituendo spesso il segno di un rapporto tra questa e il sito, oppure tra questa e la comunità: per fare alcuni esempi si possono citare l’alloro nel santuario di Apollo a Tempe, utilizzato anche per i riti del santuario di Delfi, il salice (lygós) in quello di Hera a Samo o l’olivo di Atena sull’Acropoli ateniese.

Lo svolgimento del rito poteva prevedere travestimenti rituali, che vanno da soluzioni molto semplici (le canefore della processione panatenaica, ad esempio, presentavano il volto sporco di farina e una collana di fichi secchi al collo) ad altre più complesse, con maschere rituali di tipo umano, ma con forme orride (come nel santuario di Artemide Orthía a Sparta) o di tipo animale (nel santuario di Artemide a Brauron a forma di orsa o nel santuario di Déspoina a Lycosura). Questi comportamenti riguardano anche l’abbigliamento, che può connotare il sacerdote (lo ierofante di Demetra, ad Atene, indossa una lunga tunica e uno stróphion sul capo) come il fedele impegnato nello svolgimento di uno specifico rito (come nel caso dei riti di passaggio cretesi che prevedono il gioco dell’inversione sessuale). Spesso l’acconciatura riceve un’attenzione particolare: il rito si effettua sempre a capo non velato, ma indossando una corona, una benda o un copricapo rituale.

Pínax di Persefone, da Mannella (Locri). Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria.

Persefone intenta ai lavori domestici. Bassorilievo su pínax, da Mannella (Locri Epizefiri). Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria.

Le diverse corone, quasi sempre vegetali, identificano anch’esse il culto a seconda dell’essenza, alloro (Apollo), mirto (Afrodite) o edera (Dioniso), per citare i casi più consueti. Le bende sono variamente acconciate, semplici, a doppio giro, con fiocchi sulle tempie, oppure ritorte (come lo stróphion già citato), completate da corone o da elementi vegetali (per esempio foglie di edera); i copricapi sono meno noti, ma risultano ben attestati dalle fonti e dall’iconografia: a Sparta e a Taranto sono documentate varietà diverse, a foglie di palma intrecciate, soluzioni a corona molto semplici oppure cappelli a larghe falde decorate (kálathoi). Le acconciature femminili sono altrettanto elaborate e a volte integrate con diademi rituali, più spesso sormontate da un copricapo cilindrico leggermente svasato, il pólos, attributo dell’offerente come della stessa divinità. È necessaria anche una dotazione di strumenti rituali: canestri entro cui si portano sia le offerte sia il coltello che viene usato per il sacrificio, nascosto sotto semi di cereali; gli stessi coltelli e le asce impiegate per uccidere l’animale; vasi per raccogliere e spargere il sangue (sphageîa), per versare le libagioni (la forma simbolica più diffusa è la phiálē, una coppa apoda spesso dotata di un’emisfera centrale a rilievo e in questo caso definita mesómphalos, attributo dell’offerente e della stessa divinità) o per cuocere le carni tagliate; spiedi su cui si possono arrostire le porzioni destinate al banchetto collettivo, pissidi per contenere e incensieri in cui si bruciano sostanze odorose importate dall’Oriente (thymiatḗria). A questi si devono aggiungere gli strumenti musicali impiegati durante la processione, per scandire il tempo dell’azione rituale, o nelle azioni complementari della cerimonia, in genere il flauto (aulós), ma anche lire e cetre e in alcuni culti specifici strumenti noti dalle fonti, ma di difficile identificazione (ad esempio l’echéion nel telestḗrion del santuario di Demetra a Eleusi, che potrebbe essere una specie di gong).

Testa di Artemide. Marmo, 350-300 a.C. ca. da Brauron. Museo Archeologico di Brauron.

Testa di Artemide. Marmo, 350-300 a.C. ca. da Brauron. Museo Archeologico di Brauron.

Nel complesso panorama appena delineato il ruolo informativo delle fonti antiche è senza dubbio fondamentale; non deve essere sottovalutato, però, l’apporto della ricerca archeologica, che permette in molti casi di ricostruire i comportamenti attraverso una documentazione senza dubbio parziale, ma sempre diretta. Si tratta dei resti delle cerimonie, dei pasti, dell’organizzazione delle spazio e delle strutture, degli strumenti e delle offerte e della loro destinazione votiva; questo complesso patrimonio può essere esaminato all’interno del contesto di provenienza e delle associazioni, divenendo un documento diretto delle azioni compiute, ricostruite impiegando gli specifici criteri dell’analisi archeologica. Intere sequenze di operazioni o alcune tradizioni comportamentali sarebbero del tutto sconosciute senza questo tipo di ricerca, che si fonda soprattutto sullo scavo stratigrafico e sull’analisi di tutti gli elementi disponibili, comprendendo i residui organici. Tra i vari casi esemplificativi, lo studio condotto su alcuni oîkoi del santuario di Demetra Thesmophóros a Corinto mostra come si possa risalire fino alla composizione dei pasti consumati all’interno delle sale da banchetto dalle donne partecipanti al rito, mentre il santuario della stessa divinità a Bitalemi, alla periferia occidentale di Gela, ha restituito numerosi contesti di deposito primario, con i resti del sacrificio, della libagione e a volte anche con l’abbandono del coltello impiegato. Proprio lo studio dei depositi rappresenta quindi uno degli aspetti più significativi dell’archeologia del sacro nel mondo greco.

 

 

Funzioni e tipologie costruttive del sacro

In un santuario, oltre all’altare, indispensabile allo svolgimento del sacrificio, possono essere presenti anche altri tipi edilizi, frutto di una specializzazione delle attività di culto che si manifestano nel corso del tempo. Questi possono essere destinati a essere sede dell’immagine divina (tempio), a ospitare i pasti rituali dei partecipanti al sacrificio (hestiatórion), a raccogliere i fedeli nello svolgimento di culti misterici (telestḗrion), a contenere momenti specifici della cerimonia religiosa (ábaton per le incubazioni, fontane per le abluzioni, mégaron ipogeo), ma anche a custodire donari e offerte dedicate dalle diverse póleis (thēsaurós), oppure a fornire riparo ai pellegrini o spazi di incontro o di esposizione per le offerte, tutte funzioni alloggiate in strutture porticate (stoà).

Il tempio sorge sempre in uno spazio di pertinenza, che sia un luogo pubblico o un santuario, che comprende in genere l’altare esterno. Vincoli di tipo orografico insieme con la necessità di rispettare un determinato orientamento (nella maggior parte dei casi verso est), o la presenza di preesistenze sacre, possono determinare l’adozione di una particolare tipologia rispetto ad altre. La forma e l’articolazione interna dipendono invece dalle esigenze del culto, che richiedono per lo svolgimento di alcune liturgie ambienti specifici o arredi particolari; le dimensioni, inoltre, possono essere condizionate dalla disponibilità finanziaria, che incide anche sulla scelta dei materiali, e dall’estensione dello spazio a disposizione.

Ricostruzione planimetrica delle varie tipologie templari.

Planimetria delle varie tipologie templari: templi ad oîkos; templi in antis; templi anfidistili in antis; templi prostili; templi anfiprostili.

 

Ricostruzione planimetrica dei templi dipteri.

Planimetria dei templi dipteri, pseudo-dipteri e pseudo-peripteri.

Ricostruzione planimetrica delle tipologie di periptero

Planimetria delle tipologie templari: tempio periptero e thòlos.

La casa del dio, generalmente concepita per ospitarne l’immagine di culto (ágalma), può accogliere più luoghi sacri preesistenti, configurandosi allora come un “tempio-santuario”; laddove invece è destinato principalmente a conservare doni votivi o il tesoro della divinità, l’edificio assume i connotati di un vero e proprio thēsaurós. La diversificazione di funzioni spiegherebbe la compresenza di uno stesso hierón di più templi dedicati alla stessa divinità, come sull’Acropoli di Atene o nel santuario di Apollo a Delo. La forma più semplice è il tempio a oîkos, derivato da antiche tipologie abitative; è formato da un vano, preceduto o meno da un vestibolo chiuso, generalmente rettangolare e di proporzioni allungate, ma sono diffusi esempi a terminazione absidata, di più antica tradizione. L’interno può contenere un focolare sacro (eschára), attorno al quale una parte scelta della comunità partecipa al sacrificio e al pasto comune, spesso seduta su banchine addossate alle pareti interne, come nel tempio di Dioniso a Yria di Nasso; ciò ha portato alla definizione di tempio a mégaron sulla base del confronto con gli ambienti dall’analoga disposizione nei palazzi micenei e protostorici. In qualche caso, la cella è conclusa sul fondo da un ulteriore spazio, accessibile direttamente dal naós, l’ádyton, la cui funzione è stata lungo connessa alla celebrazione di riti di tipo misterico, o con la necessità di proteggere oggetti sacri; la ricerca ha mostrato che si tratta invece di uno spazio che non risponde a esigenze cultuali “segrete” (salvo rari casi, come il tempio di Apollo a Delfi, in cui l’ádyton ha una specifica funzione oracolare), ma che in alcuni ambienti coloniali (ad esempio a Selinunte, nel tempio E) è finalizzato ad accogliere la stessa statua di culto, accanto alla quale potevano essere custoditi oggetti sacri o reliquie, divenendo anche una specie di thēsaurós. Non è detto inoltre che un ádyton debba presentarsi necessariamente come un vano chiuso: può essere infatti un’area situata sul fondo della cella e da questa semplicemente distinta da un diaframma di colonne o da un livello più basso del piano di calpestio (vd. tempio di Zeus a Nemea).

Statua votiva femminile assisa in trono (forse una dea). Da Grammichele, fine VI - inizi V secolo a.C. Museo Archeologico Regionale 'P. Orsi' di Siracusa.

Statua votiva femminile assisa in trono (forse una dea). Da Grammichele, fine VI – inizi V secolo a.C. Museo Archeologico Regionale ‘P. Orsi’ di Siracusa.

La conservazione dei votivi può essere inoltre condivisa con l’opistodomo, spazio non accessibile dalla cella e opposto al pronao, che poteva essere a questo scopo chiuso con cancellate; la funzione di custodire le dediche e i doni preziosi è svolta però principalmente dai thēsauroí, tra le tipologie più tipiche dei santuari panellenici per il loro valore rappresentativo, a esaltazione del prestigio della città dedicante. L’architettura, seppure di dimensioni contenute, era infatti realizzata con particolare magnificenza; si tratta in genere di edifici a pianta quadrangolare, composti per lo più da un pronao colonnato che dà accesso a un vano interno. Proteggere e al contempo mostrare statue o altri votivi sembrano essere state le esigenze assolte dal monópteros, un particolare tipo edilizio in cui, al di sopra di un basamento o una crepidine, vi è solo un giro di colonne a giorno (Delfi, monópteros dei Sicioni). In alcuni casi, la stessa funzione è stata svolta dagli spazi porticati delle stoaí, adatti a ospitare oggetti di grandi dimensioni, come le gomene e le decorazioni in bronzo sottratte alle navi nemiche ed esposte in una stoà eretta dagli Ateniesi a Delfi.

Alcuni edifici templari di ridotte dimensioni possono assumere la stessa configurazione di un thēsaurós, con pronao colonnato e cella: si tratta allora più probabilmente di templi in antis che, dal numero di colonne tra le ante del pronao, possono essere monostili, tristili o più frequentemente distili. L’esigenza di una maggiore monumentalità porterà ad ampliare il naós e questo si rifletterà naturalmente sulla fronte, dando vita a edifici tetrastili o anche pentastili ed esastili in antis, oppure prostili se il colonnato non è inquadrato tra ante, questi ultimi particolarmente diffusi in area cicladica (vd. Delo, tempio di Apollo degli Ateniesi). Nel momento in cui in uno schema distilo in antis si inserisce un opistodomo di forma analoga, si genera una tipologia definibile come anfidistila in antis, poco frequente (tempio di Apollo a Camiro), mentre se una fronte prostila è simmetricamente replicata sul retro, si ha il tipo anfiprostilo, particolarmente rappresentato in edifici ionici dell’Atene di età classica (tempio di Atena Níkē sull’Acropoli). Come monumentalizzazione di antiche soluzioni che vedevano un giro di pali lignei a circondare l’edificio templare (herōon di Lefkandi), si sviluppa la tipologia periptera. In base al numero di colonne sulla fronte principale, il tempio può essere definito esastilo (Olimpia, tempio di Hera), ottastilo (Atene, Partenone), ma non mancano esempi con numeri dispari (tempio di Hera a Posidonia), o con numero differenziato di sostegni sulle due fronti principali (Samo, tempio di Hera).[…] Se la peristasi è unica, ma la larghezza dello pterón (l’ala colonnata) è ampia al punto da poter ospitare un secondo giro interno di colonne, il tipo è quello dello pseudo-periptero (tempio di Artemide a Corfù): la scelta, più che essere dettata da considerazioni di tipo economico, potrebbe essere meglio spiegata con l’esigenza di poter usufruire, forse per particolari liturgie o processioni sacre, di ampi spazi porticati attorno al naós. […]

Bassorilievo con l'assemblea degli dèi. Marmo, 530-525 a.C. ca. dal Tesoro dei Sifni. Museo Archeologico di Delfi.

Bassorilievo con l’assemblea degli dèi. Marmo, 530-525 a.C. ca. dal Tesoro dei Sifni. Museo Archeologico di Delfi.

Il deposito votivo

Le azioni rituali che caratterizzano l’espressione religiosa greca sono numericamente circoscritte, almeno nella loro forma sostanziale, senza considerare cioè le varianti legate ai culti specifici, alle tradizioni locali o ai cambiamenti diacronici. Mentre per alcune pratiche, come la preghiera, la processione, la danza e il canto, le conoscenze derivano esclusivamente dalle informazioni delle fonti scritte e iconografiche, per altre, come si è visto, è possibile rivolgersi anche alle fonti archeologiche. Infatti, il dono votivo, il sacrificio animale, le offerte alimentari, la libagione, pur essendo atti in sé effimeri, possono lasciare una traccia archeologica, comunemente indicata come “deposito votivo”.

Placca in legno dipinta, raffigurante una processione ad un altare per il sacrificio di un agnello (dedica in ex-voto), da Pitsa (Sicione). 540-530 a.C. ca. Museo Archeologico Nazionale di Atene.

Placca in legno dipinta, raffigurante una processione ad un altare per il sacrificio di un agnello (dedica in ex-voto), da Pitsa (Sicione). 540-530 a.C. ca. Museo Archeologico Nazionale di Atene.

A livello generico, si può definire il deposito votivo come un insieme coerente di materiali, di diversa tipologia e natura, ma accomunati dal fatto di essere stati coinvolti a vario titolo nell’attività rituale, il cui accumulo all’interno o in prossimità di un’area sacra non è dovuto a ragioni accidentali, ma a una scelta internazionale. La definizione e la stessa denominazione di deposito votivo mostrano un certo margine di indeterminatezza e imprecisione, che tuttavia per praticità si può conservare, assegnando consapevolmente lo stesso nome a un fenomeno che in realtà si declina in numerose varianti.

La dedica di un oggetto, indipendentemente dal suo valore artistico o economico, è il gesto più semplice di cui il fedele dispone per stabilire un contatto con la divinità, in segno di venerazione, rispetto, gratitudine o per vincolare lo scioglimento di un voto. La varietà degli oggetti dedicati è notevole, per categoria, tipologia e materia prima: statue di formato diverso, ma anche ceramica, pínakes, gioielli, armi e persino naturalia, come quelli attestati nell’Heráion di Samo (denti di ippopotamo, cristalli di rocca, stalattiti, rami di corallo, pigne). Doni dedicati nei santuari vengono quassi sempre rinvenuti in giacitura secondaria, ossia non nella collocazione in cui erano stati originariamente posti dall’offerente, ma in depositi, spesso imponenti per quantità di materiali, realizzati in occasione delle “pulizie” periodiche o delle fasi di rinnovamento, ristrutturazione o abbandono delle aree sacre. In alcuni casi, questi grandi accumuli di materiali votivi, chiamati spesso “scarichi” in letteratura, rappresentano la sola testimonianza dell’inizio della frequentazione sacra di un’area, soprattutto per le fasi cronologicamente più antiche, in cui le forme di monumentalizzazione architettonica sono ancora molto contenute o non conservate. Il santuario di Olimpia offre un esempio evidente di questa tipologia deposizionale: il noto “strato nero” contenente statuette in terracotta e bronzo, ceramica, oggetti in metallo (gioielli, calderoni e tripodi di bronzo), frammisti a ceneri e ossa animali, che si estendeva su un’ampia superficie dell’Altis, è un deposito secondario, creato non per accumuli successivi, ma in seguito a un’unica operazione di dismissione con cui nel VII secolo furono interrati dediche e resti sacrificali accumulatisi sin dalla fine del X secolo.

Statuetta di donna con maialino. Terracotta, II sec. a.C. ca. Museo Archeologico Regionale di Palermo.

Statuetta di donna con maialino. Terracotta, II sec. a.C. ca. Museo Archeologico Regionale di Palermo.

Modalità analoghe sono attestate anche a Delfi, nel riempimento sotto la Via Sacra, con statuette e tripodi datati a partire dall’800 ca., in cui si riscontra nuovamente il duplice carattere, funzionale e rituale, dei depositi di dismissione, che mentre sgomberano lo spazio e lo plasmano, creando livellamenti e riempimenti, consacrano il materiale in modo definitivo, ricorrendo spesso anche alla frammentazione intenzionale dei votivi. Per capire quale fosse invece la collocazione originaria degli oggetti dedicati, la documentazione archeologica deve integrarsi con le fonti epigrafiche e letterarie. Infatti, i casi in cui i votivi si conservano in giacitura primaria non sono molto frequenti: anche quando non siano intervenute già in antico le alterazioni di cui si è appena detto, le deposizioni primarie rappresentano contesti archeologici estremamente fragili e precari, che vanno riconosciuti in fase di scavo e documentati con attenzione. Il fedele aveva interesse ad assicurare al suo dono, per quanto modesto potesse essere, una posizione di visibilità, nelle vicinanze dell’altare o della statua di culto o, soprattutto per le offerte di prestigio, in un luogo in vista all’interno del santuario. A Cipro, nell’area sacra di Hagia Irini, circa 2000 tra statue e statuette fittili datate tra il VII e il VI secolo a.C. furono trovate in situ disposte a semicerchio intorno all’altare. Nel tempio di Dreros (Creta), il complesso costituito da un basamento in pietre, una teca litica piena di ossi e corna di capra (detta perciò Keratōn) e una trápeza in pietra antistante conservava ancora in situ tre noti sphyrḗlata bronzei, ma anche testine fittili, ceramica, un gorgóneion di bronzo, confermando la sua funzione di piano di deposizione per oggetti votivi o rituali. Tra gli esempi di deposizione in situ il caso di Kalapodi (Focide) sembra assumere un significato rituale più specifico. Su una banchina in ortostati di póros associata a un altare furono rinvenuti in uno strato di cenere un koúros in bronzo fissato con il piombo, una protome e un gallo fittili, una kotýlē, anelli, spilloni, obeloí (spiedi) e un obolo. Più che di doni posti dagli offerenti si tratterebbe però di un vero e proprio rituale di obliterazione, che precedette il seppellimento definitivo di questo apprestamento cultuale a carattere temporaneo (480-450 a.C.) sotto il tempio classico.

Che la vicinanza alla statua di culto fosse particolarmente ambita dagli offerenti lo racconta il quarto mimiambo di Eronda (IV, 19-20), in cui la donna che offre un gallo ad Asclepio per ringraziarlo della guarigione ottenuta chiede all’amica che l’accompagna di posizionare il suo dono, un pínax, alla destra del simulacro di Igea; così come un’iscrizione ateniese del II secolo a.C., in cui si autorizza il sacerdote a rimuovere le tavolette votive che, affollatesi intorno alla statua della divinità, ne impediscono addirittura la vista. Altre leggi sacre ricordano di non posizionare offerte là dove possano ostacolare il transito (Rodi, III secolo) o non sia esplicitamente consentito, ad esempio nella nuova stoà del santuario di Apollo a Mileto (III secolo a.C.). Del sacrificio animale che si completa nella consumazione del banchetto collettivo si conoscono abbastanza nel dettaglio le fasi propedeutiche e centrali. Tuttavia, dovevano esserci anche pratiche conclusive del rituale che, simbolicamente, chiudevano la celebrazione e, praticamente, “ripulivano” gli spazi interessati dall’azione cultuale. I grandi scarichi secondari di cui si è parlato spesso contengono, insieme ai materiali votivi, anche ossa animali, ceneri, carboni, che facilmente si possono riferire ai repulisti post-sacrificali. Tuttavia, la semplice attestazione di resti osteologici non autorizza a inferire lo svolgimento di pasti comunitari. Infatti le ossa animali possono anche essere il residuo di porzioni destinate agli dèi e bruciate completamente sull’altare (thysíai o veri e propri olocausti, come avviene ad esempio presso l’aire sacrificielle di Eretria, il lungo altare a Isthmia e l’Artemísion di Efeso) o di scarti di macellazione. Per questo motivo la ricerca più recente fa spesso ricorso agli esami di laboratorio per cercare di distinguere i trattamenti e le cotture cui sono stati sottoposti i reperti osteologici e ricostruirne l’origine.

Pittore Epidromo. Sacrificio di un maiale selvatico. Pittura vascolare dal tondo di una coppa attica a figure rosse, 510-500 a.C. ca. Musée du Louvre.

Pittore Epidromo. Sacrificio di un maiale selvatico. Pittura vascolare dal tondo di una coppa attica a figure rosse, 510-500 a.C. ca. Musée du Louvre.

La conferma di un’effettiva consumazione in loco delle carni delle vittime, come pure di altri cibi, è data invece dalla presenza di depositi materiali o secondari con resti di pasto, associati a ceramica potoria, da mensa e da cucina, e resti di focolare e possibilmente, ma non necessariamente, anche alla presenza di strutture architettoniche funzionali come gli hestiatória. Resti di pasto consacrati in giacitura primaria sono piuttosto rari: il Thesmophórion di Bitalemi (Gela) in Sicilia è forse un caso unico in cui è fissata, come in un’istantanea, la chiusura di un banchetto sacrificale, con tutti i suoi elementi qualificanti, il focolare, le ossa animali, il vasellame, le pentole, i coltelli. Tuttavia si tratta di un contesto tesmoforico, dunque ritualmente molto specifico, che obbliga a una certa prudenza nell’estendere questa modalità a situazioni cultualmente differenti. Ad esempio, nel santuario di Poseidone a Isthmia sembra che, almeno nella fase più antica, i fedeli deponessero il vasellame con cui avevano partecipato al banchetto, forse dopo averlo intenzionalmente frammentato, nella parte sud-orientale del plateau, dove ne sono state trovate notevoli concentrazioni. In altri casi (Locri Epizefiri, stoà a U) ceramiche, doni votivi e resti organici potevano essere deposti in fosse appositamente scavate e sigillate, spesso definite bóthroi. Nello studio dei depositi votivi come markers per la ricostruzione delle pratiche rituali, bisogna porre attenzione alle modalità di abbandono dei materiali, che possono dare indicazioni sulla funzione pratica degli oggetti stessi e sulle prassi cerimoniali in cui erano impiegati. Ad esempio, la collocazione capovolta dei vasi, miniaturistici e non, è una pratica ampiamente attestata in ambito greco e magnogreco, senza citare l’ampia casistica proveniente dalla Creta minoico-micenea, in modo particolarmente evidente nel sacello H di Hagia Triada. La disposizione rovesciata si applica soprattutto a forme per contenere, versare, bere, e serve a materializzare in modo permanente uno svuotamento. È istintivo quindi pensare a un rituale di libagione, anche se non sono da escludere offerte alimentari di altro tipo. Valorizzando tutti gli elementi contestuali di un deposito è possibile anche risalire alla motivazione che ha generato l’evento cerimoniale. I depositi di fondazione, ad esempio, condividono sempre una relazione fisica con l’edificio di cui sanciscono la costruzione, o il rinnovamento, ma possono avere esiti archeologici differenti. In alcuni casi l’attestazione di cenere, carboni, resti animali e ceramica per bere e versare indica la celebrazione di un sacrificio cruento e di un’offerta-consumazione di liquidi (Heráion di Samo, tempio D; Tegea, tempio di Atena Alaîa). In altri, invece, l’elemento caratteristico è l’altissima concentrazione di oggetti preziosi (Artemísion di Efeso). Da quanto si è detto, è evidente che il deposito votivo, pur configurandosi come una categoria archeologica autonoma, non ha uno sviluppo indipendente rispetto a quello della religione e soprattutto della ritualità greca. In altre parole, esso è espressione a parte integrante delle pratiche rituali, ma non rappresenta una pratica rituale in sé. Per questa ragione, osservare l’evoluzione diacronica del fenomeno deposizionale equivale in realtà a seguire in toto il variare delle forme di partecipazione al sacro in ambito greco.

[…]

La civiltà micenea e la sua espansione nel Mediterraneo

di D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Milano 1989, pp. 49 sgg.

Ingresso alla cosiddetta «Tomba di Agamennone» (o «Tesoro di Atreo»). Tomba a tholos, Tardo Elladico IIIB (1250 a.C. ca.) a Micene.

Ingresso alla cosiddetta «Tomba di Agamennone» (o «Tesoro di Atreo»). Tomba a tholos, Tardo Elladico IIIB (1250 a.C. ca.) a Micene.

Nel rapporto di Creta col mondo miceneo, il 1450 a.C. circa, la data di passaggio dal Tardo Minoico I al Tardo Minoico II, è un momento cruciale. Prima di esso il mondo miceneo ha senz’altro subito influenze culturali dalla Creta minoica. L’età micenea si distingue archeologicamente in tre sottoperiodi che, in riferimento alla regione in questione, si considerano come l’ultimo periodo dell’Elladico. Si distingue dunque tra un Tardo Elladico I (1600/1580-1500 a.C.); II (1500-1425 a.C.); III (1425-1100 a.C.). All’interno di ciascuna di queste ripartizioni se ne usano altre, indicate con lettere.

Palazzi micenei scavati in Grecia sono: Micene e Tirinto nell’Argolide, Pilo in Messenia, Tebe e Gla in Beozia, Iolco in Tessaglia; resti di strutture di epoca micenea si colgono anche ad Atene e, in Beozia, ad Orcomeno. Già alla I fase del Tardo Elladico sembra risalire il Circolo A delle tombe a fossa (regali o aristocratiche) di Micene. La II e la III fase furono certo di grande espansione per i regni micenei. Tra il 1450 e il 1400 (o, secondo la cronologia più recente, di Popham, fino al 1370) si data un regno miceneo a Cnosso; e tra XIV e XIII secolo si data la maggiore espansione della ceramica micenea in Oriente, a cui si accompagna, ma soprattutto succede, un’espansione in Occidente.

Ricostruzione ipotetica di un guerriero miceneo/acheo, realizzata da G. Rava.

Ricostruzione ipotetica di un guerriero miceneo/acheo, realizzata da G. Rava.

È dunque già la seconda fase dalla presenza greca nella penisola greca e nelle isole e regioni adiacenti che così avvertiamo nel Tardo Elladico. Se in Grecia, in corrispondenza con il Medio Elladico, si coglie, sulle tracce della ceramica minia, un’avanzata di popolazione indoeuropea (definibile di “Protogreci”) fino al Peloponneso, con l’età dei palazzi, il cui formarsi e svilupparsi si disloca all’incirca tra il XVI e il XIII secolo, assistiamo invece a profonde trasformazioni delle forme dell’organizzazione sociale ed economica e delle stesse forme del potere. Quelle trasformazioni che si intuiscono tra il periodo prepalaziale e il periodo proto- e neopalaziale nella Creta minoica si verificano, mutatis mutandis, nel continente: sia per sviluppi interni (passaggio dal nomadismo alla sedentarietà e alla pratica di corrispondenti attività produttive), sia per influenze cretesi. Queste si colgono invero molto di meno nell’architettura dei palazzi e nell’edilizia abitativa. Sul continente spicca in primo luogo l’utilizzazione di luoghi forti, come sedi dei palazzi, in continuità con la tradizione elladica (comune al Neolitico greco) dell’insediamento su acropoli di rispettabile altezza (anche 200 o 300 metri). Inoltre è meno individuabile nei palazzi del continente la presenza di ambienti per rappresentazioni di tipo teatrale. I corredi funerari suggeriscono tuttavia l’influenza del modello cretese: le maschere d’oro di Micene o le tazze d’oro di Vaphiò in Laconia (dove non si sono ancora trovati resti di un palazzo di Menelao) non sono concepibili senza l’esperienza dell’oreficeria e della ceramica minoiche. E soprattutto nella scrittura i Micenei di Pilo, come di Micene o di Tirinto, di Tebe e di Orcomeno, si rivelano debitori dei Minoici: la Lineare A, che era stata usata per una lingua non greca, finora non identificata, viene (originalmente, sembra) adattata (Lineare B) all’esigenza di rappresentare graficamente parole greche, di un tipo dialettale di cui in epoca arcaica appare, come più diretto erede, il dialetto arcado-cipriota.

Ma il 1450 è una data, alla lettera, cruciale nella storia dei rapporti tra Creta minoica e il mondo greco, ché dopo di essa si ha l’insediamento di un dominio miceneo a Cnosso e probabilmente, nella Creta occidentale, a Chanià. L’eredità minoica sopravvive forse a una catastrofe naturale e certo anche a una sovrapposizione di dominio da parte di Micenei (che taluno concepisce come vera invasione, altri come una sorta di rilevamento del sommo potere); ma essa sopravvive oramai come un patrimonio gestito dai Micenei.

Elsa in oro di una daga bronzea. Museo Archeologico di Heraklion.

Elsa in oro di una daga bronzea. Museo Archeologico di Heraklion.

Lo straordinario materiale di testi in Lineare B, che ammontano ad alcune migliaia, presenta due punti di addensamento: Cnosso e Pilo. Per i testi di Pilo si adotta una data, 1200 circa, cioè, in termini archeologici, Tardo Elladico IIIB (alla vigilia della catastrofe, questa volta, dei palazzi micenei del continente, che costituisce la cesura appunto tra Tardo Elladico IIIB e IIIC). Per i resti di Cnosso sembra ancora aperta la controversia tra coloro che, sulla scorta di Evans, li datano alla fine del XV (o ormai anche agli inizi del XIV) secolo, cioè alla fase finale del periodo miceneo di Cnosso, e coloro che invece, dopo le contestazioni di Palmer, ritengono di non poter ammettere uno iato di ben due secoli tra le tavolette in Lineare B di Cnosso e quelle di Pilo. Si tratterebbe perciò, anche per Cnosso, di un materiale prodotto alla vigilia di una nuova distruzione storica, non molto distante nel tempo, né determinata da cause molto diverse, dalla distruzione del palazzo miceneo di Pilo (va rilevata l’adesione di massima alla cronologia del Palmer di un conoscitore della realtà cretese come l’archeologo Doro Levi). Il problema è squisitamente archeologico: gli argomenti che possono aiutare a fornire una risposta sono di natura stratigrafica. Certo, appare comunque singolare la profonda affinità nel contenuto dei testi in Lineare B di Cnosso e di Pilo; ma non è detto si debba pensare a una coincidenza cronologica, bastando con ogni probabilità, a spiegare le analogie, la profonda somiglianza, o addirittura l’identità, delle strutture politiche e sociali da cui questi testi emanano.

Nell’insieme, sono le tavolette di Pilo (meno numerose delle tavolette di Cnosso, ma contenenti iscrizioni di maggiore lunghezza) quelle che ci forniscono un maggior numero di dati, e perfino di termini, interessanti la struttura della società palaziale di epoca micenea.

Sillabario con i segni della Lineare B.

Sillabario con i segni della Lineare B.

Le tavolette micenee provenienti da Pilo e da Cnosso sono registrazioni relative a un breve arco di tempo (qualche mese, forse, rispettivamente), fra le quali è difficile operare una rigida classificazione e distinzione. In generale, però, sulla scorta di Ventris e Chadwick, si possono distinguere: 1) liste di persone (donne, ragazze, ragazzi), in qualche attinenza col palazzo e forma di subordinazione rispetto ad esso; 2) liste di uomini addetti a servizi di guardia; 3) razioni di grano e di olio distribuite a singoli; 4) registrazioni di obblighi, riguardanti il possesso terriero e coinvolgenti evidentemente il palazzo; 5) affitti di terre, spesso del da-mo (dâmos); 6) liste di tributi vari; 7) liste di oggetti (vasi, armi, mobili); 8) liste di quantità di materiali (tessili, metalli, rispettivamente lana, lino e bronzo in particolare), che il palazzo sembra mettere a disposizione dei soggetti, i quali li restituiscono sotto forma di prodotto lavorato; e così via di seguito. Non tutte le categorie sono ugualmente rappresentate a Pilo e a Cnosso.

Nel quadro di un’economia a fondamento agrario, la struttura politica e sociale si presenta fortemente centralizzata, sottoposta al dominio di un wa-na-ka (wánax, “signore”), affiancato da un comandante militare, ra-wa-ke-ta (lawaghḗtas); al “signore” pare nettamente sottoposta un’aristocrazia di capi militari ma anche, forse, di detentori del possesso di ampie porzioni di terra, spesso con funzioni sacrali; la base produttiva è poi rappresentata da strati di dipendenza, che non è facile definire nella loro interezza, ma che certamente (ad esprimersi con la massima cautela possibile) contengono in sé la possibilità dello sbocco ultimo in forme di vera e propria servitù. Nelle tavolette micenee appaiono inequivocabilmente dei do-e-ro (doûloi) (la parola greca che significa “servi” o “schiavi”); frequenti i te-o-jo do-e-ro (ieroduli, o più propriamente teoduli), uomini e donne. Si obietterà, a limitare il valore della definizione dell’economia micenea come palaziale, che la centralità del palazzo è innanzitutto il portato del dato di fatto che la documentazione stessa è palaziale, trattandosi di testi costituenti gli archivi del potere centrale; ma non è forse un caso che la documentazione abbia questa specifica provenienza.

Nell’insieme, appare abbastanza chiara la struttura di una produzione, in cui la forza-lavoro consiste in larga misura di personale “dipendente”, ed esistono strutture di villaggio, inserite in un’economia verticistica, palaziale. I principali prodotti, che vi s’individuano, attengono all’agricoltura (grano, olio, vino) e all’allevamento (la cui organizzazione sembra rigorosamente controllata dal palazzo): figurano perciò fra i prodotti la lana, e anche il miele; tra i tessili, rilevante anche la produzione di lino. L’artigianato (tessitura, metallurgia, ecc.) assolve una funzione notevole, ed elevato appare il ruolo sociale di almeno alcuni di coloro che sono con esso collegati, in particolare di quei ka-ke-we (chalkḗwes, “bronzieri”), che sembrano lavorare il bronzo per conto del palazzo (cioè, in primo luogo, per le esigenze militari dello Stato); particolarmente forte appare il controllo del palazzo medesimo sull’industria tessile. L’interesse alla navigazione si evince, se non altro, dalla cura della difesa costiera, così ben documentata a Pilo.

Questa rappresentazione tuttavia è ben lungi dall’essere in qualche modo esauriente; ché se queste sono le linee generali della struttura sociale, essa appare poi complicata da elementi che ne costituiscono un’articolazione, di cui è difficile stabilire le interne connessioni. L’esistenza di un lawaghḗtas rinvia ai ra-wo (lawoí, mai però nominati come tali nelle tavolette conservate) sottostanti alla sua guida; ma un altro termine, quello di dâmos (e sarebbe più opportuno parlare di dâmoi, al plurale), sopraggiunge subito a complicare il quadro. Negli studi che distinguono nettamente tra lawoí e dâmoi, i primi rappresentano un’aristocrazia militare e fondiaria strettamente collegata al centro del potere, cioè al wánax e al lawaghḗtas, mentre i dâmoi consistono di popolazione residente nel territorio. Ma se l’agricoltura è la base di vita dei lawoí come dei dâmoi, qual è il rapporto (il rapporto geografico, ma anche quello di “proprietà”) tra le proprietà dei lawoí e le proprietà dei dâmoi? Sono più centrali quelle dei lawoí e più periferiche quelle dei dâmoi, o sono frammiste le une alle altre? E, se è vera la seconda ipotesi, è possibile che non vi sia interferenza alcuna fra la proprietà degli uni (lawoí) e la terra lavorata dagli altri? Ma è dubbia la distinzione stessa.

Tavoletta inscritta con segni in Lineare B. Argilla, Tardo Elladico IIIA (1450-1375 a.C.) da Cnosso. British Museum.

Tavoletta inscritta con segni in Lineare B. Argilla, Tardo Elladico IIIA (1450-1375 a.C.) da Cnosso. British Museum.

Una fondamentale tavoletta di Pilo (Er 312) indica in quantità di semenza di grano l’entità del te-me-no (témenos) rispettivamente del wánax e del lawaghḗtas: il rapporto è di 3:1. Una singola tavoletta non può certo rivelarci il rapporto gerarchico fra le due posizioni: ma già questo documento dovrebbe mettere in guardia dal pensare questo rapporto in termini di una sorta di diarchia, che distingua tra una funzione “politica” del wánax e una separata funzione militare del lawaghḗtas; tanto più che nello stesso testo seguono tre te-re-ta (telestaí), che hanno ciascuno tanta semenza di grano quanto il lawaghḗtas. I telestaí sono forse funzionari o dignitari, meno probabilmente dei “baroni”: certo, da questo e da altri testi, essi appaiono come proprietari o comunque possessori di terreni, in rapporto sia con forme di proprietà che sembra privata, sia con concessioni di terre “comunali”. Eppure molto spesso al lawaghḗtas, solo perché detentore di un témenos, gli studiosi attribuiscono un controllo supremo ed esclusivo delle forze armate, una netta superiorità sugli stessi telestaí, mentre a questi ultimi si tende a riservare l’appartenenza o una connessione esclusiva al dâmos. Sembra piuttosto che il lawaghḗtas sia sì un’autorità rilevante, ma di un livello che può essere condiviso almeno da alcuni telestaí: un “generale”, il quale avrà avuto il comando sui lawoí, cioè su persone che possono ben essere non distinguibili dal dâmos (il che spiega tra l’altro l’assenza della menzione esplicita dei lawoí medesimi), ma, come è frequente in Omero, siano persone del dâmos viste come soldati. Il “capo” dei lawoí è un generale che resta probabilmente del tutto subordinato al generalissimo che è il wánax, il quale d’altronde controlla l’amministrazione attraverso i vari ko-re-te-re, da-mo-ko-ro, ecc. I telestaí sembrano, almeno in parte, appartenere ai livelli più alti della società micenea e non paiono essere in una relazione, almeno esclusiva, col dâmos. Gli e-qe-ta (hépetai?), interpretati come “compagni” del sovrano, svolgono funzioni militari o sacrali, ma essenzialmente di supporto e di raccordo.

Termini che sembrano rinviare per il loro significato al lessico omerico e classico sono quelli di qa-si-re-u (basileús) e ke-ro-si-ja (gherousía?). Ma il significato di basiléwes nei testi micenei non è chiaro, al di là di un generico significato di “capi”: si tratta di capi o di personaggi notabili di dâmoi, o capi di corporazioni di artigiani (in alcuni casi li troviamo associati con la menzione di “bronzieri”, e apparentemente investiti di una qualche funzione di controllo delle assegnazioni di bronzo che vengono fatte ai chalkḗwes, in altri associati con la lavorazione di mobili). E se la ke-ro-si-ja è un gruppo di anziani, non è chiaro se sia un vero “consiglio”, e se sia costituito intorno a qualche basileús: certo non è il consiglio del wánax.

Figurina femminile in terracotta – forse una divinità (a forma di «φ»). Tardo Periodo Elladico Medio (XIV-XII secc. a.C.). Museo dell’Arte cicladica di Atene.

Figurina femminile (forse una divinità?), a forma di φ. Terracotta, Tardo Elladico IIIB (XIII sec. a.C.). Museo dell’Arte cicladica di Atene.

Non è facile determinare l’esatto ruolo del dâmos nei confronti del wánax. È il dâmos veramente l’altro polo della società micenea, o è solo un elemento di una struttura piramidale, il quale funge da filtro dell’autorità e sovranità del wánax? Il terreno su cui si dovrebbe poter meglio misurare la struttura della società micenea è naturalmente quella della proprietà terriera. Ma le situazioni non sono del tutto chiare. Qui compare una prima grande distinzione tra due tipi di ko-to-na (ktoînai): le ko-to-na ki-ti-me-na e le ke-ke-me-na ko-to-na: le prime, proprietà coltivate o piuttosto “private”; le seconde, proprietà non coltivate, o piuttosto “lasciate” (in concessione), e perciò proprietà comunali, dei dâmoi (o forse solo gestite dai dâmoi per conto del sovrano). Frequente è del resto la menzione di kekeménai ktoînai, che sono oggetto di o-na-to (cioè di beneficio o usufrutto) pa-ro da-mo (cioè da parte del [o presso il] dâmos). Spesso persone con funzioni sacrali ricorrono in questa assai vasta categoria di onatēres, che intravediamo nella società micenea. Non è dimostrabile, ma comunque neanche da escludere, che sia proprio il wánax il detentore della proprietà formale eminente sui diversi tipi di proprietà e di possesso.

Incertezze sussistono, per altro, sempre nell’ambito della terminologia dei rapporti di proprietà e di possesso o usufrutto terriero, anche per ciò che riguarda il significato di ka-ma (una particolare forma di possesso?) o e-to-ni-jo (forse un possesso più stabile?). Si pone anche per questa via il problema dell’esistenza di forme di possesso privato; così come si è ammessa, anche di recente, l’esistenza di forme di proprietà sacra, nel senso di terre appartenenti a santuari di divinità. In realtà, sono tutt’altro che chiariti l’entità, le forme e il quadro di riferimento di queste “proprietà sacre”; ed occorre evitare di proiettare in età micenea quel quadro di rapporti tra “statale”, sacro e privato, che vale per l’epoca classica della storia greca. In un ambito così ipotetico, è più prudente pensare ad un possesso terriero, privato o sacro, fortemente subordinato all’autorità del wánax, in un rapporto “gerarchico” coerente con la struttura generale della società micenea e le caratteristiche dell’epoca.

In definitiva, la complessità della società micenea, che si coglie meglio a Pilo che non a Cnosso o altrove, può riassumersi in questi termini: 1) presenza di un vertice, rappresentato dal wánax e dalla struttura palaziale; 2) presenza del dâmos, o meglio dei dâmoi, cioè delle singole unità territoriali («unità amministrative locali a vocazione agricola», secondo la definizione di M. Lejeune), e di una forza-lavoro dipendente o di tipo servile, sul piano della produzione (ma anche il rapporto fra questi due termini va, a sua volta, chiarito); 3) presenza di elementi che complicano e articolano questa apparente ma non chiara dicotomia, e che sono: il lawaghḗtas, titolare di un suo témenos, e quella fascia sociale intermedia, di titolari di benefici e di posizioni varie, che costituisce l’embrionale “aristocrazia” di cui si è già detto, e a cui vanno aggiunti i beneficiari effettivi di do-so-mo (dosmoí), concessioni, per esempio, a divinità, santuari e rispettivo personale; gli stessi te-o-jo do-e-ro appaiono in una condizione in qualche modo privilegiata, rispetto ai semplici do-e-ro (doûloi); di tutti questi va poi definito il rapporto rispettivamente col palazzo e con il dâmos.

Rython a protome leonina. Oro martellato, Periodo Elladico recente I (XVI secolo a.C.). Da Micene, Circolo A, tomba IV. Museo Archeologico Nazionale di Atene.

Rython a protome leonina. Oro martellato, Tardo Elladico I (XVI secolo a.C.). Da Micene, Circolo A, tomba IV. Museo Archeologico Nazionale di Atene.

Ma al centro è pur sempre la struttura palaziale: con un vertice “politico”, il principe; con un habitat specifico, rappresentato dal palazzo, cioè dai suoi ambienti (per l’esercizio del governo e l’amministrazione, per la vita quotidiana, per le funzioni sacre, per le riunioni, per il divertimento), dalle sue difese, dai suoi magazzini, dai suoi depositi; con un territorio, occupato da villaggi, in cui dei contadini lavorano la terra per il principe e sono in una posizione di dipendenza, che almeno in parte si configura come vera e propria servitù. Attorno s’individuano forme di proprietà, o di possesso, che in piccolo riproducono probabilmente questi stessi rapporti produttivi. Il problema più arduo è forse proprio quello di definire il rapporto che intercorre tra la struttura palaziale e l’aristocrazia che s’intravede. Se questa ha infatti un ruolo meramente satellite, sul piano politico e sociale, e costituisce solo una variante, rispetto alla fondamentale polarità tra despota e dipendenza, allora si fanno preminenti le affinità con almeno alcune società dell’Oriente antico, per le quali si può invocare una qualche forma di produzione asiatica. Più articolato e sfumato dovrà invece essere il giudizio generale sulla società micenea, se altro peso e altra funzione si assegnano all’aristocrazia, al suo ruolo economico, politico, militare, alle sue tradizioni e alla sua stessa capacità di emergere con effetti dirompenti per la struttura generale di cui s’è parlato.

Occorre comunque evitare una troppo rigida assimilazione alle “regalità idrauliche” della Mesopotamia. Naturalmente, il limite dell’assimilazione deriva innanzitutto dall’assenza in Grecia di condizioni e costrizioni ambientali quali incombono sul mondo mesopotamico. Il problema non è comunque quello di applicare meccanicamente modelli asiatici. L’idea che le monarchie micenee abbiano sviluppato un’amministrazione complessa sull’esempio delle regalità orientali e, più direttamente, di quelle minoiche appare diffusa. Sono stati però anche sottolineati: i limiti numerici del personale del palazzo, rispetto alla quantità presumibile degli abitanti dei regni micenei; la problematicità di un monopolio palaziale nell’importazione del bronzo, a differenza del forte ruolo che si deve attribuire al palazzo nel campo della tessitura e della costituzione del relativo personale (soprattutto femminile); le dimensioni ridotte del témenos del wánax (wa-na-ka-te-ro te-me-no).

D’altra parte un’assoluta equiparazione della monarchia micenea alle regalità omeriche e arcaiche è scongiurata da diverse considerazioni: 1) il carattere ristretto, e assai puntuale, dell’evidenza documentaria disponibile per le monarchie micenee, con la conseguente difficoltà di definire gli esatti rapporti quantitativi sussistenti tra le disponibilità del wánax e quelle degli altri protagonisti della scena micenea, nonché lo stesso grado di controllo del signore su quelle risorse che apparentemente appartengono ad altri; 2) la potenza dell’amministrazione palaziale, con la gestione di quell’importante strumento di controllo che è la scrittura; 3) la presenza di santuari tanto ricchi quanto, apparentemente, soggetti al palazzo, e in particolare l’assenza di un vero consiglio e di un’assemblea.

Guerrieri in marcia. Pittura vascolare da un cratere miceneo, Periodo Elladico recente IIIC (XII secolo a.C.), dalla 'Casa del cratere dei guerrieri' (Micene). Museo Archeologico Nazionale di Atene.

Guerrieri in marcia. Pittura vascolare da un cratere miceneo, Tardo Elladico IIIC (XII secolo a.C.), dalla ‘Casa del cratere dei guerrieri’ (Micene). Museo Archeologico Nazionale di Atene.

Quei centri politici ed economici, che sono i palazzi di età micenea, non vivono isolati dal resto del mondo greco, né da più lontane regioni dell’Oriente mediterraneo. Non mancano produzioni atte allo scambio di merci, anche se si tratta di scambio tra merce e merce, e non esistono ancora forme di economia monetaria (ma, semmai, espressioni di un’economia premonetale, come i famosi lingotti di rame, genericamente definibili “di tipo egeo”, che sembrano assolvere a una fondamentale funzione di tesaurizzazione e, al tempo stesso, costituire una qualche misura di valore).

È stato osservato che gli oggetti d’oro, d’argento, d’avorio provenienti da Cnosso come da Micene, da Tebe come da Tirinto, oltre ad attestare l’alto livello dell’artigianato miceneo, dimostrano l’esistenza di scambi commerciali tra quel mondo ed altre civiltà mediterranee, se non altro perché i Micenei dovevano in qualche modo procurarsi presso altri popoli quei materiali di cui essi non disponevano o disponevano solo in scarsa misura (Godart). L’archeologia documenta, d’altra parte, sempre più ampiamente (e solo in parte per un’epoca posteriore a quella delle tavolette) l’espansione (anche, e significativamente, nelle regioni del Mediterraneo occidentale, dall’Italia, alla Sicilia, alla Spagna) di ceramica micenea. Certo, non è facile definire il preciso rapporto tra questo innegabile e cospicuo dato della ricerca archeologica e l’insieme delle strutture economiche e sociali che trovano la loro più visibile espressione nei palazzi di età micenea. Il fenomeno del commercio è comunque ampiamente documentato; esso fornisce il naturale orizzonte dei dati delle tavolette in Lineare B, dati che accennano: all’esistenza di forme di scambio; all’acquisto di prodotti dall’ambito di forme e strutture economiche extrapalaziali, o marginali rispetto al palazzo, e alla loro introduzione nell’ambito dell’economia palaziale; alla ricerca, forse in primo luogo, di metalli, di cui s’avverte l’esigenza e insieme la scarsità.

Ricostruzione ipotetica di un armata Ahhijawa guidata da Tawagalawa con il suo mercenario Piyamaradu durante i negoziati con il signore di Wilusa (Alaksandu?) e un ambasciatore ittita. Tavola ideata da A. Salimbeti e R. D’Amato e realizzata da G. Rava per Osprey Publishing n. 153 (Bronze Age Greek Warrior, 1600-1100 BC).

Ricostruzione ipotetica di un armata Ahhijawa guidata da Tawagalawa con il suo mercenario Piyamaradu durante i negoziati con il signore di Wilusa-Ilio (Alaksandu?) e un ambasciatore ittita. Tavola ideata da A. Salimbeti e R. D’Amato e realizzata da G. Rava per Osprey Publishing n. 153 (Bronze Age Greek Warrior, 1600-1100 BC).

Sarebbe, d’altra parte, ingenuo credere che tutto ciò che attiene al commercio e agli scambi si svolga entro l’ambito miceneo, o sia solo attivamente mediato dai Micenei stessi. Altri fattori di scambio sussistono; basti pensare alla funzione di mediazione che può avere avuto la Creta minoica (Creta cioè prima dell’assoggettamento da parte degli Achei, circa il 1450 a.C.), come autentico ponte tra la Grecia e le regioni del Vicino Oriente, dall’Egitto alla Siria; ai contatti che i Micenei si procurano a Oriente, in Asia Minore, come in Siria, o in Occidente; e non va dimenticato quel fattore presente, si può dire, negli interstizi del mondo antico, che sono i popoli mercanti, quali soprattutto i Fenici, che, almeno dalle fasi più tarde dell’età micenea, operano (e nella tradizione greca sono sentiti come attivi e presenti) nelle regioni dell’Egeo e della Grecia stessa, e i Ciprioti, così spesso evidenti nella documentazione archeologica: nello stesso Mediterraneo occidentale (senza affrontare spinose e irrisolvibili questioni di priorità) le loro rotte si intrecciano e fondono con quelle micenee. Con eccessiva disinvoltura ci siamo ormai abituati, per l’autorevole suggestione di Karl O. Müller, di Karl Julius Beloch, o di Martin P. Nilsson, a mettere nell’ombra tutto quello che la tradizione greca ci dice sui Fenici nelle isole dell’Egeo (Rodi, Samotracia, Tera) o nel continente greco (basti pensare alla saga di Cadmo a Tebe).

È proprio durante e dopo il dominio miceneo a Cnosso, forse finito circa il 1370, che si colloca, in base ai dati dell’archeologia, cioè essenzialmente in base ai ritrovamenti di ceramica del Tardo Elladico III A e B, il periodo di massima espansione micenea. Se i dati cronologici sopra indicati sono attendibili, ciò ha una conseguenza storica di interesse sia per la storia dei Micenei a Creta, sia per il problema più generale dell’espansione micenea. Le fonti egiziane non sembrano registrare i Micenei di Creta dopo il 1370; riferimenti a località micenee di Creta stessa come del continente ricorrono nella tavoletta egiziana di Kom el-Heitan, che si data appunto alla prima metà del XIV secolo a.C. Ma la massima diffusione di ceramica, in Egitto, in Siria-Palestina (in moltissimi centri palestinesi, ma soprattutto a Ugarit-Ras Shamra, in Siria), a Cipro (in particolare a Enkomi), sulle coste dell’Asia Minore (dalla Cilicia alla Ionia), e naturalmente nelle isole (a Rodi, a Lesbo), si verifica proprio nel Tardo Elladico III A e B, cioè nel secolo e mezzo contemporaneo e posteriore alla crisi. Sembra dunque verificarsi, quanto meno, un rafforzamento dei processi d’espansione commerciale dopo la crisi del potere politico a Creta; ed allora è legittimo chiedersi quale sia (o quale sia divenuto nel corso del tempo) il rapporto tra l’artigianato e il commercio, da un lato, e il potere centrale (o piuttosto i diversi poteri centrali collegati con i palazzi) dall’altro.

Lista dei toponimi dal basamento di una statua a Kom el-Heitan.

Lista dei toponimi cretesi dal basamento di una statua a Kom el-Heitan. XIV secolo a.C. ca.

È evidente, almeno per l’orizzonte cretese del problema, che il dominio miceneo non si presenta come una talassocrazia: innanzitutto, l’espansione commerciale per i Greci non è di per sé una talassocrazia, e quindi da sola la ceramica non dimostra un dominio sul mare, e poi, nei fatti, sembra esserci un certo scompenso tra il momento della potenza politica e quello della diffusione della ceramica micenea. Il problema diventa ancora più urgente, se si considera la diffusione di ceramica, o persino di forme architettoniche micenee, in Occidente. Punti di addensamento  sono le isole Eolie (Lipari), la Sicilia orientale (Tapso), l’Italia ionia (dallo Scoglio del Tonno a Taranto, a Termitito tra Metaponto ed Eraclea), in definitiva l’Italia del Mar Ionio e del basso Tirreno: la presenza di ceramica micenea in punti più settentrionali è sporadica, e in parte può corrispondere a fatti di irradiazione e diffusione indiretta, mediata da altri vettori. Già le quantità di ritrovamenti micenei in Occidente, persino nei luoghi di maggiore addensamento, non sono comparabili con quelli dei siti del Mediterraneo orientale che documentano presenze, attività commerciali e artigianali, persino insediamenti micenei. E poi, se la tradizione letteraria può suggerire qualcosa in proposito, si tratta di indicazioni che singolarmente concordano con la situazione di décalage tra il momento e il ruolo del potere politico e quello del commercio miceneo, per altra via evidenziato. La tradizione infatti, quando evoca mitici fondatori di epoca micenea per località occidentali, li riferisce, o li immagina, come esuli, fuggiaschi, o reduci sbandati della guerra di Troia. Siamo, in termini archeologici, ai periodi Tardo Elladico III B e III C, o addirittura a ceramica submicenea.

Statua colossale del faraone Amenhotep III, uno dei due «Colossi di Memnone». Pietra calcarea, 1350 a.C. ca. (XVIII dinastia). Necropoli di Tebe.

Statua colossale del faraone Amenhotep III, uno dei due «Colossi di Memnone». Pietra calcarea, 1350 a.C. ca. (XVIII dinastia). Necropoli di Tebe.

Se così stanno le cose, è ragionevole, per i problemi dell’espansione di questa prima fase della storia greca che è l’epoca micenea, delineare uno sviluppo di questo tipo: 1) dopo l’invasione del continente e l’assestamento, che si svolge nei secoli del Medio Elladico, si raggiungono assetti nuove forme di organizzazione sociale, economica e politica, che corrispondono alla fioritura dei palazzi nell’Elladico recente; 2) a metà del XV secolo a.C. questo assestamento, politico, economico e anche demografico, ha portato all’espansione anche nell’Egeo, a cui corrisponde l’insediamento di un principato miceneo a Cnosso (durato forse meno di un secolo) e forse anche a Rodi (se gli Ahhija-wa dei testi ittiti fossero da identificare con dominatori Achaioí dell’isola); 3) in parte in coincidenza con questo momento di sviluppo politico, ma (se valgono le cronologie sopra indicate per la storia di Cnosso) anche indipendentemente e successivamente, si verifica un poderoso fenomeno d’espansione commerciale, che segue vie proprie. È un fenomeno determinato da una crescita di popolazione greca che continua, anzi perfeziona, la grecizzazione della penisola, fino a delineare i contorni di quella immensa diaspora greca, che noi chiamiamo “mondo greco”, “grecità”, e che è un vivaio di espressioni analoghe e diverse fra loro. Sono le vie suggerite dallo scompenso tra le risorse e i bisogni; vi si mette in luce la capacità dei Greci di portare proprie conoscenze tecniche ed espressioni artistiche, di contrarre relazioni di ogni tipo, da quelle di amicizia e di ospitalità a quelle proprie di più stabili scambi (legami matrimoniali, intese commerciali, ecc.); e, in generale, va tenuto presente il ruolo del commercio ambulante. Vi si esprime la grande mobilità greca, cioè la straordinaria capacità di spostarsi, adattarsi a situazioni nuove, inserirsi in quadri sociali ed economici diversi. Se si guarda insomma al fenomeno dell’espansione micenea nel suo complesso, la sua matrice di appare il bisogno, più che la potenza; la potenza era stata invece la matrice dell’espansione minoica. Proprio per questa ragione, quest’ultima è più circoscritta e più definita nel tempo, cioè è una vera talassocrazia; l’espansione micenea è invece solo una realtà diffusa, che poi, alla periferia della vasta area che investe, è soltanto soffusa.

La controprova di questo aspetto di risposta a un bisogno che i poteri politici micenei non sono in grado di soddisfare, è proprio nella diversa entità e qualità dell’espansione greca, rispettivamente in età micenea e in età arcaica, nonché in Oriente e in Occidente. Si può dire che nel II millennio (che è anche quello dell’esistenza dei principati micenei) i Greci cerchino soprattutto interlocutori validi, società in grado di accoglierli e di fare uso dei prodotti o delle tecniche o dei servizi e delle funzioni di cui essi sono portatori; essi si appoggiano a società evolute insediate sulle coste del Mediterraneo. Ecco perché l’espansione micenea in Oriente ha valori così cospicui. In Occidente i Greci cercano qualcosa di analogo, e lo trovano, certo, ma necessariamente di meno. L’espansione di epoca arcaica (che sembra in gran parte riassorbita nell’orizzonte cittadino, cioè nella capacità delle póleis di programmare una propria espansione, in un momento di nuovo sviluppo demografico del mondo greco), anche per il suo carattere più sistematico, e la sua finalità di creazione di vere e proprie nuove póleis, cerca spazi vuoti: non vuole tanto inserirsi in società organizzate preesistenti, quanto contrastarle e sostituirle; cerca spazi vuoti per sé, non spazi occupati, regolati, civilizzati dagli altri.

Frammenti di vaso ittita raffiguranti un guerriero, presumibilmente acheo/miceneo. Periodo Tardo Elladico IIIA (1350 a.C. ca.).

Frammenti di vaso ittita raffiguranti un guerriero, presumibilmente acheo/miceneo. Periodo Tardo Elladico IIIA (1350 a.C. ca.).

La certezza dell’espansione commerciale micenea nel Mediterraneo non rende dunque superflua la ricerca di altri vettori delle merci che segnalano, con la loro presenza, scambi all’interno di quel mondo. Si potrebbe, per economia di ipotesi, immaginare che gli oggetti siriani, anatolici, egiziani, ciprioti, fenici (?), che si trovano sul continente o a Creta o in altre isole in età micenea siano stati portati dai Micenei nei loro viaggi di ritorno; e molte volte sarà stato anche così. Eppure questa tesi è economica solo nel senso del risparmio di ipotesi che permette; ma è un dato di fatto che, nella storia del commercio, almeno quanto questa diventa per noi evidente, i vettori delle merci di esportazione e d’importazione di una determinata regione non sono sempre gli stessi; un commercio di andata e di ritorno che si incarichi di svolgere tutte le operazioni relative non è mai verificabile, quando si disponga di un minimo di documentazione; ci potrà essere prevalenza di una sola delle due correnti, ma esse non si riducono mai ad una sola, che si svolga in due movimenti contrari.

[…]

 

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Considerazioni sull’arte greca

di R. Bianchi Bandinelli, s.v. “Arte greca“, in Enciclopedia dell’Arte Antica, 1960 (pubblicata sul sito di Treccani.it)

[…] All’arte greca compete una posizione eccezionale nella storia della cultura e dell’arte in generale, perché essa ha avuto a più riprese influenza determinante per lo sviluppo dell’arte europea, cioè, concretamente, dell’arte figurativa nel mondo moderno. Tale posizione eccezionale ha, tuttavia, sovente impedito l’esatta valutazione storica del suo sviluppo e del suo contenuto. L’arte europea ha ripreso e sviluppato per secoli le fondamentali caratteristiche per le quali l’arte greca si differenziò dalle altre civiltà artistiche dell’antichità: la scoperta della prospettiva, la esatta osservazione dell’anatomia al fine di una costruzione organica delle forme umane nello spazio e della formazione di un canone di proporzioni; nel disegno, la linea plastica (linea “funzionale”) che descrive e modella la forma anziché solo delimitarla; nella pittura, il colore tonale e il conseguente volume, che supera lo stadio del disegno colorato proprio a tutte le civiltà primitive.

Statua della cosiddetta «Dama di Auxerre». VII secolo a.C. Musée du Louvre.

Statua della cosiddetta «Dama di Auxerre». VII secolo a.C. Musée du Louvre.

L’arte greca, raggiungendo un eccezionale equilibrio tra intuizione, sentimento e razionalità, ha segnato un salto qualitativo di immensa portata nella conoscenza artistica dell’umanità: dalla barbarie alla cultura. L’arte figurativa, inconsapevole mezzo di liberazione dei sentimenti, di evocazione magica, di manifestazione di speranza nell’aiuto di forze misteriose, quale la scorgiamo presso i popoli primitivi, e anche nella Grecia primitiva, diviene, con la piena civiltà classica, una forza controllata, una espressione di affermazione dell’uomo nel mondo. Tale è, infatti, il suo contenuto, quale risulta dallo studio non tanto delle tarde e retoriche fonti letterarie, quanto della cultura coeva alle più grandi esperienze artistiche. È in tal modo che l’arte greca esprime, almeno sino a tutta l’età classica, il suo profondo contenuto etico: superando il contenuto magico della immagine primitiva, l’idolo diventa statua. Alla costruzione dell’immagine a blocchi sovrapposti, ancora seguita, da modelli orientali, nella prima età arcaica (statuetta di Auxerre, vd.) si sostituisce la connessione organica, funzionale, delle varie parti dell’immagine. La nostra indagine storica deve rendersi conto di questo e di come ciò sia avvenuto.

Tutte queste caratteristiche, che sono indubbiamente le più determinanti dell’arte greca, tendono a fermare nell’immagine artistica quanto più sia possibile di elementi vitali delle forme esistenti in natura. Con la vitalità guizzante delle sue forme l’arte greca si contrappone nettamente alla essenza impenetrabile delle opere dell’arte del vicino Oriente (mesopotamica ed egiziana). L’arte greca, e in ciò sta la sua grandezza e il suo rischio, è pertanto la più potentemente realistica fra le civiltà artistiche del mondo antico. Ma lo è anche rispetto a tutte quelle venute di poi nella civiltà occidentale, per la minore concessione che in essa si riscontra a tendenze simboliche o puramente ornamentali e formalistiche. L’arte greca fu celebrata dalla critica neoclassica come la più “ideale” e la più lontana da ogni verismo. Tale giudizio (a parte la distinzione da farsi tra verismo e realismo) era fondato su premesse teoriche legate a un particolare momento della cultura europea e anche, in parte, a un fondamentale equivoco su ciò che fosse in effetto arte greca, poiché le opere di statuaria allora note erano quasi esclusivamente copie di età romana e non originali greci. La polemica che è stata sollevata nell’arte moderna e contemporanea contro la pretesa sopravvalutazione dell’arte greca, in realtà era diretta contro la accennata interpretazione, e non risulta applicabile all’arte greca nei suoi effettivi valori.

Tra immagine artistica e realtà di natura non vi è un necessario rapporto di identità; generalmente l’immagine artistica è però una riduzione dell’immagine di natura, di per sé infinitamente più complessa, che può esser frutto di una sintesi dei suoi elementi espressivi principali (e perciò acquista una efficacia più intensa che non l’immagine di natura) o una semplificazione effettuata (specialmente nella scultura) sotto l’impulso di una prevalenza dell’interesse strutturale, architettonico, dell’immagine. Ma può essere nient’altro che una composizione di linee e di masse, ridotte a una specie di ideogramma, la cui originaria derivazione da una forma di natura è così lontana da non essere più avvertita dagli artefici che ripetono la composizione di forme schematiche. Queste hanno, per essi come per il loro pubblico, un valore assoluto, con un significato preciso, che non sarebbe più compreso, se la forma schematica venisse improvvisamente sostituita da un’altra, più naturalistica.

Mirone, Discobolo. Copia romana in marmo da un originale greco del 455 a.C. in bronzo. Museo Nazionale romano di Palazzo Massimo.

Mirone, Discobolo. Copia romana in marmo da un originale greco del 455 a.C. in bronzo. Museo Nazionale romano di Palazzo Massimo.

Esempi di questi tre diversi modi di esprimere la forma artistica (sintesi espressiva, semplificazione strutturale, schematizzazione astratta) si trovano in tutte le civiltà dell’antico Oriente. In esse, e particolarmente nella civiltà egiziana prima e in quella assira poi, si trovano anche rappresentazioni nelle quali ci si pone l’obiettivo di raggiungere la vivezza della forma di natura; ma si deve osservare che tale ricerca è limitata a determinati temi e a un determinato fine. I temi sono quelli, espressi in rilievo molto basso, equivalente a un disegno, e avvivati dal colore, che trattano soggetti narrativi: le imprese di guerra del sovrano, con il loro contorno di narrazioni collaterali, o le cacce del sovrano (specialmente in Assiria, a Ninive, sotto Assurbanipal attorno alla metà del VII sec. a. C.). E un fine perseguito è anche quello della facilità di lettura della narrazione; ma soprattutto della espressività dei singoli episodi. Il naturalismo della rappresentazione, spesso di sorprendente esattezza nelle figure di animali, ancora assai vivo nelle figure dei servi o del popolo minuto, si arresta dinanzi alla figura del sovrano e degli alti funzionari, le cui forme corporee tendono ad avere quella certa astrazione dalla realtà, quella genericità tipologica, che si trova inevitabilmente nelle figure delle divinità. Il realismo non esce, inoltre, dai temi narrativi ed esula quindi dalle sculture monumentali.

Ora è accaduto, invece, che i Greci vollero affrontare in pieno la traduzione della forma di natura in forma d’arte, senza limitazioni di temi o di situazioni, ivi compresa la figura della divinità: una prova terribile, perché dinanzi alla ricchezza infinita e alla complessità dell’immagine di natura, la forma artistica rischia di essere distrutta e ridotta a una trasposizione quasi meccanica, nella quale viene a mancare, insieme all’elemento di selezione espressiva, ogni partecipazione di sentimento e di razionalità, e quindi ogni qualità artistica. E d’altra parte il contenuto, il più elevato, rischia di venir banalizzato e abbassato a un valore contingente.

Perché i Greci affrontarono questa prova? Essa non è che un aspetto, coerente agli altri, della civiltà particolare che i Greci andarono costruendo, nella quale, a differenza di ogni altra civiltà precedente, per una lucidità logica che spinge alla indagine razionale della natura e che ha la sua radice nella particolare struttura della società greca, nella quale agirono a lungo le conseguenze della primitiva struttura tribale, l’uomo è posto a misura dell’universo, è posto al centro della vita sul mondo, con la sua facoltà di ragionamento come con le sue passioni, e quindi con il suo giudizio etico: conseguentemente anche con la sua forma reale. (Perciò noi possiamo parlare per la prima volta, per i Greci, di una concezione “umanistica” della vita, della cultura, della scienza, dell’arte). Nel mito, nella poesia altissima del dramma, i temi centrali non sono le imprese meravigliose di un dio o quelle quasi divine di un sovrano invincibile; ma sono le passioni umane, le lotte degli uomini contro le divinità avverse, nelle quali l’uomo viene distrutto, ma afferma la sua persona e la sua grandezza. Mito e arte sono l’espressione di una continua conquista della interiorità umana. Perciò la conquista della forma naturalistica nella sua pienezza e complessità va considerata la più alta che l’arte greca abbia compiuto.

Anche se a certo nostro evasivo gusto attuale le semplificazioni stilistiche dell’età arcaica, cariche di grande forza vitale e dominate da una squisita sensibilità epidermica, lineare e coloristica, possono apparire più congeniali e perciò più facilmente comprensibili, da una più matura considerazione critica va riconosciuto che l’età fra il 460 e il 430 a.C., che comprende la maturità dell’opera di Mirone, di Policleto e di Fidia e con quest’ultimo lo “stile partenonico” che a lui si collega, rappresenta il momento più alto raggiunto dalla scultura greca e dalla sua concezione rivoluzionaria della forma artistica, che affronta in pieno il realismo. Con ciò non si vuol affatto ridar valore alla antistorica concezione classicistica che vedeva in questo momento artistico il modello unico, dal quale non era lecito derogare senza condanna, della forma artistica in assoluto. Certo è che la conquista di questa forma fu decisiva per l’umanità, molto al di là del solo interesse in seno alla storia dell’arte.

Prima lezione di archeologia

di D. Mancorda, Prima lezione di archeologia, Roma-Bari 2012(6) pp. 3-40.

 

Documenti, oggetti, contesti: i fossili del comportamento umano

Quando nel parlare comune usiamo la parola «archeologico» ci figuriamo un oggetto, una situazione, un comportamento che attribuiamo a un passato lontano da noi nel tempo e nei sentimenti. Ma il passato ormai non coincide più con l’antico, anche se l’archeologia è nata innanzitutto come riconquista dell’antico, per poi diventare strumento di conoscenza in sé, castello di concetti e procedure che interrogano e portano a sintesi i più tradizionali e insieme i più nuovi sistemi di fonti.

Non esiste più un’età per l’archeologia e un’età per la storia. L’una e l’altra si occupano delle stesse epoche, delle stesse civiltà, curiose di tutto ciò che è stato in ogni epoca, anche ieri, anche oggi. La distinzione fra archeologia e storia riguarda fondamentalmente il tipo di documenti che sono oggetto di studio dell’archeologo e dello storico, e quindi i metodi che si applicano per ricavarne informazioni.

Un documento ci dà testimonianza volontaria o involontaria, diretta o indiretta, di una realtà, di un evento, di un’idea; può riguardare un semplice dettaglio o coinvolgere un’intera cultura, una mentalità, il gusto di un’epoca. Letteralmente in grado di insegnarci qualcosa, arricchisce il nostro sistema di sapere, mediante la parola, lo scritto, l’immagine, il gesto.

L’archeologo fa continuo uso di documenti, che si presentano alla sua attenzione in genere sotto forma di cose, cioè di manufatti (prodotti dal lavoro dell’uomo) e di ecofatti (risultato del rapporto che s’instaura tra natura e uomo). I manufatti acquistano talvolta le dimensioni di monumenti, ma il più delle volte si configurano come semplici reperti, cioè documenti ritrovati, […] che l’archeologia va a cercare nell’infinita estensione degli insediamenti umani. […]

Scavi della missione archeologica tedesca a Olimpia, in Grecia (1875-1881).

Scavi della missione archeologica tedesca a Olimpia, in Grecia (1875-1881).

Il reperto implica un’attività di reperimento: presuppone dunque un metodo di ricerca. Molti oggetti sono potenziali reperti, perché possono essere riscoperti, e molti reperti sono potenziali documenti, perché possono ampliare il nostro sistema di conoscenze. Ma per assurgere allo stato di documento il reperto esige un’attività di studio: richiede dunque un metodo di analisi. Ogni documento va a sua volta spiegato: richiede dunque un metodo di interpretazione, che dia senso al suo messaggio, esplicito o implicito. […]

Anche i monumenti e gli oggetti, anche i contesti sono come “libri”, elementi di comunicazione non verbale che hanno svolto un ruolo tutt’altro che secondario – e qualche volta esclusivo – nei contatti umani, tanto che gli archeologi da tempo ragionano come se esistesse un linguaggio dei reperti, peculiare ai diversi aspetti delle cose, che occorre innanzitutto riconoscerlo per trasferirlo in un linguaggio comprensibile. Il lavoro dell’archeologo è in questo senso assimilabile a quello di un traduttore, che deve conoscere le forme attraverso le quali le singole componenti della lingua su cui opera esprimono i loro significati. […]

Diciamo oggetti, ma meglio parleremo di contesti, cioè di quelle situazioni in cui uno o più oggetti o le tracce (materiali o immateriali) di una o più azioni si presentano in un sistema coerente nel quale le diverse componenti si collocano in un rapporto reciproco nello spazio e nel tempo sulla base di relazioni di carattere funzionale (e culturale). La comprensione di queste relazioni non è irrilevante o accessoria. […] Ogni componente di un contesto, dal più semplice al più complesso, ha un senso in sé e un senso acquisito, un valore aggiunto che è dettato dalle sue relazioni contestuali. Ogni componente può essere analizzata nelle caratteristiche che le sono proprie e al tempo stesso nelle relazioni che definiscono la sua funzione nel contesto cui appartiene.

L’archeologo opera, in genere, sulle stratificazioni, cioè su depositi tridimensionali che una quarta dimensione, il tempo, ordina secondo una sequenza stratigrafica che va ricostruita, distinguendo le componenti materiali e immateriali, che non per questo sono fisicamente e concettualmente meno significative. […] L’archeologia si occupa delle società passate e delle relazioni che queste hanno avuto tra di loro e con l’ambiente, a partire dai resti materiali, cioè dalle tracce che hanno lasciato di sé. Attraverso un processo di recupero, analisi ed interpretazione, queste tracce ci aiutano a ricostruire i modi di vita e la loro evoluzione nel tempo. […]

 

I metodi: minimo comun denominatore

L’indagine sui resti materiali, sparsi nel territorio o custoditi negli archivi del sottosuolo, richiede un percorso scandito dalle tappe dell’individuazione, della raccolta, della descrizione de dell’organizzazione dei dati, che possono favorire il raggiungimento di un’interpretazione storicamente valida. Buona parte della storia dell’archeologia, dell’antiquaria rinascimentale a oggi, si è sviluppata attorno alle domande che orientano la ricerca e i metodi necessari per conseguire le risposte. Dalla madre di tutte le domande, cioè “Che cosa cerco?” a quella che ne rappresenta il principale corollario, ovvero “Come lo trovo?”; dalle procedure della raccolta, cioè “Come seleziono ciò che trovo? Come lo inserisco nel suo contesto? Come ne evito il degrado?” a quelle che ne guidano la descrizione e ne permettono un’organizzazione significativa: “Come distinguo ciò che trovo e come lo metto in condizione di essere confrontato?”.

Un ventaglio di metodi ci permette, attraverso procedure guidate da ragionamenti, di tradurre il linguaggio dei contesti a partire dai paesaggi che ci circondano per giungere fin dentro la costituzione molecolare della materia delle cose:

 

  • Il metodo della ricognizione topografica, cioè quell’insieme di procedure e di tecniche che, senza intaccare il terreno, registrano quantità e qualità delle tracce visibili in superficie e percepibili nel sottosuolo, ordinandole nel tempo e interpretandole sulla base dello studio culturale dei manufatti recuperati al suolo e delle analisi di carattere spaziale derivate in parte dalla geografia contemporanea;
  • Il metodo della stratigrafia, cioè la procedura di scavo che studia la stratificazione prodotta nel terreno dagli agenti umani e naturali, scomponendola nell’ordine inverso rispetto a quello in cui si era formata e recuperando il massimo di informazioni disposte in una sequenza che racconta una storia inizialmente calata nel tempo relativo e poi inserita nel tempo assoluto, sulla base dei dati culturali presenti nella sequenza e delle tecniche scientifiche di datazione;
  • Il metodo della tipologia, che analizza i manufatti nelle loro forme e funzioni, in base ai diversi attributi che li caratterizzano, disponendoli in serie cronologicamente significative, verificate costantemente nello scavo di nuove stratificazioni e nella redazione di seriazioni;
  • Il metodo dell’iconografia, che studia le forme figurate descrivendo le immagini e distinguendole a seconda delle caratteristiche proprie degli attributi di ciascuna di esse;
  • Il metodo stilistico, che analizza le forme dal punto di vista del modo, tecnico ed estetico, secondo il quale sono state realizzate;
  • I metodi delle scienze naturali, attraverso i quali si elaborano le classificazioni dei reperti botanici, zoologici e antropologici (ecofatti) o si analizzano le componenti geologiche dei manufatti come dei paesaggi;
  • I metodi archeometrici, che con indagini di natura prevalentemente fisica e chimica osservano la materia dal suo interno, attraverso misure e caratterizzazioni che individuano la presenza di resti nel sottosuolo, l’origine e l’età dei manufatti, le tecnologie mediante le quali la materia prima è stata trasformata e quelle necessarie per garantirne la conservazione.

 

Nel corso di una ricerca non ogni metodo porterà le risposte desiderate, né porterà risposte univoche; il percorso di indagine incontra frequentemente nel suo cammino un bivio di fronte al quale occorre cambiare metodo. In questo continuo passaggio – purché ogni metodo operi secondo la sua logica interna e le sue procedure e non si utilizzi un metodo per giustificare la carenza di un altro – è possibile avvicinarsi a una verità, che non sarà mai definitiva, ma che si misura nella sua capacità di aprire nuovi orizzonti e di dar vita a nuove domande, eliminando le risposte contraddittorie. Come le scienze della natura, a maggior ragione anche l’archeologia, che è una scienza dell’uomo, non pretende infatti di svelare la verità, ma «cerca disperatamente di argomentare con plausibilità crescente» (C. Bernardini).

Esempio di diagramma stratigrafico, o "Matrix di Herris".

Esempio di diagramma stratigrafico, o “Matrix di Herris”.

Il ragionamento interpretativo in archeologia progredisce spesso per esclusioni, mettendo in dubbio e alla fine scartando l’ipotesi appena fatta o l’ipotesi antica, che abbia assunto un’aura di verità. È questo scarto continuo, in seguito a verifica negativa, delle ipotesi via via formulate che restringe il campo di quelle possibili e ci avvicina a una realtà che sarà comunque sempre arduo raggiungere, sia perché oggettivamente celata nel linguaggio degli oggetti sia perché velata dall’inevitabile filtro culturale frapposto dall’opinione del ricercatore.

Il momento dell’osservazione costituisce una fase descrittiva della ricerca, che viene talora riassunta sotto il nome di archeografia, intesa come una tappa posta in sequenza con quella della archeometria, in cui i dati vengono misurati, e dell’archeologia, che raggiunge l’obiettivo della loro interpretazione. È evidente che si tratta solo di una sequenza logica, dal momento che dal punto di vista operativo l’indagine prevede un continuo ritorno critico ai suoi diversi stati di avanzamento.

È pur vero che la pratica della descrizione viene a volte sentita come il momento principale del lavoro dell’archeologo, quasi a identificarsi con esso, in una visione limitativa dell’archeologia che lascia ad altre competenze la ricerca della sintesi interpretativa. Di qui pagine e pagine analiticamente mirate a descrivere nelle loro minuzie i dettagli di manufatti che possono spesso esser meglio affidati alla chiarezza del disegno scientifico o di codificazioni condivise. Ma occorre tenere presente che nessuna descrizione scientifica può fare a meno di un protocollo prestabilito, che detti le regole secondo le quali si pratica la descrizione e si istituiscono i confronti che ne derivano: descrizioni e confronti resi possibili da una selezione degli elementi che l’archeologo ritiene di volta in volta significativi al fine dell’organizzazione del materiale che sta studiando. Sono scelte tutt’altro che scontate, poiché la realtà può essere legittimamente osservata sotto diversi punti di vista; delicate, perché i principi secondo cui si descrive la realtà sono stabiliti in base agli obiettivi che si intende raggiungere; e decisive, perché nessuna interpretazione potrà mai fondarsi su valutazioni impressionistiche e occasionali che non facciano riferimento a un corpo organizzato di categorie descrittive, tanto più necessario quanto più oggi l’archeologia usa e sviluppa le tecnologie informatiche. […]

 

 

Archeologia e antiquaria: alla ricerca della totalità

Il termine “archeologia storica” viene oggi usato più correttamente che nel passato, per indicare lo studio archeologico di quelle civiltà che hanno lasciato di sé anche più o meno cospicue testimonianze scritte. In quella definizione rientra dunque anche l’antichità classica. Ma l’archeologia classica non nasce dalla storia, bensì dall’antiquaria e dalla storia dell’arte. È la più antica delle archeologie, e quella che più ha risentito dei cambiamenti e ha dovuto ripensare la propria definizione.

Statua della cosiddetta «Kórē di Nikandre», dal santuario di Artemide a Delo. 650 a.C. ca. Museo Archeologico Nazionale di Atene.

Statua della cosiddetta «Kórē di Nikandre», dal santuario di Artemide a Delo. 650 a.C. ca. Museo Archeologico Nazionale di Atene.

Gli storici antichi non ignoravano l’uso, sia pur episodico, delle testimonianze archeologiche: è notissimo il ragionamento di Tucidide (Storie, I 8, 1) che, analizzando le antiche tombe di Delo con criteri tipologici e comparativi, ricostruiva la più antica storia di quell’isola muovendosi a tutti gli effetti su un piano archeologico, in sintonia con l’impostazione generale della sua opera storica, attento a trarre spunti di conoscenza da tekmḗria e sēmeía, noi diremmo da indizi, tracce, segni.

Tucidide non usa comunque mai il termine archaiología, che incontriamo per la prima volta in un dialogo di Platone (Ippia maggiore, 285d), per indicare – non senza una sfumatura ironica – le genealogie degli eroi e della loro discendenza umana, le storie relative alle antiche fondazioni di città, insomma «ogni racconto che riguarda il passato remoto». L’archeologo era dunque un esperto di storia antica e di cose antichissime, tanto che il nome passò a indicare gli attori specializzati nelle parodie di Omero e dei suoi eroi.

La strada seguita da chi scriveva di storia nel mondo antico e medievale fu tuttavia assai diversa da quella intravista da Tucidide: era infatti del tutto naturale la convinzione che la storia si fondasse sui testi. I primi antiquari, che alle soglie del Rinascimento gettavano le fondamenta di una nuova scienza degli oggetti antichi, non erano mossi da temi storiografici precisi. Le loro osservazioni partivano sì dalla raccolta di manufatti e dalla descrizione di monumenti, ma si limitavano a forme di catalogazione poco sistematiche. Le testimonianze materiali, quando investivano una tematica storica, venivano comunque subordinate a quelle scritte. Nei monumenti si cercavano i modelli cui ispirare la nuova arte rinascimentale oppure, con qualche scorciatoia, si cercava l’illustrazione delle opere descritte dagli autori antichi, tentando di identificare nel territorio i siti e i monumenti di cui era rimasta memoria scritta nel naufragio della letteratura antica. Non appariva evidente che i resti materiali potessero schiudere nuovi orizzonti del sapere.

La ricerca storica – in particolare quella sulle origini dell’umanità – si trovava peraltro bloccata da una fede acritica nell’Antico Testamento. Era comunemente accettata l’idea che il primo uomo fosse stato creato da Dio nel giardino dell’Eden, da dove l’umanità si sarebbe poi sparsa nel mondo, dopo il Diluvio, e ancora dopo la distruzione divina della Torre di Babele. Questi avvenimenti venivano fatti risalire a poche migliaia di anni prima. […] Questa prospettiva del tempo storico così schiacciata non favoriva lo studio dei resti materiali di un passato che non si percepiva come remoto. La tradizione giudaico-cristiana, calata nel tempo biblico, si sentiva partecipe di una storia ancora in atto, che non coglieva le differenze culturali prodotte dal divenire storico. La fede nel mito bollava come blasfema, o addirittura eretica, ogni sia pur timida ipotesi sull’esistenza di un mondo preadamitico e l’oscurantismo religioso fungeva come un macigno che solo l’Ottocento sarebbe riuscito a scrollarsi faticosamente di dosso.

L’antiquaria prese comunque, col tempo, maggiore coscienza dell’originalità del suo approccio alle fonti materiali dell’antichità. I manufatti conquistavano una posizione via via più autonoma nei confronti dei testi, e addirittura un certo qual primato. […] Il termine “archeologia” fu introdotto da Jacques Spon, un antiquario di religione protestante costretto all’esilio dalla Francia del Re Sole. «È mia opinione – scriveva – che gli oggetti antichi non siano altro che libri, le cui pagine di pietra e di marmo sono state scritte con il ferro e lo scalpello». L’archeologo doveva andare in cerca di quel tipo di testo, diversi da quelli tramandati dai codici, per “leggerli” e “tradurli”. La grande antiquaria del XVII e del XVIII secolo comincerà così a porsi le prime domande su alcuni dei metodi dell’archeologia, quali la perlustrazione del terreno e la ricerca del confronto fra le forme delle cose e le immagini, creando così le premesse per il suo stesso superamento, da forme di conoscenza rivolta agli oggetti e agli edifici in sé a studio delle loro relazioni contestuali e delle loro trasformazioni nel tempo. L’antiquario – come suggerisce A. Carandini – «coglie l’intreccio fra arte e vita […] il suo atteggiamento verso l’antichità è un amore spontaneo, intuitivo, senza sistema. La totalità è un presupposto per lui e non un risultato da raggiungere con pena». Ciononostante, studia i monumenti attraverso rilievi e descrizioni, valuta le condizioni in cui sono giunti i resti materiali del passato, tenta collegamenti tra fonti scritte e fonti materiali: topografia, storia dell’arte, epigrafia si sviluppano come campi di ricerca attigui, dove si instaura un dialogo sempre meno subordinato tra monumenti e testi. In particolare la numismatica svolse un ruolo di scienza “pilota”, applicata a oggetti ricchi di informazioni sia testuali che figurate, le cui caratteristiche materiali si prestavano anche a classificazioni e ordinamenti. Si favorivano così i primi passi della tipologia, che trovava una sponda anche nei metodi delle scienze storiche, come quello paleografico, che già all’inizio del XVIII secolo cominciò a essere usato come strumento capace di ordinare nel tempo i cambiamenti della scrittura, intesi come riflesso dell’evoluzione culturale.

 

Un triangolo virtuoso: tipologia, tecnologia, stratigrafia 

Leon Cogniet - Jean-Francois Champollion

Leon Cogniet, Ritratto di Jean-François Champollion. Olio su tela, 1831.

Il passaggio storico dal Settecento all’Ottocento ha segnato il punto di svolta per la nascita dell’archeologia moderna, quando la crescita degli studi preistorici (stimolata dall’assenza della tradizione scritta e dallo sviluppo delle scienze naturali) pose, quasi paradossalmente, le basi per il riconoscimento delle finalità storiche dell’indagine archeologica. Dal miglior frutto dell’eredità antiquaria nacque allora quel triangolo virtuoso che ancor oggi sostiene l’impalcatura dell’archeologia. Un triangolo che attraverso l’analisi tipologica, tecnologica e stratigrafica supporta e guida l’interpretazione di oggetti e contesti, sulla base anche delle condizioni del loro seppellimento e del loro recupero attraverso lo scavo, che, da mero strumento di estrazione acritica di vestigia dal suolo, è divenuto il pilastro della costruzione della fonte archeologica. Già nel XVIII secolo il conte di Caylus aveva sviluppato un metodo di classificazione dei materiali antichi che consentiva di disporli in un ordine cronologico a partire dalle loro caratteristiche intrinseche e aveva teorizzato la “pratica del confronto” […]. È tuttavia negli anni della Restaurazione che si verifica la svolta. La prima cattedra di Archeologia, classica e preistorica, fu creata in Olanda all’Università di Leida nel 1818; la prima cattedra di Archeologia classica fu istituita a Berlino nel 1823. In quegli stessi anni Champollion apriva le porte all’orientalistica con la sua fantastica decifrazione della scrittura geroglifica egizia (1822-1824). Ma è nel mondo scandinavo che si sviluppa un approccio ai materiali che permette di uscire da quel «cumulo di dati incoerenti» (D.L. Clarke) che aveva sino ad allora tarpato le ali del lavoro antiquario per costruire uno schema interpretativo capace di instaurare confronti validi che fossero al tempo stesso di carattere sia tipologico che tecnologico. Classificando la collezione di antichità danesi del Museo di Copenaghen, Christian Jürgensen Thomsen divise i manufatti in diverse categorie e forme (asce, coltelli, fibule, collane, vasi…) raggruppandoli a seconda del materiale di cui erano fatti e valorizzando al massimo le associazioni di quegli oggetti che, per essere stati rinvenuti in una stessa tomba o ripostiglio, si poteva presumere che fossero coevi o almeno che fossero stati sepolti nello stesso momento. Quando nel 1819 le sale del museo furono aperte al pubblico prese corpo per la prima volta quel paradigma di successione delle culture (età della pietra, del bronzo e poi del ferro), che sarebbe divenuto canonico per la preistoria di tutto il continente.

Johan Vilhelm Gertner, Ritratto di Christian Jürgensen Thomsen. Olio su tela.

Johan Vilhelm Gertner, Ritratto di Christian Jürgensen Thomsen. Olio su tela.

Un modello delle tre età dello sviluppo delle più antiche culture umane – sia pur non ancora ridotto a sistema – era stato già intuito nel mondo antico, partecipe di una suggestiva tradizione che aveva trovato espressione nella filosofia e nella poesia (in particolare negli splendidi versi di Lucrezio, De rerum natura, V 1281-1296); ed era stato in seguito intravisto nell’opera di Michele Mercati (1541-1593), un naturalista che aveva saputo fondere l’osservazione della natura con un’ampia conoscenza delle fonti letterarie antiche e dei manufatti delle culture primitive scoperte nel nuovo mondo coloniale. Ma l’idea di Thomsen si sviluppava ora come uno strumento di conoscenza scientifica, applicato all’interno del primo museo di archeologia comparata, che vedeva la luce in un’Europa che aveva fin lì conosciuto solo gabinetti di curiosità antiquarie o collezioni d’arte.

L’ordine tipologico e tecnologico che Thomsen assegnava ai manufatti preistorici traeva giustificazione dalla descrizione non di singoli oggetti, ma di complessi unitari, verificati poi sperimentalmente nelle sequenze stratigrafiche, che Jens Jacob Worsaae avrebbe esteso non solo ai siti danesi, ma anche ad altri contesti europei. Quel confronto – non più solo descrittivo degli aspetti formali – avrebbe investito anche gli aspetti funzionali dei reperti allargando il campo della comparazione degli oggetti archeologici con quelli etnografici.

Poche righe di uno dei padri della paletnologia, Jacques Boucher de Perthes, definiscono meglio di altre perifrasi l’intuizione di fondo, che coinvolgeva i diversi approcci metodologici, alimentati da una visione contestuale che legava intimamente gli oggetti agli strati che li contenevano: «Non soltanto la forma e la materia che servono a stabilire se un oggetto è molto antico […] ma anche il luogo in cui si trova, la distanza dalla superficie; inoltre la natura del terreno e degli strati sovrapposti e dei frammenti che li compongono; e infine la certezza che quello è il suolo originario, la terra calpestata dall’operaio che lo ha fabbricato».

Una disciplina che restava umanistica nei suoi fini, ma che già si serviva delle scienze naturali, trovava dunque i suoi fondamenti scientifici operando con procedure di raccolta e di classificazione sperimentali e verificabili alla luce di un triangolo di rapporti reciproci fra diversi approcci metodologici, che cooperavano per organizzare i resti materiali del passato. Quell’approccio è tuttora vitale, anche se oggi, in una visione unitaria delle metodologie archeologiche, il paniere dell’archeologo si presenta più ricco, o forse solo più ordinato.

 

 

Storia dell’arte e cultura materiale 

Mentre l’antiquaria faticava a superare i limiti di un’erudizione che poteva spesso risultare fine a se stessa, Johann Joachim Winckelmann (1717-1768) percorreva una strada nuova indicando le prospettive che si aprivano innestando nello studio dei resti dell’arte classica il filtro dell’analisi stilistica calata in una prospettiva cronologica. Winckelmann apriva così le porte all’identificazione dell’archeologia classica con la storia dell’arte antica: un assioma che per lungo tempo avrebbe impedito alle generazioni successive di sviluppare le potenzialità storiche dell’approccio ai resti materiali del mondo classico, che restava ancora subordinato alla filologia, cioè alla conoscenza dei testi antichi. La nuova archeologia dell’arte ragionava peraltro su concetti sostanzialmente estranei alla cultura del mondo che aveva prodotto quelle stesse opere che poneva al centro del proprio interesse. È noto, infatti, che il mondo greco – anche se l’età classica e quella ellenistica avevano conosciuto l’opera di grandi personalità artistiche – non aveva elaborato un termine specifico per indicare il concetto di arte né tanto meno un termine che definisse l’artista (né pittura e scultura avevano trovato una rappresentante tra le nove Muse). Nelle società antiche l’arte non fu percepita come una sfera autonoma e, come non erano chiari i confini tra mondo religioso e mondo laico, così non lo erano quelli che distinguevano la funzione pratica dell’arte da quella estetica, che era a sua volta intrisa di eticità.

Anton R. Mengs, Ritratto di Johann Joachim Winckelmann. Olio su tela, 1755.

Anton R. Mengs, Ritratto di Johann Joachim Winckelmann. Olio su tela, 1755.

L’introduzione di un’ottica stilistica calata in una prospettiva cronologica (sia pur condizionata da un’impostazione rigidamente classicistica e da una concezione formalistica del “bello”) aiutava comunque l’antiquaria a collocare nel tempo le opere d’arte antiche. L’introduzione di strumenti critici che avevano finalità di ordine estetico preparava tuttavia quella divaricazione fra arte e storia e scienze che solo l’archeologia contemporanea si sarebbe posta l’obiettivo di ricomporre.

Nonostante la presenza di personalità di rilievo, come Ennio Quirino Visconti, in Italia l’archeologia si trovò impacciata a muoversi non tanto sul piano della lettura dell’opera d’arte, indicato da Winckelmann, quanto su quello dell’intervento sul terreno, che si sviluppava semmai in ambito preistorico e protostorico. Questo impaccio non permetteva di superare la divaricazione sempre più ampia tra approccio naturalistico e antiquario, con conseguente mortificazione dell’interpretazione storica. La concezione “ancillare” dell’archeologia segnò tutto il XIX secolo: un secolo cruciale durante il quale gli studi archeologici si costituirono definitivamente come disciplina autonoma, dotata di proprie istituzioni, sedi e strumenti di comunicazione, al centro di un sistema internazionale di ricerche sul campo, nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente, che accompagnava l’espansione coloniale delle grandi nazioni europee.

Le difficoltà di affrontare i grandi temi storici con ottiche archeologiche furono acute anche in Italia, specie dopo la crisi della cultura positivistica, che aveva cercato di condividere strumenti più scientifici di analisi del dato archeologico. La conquista di una dimensione più propriamente storica della disciplina prese avvio negli anni centrali del Novecento, paradossalmente proprio sul versante della storia dell’arte, grazie in particolare all’opera di Ranuccio Bianchi Bandinelli (1900-1975) […]. La sua opera – superata una fase iniziale di rigida impostazione idealistica, ostile a ogni confusione fra storia dell’arte e storia della cultura – non mirava certo a ridurre l’importanza del fenomeno artistico all’interno dell’archeologia classica, quanto piuttosto a ridefinire il ruolo, inserendolo in una visione più complessiva della società che lo aveva prodotto. Si trattava cioè di cogliere meglio i nessi che legano la produzione artistica con il contesto storico e in particolar modo con la sua articolazione sociale, recuperando all’archeologia l’obiettivo di una ricostruzione storica più compiuta effettuata sulla base tanto delle fonti scritte, quando esistenti, quanto «dei dati materiali che una civiltà produce, accumula e lascia dietro di sé». In questa frase, tratta da uno degli scritti di Bianchi Bandinelli, il richiamo alla centralità del dato materiale non va inteso come un abbandono delle peculiarità metodologiche dell’analisi storico-artistica, quanto come l’apertura a una visione più moderna della disciplina. Ancor oggi ciò non significa che lo stile non sia da ritenere uno degli indicatori fondamentali per l’interpretazione dell’opera d’arte, e spesso una delle tracce principali per la datazione di oggetti e strutture, ma c’è più consapevolezza circa il fatto che il metodo stilistico, essendo sorretto da un approccio fortemente soggettivo, ancorato alla sensibilità critica di chi lo adotta, sia un metodo anche piuttosto insidioso. E tanto più in quei settori dell’archeologia, come appunto l’archeologia classica, dove non sono a disposizione serie più o meno complete di prodotti di determinati generi o ambienti o addirittura di determinati artisti. Se la conoscenza attuale di una gran parte della produzione pittorica rinascimentale consente, attraverso l’analisi comparata degli originali, di ricostruire lo stile di ciascun artista e la sua evoluzione, e di ricondurre in tal modo a quello stesso artista opere non altrimenti attribuite, l’applicazione di questo metodo nell’arte antica è molto più ardua. Non possediamo “la” produzione di Polignoto o di Prassitele, ma quasi esclusivamente copie (di copie di copie…), echi più o meno pallidi di immagini riprodotte in materie e dimensioni assai diverse dai prototipi: le opere attribuibili (cioè di cui si riconosce il modello) non sono originali, gli originali disponibili (per lo più frammentari) il più delle volte non sono attribuibili, come dimostra la discussione che ha accompagnato i tentativi di attribuzione dei celeberrimi bronzi di Riace.

Statua del cosiddetto «Moskophoros», dall’Imetto (Atene). 570-560 a.C. ca. Museo dell'Acropoli di Atene.

Statua del cosiddetto «Moskophoros», dall’Imetto (Atene). 570-560 a.C. ca. Museo dell’Acropoli di Atene.

Il riconoscimento di uno stile è operazione complessa, tanto che gli storici dell’arte antica più avvertiti mettono in guardia dalla fragilità di un metodo cui possono mancare gli strumenti critici fondamentali. Il che non vuol dire che non esistano stili cronologicamente definiti, che – ad esempio nello sviluppo storico dell’arte greca – caratterizzano l’età arcaica, classica o ellenistica, come nel caso, ad esempio, della ceramografia attica di età tardo-arcaica e classica.

L’accento posto sulla storicizzazione dell’opera d’arte ha comunque creato – non da ora e non solo in campo archeologico – le condizioni per la maturazione di una storia dell’arte più comprensiva anche negli aspetti sociali e culturali e, dal punto di vista del metodo, anche di quelli archeologici.

Una storia sociale dell’arte è più attenta alle condizioni della produzione artistica, cioè alla posizione dell’artista nella comunità in cui opera, agli aspetti pubblici o privati della committenza, alle motivazioni che stanno dietro alla nascita di un’opera d’arte e al modo con cui il pubblico ne fruisce. I primi due aspetti sono storicamente determinati e quindi fondamentali per capire la genesi di un prodotto artistico, l’ultimo invece non è un suo carattere permanente, mutando nel tempo ruolo e forme d’uso dell’opera d’arte. […]

Una storia dell’arte più propriamente culturale è rivolta alla modalità di formazione e trasmissione dei modelli e dei repertori decorativi e iconografici, insomma di quel patrimonio di immagini  e segni, attraverso il quale un’opera d’arte si caratterizza come distintiva di una cultura e denuncia affinità e differenze rispetto ad altre nel tempo e nello spazio. L’iconografia, che potremmo definire una sorta di tipologia delle immagini, occupa in quest’ambito un posto di rilievo, perché il messaggio delle scene figurate – immensamente più complesso di una semplice decorazione – ha volti, ha gesti, ha storie da raccontare. Anche se, paradossalmente, l’approccio iconografico è stato a volte accusato di “astoricità”, perché apparentemente meno attento al contesto produttivo, e comunque – agli occhi della critica di matrice idealistica – più interessato all’analisi del soggetto raffigurato, cioè del suo contenuto (le immagini illustrano idee e i dipinti vanno sono solo guardati, ma “letti”), che non a quella della forma (composizione, uso del colore, maniera di esecuzione…).

Una storia archeologica dell’arte opera integrando i metodi tradizionali dello storico dell’arte con l’insieme delle procedure proprie dell’archeologia. Non parliamo tanto delle ricadute dell’osservazione contestuale sulle nostre conoscenze storico-artistiche: esemplare, in questo caso, è la vicenda della “colmata persiana” sull’Acropoli di Atene, dove furono seppellite con i resti dell’incendio persiano del 480 a.C. anche le statue che adornavano il santuario (quell’osservazione ha creato un caposaldo cronologico fondamentale per l’interpretazione stilistica della statuaria di stile tardo-arcaico e severo). Pensiamo piuttosto all’applicazione dei metodi archeologici allo studio delle opere d’arte in sé.

Esiste infatti anche un approccio stratigrafico al manufatto artistico. È schiettamente stratigrafica l’osservazione che permette di riconoscere la sequenza delle giornate di stesura di un affresco o, su una qualsiasi opera di pittura, la presenza di “pentimenti” dell’artista. Questi ripensamenti possono essere dettati dalle più varie esigenze (interne o esterne alla volontà dell’artista) e sono quindi a volte basilari per l’interpretazione della forma finale dell’opera d’arte o delle sue vicissitudini. La sovrapposizione di più strati di colore può celare successivi avanzamenti nel processo creativo, che si manifestano per mezzo di quelle che l’archeologo chiamerebbe “unità stratigrafiche positive”. Qualcosa di analogo può accadere nelle opere di scultura, dove il ripensamento si manifesta piuttosto per “unità stratigrafiche negative” […]. Il manufatto artistico viene interrogato anche mediante diagnostiche archeometriche, possibilmente non distruttive, che attraverso le analisi dei pigmenti o delle malte costitutive degli intonaci possono dare risposte che nessun approccio stilistico o formale potrà mai sostituire. Ma archeologico, anzi propriamente archeografico, è anche il semplice metodo descrittivo che, prima di operare un esame critico dell’opera, ne definisce i caratteri materiali, a partire, ad esempio, dalle dimensioni. Perché, se la qualità è la premessa stessa affinché si possa parlare di un’opera d’arte (altro discorso sono i criteri di giudizio che la certificano), non si dà qualità senza quantità. Una stessa scena, che dal punto di vista compositivo può derivare da un comune modello, richiede tecniche e stili be diversi se riprodotta dall’artista nella vastità di una parete da affrescare o nel dettaglio di una miniatura. Ci si può domandare perché mai nei manuali di storia dell’arte risulti ancora bizzarra la sola idea di riprodurre le opere affiancate da una scala metrica (come si è soliti fare per i manufatti archeologici), quasi che la comunicazione dei dati dimensionali danneggi il godimento dell’opera. ma i manufatti artistici sono a tutti gli effetti prodotti del lavoro. La “quantità” dell’opera ne è un aspetto costituivo […]. L’archeologia ci aiuta dunque a vedere l’arte come prodotto del lavoro. Di conseguenza, anche il restauro appare come un’attività di conoscenza fondamentalmente archeologica. […]

Insomma, l’approccio archeologico alle opere d’arte non analizza solo tecniche produttive e qualità dei materiali, ma inserisce la cultura artistica, compresa quella figurativa, nell’alveo della cultura materiale, cioè dei saperi e dei «saper fare» relativi alle forme di approvvigionamento, scelta, manipolazione, trasformazione, uso, riuso e scarto della materia. Si tratta di conoscenze che sono tuttora tramandate dalla migliore tradizione antiquaria e che riguardano il più umile come il più eccelso dei prodotti del lavoro umano e scardinano le gabbie dei generi artistici e delle loro gerarchie.

La cultura materiale non può essere opposta alla cultura artistica o figurativa. Questa non si esaurisce nella storia delle forme, come quella non si identifica nello studio delle tecniche inventate dall’uomo, ma semmai concerne – secondo la bella definizione di André Leroi-Gourhan – «lo studio dell’uomo che pensa e agisce tecnicamente». L’infinita serie dei manufatti incorporano infatti la fatica dell’uomo, ma anche le sue conoscenze, i suoi comportamenti, i valori culturali condivisi da intere società o da gruppi sociali comunque significativi. Prestando attenzione ai fenomeni che si ripetono più che all’avvertimento irripetibile, all’analogia più che all’anomalia, allo «sfondo» più che alle emergenze, la storia della cultura materiale rintraccia donne e uomini e i loro rapporti sociali. L’archeologia studia infatti le cose, ma per capire gli aspetti materiali e spirituali del mondo che le produce.

È del tutto evidente che la qualità artistica data alla materia attraverso una forma e uno stile consente di esprimere messaggi che vanno ben al di là della dimensione materiale. Ma è per tale via, ricercando il sostrato comune che lo lega alla cultura materiale del suo tempo, che il fenomeno artistico può ritrovare legami più forti con il contesto d’origine, non negando il valore universale che può esprimersi nel suo messaggio, ma piuttosto riportandolo alla sua natura di fenomeno storico calato nel tempo e nello spazio. Collocando l’analisi della personalità artistica e l’unicità dell’opera d’arte nel quadro dell’evoluzione storica si riduce – come già auspicava alla metà del XX secolo  Frederik Antal – «quel supremo interesse e quell’eccessivo rilievo che vengono loro attribuiti da una storia dell’arte informata al criterio dell’‘arte per l’arte’», e sottoposta a una «tirannia […] che isola l’arte dalle idee del tempo esaltandone i valori puramente formali», ma non si toglie nulla alla “qualità” e alla funzione trainante dell’attività creatrice.

La concezione “braudeliana” dei due tempi della storia ci fa intuire anche i due tempi dell’arte: da un lato l’evento che fa voltare pagina alla storia culturale, l’intervento delle grandi personalità artistiche che marca un prima e un dopo, in cui tutto è o comincia a essere diverso e, dall’altro, il ritmo lento delle trasformazioni prodotte da un intreccio di fenomeni che apprezziamo appieno solo in una prospettiva di lungo periodo. Se ciò vale per l’invenzione dell’agricoltura, della polvere da sparo o della stampa, vale anche le nuove conquiste nel campo dell’arte: per una nuova tecnica, un nuovo genere, un nuovo stile, che spesso è una nuova invenzione destinata – se di successo – a tramutarsi in convenzione e a dare il tono a un ambiente, a un’epoca, a una cultura.

L’archeologia classica, nata in buona misura dalla storia dell’arte, ha corso il rischio di ridurre lo studio delle società antiche a quello delle loro élites, e se ne è in seguito emancipata. […] Sono ormai maturi i tempi per una ricomposizione vantaggiosa della dicotomia troppo severa che ha separato archeologia e storia dell’arte o almeno per affrontare su basi paritarie un dialogo necessario all’una e all’altra e per ragioni diverse interrotto o mai avviato.

La storia dell’arte – anche quella più intrisa di archeologia – in quanto disciplina ha una sua storia, ha procedure e finalità, che non coincidono con quelle dell’archeologia, ma questa autonomia della storia dell’arte nello studio dei prodotti artistici delle società passate non implica un’autonomia dell’arte nei confronti delle società che li ha prodotti. È proprio questo il filo che è stato spezzato e che occorre riannodare. È importante che riemerga il concetto di contesto, che anche nella riflessione storico-artistica, come in quella archeologica, dovrebbe diventare una sorta di riflesso condizionato, che può aiutare a riequilibrare l’attenzione della ricerca e della tutela da ciò che è unico ed eccezionale a ciò che è appunto “contestuale”. […]

 

Archeologia e storia

Un’archeologia senza confini (de-periodizzata) non è un’archeologia fuori dalla storia (de-storicizzata). E infatti definiamo l’archeologia come una disciplina storica e umanistica poiché pone al centro del proprio interesse la conoscenza del passato dell’umanità. Differisce tuttavia, come si è visto, dalla storia intesa in senso tradizionale (una storia fatta sui testi) per il fatto che consegue i suoi risultati a partire dalle testimonianze materiali. Le fonti archeologiche sono “testi” prodotti dallo scalpello dello scultore, dalla cazzuola del muratore, dalla ruota del vasaio o dall’aratro del contadino. La differenza tra fonti materiali e fonti scritte è dunque chiara, anche se è evidente la loro complementarietà e a volte la loro intrinseca interdipendenza, come nel caso delle iscrizioni o delle monete, dove il testo scritto è intimamente associato al supporto materiale. Un testo epigrafico può conservarsi anche solo attraverso la tradizione manoscritta, ma la conoscenza del supporto può cambiarne radicalmente l’interpretazione. Spesso anche una memoria grafica del supporto perduto può essere decisiva […]. Il valore documentario delle immagini è in genere sottovalutato dalla storiografia tradizionale e anche dagli studi di carattere filologico-letterario, nei quali l’acribia applicata alla storia del testo e delle parole non si accompagna a un interesse per le loro rappresentazioni figurate: uno sguardo anche alle migliori edizioni commentate di Omero, Livio o Plinio, può dare l’impressione che le discipline storico-filologiche e quelle archeologiche abitino su due diversi pianeti. […] Nello studio del mondo antico archeologia classica e storia antica operano in una situazione di bilanciamento tra fonti scritte e fonti materiali, ma queste ultime – a differenza delle prime – sono in via di continuo accrescimento e illuminano aree del sapere dove la luce delle fonti tradizionali non era potuta arrivare. Il problema si sposta quindi su quale sia il rapporto tra questi due sistemi di fonti, ciascuno dei quali costituisce un sistema in sé organico: essi propongono infatti informazioni di tipo diverso, non sempre comparabili, e non possono essere utilizzati in modo indifferenziato, come in un bricolage archeo/storiografico, né possono ignorarsi reciprocamente (anche se ciò è stato più spesso la norma che l’eccezione).

Statua di Kore. Marmo bianco insulare, 530 a.C. ca. Museo dell’Acropoli di Atene.

Statua di Kore. Marmo bianco insulare, 530 a.C. ca. Museo dell’Acropoli di Atene.

Nonostante l’ampiezza della documentazione disponibile, non è così evidente la possibilità di trasformare i dati offerti dai resti materiali in conoscenze storiche relative agli assetti sociali o istituzionali di una comunità, ai comportamenti o alle convinzioni dei suoi membri o, più semplicemente, a eventi che abbiano coinvolto singole personalità. Ci si domanda fino a che punto l’una disciplina possa contribuire all’altra senza istituire correlazioni frettolose e senza forzare i dati, evitando di cercare riscontri archeologici a ogni singola testimonianza letteraria e viceversa. I due tipi di fonti possono certamente stimolarsi e sorvegliarsi reciprocamente, ma è bene tenere presente che registrano serie di dati che possono collocarsi in prospettive temporali non omogenee. I resti materiali, in particolare, documentano situazioni puntuali che tuttavia illuminano spesso processi di lunga durata, che riflettono le strutture profonde delle società: si pensi all’evoluzione degli insediamenti messa in luce dalla lettura stratigrafica o alle forme di distribuzione dei manufatti. Le loro scansioni cronologiche sono effetto dei più diversi fenomeni culturali, in cui anche l’ambiente gioca la sua parte e la cui percezione talora sfugge ai loro stessi protagonisti, e non ricalcano necessariamente le scansioni indotte dagli eventi di natura politico-istituzionale e militare (le cui tracce possono essere tanto evidenti quanto evanescenti) e non conoscono, in genere, gli stessi confini.

Le cesure dell’archeologia non coincidono quindi con quelle della storia raccontata dalle fonti scritte. Queste ultime convergono talora sulla descrizione dettagliata di un evento (ad esempio, la seconda guerra punica o le idi di marzo), che le fonti archeologiche possono sperare di cogliere in qualche manifestazione parziale, o possono non cogliere affatto. Il caso gigantesco di Pompei, dove la monumentalità archeologica del sito trova riscontro letterario nel drammatico racconto di Plinio il Giovane, non si ripete nelle centinaia di siti urbani la cui “morte” fra tarda Antichità e Medioevo non può essere quasi mai “spiegata” con il frettoloso ricorso a scarne fonti che registrino generici episodi bellici o eventi sismici.

Tucidide (Storie, II 13-17) ci parla dello spopolamento dell’Attica all’inizio della guerra del Peloponneso, quando gli abitanti furono portati dentro le mura di Atene. L’abbandono delle campagne è un episodio epocale nella storia di una comunità, che tuttavia può aver lasciato sul terreno tracce non facilmente visibili con i metodi dell’archeologia. Insomma, la certezza del dato storico non implica la sua visibilità archeologica e, viceversa, la presunta “oggettività” del dato archeologico non implica la “certezza” della sua spiegazione, che è comunque affidata alla capacità da parte del ricercatore di individuare, classificare e interpretare gli indizi nel loro contesto e di confrontarli in un sistema di conoscenze più ampio. Ciò considerato, è quindi ozioso dibattere sul fatto se le fonti archeologiche contribuiscano o no alla scrittura della storia. Si tratta semmai di interrogarsi se esse servano, tutt’al più, da verifica di quello che ci dicono le fonti letterarie, nel senso quindi di una dipendenza ancillare dell’archeologia dal testo scritto, o se piuttosto le une e le altre non vadano interrogate sapendo quel che possono eventualmente dirci e quello che non possono dirci.

Heinrich Schliemann (1822-1890).

Heinrich Schliemann (1822-1890).

Già alla fine dell’Ottocento le imprese romantiche di Heinrich Schliemann a Troia e a Micene aprirono la strada a una riflessione nuova sul valore del patrimonio di miti e leggende attinto alla tradizione letteraria antica e dettero la misura delle potenzialità dell’archeologia per la conoscenza non solo delle civiltà preistoriche, ma anche delle radici della stessa classicità, le cui origini trovavano impensate conferme nella concretezza dei siti, dei monumenti, degli oggetti. Il rapporto tra storia e archeologia cominciava allora – indipendentemente dal metodo di scavo ancora primitivo – ad assumere una dimensione più moderna, il cui sviluppo fu parzialmente inficiato dalla crisi della grande stagione positivistica: la gerarchizzazione dei saperi presente nel pensiero di matrice idealistica avrebbe infatti assegnato un primato alle forme dell’espressione artistica a tutto svantaggio delle scienze, delle tecniche e delle metodologie. A differenza delle archeologie del Vicino Oriente, come l’egittologia e l’assiriologia, che dipendevano solo indirettamente dal patrimonio di studi classici, visto che la maggior parte delle loro fonti scritte doveva essere estratta dal suolo con pratica archeologica, fu proprio l’archeologia classica – nonostante i suoi successi – che si trovò più disarmata di fronte alla gran massa di nuovi dati che giungevano dai primi grandi scavi mediterranei.

Ciò non impedì che la natura peculiare delle testimonianze archeologiche venisse magistralmente valorizzata in un campo nel quale i dati della tradizione letteraria si rivelarono più deboli o addirittura assenti, cioè nello studio dei fenomeni economici e sociali dell’antichità. Dobbiamo a un grande storico della prima metà del Novecento, Michail Rostovzev, la dimostrazione di quanto fosse fruttuoso l’uso sistematico delle testimonianze archeologiche per la comprensione del mondo ellenistico e romano.

I migliori storici del secolo passato, e in primo luogo la scuola degli Annales, dimostreranno poi quanto fossero maturi i tempi per ampliare il concetto di “documento” ben al di là delle frontiere del testo scritto, allargando i territori dello storico a tutto lo spettro della società e del comportamento umano, aprendo così indirettamente la strada al riscatto delle fonti archeologiche. Non stupisce quindi che un involontario manifesto dell’archeologia del XX secolo sia stato paradossalmente scritto da uno storico dell’età moderna, Lucien Febvre:

 

La storia si fa senza dubbio con documenti scritti. Quando ce n’è. Ma si può fare, si deve fare senza documenti scritti, se non esistono […]. Con le forme del campo e delle erbacce. Con le eclissi di luna e gli attacchi dei cavalli da tiro […]. Non è forse vero che una parte, e quella più appassionante senza dubbio, del nostro lavoro di storici consiste nello sforzo costante di far parlare le cose mute, far dire loro quel che da sole non dicono sugli uomini e sulle società che le hanno prodotte, fino a costituire fra loro quella vasta trama di solidarietà e di ausili reciproci, capace di supplire all’assenza del documento scritto?

 

L’accento era dunque posto sulle lacune della documentazione scritta e sugli ambiti di ricerca che si spalancano all’archeologia quando essa voglia farsi scienza storica introducendo nuovi protagonisti e allargando l’indagine a territori meno esplorati. Eppure, tra archeologi e storici le liti in famiglia ogni tanto si riaccendono. Anche studiosi di altissimo livello hanno ripetutamente espresso scetticismo sulla qualità dei dati archeologici e sulla possibilità di trarre implicazioni macro-economiche e di lungo periodo dai dati quantitativi offerti dalle testimonianze materiali, ritenute non utilizzabili quali indicatori significativi dei fenomeni economici e dei relativi risvolti demografici e sociali. In sostanza, si è negata validità a quei “messaggi preterintenzionali” che alcune categorie di documenti archeologici possono inviare, se adeguatamente interpretati.

I progressi compiuti dall’archeologia degli insediamenti e gli studi sulla cultura materiale costituiscono in realtà la smentita migliore a una chiusura storiografica un po’ apodittica, che si è talvolta accompagnata, nello studio delle società antiche, alle forme più estreme del pensiero primitivista. Che l’archeologia non possa coprire alcuni aspetti centrali della ricerca storica è indubbiamente vero, ma è vero anche che per la storia della cultura materiale le fonti letterarie offrono in genere informazioni molto parziali, anche se apparentemente sistematiche: si pensi, a titolo d’esempio, agli scritti degli agronomi d’età romana (scriptores rei rusticae) che hanno trovato illustrazione compiuta e commento solo dalla prima indagine archeologica analitica di una grande azienda agricola schiavistica di età romana condotta su base stratigrafica nella villa di Settefinestre, in Etruria.

Se fenomeni connessi alla tecnologia, alle forme di sussistenza e di scambio sono più facilmente accessibili tramite l’archeologia, la scala delle difficoltà cresce a mano a mano che si vogliano attingere archeologicamente gli aspetti dell’organizzazione politica e sociale, della mentalità e dell’ideologia. Un sistema politico è qualcosa di molto elusivo in termini materiali. Tuttavia, a guardar bene, fenomeni essenzialmente politici connessi alla fondazione di un centro,  […] possono essere indagati anche attraverso le testimonianze archeologiche, e talvolta solo a partire da esse. è proprio dagli indicatori archeologici delle società più primitive che è stato possibile elaborare modelli di organizzazione sociale e politica utilizzabili anche per la comprensione delle società di piena età storica. In parallelo con l’uso delle fonti scritte (quando disponibili) è possibile analizzare:

 

  • I rapporti gerarchici esistenti fra diversi siti, identificando i centri dominanti nei vari periodi e le aree sottoposte al loro controllo, anche mediante l’applicazione di modelli geografici e di archeologia spaziale che investono uno dei grandi temi della storia tradizionale, come il rapporto fra città e campagna;
  • I diversi modelli d’insediamento, classificando gli abitati in base alla loro estensione e investigando la stratificazione sociale di una comunità attraverso lo studio delle residenze, analizzando le architetture degli edifici, la tipologia degli spazi, la qualità dei materiali impiegati e della loro posa in opera;
  • L’articolazione degli status sociali, che si palesa nelle tipologia delle sepolture (dalla fossa comune al mausoleo) e dei loro corredi, specchio della complessità delle relazioni che s’instaurano tra gerarchia sociale e gerarchia sepolcrale […];
  • Le strutture produttive e la rete degli scambi attraverso lo studio degli impianti di produzione e di quanto materialmente sopravvive delle merci nei luoghi del consumo: la loro presenza (o assenza), la loro abbondanza (o scarsità), certificate dalle carte di distribuzione, sono un punto di riferimento per la ricostruzione delle forme di interazione non solo economica ma politica e militare, e per la comprensione dei fenomeni di acculturazione.

 

Tutto ciò può costituire la premessa per una storia della cultura e della mentalità delle società passate. E ciò vale anche nel campo della storia dell’arte, dove lo studio delle iconografie può restituire messaggi che nessuna fonte scritta è in grado di trasmettere. C’è semmai da rammaricarsi che lo sviluppo troppo  precoce delle grandi imprese di scavo rispetto alla maturazione dei metodi d’indagine abbia comportato a questo riguardo tra XIX e XX secolo la dispersione di una quantità incalcolabile di informazioni archeologiche basilari, ad esempio nello sterro dei grandi santuari antichi, di cui sono andati in gran parte perduti i caratteri della loro organizzazione contestuale e del loro sviluppo nel tempo.

Ciò non toglie che anche le fonti materiali non sia per più versi parziali e spesso frutto di casualità. Questo limite può rappresentare tuttavia anche un elemento da cui trarre vantaggio, purché si valuti criticamente il grado di rappresentatività dei resti archeologici, e in particolare del campione esaminato, specie quando dai dati della cultura materiale si tenti di risalire agli aspetti sociali, economici e culturali della comunità che li ha prodotti […].

 

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